Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 14

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Trovavasi in gravi angustie ed affanni sul principio dell'anno presente la città di Forlì; e i Lambertazzi ed altri fuorusciti ghibellini colà rifugiati non trovavano più scampo, perchè si vedevano battuti dall'un canto dall'armi spirituali del papa, e dall'altro attorniati dall'armi temporali d'esso pontefice, del re Carlo, de' Bolognesi e degli altri Guelfi di Romagna, Lombardia e Toscana. Come resistere a tanti nemici un pugno di gente? Però il _conte Guido_ da Montefeltro[390], i Forlivesi e gli altri fuorusciti spedirono un'altra ambasceria ad Orvieto a papa _Martino IV_ per supplicarlo di aver misericordia di loro. Furono bruscamente ricevuti anche questa fiata gli ambasciatori, ed ebbero per risposta che Forlì non avrebbe mai perdono e pace, se prima non iscacciava tutti i forestieri maschi e femmine. A questo disse il deputato de' Lambertazzi e degli altri fuorusciti, che erano pronti ad ubbidire e ad andarsene, ma che supplicavano sua Santità di assegnar loro un sito da potervi abitare, giacchè iniquamente erano stati cacciati dalle lor patrie, nè aveano luogo per loro abitazione. Nè pur questo poterono impetrare, ma ignominiosamente furono licenziati e caricati di scomuniche. Se qui alcuno cercasse il comun padre dei fedeli, forse nol troverebbe: colpa, a mio credere, del re Carlo, che inesorabile contra dei Ghibellini, aveva anche la fortuna di poter prescrivere quanto voleva alla corte di Roma. Così non avea fatto il precedente pontefice _Niccolò III_. Ebbe dunque ordine Giovanni d'Eppa o sia d'Appia, conte della Romagna, di rinforzar la guerra contra di Forlì, nella quale impresa il papa andava impiegando il danaro sborsato dalla pietà dei fedeli, perchè servisse in soccorso di Terra Santa. Ora il conte della Romagna, dopo aver maneggiato un trattato segreto con alcuni dei cittadini di quella città, perchè gli dessero una porta[391], su questa speranza comparve sotto Forlì sull'imbrunir della notte precedente al dì primo di maggio con un potente esercito[392]. A Guido conte di Montefeltro, e capitano dei Forlivesi, non era ignoto questo trattato; anzi dicono che ne fu egli stesso il promotore, siccome astutissimo e gran maestro di guerra. Aveva egli ordinato che tutti i cittadini preparassero buona cena, e lasciassero aperta una porta. Ed allorchè i nemici arrivarono, egli con tutta la gente atta all'armi uscì fuori della città per un'altra. Entrò Giovanni d'Eppa con parte dell'esercito nell'aperta città, nè trovandovisi resistenza alcuna, le soldatesche si sparsero per la terra e per le case a darsi bel tempo coi cibi e vini lor preparati; e tolte le briglie ai lor cavalli, li misero alle greppie e al riposo. Allorchè fu creduto che fossero ben satolli ed ubbriachi, e andati a dormire, il conte Guido colla sua gente rientrò per una porta che tuttavia si custodiva per lui, e diede addosso ai nemici che senza poter raccoglier, sè stessi, nè ordinare le loro armi e cavalli, restarono per la maggior parte vittima delle spade de' Forlivesi[393]. Dicono altri che il conte Guido andò prima ad assalire e sconfiggere la parte dell'armata che Giovanni di Eppa avea lasciato di fuori in un determinato luogo, e poscia, rientrato in città, fece del resto, con altre particolarità che io tralascio per dubbio della lor sussistenza. Certamente cadono molti inverisimili nella maniera con cui dicono condotto questo fatto. E si può dubitare che il tempo e le ciarle del volgo accrescessero delle favole alla verità dell'avvenimento. Favole sembrano ancora tanti altri fatti attribuiti in queste guerre a _Guido Bonato_, filosofo e strologo famoso di que' tempi, e cittadino di Forlì, narrati nella Cronica di quella città. Per attestato della Cronica di Parma[394], con cui vanno d'accordo fra Francesco Pipino[395] e Ricobaldo[396], il conte della Romagna entrò in un borgo di Forlì, ebbe una porta della città, e vi prese molte case per forza. Ma per sagacità e valore del conte Guido da Montefeltro e de' Forlivesi egli restò sconfitto. Due mila e più, la maggior parte Franzesi, vi lasciarono la vita, e quasi tutto il resto vi rimase prigione. Fra gli altri che perirono nella fossa di quella città, si contò Tibaldello degli Zambrasi, che avea tradita Faenza. E vi morì il conte Taddeo da Montefeltro, nemico del conte Guido, con altri nobili bolognesi e della Romagna. La Cronica di Bologna[397], che per errore, mette questo fatto sotto il dì 7 di giugno va annoverando la cavalleria venuta da diverse parti all'esercito del conte della Romagna, e la fa ascendere a tre mila e quattrocento cavalieri. Nulla dice dello stratagemma suddetto del conte Guido; e solamente parla d'un fiero combattimento seguito ne' borghi di Forlì, colla disfatta de' Guelfi. Altrettanto abbiamo dalla Vita di papa Martino[398]. Giovanni d'Eppa falso è che morisse in quel conflitto. Egli, per attestato di Ricobaldo, arrivò a Faenza sano e salvo con circa venti cavalli, e fu poi adoperato dal papa in altre militari imprese.

