Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 18

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Fu accolto con dimostrazioni grandi d'onore e d'amore _Carlo II_ re di Napoli, appellato _Zoppo_, oppure _Sciancato_ (perchè difettoso in un'anca o gamba), già liberato dalle carceri di Catalogna, da _Filippo il Bello_, re di Francia, e dagli altri principi della casa reale. Ma quando si venne a far premura perchè _Carlo di Valois_, fratello d'esso Filippo, rinunziasse al privilegio dell'Aragona, a lui conceduto dal papa, non si trovò mai conclusione alcuna. Carlo di Valois, che non possedeva Stati, mirava quel boccone, benchè difficile a prendersi, con troppa avidità. Però il re Carlo, perduta la speranza di ottener lo intento, sen venne in Italia. Nel dì 2 di maggio arrivò a Firenze[496]. Onor grande e grandi regali gli furono fatti dai Fiorentini. Passò dipoi a Rieti, dove era la corte pontificia, e dal pontefice _Niccolò IV_ e da' suoi cardinali onorevolmente ricevuto; poi nella festa della Pentecoste, cioè nel dì 29 di maggio, e non già in Roma, come scrive Giovanni Villani, ma nella stessa città di Rieti, come ha l'autore della Cronica di Reggio[497], che vi era presente, fu solennemente coronato colla _regina Maria_ sua moglie dal papa in re della Sicilia, Puglia e Gerusalemme, ed investito di quanto avea posseduto il re Carlo I suo padre, per cui anch'egli fece l'omaggio e il dovuto giuramento alla Chiesa romana[498]. In suo favore ancora cassò il pontefice tutti i patti e le convenzioni da lui fatte con _Alfonso re_ di Aragona, per uscire di carcere: con cattivo esempio ai posteri di non fidarsi più di simili atti; al che poi non badò _Carlo V_ imperadore nella liberazione di _Francesco I_ re di Francia. Dopo di che, ben regalato dal papa esso Carlo II si trasferì a Napoli, dove fu con indicibil festa accolto, perchè principe di buon cuore, clemente e liberale, e non erede del genio rigido e superbo del padre. Da lì innanzi egli attese a riformar gli abusi, e a ben regolare il nuovo suo governo, e insieme a difendersi da _Giacomo re_ di Sicilia, il quale, veggendosi escluso dalla capitolazione fatta dal re _Alfonso_ suo fratello, cominciò a far guerra al re Carlo. Venuto dunque a Reggio in Calabria, nel dì 15 di maggio, colla sua armata navale, comandata da _Ruggieri di Loria_, prese varie terre di quella provincia; ma, accorso il conte d'Artois colle sue genti, mise freno alle conquiste de' Siciliani ed Aragonesi, minutamente descritte da Bartolommeo da Neocastro[499]. Scrive Giovanni Villani[500] che esso conte assediò Catanzaro, e sconfisse il soccorso inviato da Ruggieri di Loria, con far prigioni ducento cavalieri Catalani. Imbarcatosi di nuovo il re Giacomo, visitò la Scalea, il castello dell'Abbate, e le isole di Capri, Procida ed Ischia, che ubbidivano alla sua corona; e perciocchè da alcuni della città di Gaeta gli era stata data speranza che, s'egli fosse venuto, gli avrebbono aperte le porte, fece vela colà, e andò ad accamparsi sotto la città[501]. Ma, o s'erano cangiati gli animi de' Gaetani, oppure mancò lor la maniera di compiere quanto aveano promesso. Ostinossi allora il re Giacomo a voler colla forza ciò che non potea conseguir per amore; e vigorosamente assediò e cominciò a tormentar la città, dove trovò una gagliarda difesa fatta dal conte d'Avellino e da que' cittadini. Peggio gli avvenne fra pochi giorni; perciocchè il re Carlo e il conte d'Artois con immenso esercito raccolto dalla Puglia e dagli Stati della Chiesa, e coi Saraceni di Nocera, venne ad assediare lo stesso assediator di Gaeta. Erano crocesignati tutti i combattenti cristiani di quell'esercito, e guadagnavano di grandi indulgenze; giacchè, siccome abbiam più volte accennato, secondo la condizion delle cose umane, molte delle quali nate con lodevoli principii, vanno col tempo degenerando, un pezzo era che le crociate, istituite contro i nemici del nome cristiano, facilmente si bandivano contra degli stessi cristiani e cattolici, e per interessi temporali; e a questo bel mestiere concorrevano fin le donne, per acquistarsi del merito in paradiso. Stettero un pezzo le due armate a vista, senza che potessero i Siciliani espugnar quella città, ed il re Carlo forzare a battaglia i Siciliani per cagion della situazione e de' buoni trincieramenti, e tanto più perchè non avea flotta in mare. A lungo andar nondimeno pareva che sarebbe restato al di sotto il re Giacomo, se il re d'Inghilterra e il re di Aragona, intesa questa pericolosa briga, non avessero spedito in tutta fretta i lor messi al papa, pregandolo d'interporsi unitamente con loro per un accordo. Inviò il pontefice con essi un cardinale legato, e tutti poi così felicemente maneggiarono l'affare, che si conchiuse fra i due re litiganti una tregua di due anni, esclusa nondimeno la Calabria. Fu il primo a ritirarsi il re Carlo; da lì a due giorni s'imbarcò parimente il re Giacomo, e nel dì 30 d'agosto arrivò a Messina. Tanto dispiacque al conte d'Artois e agli altri baroni franzesi la tregua suddetta, che, dopo aver biasimato forte il re Carlo, se ne tornarono sdegnati in Francia. Il Rinaldi negli Annali Ecclesiastici mette questo fatto sotto l'anno seguente ma, a mio credere, non battono bene i suoi conti.

