Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 17

Chapter 173,358 wordsPublic domain

Erasi mosso _Odoardo re_ d'Inghilterra, e venuto in Guascogna, ed anche in Catalogna, per trattar della liberazione del suddetto re di Napoli, ossia di Sicilia, ed avea già ridotto a buon termine il negoziato[470]: con che la Sicilia e Reggio di Calabria restassero a _Giacomo re_ di Sicilia, e che i Franzesi rinunziassero alle pretensioni sopra l'Aragona. Informato di questo papa Onorio, con suo Breve dato in Roma nel dì 4 di marzo, riprovò ed annullò esso accordo. Questa fu delle ultime azioni, non so se lodevoli, d'esso pontefice; imperocchè, infermatosi in Roma nel giovedì santo, giorno 3 di aprile, passò a miglior vita[471], con avere anch'egli fatto il possibile per arricchire ed ingrandire i suoi. Vacò dipoi lungo tempo la santa Sede a cagion della discordia de' cardinali, alcuni de' quali la pagarono caro, perchè dall'aria romana furono balzati all'altro mondo. Tramarono in quest'anno due frati in Sicilia la ribellione della piccola città di Augusta, ossia Agosta, credendosi di guadagnare gran ricompensa dal papa e dal governo di Napoli, e fors'anche il paradiso con sì bella impresa. Furono a Roma[472], e non fu fatto caso del loro progetto. Andarono a Napoli, e _Roberto conte_ di Artois, balio del regno, non si lasciò scappare la congiuntura. Fece egli muovere da Brindisi quaranta galee piene di combattenti, e queste, nel dì primo di maggio, presentatesi ad Augusta, senza fatica presero il possesso della terra e del castello. Le galee, scaricati ch'ebbero gli armati, voltarono le prore alla volta di Sorrento. A questa nuova il _re Giacomo_ ordinò tosto all'ammiraglio _Ruggieri di Loria_, che fortunatamente era tornato dalla Catalogna a Messina, d'allestire quanti legni potea. Con questi esso re navigò a Catania, in tempo appunto che anche quella città correva pericolo di cadere in mano dei nemici. Poscia si portò all'assedio di Augusta, e tanto la tenne stretta e flagellò colle macchine, che per mancanza di viveri e d'acqua, nel dì 23 di giugno la costrinse alla resa, salva la vita de' cittadini, che furono dispersi per le castella della Sicilia. Intanto il valente Ruggieri di Loria, sapendo che si faceva un gran preparamento contro le terre di Sicilia, uscì colla sua flotta in traccia de' nemici. Li trovò a Castellamare, oppure a Napoli. La loro armata marittima consisteva in ottantaquattro fra galee e galeazze, senza contar altre navi e barche da trasporto e per la vettovaglia, e però superiore di gran lunga alla siciliana. Tuttavia mandò Ruggieri la sfida pel dì 25 di giugno all'ammiraglio nemico[473]; laonde per questo, o per gli scherni lor fatti dalle ciurme siciliane, si disposero tutti i baroni alla naval battaglia, animati spezialmente dalle grandi indulgenze che il _cardinal Gherardo_ legato apostolico profuse in questa congiuntura. Con incredibil valore fu combattuto dall'una e dall'altra parte; ma in fine restarono superiori i Siciliani con prendere quarantaquattro tra galee e galeazze, e gran copia di baroni, fra i quali _Filippo_ figlio del conte di Fiandra, _Raimondo del Balzo_ conte d'Avellino, e i conti di Brenna, Monopello, Aquila, Joinvilla, e _Guido conte_ di Monforte, i quali con altri nobili e circa cinque mila prigioni furono mandati a Messina, ed accolti con immenso giubilo e plauso da quel popolo. Il vittorioso Ruggieri si lasciò vedere dipoi davanti a Napoli; e se non era prevenuto dal conte d'Artois e dal legato pontificio, che tennero in dovere il popolo napoletano, questo già inclinava alla rivolta. Si riscattarono poi con danaro tutti que' baroni, a riserva del conte Guido di Monforte, che morì allora nelle prigioni, e meritava di morir peggio tanto prima. Attribuisce Giovanni Villani con altri la colpa di sì gran rotta ad Arrighino de' Mari ammiraglio, che colle sue galee genovesi abbandonò la mischia. Per questo fortunato colpo crebbe di molto la riputazion del re Giacomo, de' Siciliani e degli Aragonesi, e calò non poco quella del conte d'Artois e del re Carlo II.