Veggendo i Lodigiani[399] ridotti in pessimo stato gli affari de' Torriani, e temendo di restar eglino la vittima dello sdegno de' Milanesi, trattarono di pace con _Ottone Visconte_ arcivescovo di Milano, il quale volentieri vi acconsentì, purchè rinunziassero alla protezione de' Torriani. Seguitarono essi nondimeno, per attestato della Cronica di Parma, a tener la parte guelfa. Di qui prese maggior orgoglio _Guglielmo marchese_ di Monferrato, e cominciò, di capitano che egli era, a far da signore di Milano, in pregiudizio dell'autorità dell'arcivescovo. Ottenne di poter mettere un vicario e un podestà in Milano a piacimento suo, e vi mise Giovanni dal Poggio Torinese. L'arcivescovo, come uomo accorto, mostrava di non curarsene, ma, conoscendo dove il marchese mirasse, cominciò segretamente a tirare nel suo partito alcune delle case più forti di Milano, cioè quelle di Castiglione, Carcano, Mandello, Posterla e Monza, e a disporre i mezzi per liberarsi dalla prepotenza del marchese. Minacciava intanto esso marchese i Cremonesi, e però, ad istanza di quel popolo, tenuto fu un parlamento in Cremona, dove intervennero i Piacentini, Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Bolognesi, Ferraresi e Bresciani, tutti di parte guelfa. Risoluto fu di spedire ambasciatori al papa per ricavarne dei soccorsi e di tenere in essa Cremona una taglia di soldati di cadauna città per difesa di quella. E perciocchè Buoso da Doara era entrato in Soncino, e s'era anche ribellato al comune di Cremona il castello di Riminengo, i Parmigiani, Piacentini e Bresciani colle loro forze marciarono a Cremona, e passarono dipoi a dare il guasto a Soncino. Nel dì 2 di luglio il marchese di Monferrato coi Milanesi, Astigiani, Novaresi, Alessandrini, Vercellesi, Comaschi e Pavesi venne sino a Vavrio, e quivi si accampò, con ispargere voce di voler pacificare tutta la Lombardia. Ma le apparenze erano che egli meditasse d'entrare nel Cremonese[400]. Allora tutte le città guelfe suddette inviarono le lor milizie a Paderno in aiuto di Cremona. Furono anche richiesti di soccorso il marchese d'Este, il conte della Romagna e i comuni della Toscana; ed ognuno promise de' buoni rinforzi, se si fosse dovuto venire ad un fatto d'armi. Giunse il marchese a postarsi due miglia lungi da Crema, e i collegati piantarono in faccia di lui il lor campo. Si trombettava ogni dì, ma niuno uscì mai per volere battaglia, nè i Milanesi voleano entrar nel Cremonese, perchè durava la tregua fra loro, sicchè il marchese nel dì 12 di luglio, senza far altro, si ritirò, e lo stesso fecero gli avversarii guelfi. Diedero i Cremonesi il guasto sino alle porte di Soncino, la qual terra riebbero poi per tradimento nel dì 11 di novembre. Mandarono i Parmigiani una taglia de' lor soldati in servigio del papa contra Forlì, ed ottennero che si levasse l'interdetto dalla loro città, con esservi tornati solennemente i frati predicatori, che già n'erano usciti.