Fecero i Fiorentini nel presente anno risonar la fama della lor bravura e fortuna per un gran fatto d'armi fra loro e gli Aretini ed altri Ghibellini. Erano essi Fiorentini[502] usciti in campagna con un potente esercito, accresciuto dalle taglie dell'altre città guelfe di Toscana, per dare il guasto al territorio d'Arezzo[503]. Vennero a Bibiena, per fermar questo torrente, gli Aretini con ottocento cavalli e otto mila pedoni; e tuttochè la armata nemica fosse più del doppio superiore alla loro, pure dispregiandola, perchè dal loro canto aveano migliori capitani di guerra, vollero venire ad una giornata campale nel dì 11 di giugno, festa di san Barnaba. Se n'ebbero a pentire, perchè andarono sconfitti, lasciando estinte sul campo circa mille settecento persone, e prigioni più di mille de' lor combattenti. Fra i morti si contò il vescovo d'Arezzo _Guglielmo_ degli Ubertini, fatto venire alla battaglia dagli Aretini stessi, per sospetto di un trattato ch'egli segretamente menava co' Fiorentini in danno del comune d'Arezzo. Morivvi ancora _Buonconte_ figliuolo del _conte Guido_ da Montefeltro con altri riguardevoli personaggi. Presero poscia i Fiorentini Bibiena ed altre terre; e, posto l'assedio ad Arezzo, vi manganarono dentro asini colla mitra in capo, per rimproverar loro la morte del loro vescovo. Ma infine, avendo gli Aretini messo il fuoco alle torri di legname ed altre macchine da guerra dei Fiorentini, presero questi la risoluzione di tornarsene a casa nel dì 23 di luglio, dopo aver disfatto quasi tutto il distretto d'Arezzo. Ancorchè i Pavesi fossero in lega coi Milanesi ed altre città contra di _Bonifazio marchese_ di Monferrato[504], pure seppe far tanto l'accorto marchese, che tirò segretamente nel suo partito molti di que' nobili. Fatto dipoi un esercito generale contra di Pavia, prese una terra grossa chiamata Rosaiano. Allora uscì contra di lui tutta la milizia di Pavia; ma o fosse perchè trovassero assai pericoloso il venire a battaglia, oppure che prendessero i congiurati il tempo propizio; un certo Capellino Zembaldo, alzata sopra una lancia una bandiera, ch'egli avea preparata, cominciò a gridare: _Qua venga chi vuol pace_. L'unione fu grande; il marchese entrò con essi in Pavia, e nel dì seguente fu creato capitano della città per dieci anni avvenire. Tutto ciò s'ha da Guglielmo Ventura nella Cronica d'Asti, il quale aggiugne che, essendosi fatto tutto questo maneggio senza saputa, anzi ad onta di Manfredino da Beccheria, uno de' più potenti di quella città, indispettito egli, per confondere gli emuli suoi, volle in un altro consiglio che il marchese fosse capitano e signore assoluto, sua vita natural durante. Ma finì presto l'allegrezza di queste nozze. Poco stettero i Pavesi a pentirsi dello strafalcione da loro commesso, non sapendo accomodare la lor testa sotto un padrone sì fatto; e però chiamarono segretamente i Milanesi, i quali entrarono nella stessa Pavia per lo spazio di due balestrate; ma, accorse le milizie del marchese co' suoi aderenti, li fecero retrocedere, e tornarsene con le pive nel sacco a casa. Manfredi da Beccheria, perchè a cagion di questo fatto insorsero dei sospetti contra di lui, uscì della città con alquanti suoi fidati, e si ridusse e Castello Acuto, che era suo, e quivi si fortificò. Fu egli per questo sbandito, ed atterrato il suo palagio. Venne anche il marchese ad assediarlo in quel castello, e vi fabbricò in vicinanza un bastia. Ma i Milanesi, Cremonesi, Piacentini e Bresciani, in un parlamento tenuto in Cremona, impresero la difesa del Beccheria, siccome popoli, ai quali dava troppo da pensare e da temere il soverchio ingrandimento del marchese, signore allora anche di Vercelli, Alessandria e Tortona. Infatti i Piacentini con tutte le lor forze iti a Monte Acuto, misero in rotta i Pavesi, e liberarono quel luogo. Racconta il Corio[505] molte altre particolarità spettanti a questa mutazion di Pavia, ed ai movimenti de' Milanesi contra del suddetto marchese.