Attese in questi tempi _Ottone Visconte_ arcivescovo di Milano ad esaltare la propria casa[474], coll'avere ottenuto che _Matteo Visconte_, appellato poscia il Magno, ossia il Grande, suo nipote, fosse dichiarato capitano del popolo di Milano. Ebbe questi da una figliuola di Scazzino Borri, sua moglie, cinque figli maschi, cioè _Galeazzo, Marco, Giovanni_, che fu poi arcivescovo di Milano, _Luchino_ e _Stefano_. Forte era di corpo, ma maggiormente d'animo; in accortezza e prudenza niuno gli andava innanzi; e lo studio suo principale consisteva in guadagnarsi il cuore sì della nobiltà che del basso popolo. Tendeva egli per questa via a quell'altezza a cui il vedremo giunto a suo tempo. Tenne ancora l'arcivescovo Ottone nel settembre un concilio provinciale, i cui atti furono da me già dati alla luce[475]. Peggiorarono in questo anno gli affari di Reggio e di Modena per la matta discordia dei cittadini. Nel dì 10 d'aprile la parte detta di Sopra di Reggio[476] scacciò dalla città la parte di Sotto, cioè i nobili di Fogliano e da Canossa coi loro aderenti. Accorsero i Parmigiani[477] per medicar queste piaghe; ma gl'infermi rigettarono il medico. Per sospetto che anche i Modenesi si levassero a rumore, vennero gli ambasciatori di Parma e di Bologna coi loro podestà a Modena, e nel dì 19 del suddetto mese, nel palazzo pubblico, dove intervenne tutto il clero secolare e regolare, col braccio di san Gemignano, con doppieri accesi e colle croci e turiboli, si confermò la pace fra i cittadini. Ma che? Si coprivano, non si estinguevano gli odii in quegl'infelici tempi. Però i Savignani colla parte ghibellina de' Grasolfi, e con Tommasino signore di Sassuolo andarono formando una mina, che scoppiò nel dì cinque di settembre. La Cronica di Reggio mette il dì sei. Fatta una gran raunata di banditi da Modena e Bologna, e di molta gente assoldata in Mantova e Verona, e di molti Tedeschi inviati dal conte del Tirolo[478], si presentarono alla porta bazovara di Modena, per entrarvi. Corse gente; e perchè non si potè aprire quella porta in tutto, fu difesa. Intanto, data campana a martello, ognuno colle armi volò contra dei mal venuti, con ucciderne e prenderne non pochi. Il resto si ritirò a Sassuolo. Corsero i Reggiani guelfi in aiuto di Modena, i Reggiani ghibellini in soccorso de' fuorusciti. Anche cento uomini d'armi a tre cavalli per uno furono spediti da Parma a Modena. Giunta dipoi una falsa voce a Sassuolo, che venivano colà tutte le milizie di Bologna, Parma, Cremona, e di tutta la parte della Chiesa, Tommasino da Sassuolo, che principalmente avea maneggiato il suddetto trattato, con tutti quei banditi se ne fuggì: il che riferito al popolo di Modena, gli servì di stimolo per andare a Sassuolo, e ridurre col fuoco un monte di pietre quella terra. Bernardino da Polenta, che era allora podestà di Modena, fece prendere molti nobili e potenti della città, ed uno de' Lamberti da Ferrara, incolpati di avere tenuta mano in quella trama, e ne fece impiccare trentadue: cosa riputata da tutte per un'orrida crudeltà e pazzia. Tante premure de' Parmigiani, ed anche de' Bolognesi, i quali parimente aveano spedita gente in tal congiuntura a Modena, nascevano dal timore che questa città si gittasse nel partito dei Ghibellini: essendo fuor di dubbio che _Pinamonte Bonacossi_ signore di Mantova, e _Alberto dalla Scala_ signor di Verona fomentavano ed aiutavano gli usciti ghibellini di Modena. Anzi palesemente nel mese di luglio di questo anno furono in aiuto de' fuorusciti di Reggio, i quali s'erano già messi in possesso di molte castella del Reggiano, e faceano gran guerra alla città. Andò il popolo di Reggio con cento cavalieri venuti da Modena ad assediare la rocca di Tumberga, dove stavano alcuni de' Fogliani e Canossi. Mossesi allora Alberto dalla Scala con tutta la cavalleria di Verona e con due figliuoli di Pinamonte, e gran quantità di cavalieri mantovani, e venne per liberar quella rocca dall'assedio; prese anche il castello di Santo Stefano, situato due miglia lungi da Sassuolo. Trattarono gli ambasciatori di Bologna un accordo per essa rocca, ed ebbe fine quel rumore, ma non già la nemicizia e guerra fra quelle fazioni, contuttochè fosse fatto compromesso nel comune di Bologna, e proferito il laudo, che non ebbe effetto alcuno. Fu anche nell'anno presente novità in Toscana. Imperocchè nel mese di giugno[479] i Bostoli e Tarlato di Pietramala, e tutti i grandi di Arezzo ghibellini, fatto concerto col vescovo e con altri vicini di lor fazione, oppressero all'improvviso la parte guelfa, e la spinsero fuori della città, con dichiarare poscia signore il vescovo suddetto degli Ubertini, gran ghibellino. Per questo insorse guerra fra i Fiorentini ed Aretini. Venne anche ad Arezzo Prinzivalle dal Fiesco, vicario del re Ridolfo, con alcune poche squadre di Tedeschi, e colà trassero tutti i Ghibellini di Toscana. Durando tuttavia la guerra fra Genova e Pisa[480], mandarono i Genovesi alquante loro galee ad infestar Porto Pisano. A queste riuscì di rompere la catena e di entrarvi, con bruciar ivi alcuni legni e varie macchine da guerra: il che fatto, se ne tornarono come trionfanti a Genova. Ebbero anche i Pisani una spelazzata dai Lucchesi a Buisi[481], essendo restati prigioni molti nobili di quella città, e fra gli altri Baldino degli Ubaldini, nipote dell'arcivescovo di Pisa. Se pure in questi tempi è da fidarsi della cronologia degli Annali di Forlì[482], era seguita una lega fra i comuni di Forlì e di Faenza a propria difesa contra del conte della Romagna. Malatesta potente cittadino di Rimini quegli fu che maneggiò questa unione, pacificando fra loro le famiglie potenti di quella città. Ma mentre egli nel dì 14 di giugno con settanta uomini a cavallo da Forlì passava a Rimini, cadde in un'imboscata, tesagli dal conte suddetto della Romagna, e furono morti o presi alcuni de' suoi, fra i quali Giovanni Malatesta suo parente. S'interposero poi varii pacieri, e ne seguì una concordia, per cui le città di Rimini, Forlì e Faenza fecero un deposito di quattro mila fiorini d'oro per cadauna, affine di liberar l'imprigionato Giovanni; e il conte della Romagna sospese tutti i processi e bandi fatti contra di quelle città, finchè il romano pontefice vi consentisse.

