Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 13

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Le premure del defunto papa _Niccolò III_ erano state da padre nel procurar dappertutto la pace fra i Guelfi e Ghibellini. Diverse ben furono le massime di _Martino IV_, cioè di un pontefice che si lasciava menare pel naso, come sua creatura, da _Carlo re_ di Sicilia, il quale non potea patire i Ghibellini fautori dell'imperio. Eransi ridotti in Forlì tutti, per così dire, i Ghibellini della Romagna, sbanditi dalle loro città. Contra di questi il papa e il re Carlo fecero preparamento grande d'armi nell'anno presente[374]; e tanto più perchè _Guido conte_ di Montefeltro, capitano di Forlì, nel marzo ed aprile avea fatto delle scorrerie fino a Durbeco e alle porte di Faenza, dove, secondo gli Annali di Modena[375], diede una spelazzata ai Guelfi, e poscia era passato nel maggio sul Ravegnano, spogliando e bruciando senza opposizione alcuna que' paesi. All'avviso del formidabil temporale che si disponeva contra di loro, il comune di Forlì e la parte de' Lambertazzi spedirono ambasciatori supplichevoli alla corte pontificia, dimorante allora in Orvieto col re Carlo e cogli ambasciatori della parte contraria, cioè de' Geremii guelfi di Bologna. Ma furono mal veduti e mal ricevuti, in guisa che, senza poter ottenere nè giustizia nè misericordia dal papa, e vituperosamente rigettati, forza fu che se ne ritornassero come disperati a casa, con aver gittati i passi al vento. In questi tempi esso pontefice creò conte della Romagna _Giovanni d'Eppa_, ossia d'Appia o de Pà, Franzese, consigliere del re Carlo. Costui colle milizie datogli del papa e dal re venne a Bologna con ordine di far aspra guerra a Forlì e a tutti i Ghibellini, e nel mese di giugno coi popoli di Bologna, Imola e Faenza passò ostilmente sul distretto di Forlì, facendo precedere comandamenti ed intimazioni al conte Guido e ai Lambertazzi d'andarsene con Dio. Dopo di che, avendo seco un'immensa quantità di guastatori, fece in più volte quanto danno potè al territorio forlivese, con giugnere fino alle porte, ma nulla di più osò per ora. Il conte Guido si contenne sempre con riguardo. Fulminò il papa contra de' Forlivesi le scomuniche più fiere, e pose l'interdetto alla città, con farne uscire tutti gli ecclesiastici sì secolari che regolari; e forse per la prima volta si cominciò ad udire quella detestabil invenzione di gastigo e pena, cioè che anche fuori dello stato ecclesiastico fossero confiscati in favore del papa tutti i beni e le robe de' Forlivesi: gastigo che cadeva ancora sopra gl'innocenti mercatanti, e sopra coloro eziandio che, per non participar di quelle brighe, si erano ritirati altrove, nè aveano parte alcuna negli affari del governo di Forlì. L'autore della Cronica di Parma scrive, che fu inoltre pubblicata in quella città la scomunica contra chiunque avesse roba di alcun forlivese, e non la rivelasse ai nunzii del papa, sotto pena di pagare del proprio, e di non essere assolto nè in vita nè in morte. In Parma più di tre mila lire si ritrovarono, che furono perciò consegnate ai deputati pontifizii. Veggasi un poco che strani frutti produsse la barbarie ed ignoranza di questi secoli. Fece in quest'anno lega coi Veneziani[376] Carlo re di Sicilia, risoluto di far la guerra a _Michele Paleologo_ imperador dei Greci: per la quale impresa seguitava ad ammannire una sterminata copia di galee, uscieri ed altre cose necessarie. Non poche istanze ebbero ancora da lui i Genovesi per entrare in lega, venendo loro esibito una parte del conquisto; ma se ne scusarono, siccome assai conoscenti di che pelo fosse quel regnante; anzi spedirono una galea apposta al Paleologo per avvertirlo di ciò che si macchinava contra di lui.

I Lucchesi in quest'anno[377] fecero oste contra di Pescia, la presero, e il pazzo furore de' soldati la ridusse in cenere. Tuttociò avvenne, per quanto fu creduto, perchè il popolo di quella terra si era suggettato ai cancelliere del _re Ridolfo_, a cui si pretendea che non avesse da sottomettersi se prima non compariva la conferma di lui fatta dal papa: tutti pretesti inventati dai Guelfi; imperciocchè, per attestato del Rinaldi[378], papa Martino con sue lettere, date in Orvieto nel dì 21 maggio dell'anno corrente, e rapportate dal medesimo Annalista, avea scritto a tutte le città e baroni della Toscana che riconoscessero per ministri del re Ridolfo il vescovo gurcense e Ridolfo cancelliere, da lui spediti per suoi vicarii in Toscana. Ma sappiamo da Giachetto Malaspina[379] che verisimilmente per segrete insinuazioni del Carlo niuna delle città di quella provincia, da Pisa e Santo Miniato in fuora, volle prestar fedeltà ed ubbidienza agli uffiziali del re Ridolfo: laonde il vicario del re Ridolfo si ritirò colle sue masnade in essa terra di Santo Miniato, condannò i popoli disubbidienti, e cominciò guerra contra dei Fiorentini e Lucchesi; ma con sì poco frutto, che da lì a non molto se n'andò con Dio, e tornossene come beffato in Germania. Veggasi ora se erano tutte frodi, siccome dicemmo, quelle del re Carlo, allorchè si fece dichiarar vicario della Toscana da papa Clemente IV con promessa di ritirarsi, creato che fosse un re de' Romani.