Fece in quest'anno Giovanni d'Eppa conte di Romagna l'assedio della terra di Meldola, e, dopo avervi inutilmente consumati alquanti mesi, fu forzato dalla penuria de' viveri e dalla perversa stagione a ritirarsene. Il conte d'Artois ed altri principi franzesi, spediti dal re di Francia, passarono per Parma e Reggio nell'ottobre dell'anno presente, menando seco una gran quantità di cavalli e fanti in aiuto del re Carlo dopo la perdita della Sicilia. Tennesi una nobilissima corte bandita in Ferrara per la festa di san Michele di settembre dell'anno presente e ne' susseguenti giorni[401], perchè _Azzo VIII_, figliuolo d'_Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara, fu creato cavaliere, e prese per moglie _Giovanna_ figliuola di _Gentile Orsino_ nipote del fu papa Niccolò III, e figliuolo di _Bertoldo_ già conte della Romagna. A tanti sconvolgimenti d'Italia si aggiunse in questo anno anche il principio d'un'aspra e funestissima guerra[402] fra i Genovesi e Pisani, popoli amendue potenti per terra e per mare. Nacque la lor discordia dallo avere i Genovesi inviate quattro galee in Corsica per gastigare il giudice di Cinarca, che avea fatto non pochi aggravii alla lor nazione. L'aveano essi ridotto in camicia. Fu presa dai Pisani la protezion di costui con pretenderlo loro vassallo; e gli ambasciatori adoperati per questo affare, in vece di rimettere la pace, fecero saltar fuori la guerra, che andò a finire nella rovina di Pisa. Si diedero tutti e due questi comuni a fare un mirabil preparamento di galee e d'altri legni. Vennero anche i Pisani a Porto Venere, e diedero il guasto a quel paese; ma nel ritornare a casa, levatasi una crudel tempesta, spinse diecisette delle loro galee alla spiaggia, e le ruppe colla morte di molta gente. Anche i Perugini inferocirono nell'anno presente contro la città di Foligno[403], non so per quali disgusti. Studiossi ben papa Martino di fermare il loro armamento colla minaccia delle scomuniche; ma, senza farne caso, essi procederono innanzi con guastar tutto il paese sino alle porte di quella città. Non mancò già il papa di scomunicare quel popolo; ma esso, maggiormente irritato per questo, ed imbestialito, fece un papa e varii cardinali di paglia, e, dopo avere strascinati per la città que' fantocci, sopra una montagna li bruciò, dicendo: _Questo è il tal cardinale, questo è quell'altro._ Sorse ancora nei medesimi tempi guerra in Roma fra gli Orsini e gli Annibaldeschi[404]. Erano i primi odiati dal re Carlo per la memoria del loro zio; e però, unito il vicario di esso re, che esercitava l'uffizio di senatore, andò cogli Annibaldeschi a dare il guasto sino a Palestrina, dove s'erano ritirati gli Orsini.

NOTE:

[380] Bartholomaeus de Neocastro, Hist. Sicul., tom. 13 Rer. Ital, Sabas Malaspina. Ricord. Malaspina.

[381] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[382] Giachetto Malaspina. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 56 et seq.

[383] Bartholomaeus de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus Specialis, Chron. Sicul., cap. 38, tom. 10 Rer. Ital. Jordan., in Chron. Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[384] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 61.

[385] Giacchetto Malaspina, cap. 212.

[386] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 63.

[387] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[388] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.

[389] Franciscus Pipinus, lib, 3, cap. 15, tom. 9 Rer. Ital.

[390] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[391] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[392] Giachetto Malaspina, cap. 215. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.

[393] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[394] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[395] Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.

[396] Richobald., in Pomar., tom. Rer. Ital.

[397] Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[398] Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[399] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 319.

[400] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[401] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.

[402] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.

[403] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXXXIII. Indiz. XI.

MARTINO IV papa 3. RIDOLFO re de' Romani 11.