NOTE:

[468] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 109.

[469] Rubeus, Hist. Ravenn. Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.

[470] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[471] Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital.

[472] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 110, tom. 13 Rer. Ital.

[473] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 116.

[474] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 324.

[475] Tom. 8 Rer. Ital.

[476] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[477] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[478] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[479] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 114.

[480] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[481] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[482] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXXXVIII. Indiz. I.

NICCOLÒ IV papa 1. RIDOLFO re de' Romani 16.

Il trovarsi chiusi i cardinali per sì lungo tempo nel palazzo del papa Onorio IV a Santa Sabina, senza potersi accordare nell'elezione di un nuovo pontefice, cagion fu che vi morirono sei di essi, e gli altri spaventati si ritirarono alle case loro[483]. Il _cardinal Girolamo_ nativo d'Ascoli, già ministro generale de' frati minori, ed allora vescovo di Palestrina, stando solo fermo nel conclave, si seppe difendere dai cattivi influssi dell'aria con far fuoco tutta la state nella sua camera. Ora avvenne che raunati i cardinali restanti nella festa della cattedra di san Pietro, cioè nel dì 22 di febbraio[484] (e non già nel dì 15 d'esso mese, come taluno ha scritto), concorsero tutti ad una voce ad eleggere il suddetto cardinal Girolamo, il quale fu il primo de' frati minori che giugnesse al pontificato, e prese il nome di _Niccolò IV_ per gratitudine al suo promotore Niccolò III. Da Roma passò egli a Rieti, e quivi sino all'anno venturo tenne la sua residenza. Una delle sue prime occupazioni fu di citare con discrete esortazioni e minaccie _Giacomo re_ di Sicilia[485], e di procurar in tutte le forme la liberazione di _Carlo II_ re di Napoli, che era prigione in Catalogna. Fece dipoi nella Pentecoste una promozion di varii cardinali. Sì efficacemente si adoperò in quest'anno _Odoardo re_ d'Inghilterra, che in Oleron di Bearn fu conchiusa la liberazione di esso Carlo II re di Sicilia, ch'io mi farò lecito di chiamare re di Napoli per minor confusione della storia. Era questo principe stanco di vedersi ristretto in una fortezza, e però acconsentì alle condizioni che furono stabilite da _Alfonso re_ d'Aragona, e dal re d'Inghilterra mediatore. E lasciovvisi indurre anche Alfonso, perchè i Franzesi faceano di grandi minaccie contra de' suoi Stati. Le condizioni furono[486]: Che Carlo desse per ostaggi al re d'Aragona tre suoi figliuoli, cioè _Luigi_ suo secondogenito, che fu poi santo vescovo, _Roberto_ terzogenito, che fu poi re di Napoli, e _Giovanni_ ottavogenito, che portò poi il titolo di principe della Morea, e sessanta nobili provenzali; che pagasse trenta mila marche d'argento; che procurasse da _Carlo di Valois_ la rinunzia di sue pretensioni alla corona aragonese; che lasciasse la Sicilia al _re Giacomo_ fratello d'esso Alfonso, con altre ch'io tralascio. E, non potendo eseguir le condizioni suddette nel termine d'un anno, dovesse Carlo ritornare in prigione. Spedita a Rieti questa capitolazione, fu disapprovata; e però convenne modificarla, lasciando andar il punto riguardante la Sicilia. Fu dunque Carlo nel mese di novembre messo in libertà, ed allora egli assunse il titolo di re di Sicilia, e venne alla corte di Parigi per trattar dell'esecuzione di sue promesse.