Nuove scene di discordia nell'anno presente si videro in Reggio[506]. Nel dì 7 di agosto il popolo si levò a rumore contra de' nobili e potenti, e, presine assaissimi, li mise nelle carceri. Corsero colà i Parmigiani colla lor cavalleria, e, fattasi dare la signoria della città, condussero a Parma tutti que' prigioni. Poscia, chiamati alla lor città i podestà e gli ambasciatori di Bologna e Cremona, nel dì primo di ottobre conchiusero pace fra i nobili ed il popolo di Reggio, e in confermazione d'essa rilasciarono il dì seguente i carcerati. Ma questa fu una pace canina[507]. Nel dì 17 di novembre vennero di nuovo all'armi i Reggiani, e le due fazioni di Sopra e di Sotto fecero lungo combattimento fra loro, finchè verso la mezza notte, prevalendo la Soprana, spinse fuori della città la Sottana, la quale si ridusse a Castellarano e Rubiera. Seguirono nella prima, e più nella seconda molti ammazzamenti e incendii, e dirupamenti di case, e furono involti in questa disavventura anche i palazzi del pubblico e del vescovo. Qual riparo si trovasse a così bestiali e perniciose divisioni lo vedremo all'anno seguente. Mentre _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara[508] si andava disponendo per venire alla nuovamente acquistata città di Modena, un giorno, nel levarsi da tavola, se gli avventò Lamberto figliuolo di Niccolò dei Bacilieri, nobile bolognese, per ucciderlo, e il ferì nel volto. Corsero i cortigiani presenti, e gl'impedirono il far di peggio; corse _Azzo_ figliuolo del marchese, che teneva corte a parte, pranzando in una sala vicina, ed erano per uccidere l'assassino, se il marchese non avesse gridato di no, per intendere prima i motori e complici del misfatto. Posto costui nei tormenti, si trovò che era un forsennato, e strascinato dipoi per la città, lasciò la vita sulle forche. Ciò non ostante, nel mese di gennaio venne il marchese Obizzo a Modena, accolto con festa immensa dal popolo, che solennemente il dichiarò e confermò suo signore perpetuo insieme co' suoi discendenti. Ed egli poi con amore paterno ridusse in città tutti i fuorusciti: con che, cessate tutte le gare e gli odii civili, cominciò una volta questo popolo a godere la sospirata tranquillità e pace. Essendo già rimasto vedovo il suddetto marchese Obizzo per la morte di _Jacopina dal Fiesco_ nell'anno 1287, prese egli per moglie nel presente _Costanza_, figliuola di _Alberto dalla Scala_ signore di Verona, che nel mese di luglio fu condotta a Ferrara, e si celebrarono le nozze con gran festa e solennità. Seguitando la guerra fra la repubblica veneta[509] e _Raimondo dalla Torre_ patriarca di Aquileia, andarono i Veneziani all'assedio di Trieste. Ma, all'avviso ch'esso patriarca e il conte di Gorizia venivano con sei mila cavalli e trenta mila fanti per soccorrere la città, i Veneziani, senza voler aspettar questa visita, a gara si misero in fuga, lasciando indietro padiglioni, macchine ed equipaggio; e molti ancora vi restarono per la pressa morti. Usciti poscia i Triestini colle lor navi, vennero fino a Caproli e a Malamocco, e v'incendiarono que' luoghi. Per la morte di _Giovanni Dandolo_ doge di Venezia, accaduta nell'anno presente, fu nei dì 25 di novembre eletto per suo successore in quella dignità Pietro Gradenigo, che era in questi tempi podestà di Capo di Istria, e fu mandato a prendere con cinque galee e un vascello ben armato.