Non istette già colle mani alla cintola _Pietro re_ d'Aragona, dacchè ebbe dato sesto alle cose della conquistata Sicilia, ma rivolse il pensiero anche alla vicina Calabria[405]. Già aveva egli nel dì 6 di novembre spedite quindici galee con alcune migliaia de' suoi bellicosi fanti catalani verso la Catona, dove era un presidio di due mila cavalli ed altrettanti fanti, postovi da _Carlo principe_ di Salerno, primogenito del re Carlo, lasciato ivi dal padre per opporsi ai tentativi dei nemici. Nella notte del dì 6 di novembre i Catalani assalirono sì vigorosamente quella guarnigione, che parte ne uccisero, e il restante misero in fuga. Nel dì 11 seguente s'impadronirono ancora della Scalea, e vi fu posto un presidio di cinquecento Catalani, che cominciarono ad infestare i contorni di Reggio. Essendosi ritirato il principe Carlo nel piano di San Martino, per non restar troppo esposto agli attentati de' nemici, il popolo di Reggio si diede incontanente al re Pietro, il quale, nel dì 14 di febbraio, fece la sua solenne entrata in quella città. L'esempio di Reggio seco trasse anche la città di Gieraci. Avea il re Pietro già spedito ordine che la _regina Costanza_ sua moglie co' figliuoli venissero in Sicilia. Vi arrivò essa nel dì 22 d'aprile; fu riconosciuta per legittima padrona della Sicilia; e l'infante _don Giacomo_ suo secondogenito fu accettato per successore di quella corona, giacchè il re Pietro suo padre veniva obbligato da' suoi affari a tornarsene in Catalogna. Il motivo della sua partenza fu questo. Nell'anno precedente avea il re Carlo mandato a dire al re Pietro delle villane parole, trattandolo da traditore e fellone; e per mantenerglielo in buona forma, lo sfidò a combattere con lui a corpo a corpo. Più saporita nuova di questa non potea giugnere al re Pietro, che in coraggio e valore non cedeva punto al re Carlo, ma il superava di molto nell'accortezza. Si trovava egli con poca moneta; e se il re Carlo colle sue forze avesse continuata la guerra in Calabria e Sicilia, gran pericolo v'era di soccombere col tempo. Il meglio era di addormentarlo, di guadagnar tempo con accettare il proposto duello, e di farlo intanto uscire d'Italia[406]. Diede dunque per risposta che manterrebbe in campo e in paese neutrale al re Carlo il suo legittimo diritto e possesso della Sicilia; e però fu concertato con solenne promessa e giuramento che da essi re e da novanta nove cavalieri eletti per cadauna delle parti si farebbe il combattimento in Bordeos di Guascogna, ottenutane prima licenza dal re d'Inghilterra, padrone allora di quella città. Chi restasse vincitore chetamente ancora sarebbe padrone della Sicilia, e chi mancasse alla promessa verrebbe dichiarato infame, e privato del titolo di re, con altre gravissime pene. Il dì primo di giugno fu destinato per questa insigne battaglia. Portato a _papa Martino_ l'avviso di così strepitosa risoluzione, tanto è lungi che v'intervenisse l'approvazione sua, come scrive il Villani dopo il Malaspina[407], che anzi la detestò[408], e fece quanto potè per dissuadere il re Carlo, mostrandola contraria non meno alla politica che alla coscienza, ed intimando la scomunica contra chiunque passasse ad eseguirla. Non si fermò per questo il coraggioso re Carlo; scelti i suoi cavalieri tra Franzesi, Provenzali ed Italiani, che tutti fecero a gara per essere di quel numero, fu nel dì prefisso e Bordeos, passeggiò co' suoi armati il campo, ma finì la giornata, senza che si lasciasse vedere il re d'Aragona. Deluso in questa maniera il re Carlo, se ne tornò a Parigi, malcontento di non aver potuto combattere, e d'avere inutilmente perduto il tempo; ma contento per essere, secondo l'opinione sua, divenuto l'Aragonese spergiuro in faccia del mondo, e caduto nella infamia e nell'altre pene prescritte nella convenzione. Pubblicò pertanto un manifesto, dove esponeva le dislealtà e finzioni di Pietro, e le pene da lui incorse. Ma Pietro anche egli ne divolgò un altro in sua difesa. E qui non s'accordano gli scrittori. Vi ha chi tiene, non essere egli punto andato a Bordeos; ed altri ch'egli vi andò travestito, e segretamente si lasciò vedere al siniscalco del re d'Inghilterra, con protestare d'essere pronto a combattere, ma che non potea farlo, non trovandosi sicuro in quel luogo, dacchè _Filippo re_ di Francia s'era postato con più di tre mila cavalieri una sola giornata lungi da Bordeos[409], e nella stessa città era concorsa troppa copia di Franzesi. Preso pertanto un attestato di sua comparsa dall'uffiziale del re inglese, rimontato a cavallo, frettolosamente se ne tornò in Aragona. Se ciò sia finzione o verità, nol so dire. Quand'anche sussistesse la segreta sua andata a Bordeos, giacchè scrive l'autore della Cronica di Reggio[410] ch'egli fu veduto nel dì 30 di giugno in vicinanza di quella città; tuttavia non si sa ch'egli menasse seco i cavalieri che dovea condurre, e però sembra potersi conchiudere che questa scena fu fatta per deludere il re Carlo, e non già per decidere con un duello, cioè con poco cervello, la controversia della Sicilia da lui posseduta, quantunque anch'egli avesse già scelti i suoi cavalieri, per dare un bel colore all'inganno. Ho io rapportato altrove[411] alcuni atti pubblici spettanti a questa tragedia, oppure illusione fatta al re Carlo dallo scaltro re d'Aragona, apparendo da essi che fra le condizioni v'era che il re d'Inghilterra dovesse essere presente al combattimento, ed è certo ch'egli non venne a Bordeos, nè mai consentì a dare il campo, nè ad assicurarlo: il che solo bastava ad iscusare e discolpare il re Pietro.