S'erano rinforzati di molto gli Aretini col concorso di sì gran copia di Ghibellini non solo della Toscana, ma anche della Romagna, del ducato di Spoleti e della marca d'Ancona: il che dava molto da pensare ai Guelfi di Toscana. Perciò i Fiorentini, siccome caporioni della parte guelfa, determinarono di uscire in campagna contra di Arezzo[487]; e messe insieme le lor forze, chiamate ancora le amistà di Lucca, Pistoia, Prato, Volterra e d'altre terre, con un'armata di due mila e secento cavalieri e di dodici mila pedoni fecero oste nel distretto d'Arezzo, con prendere le castella di Leona, Castiglione degli Ubertini, e quarant'altri luoghi. Posersi dipoi all'assedio di Laterina; e colà giunsero ancora i Sanesi con quattrocento cavalli e tre mila fanti. Si rendè Laterina; un gran guasto fu dato al paese, e nella festa di san Giovanni Batista, arrivato l'esercito fiorentino alle porte di Arezzo, quivi fece correre il pallio, come s'usa in Firenze quel dì, per far onta agli Aretini; e poi se ne tornarono a riposare a Firenze. Non vollero i Sanesi accompagnarsi con loro, ma baldanzosamente s'avviarono a casa per la loro via; ma i caporali aretini, sentendo ciò, misero in agguato trecento uomini d'armi e due mila pedoni al valico della Pieve al Toppo. Colà giunti i Sanesi sprovveduti e senza ordine, furono facilmente sconfitti, e vi restarono tra morti e prigioni più di trecento de' migliori cittadini di Siena e gentiluomini di Maremma[488], fra' quali è da notare Ranuccio di Pepo Farnese, che era capitano di taglia della parte di Toscana. Questo avvenimento non poco aumentò la baldanza degli Aretini, e sbigottì non poco i Guelfi di Toscana.