NOTE:

[495] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[496] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.

[497] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[498] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[499] Bartholom. de Neocastro, cap. 112, tom. 13 Rer. Ital.

[500] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 133.

[501] Nicol. Specialis, lib. 2, cap. 13, tom. 10 Rer. Ital.

[502] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 130. Ptolom. Lucens., Annales brev., tom. 11 Rer. Ital.

[503] Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[504] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Italic. Gualvaneus Flamma, Manipol. Flor., cap. 328. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[505] Corio, Istor. di Milano.

[506] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.

[507] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[508] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[509] Continuator Dandoli, tom. 12 Rer. Italic. Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXC. Indizione III.

NICCOLÒ IV papa 3. RIDOLFO re de' Romani 18.

Stendeva ogni dì più l'ali _Guglielmo_ potentissimo marchese del Monferrato. Già oltre agli antichi suoi Stati, a' quali aveva aggiunto Casale di Sant'Evasio[510], oggidì città, egli signoreggiava nelle città di Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Alba ed Ivrea. Era dietro a cose più grandi, ma non gli mancavano dei potenti nemici[511]. Con un copioso esercito uscito di Pavia, ostilmente passò nel mese d'agosto nel Milanese, per vendicarsi di quel popolo che dianzi avea fatta un'incursione nel Novarese, e presi alcuni luoghi[512]. Seco erano Mosca ed Arrigo dalla Torre cogli usciti di Milano, appellati Malisardi. Arrivò sino a Morimondo; ma mossisi i Milanesi coi Comaschi, Cremonesi, Bresciani e Cremaschi, egli se ne tornò indietro[513]. Fece inoltre un'irruzione nel Piacentino; ma il popolo di Piacenza gli rendè ben la pariglia. Ebbe lo stesso marchese guerra ancora cogli Astigiani, i quali ben si provvidero per non essere ingoiati, facendo lega coi suddetti Milanesi, Piacentini, Genovesi, Cremonesi e Bresciani, i quali comuni inviarono ad Asti quattrocento uomini d'armi a due cavalli l'uno. Condussero anche al loro soldo _Amedeo conte_ di Savoia, che con cinquecento lancie venne in loro servigio. La Cronica di Parma asserisce ch'esso conte vi condusse mille ducento cavalieri, e gran copia di balestrieri e fanti. Rinforzato da questi aiuti quel popolo fece delle ostilità nel Monferrato, e collo sborso di dieci mila fiorini d'oro ebbe a tradimento Vignale, da dove fra l'altre robe fu asportato il vasto padiglione del marchese, a condurre il quale appena bastarono dieci paia di buoi. Ordirono inoltre gli Astigiani una segreta trama cogli Alessandrini, promettendo loro trentacinque mila fiorini d'oro, se faceano un bel colpo. Il marchese, che non dormiva, avuto qualche sentore di questi maneggi, volò ad Alessandria con assai gente, per opprimere i congiurati; ma questo servi ad affrettar la risoluzione de' cittadini[514]; e però, levati a rumore nel dì 8 di settembre, presero il marchese con tutti i suoi provvisionati. Lui chiusero in gabbia di ferro sotto buone guardie, e lasciarono andar con Dio il resto di sua gente, ma spogliata. In quella barbarica carcere stette languendo dipoi il marchese sino al dì 6 di febbraio dell'anno 1292, in cui colla morte diede fine ai presenti guai. E in questa tragica maniera andò a terminar sua vita _Guglielmo marchese_ di Monferrato, il cui nome e le cui imprese risonarono un pezzo entro e fuori d'Italia. Grandi furono le di lui virtù, maggiori nondimeno i suoi vizii, per li quali era odiatissimo: felice se seppe profittar del tempo che Dio gli lasciò per far di cuore penitenza de' falli suoi! Successore ed erede restò _Giovanni marchese_ suo figliuolo in età assai giovanile, che andò a trovare _Carlo II_ re di Napoli, che era ito in Provenza. Dopo la caduta di questo principe fecero a gara i popoli per mettersi in libertà e per iscaldarsi tutti, giacchè al bosco era attaccato il fuoco. Gli Astigiani s'impadronirono di varie terre; altrettanto fece il popolo d'Alba e quello d'Alessandria. Pavia scosse il giogo anch'ella, ed essendovi rientrato _Manfredi_, ossia _Manfredino da Beccheria_, gli fu data la signoria della città per dieci anni: il che fu cagione che i Torriani con altri assai del partito a lui contrario uscirono di Pavia. Profittò di così bella congiuntura anche _Matteo Visconte_ capitano de' Milanesi, che in varie storie viene chiamato _Maffeo_, perchè ottenne di essere dichiarato suo capitano dalla città di Vercelli per cinque anni. Quasi lo stesso era allora l'essere capitano che signore.