Qui nondimeno non terminò la faccenda. Il pontefice Martino prese di qui motivo per aggravar le censure contra del re Pietro, e passò a dichiararlo non solamente ingiusto usurpatore del regno della Sicilia, ma anche decaduto da quelli d'Aragona, Valenza e Catalogna[412], con appresso conferirli a _Carlo di Valois_, secondo figliuolo del re Filippo di Francia, il quale doveva in avvenire riconoscerli in feudo, e prenderne l'investitura dal romano pontefice. Come fosse creduto giusto e lodevole questo papal decreto, lo lascierò io decidere ad altri. Ben so che i signori franzesi, i quali specialmente in questi ultimi tempi hanno impugnata l'autorità che si attribuiscono i sommi pontefici di deporre i re e di trasferire i regni, allora a man baciata riceverono questo regalo degli altrui Stati, loro fatto da papa Martino, e tentarono in vigor d'esso di occuparli, siccome vedremo. Abbiamo da Bartolommeo di Neocastro che furono in quest'anno spedite dal re Carlo verso Puglia venti galee di Provenzali. Dirizzò questa flotta le vele verso Malta, dove quel castello tuttavia si tenea fedele ad esso re, benchè assediato dai Siciliani, per dargli soccorso[413]. N'ebbe contezza il valente ammiraglio di Sicilia _Ruggieri di Loria_, e tutto allegro con dieciotto galee ben armate sciolse da Messina per andare a trovarlo. Arrivato al porto di Malta, attaccò la zuffa, e fu questa terribile di più ore; ma infine dieci d'esse galee provenzali furono prese dai Siciliani e condotte a Messina; l'altre dieci maltrattate se ne tornarono con indicibil fretta al loro paese. Miglior fortuna ebbero in Romagna l'armi del pontefice, che avea fatto venir grossa gente di Francia, ed unita colle milizie delle città guelfe di Romagna e di Lombardia. Capitano di questa possente armata fu creato[414] Guido conte di Montefeltro, già rimesso in grazia della Sede apostolica, con ordine di domare i Forlivesi, ricettatori ostinati degli usciti ghibellini. Ma, scorgendo quel popolo di non potere alla lunga sostenere il peso della guerra contra di tanti nemici, massimamente dappoichè il paese era sprovveduto di viveri, mandò ambasciatori al papa, ed altrettanto fece il _conte Guido_ di Montefeltro, ad esibir la loro sommessione a quanto la santità sua avesse ordinato. Accettata L'offerta, furono cacciati da quella città tutti i Lambertazzi con gli altri Ghibellini, che andarono dispersi colle lor misere famiglie per l'Italia; e Guido da Montefeltro fu mandato a' confini, cioè in luogo disegnato dal papa. Venuto poscia a Forlì un legato pontificio, in gastigo della strage dianzi fatta de' Franzesi, fece demolir le mura, le torri ed ogni fortezza di quella città, e spianarne le fosse[415]. Anche Cesena, Forlimpopoli, Bertinoro, Meldola e le castella di Montefeltro vennero all'ubbidienza del papa, e quivi ancora fu fatto lo stesso scempio di mura e fortezze. Oltre a ciò, in tutti que' luoghi furono cavati dai sepolcri i morti nel tempo della guerra, e seppelliti come scomunicati fuori della città. Secondo Galvano Fiamma[416] e gli Annali Milanesi[417], in quest'anno _Ottone Visconte_ si liberò da _Guglielmo marchese_ di Monferrato, e per questo ho io differito a parlarne qui, benchè la