Fecesi anche in Pisa gran novità. Avea il conte Ugolino de' Gherardeschi col mezzo di varie doppiezze ed iniquità occupato il dominio di quella città; s'era guadagnata l'amicizia de' Fiorentini e Lucchesi con rendere loro alcune castella del comune, e andava poi attraversando la pace co' Genovesi, desiderata da molti per riavere i lor prigioni. Trovavasi allora Pisa divisa in molte fazioni; quella dell'arcivescovo _Ruggieri_ degli Ubaldini era la più forte, ed egli appunto nudriva un odio intenso contra del conte, fra le altre cagioni, perchè gli avea bestialmente ucciso un nipote. Ordinò dunque il prelato una congiura, che ebbe il suo effetto nel dì 11 del mese di luglio[489]; perchè, alzatosi a rumore il popolo con assai dei nobili, espugnò il palazzo, dove fece difesa, finchè potè, il conte Ugolino, ma in fine venne in mano degl'infuriati nemici. Fu egli cacciato nel fondo di una torre con due suoi piccioli figli e tre nipoti, figliuoli del figliuolo, e quivi chiuso, con essersi poi gittate le chiavi in Arno, per lasciarli morire ivi tutti di fame. Questa orrida scena si vede mirabilmente descritta da Dante nel suo Inferno; e quantunque alla malvagità del conte Ugolino stesse bene ogni gastigo, pure gran biasimo di crudeltà incorsero dappertutto i Pisani per la morte di quegl'innocenti fanciulli. Con ciò Pisa tornò a parte ghibellina, e ne furono cacciati tutti i parenti ed aderenti del conte, e con loro i Guelfi, capo de' quali essendo il giudice di Gallura Nino de' Visconti, questi, unito coi Lucchesi, occupò il castello d'Asciano, tre miglia vicino a Pisa. Abbiamo dagli Annali di Genova che in questo anno i comuni di Genova, Milano, Pavia, Cremona, Piacenza e Brescia fecero una lega contra di _Guglielmo marchese_ di Monferrato. La Cronica d'Asti[490] ci assicura che gli Astigiani entrarono anche essi in questa alleanza. Crescendo ogni dì più le animosità e gli odii fra i cittadini di Modena e di Reggio[491] e i loro fuorusciti, i Reggiani, assistiti da cento cavalieri di Modena, si portarono all'assedio di Monte Calvoli; ma dopo due giorni nel dì 15 di giugno furono assaliti con tal bravura dagli usciti di Reggio, ragunati prima a Mozzadella, che della lor brigata moltissimi vi perirono, e molti più de' migliori cittadini di Reggio vi rimasero prigioni: il resto si salvò col favor delle gambe. Questa ed altre perdite fatte dal popolo di Reggio, e il veder massimamente assistiti i loro usciti dai signori di Mantova e di Verona, gli indusse a cercar la pace. Fatto dunque compromesso nel comune di Parma, seguì nell'ottobre l'accordo, ma ne restarono esclusi quei da Sesso e gli altri Ghibellini. Matteo da Correggio fu allora creato podestà di Reggio[492]. Nel dì 28 dello stesso ottobre, i signori di Savignano cogli altri sbanditi di Modena, e con cinquecento cavalli, entrarono in Savignano, e si diedero a rifabbricarlo e fortificarlo in fretta. Accorse ben presto colà il popolo di Modena; ma, conosciuta l'impossibilità di scacciarli, dopo aver alzata una specie di fortezza in vicinanza di quel luogo, se ne tornarono a casa.

E allora fu che i Modenesi, oramai scorgendo la pazzia, e gli immensi danni e le continue inquietudini prodotte dalla discordia e fazioni, presero il sano consiglio di ottener la quiete, con darsi ad _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara. Però nel dì 15 di dicembre[493] spedirono il loro vescovo, cioè _Filippo dei Boschetti_, Lanfranco de' Rangoni, Guido de' Guidoni con altri ambasciatori a Ferrara, dove presentarono al marchese le chiavi della città, e la elezione di lui fatta in signore perpetuo di Modena. Mandò egli il conte Anello suo cognato con cento cinquanta cavalieri a prenderne il possesso, con promessa di venir egli in persona fra pochi giorni. In questi tempi Armanno de' Monaldeschi da Orvieto fu mandato da papa _Niccolò IV_ per conte della Romagna[494], e nel dì 7 di maggio entrò nel governo di quella provincia, e tenne un parlamento generale nella città di Forlì. Fu cacciato nello stesso mese fuor di Rimini Malatesta da Verucchio, che andò tosto a trovar esso conte. Ma da li a qualche tempo, avendo Giovanni soprannominato Zotto, cioè Zoppo, figliuolo del medesimo Malatesta, occupato il Poggio di Monte Sant'Arcangelo del distretto di Rimini, corsero ad assediarlo i Riminesi: laonde il conte Armanno fece proclamare un general esercito di tutta la Romagna, e andò a quel castello, per quanto pare, in aiuto del Malatesta. Anche Malatestino, altro figliuolo del suddetto Malatesta, s'impadronì del castello di Monte Scutolo, che fu poi assediato e ricuperato dai Riminesi[495], non ostante che il conte Armanno minacciasse di soccorrerlo, con restarvi prigione esso Malatestino e tutti i suoi.

NOTE:

[483] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bern. Guid. Giovanni Villani.

[484] Papebrochius Propyl. ad Act. Sanct. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[485] Raynald., Annal. Eccl.

[486] Rymer, Acta publ. Angl.

[487] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 119.

[488] Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.

[489] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10.

[490] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[491] Memoriale Potest. Regiens.

[492] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.

[493] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[494] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXXXIX. Indiz. II.

NICCOLÒ IV papa 2. RIDOLFO re de' Romani 17.