Nè queste sole mutazioni accaddero in Lombardia. Trovavasi afflitta per le tante guerre civili anche la città di Reggio[515], e mirando la quiete, di cui già godea Modena sotto il pacifico e dolce governo di _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara, tanto i cittadini dominanti, quanto i fuorusciti, si accordarono ad eleggere esso marchese per tre anni loro signore nel dì 15 di gennaio del presente anno. Il perchè egli tosto, accompagnato da molta cavalleria e fanteria, si portò colà, e vi fu con grande amore accolto. Licenziò egli tutti i soldati forestieri, ridusse in città i Roberti, soprannominati da Tripoli, e quei da Sesso e da Fogliano con tutti gli altri usciti; e diede insieme buon ordine, perchè rifiorisse fra loro la pace. Per questi benefizii fu poco appresso proclamato signore perpetuo di quella città. Nè mancarono novità in Piacenza[516]. Più d'una volta fece oste quel popolo addosso ai Pavesi, saccheggiando e bruciando; e specialmente nel mese di maggio con tutta la lor milizia e con tutta quella di Cremona, e con rinforzo di Milanesi e Breciani, uscirono essi Piacentini in campagna contra de' medesimi Pavesi. Ma, dopo aver prese e bruciate le terre di Casegio e Broni, nacque nel loro campo discordia, nè volendo passar oltre i Cremonesi, se ne tornò indietro quell'armata con poco onore. Per questo fu molto rumore in Piacenza, ed, incolpati alcuni, ebbero il bando dalla città. Seppe in tale occasione _Alberto Scotto_ farsi dichiarar capitano e signore perpetuo di quella città. Ed ecco come in poco tempo tante repubbliche di Lombardia cominciarono a passare ad una specie di monarchia: colpa delle matte fazioni de' Guelfi e Ghibellini; colpa delle frequenti animosità fra la nobiltà ed il popolo, oppure della divisione e discordia de' cittadini per altri motivi di ambizione, di vendetta o di liti civili. Il vero è nondimeno che, dato il governo ad un solo, d'ordinario cessavano le gare dei privati. Ho quasi tralasciato di dire che anche i Pisani, veggendosi a mal partito, perchè circondati all'intorno da potenti nemici, Genovesi, Fiorentini, Lucchesi, ed altri di parte guelfa, fin dall'anno 1288 cercarono di avere un valente capitano di guerra che li sostenesse ne' lor bisogni. Fecero dunque venire a Pisa _Guido conte_ di Montefeltro, che era stato mandato dal papa ai confini, e soggiornava in Asti[517]. Il ricevettero con grande onore, e a lui diedero la signoria della loro città per tre anni. Abbiamo da Giovanni Villani[518] e dal Rinaldi[519] che il pontefice, stando in Orvieto, nel dì 18 di novembre dell'anno presente, sottopose all'interdetto la città di Pisa per questo, e scomunicò esso conte Guido, se entro lo spazio di un mese non abbandonava il governo di quella città: pena che parrà strana ai tempi nostri, giacchè si trattava di città libera e non suggetta nel temporale ai romani pontefici. Cominciò il conte Guido a ricuperar le terre tolte ai Pisani; ma non potè impedire[520] che i Genovesi non prendessero l'isola dell'Elba in quest'anno, e che poscia nel mese di settembre uniti coi Fiorentini e Lucchesi non facessero oste a Porto Pisano, e lo prendessero. Furono allora disfatte le torri (che o non furono dianzi guaste, o erano state rifatte), il fanale, e tutte le case di quel luogo; e colla stessa rabbia fu guasto il poco distante Livorno. Dopo di che trionfanti se ne tornarono que' popoli alle lor case; ma dappoi il conte Guido ripigliò ai Fiorentini le castella di Monto Foscolo e di Montecchio.