Cronica di Parma metta il fatto nell'anno precedente. Anzi, dicendo il Fiamma, essere ciò succeduto nella festa di san Giovanni Evangelista, se l'anno milanese avea allora principio nel Natale del Signore, ancora, secondo lui, si dee riferir questo fatto all'antecedente anno, come appunto accuratamente notò anche il Corio[418]. Era il marchese Guglielmo principe di fina politica e destrezza, e di non minor ambizione provveduto. Mirava egli a farsi signore di tutta la Lombardia. E già gli era riuscito di farsi proclamare a poco a poco signor di Como, Alba, Crema, Novara, Alessandria, Vercelli[419]. Non so ben dire se anche Pavia. Gli restava Milano; egli ne era già capitano, vi avea un gran partito, e andava disponendo le cose per abbattere la signoria dell'arcivescovo Ottone, e prender egli le redini, del governo. Ottone, che a lui non cedeva in avvedutezza, aspettato il tempo propizio che il marchese fosse ito per suoi affari a Vercelli, nel dì 27 di dicembre dell'anno precedente, montato a cavallo con tutti i suoi aderenti, prese il Broletto e il palazzo pubblico, e ne scacciò Giovanni dal Poggio podestà e vicario del marchese, mettendovi in suo luogo Jacopo da Sommariva Lodigiano. Fece appresso intendere al marchese che non osasse più di ritornare a Milano: dal che si accese una mortale nemicizia fra loro. Cercò immantenente Ottone di fortificarsi nel ricuperato pieno dominio di Milano coll'amicizia de' vicini, e però stabilì pace e lega coi Cremonesi, Piacentini e Bresciani. Fiera guerra continuò in quest'anno fra i Genovesi e Pisani per mare, avendo l'uno e l'altro popolo fatto un formidabil armamento di galee e d'altri legni. Presero i Genovesi e saccheggiarono l'isola della Pianosa, e sottomisero alcune navi de' Pisani, e gli altri parimente fecero quegl'insulti che poterono ai Genovesi. Minutamente si veggono descritti i lor fatti negli Annali di Genova[420]; tali nondimeno non sono che meritino d'esserne qui fatta particolar menzione. Succederono delle novità anche in Trivigi[421], città al pari dell'altre divisa in due fazioni. _Gherardo_ della nobil famiglia da Camino seppe far tanto, che ne scacciò fuori Gherardo de' Castelli capo della parte contraria, e prese la signoria di quella città. Tollerabile riuscì dipoi il suo governo, perchè era amatore della giustizia. Ebbe principio nel marzo di quest'anno la guerra dei Veneziani col patriarca d'Aquileia per le giurisdizioni dell'Istria, come s'ha dalle Vite di que' patriarchi, da me date alla luce[422]. Durò questa quasi undici anni, e in fine fu costretto il patriarca ad accomodarsi, come potè, con chi era superiore di forze.

NOTE:

[404] Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[405] Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.

[406] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 85.

[407] Giachetto Malaspina, cap. 217.

[408] Raynald., in Annal. Eccl.

[409] Bartholom. de Neocastro, cap. 68, tom. 13 Rer. Ital.

[410] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[411] Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX.

[412] Raynald., in Annal. Ecclesiast.

[413] Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 1, cap. 26, tom. 10 Rer. Ital.