NOTE:

[363] Dandol., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[364] Ricord. Malasp. Giovanni Villani. Raynald., Annal. Eccl. S. Antonin. Jordanus, in Chron., et alii.

[365] Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordan., in Chron. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[366] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[367] Corio, Istor. di Milano.

[368] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[369] Ventura, Chron. Estens., tom. 11 Rer. Ital.

[370] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[371] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.

[372] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[373] Campi, Istor. di Cremona.

[374] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.

[375] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[376] Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic.

[377] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[378] Raynaldus, Annal. Eccles.

[379] Giachetto Malaspina, cap. 213. Giovanni Villani.

Anno di CRISTO MCCLXXXII. Indizione X.

MARTINO IV papa 2. RIDOLFO re de' Romani 10.

Celebre fu in quest'anno il vespro siciliano, celebre l'orditura di quella sì strepitosa rivoluzione. Con verga di ferro governava il re Carlo il regno di Sicilia e di Puglia. Da nuovi dazii, gabelle, taglie e confischi erano al sommo aggravati que' popoli. La superbia de' Franzesi ogni di più cresceva; insopportabile era la loro incontinenza e la violenza fatta alle donne. Di questi disordini parlano tutti gli scrittori d'allora[380], ed anche i più parziali della nazion franzese. Più volte i miseri Siciliani ricorsero ai papi per rimedio, rappresentando loro che la santa Sede avea creduto di dare un re e un pastore a que' popoli, e loro avea dato un tiranno e un lupo. E ben si leggono negli Annali Ecclesiastici[381] i buoni uffizii che più volle fecero i romani pontefici in favore e sollievo d'essi popoli, con esortare il re Carlo a sgravarli, e a guadagnarsi il loro affetto, e non già l'odio. Ma Carlo niun conto faceva di si fatte esortazioni, e colla febbre addosso de' conquistatori ad altro non attendeva che a raunar moneta e gente per far colle miserie del suo popolo, se gli riusciva, miseri anche gli altri popoli. Ora accadde che _Giovanni da Procida_, nobile salernitano, uomo di mirabile accortezza letterato, e spezialmente peritissimo della medicina, entrò in pensiero di guarire anche i mali politici della Sicilia. Era egli stato carissimo a _Federigo II_ Augusto e al _re Manfredi_, ed appunto per questo suo attaccamento alla casa di Suevia gli erano stati confiscali tutti i suoi beni dal re Carlo. Ritiratosi egli in Aragona, cominciò ad incitare il _re Pietro_ e la _regina Costanzo_ sua moglie, figliuola del fu _re Manfredi_, alla conquista del regno siciliano, e a far valere le ragioni della casa di Suevia, unico rampollo di cui era restata essa regina Costanza. Ma perchè a sì grande impresa, e contra del re Carlo principe bellicosissimo e di alta potenza, non bastavano punto le forze del re Pietro, per mancanza massimamente del _fac totum_ delle guerre, cioè della pecunia: Giovanni da Procida assunse egli di provvedere a tutto. Passò pertanto travestito in Sicilia, e vi trovò disposti gli animi a cangiar mantello ad ogni buon vento che spirasse. Andò a Costantinopoli, e fece toccar con mano all'Augusto _Paleologo_ che non v'era altro mezzo da salvarlo dalla potenza del re Carlo, che il fargli nascere la guerra in casa; e che, contribuendo egli un possente soccorso di danaro, a _Pietro d'Aragona_ dava l'animo di far calare gli ambiziosi pensieri al re di Sicilia. Si trasferì dipoi Giovanni da Procida alla corte pontificia, e in una segreta udienza trovò papa _Niccolò III_ nemico del re Carlo, e pronto anch'esso a contribuire pel di lui abbassamento. Portate queste disposizioni in Aragona, e insieme un buon rinforzo di moneta, il re Pietro si diede a far gran leva di gente, e a preparar navi per una spedizione importante, con far vista di voler passare in Africa contra de' Saraceni[382]. Informato di questo armamento il _re Carlo_ da _Filippo re_ di Francia suo nipote, fece che papa _Martino IV_ spedisse persona apposta per indagare quali mire avesse il re Pietro, e per comandargli di non condurre le sue armi contra di alcun principe cattolico. Pietro, il più accorto di quanti allora regnassero nella cristianità, non volle scoprire il luogo dove egli mirava; anzi rispose, che se l'una delle sue mani, sapendolo, lo rivelasse all'altra, subito la mozzerebbe. E con belle parole rimandò il messo al papa. Ma il re Carlo, che molto sè stesso, poco o nulla stimava il re di Aragona, dopo aver detto per dispetto al papa: _Non vi diss'io che Pietro d'Aragona è uno fellone briccone?_ si addormentò, nè cercò più oltre di lui, senza ricordarsi di quel proverbio: _Se ti vien detto che hai perduto il naso, mettivi la mano._

Benchè fosse mancato di vita il pontefice Niccolò III, sul quale, più che sopra altri, fondava il re Pietro le sue speranze, pure cotanto fu animato e confortato da Giovanni da Procida e dai segreti impulsi de' Siciliani, che diede le vele al vento, e passò in Africa verso la città di Bona, cominciando quivi la guerra contra dei Mori colla presa di Ancolla, per aspettare se i Siciliani, dicendo da dovero, si rivoltassero; e, ciò non succedendo, per tornarsene quetamente a casa. Ora avvenne che nel dì 30 di marzo dell'anno presente, cioè nel lunedì di Pasqua di risurrezione, nell'ora del vespro (scrivono altri nel martedì, 31 del suddetto mese) i Palermitani, prese l'armi, insorsero contra de' Franzesi[383], e quanti ne trovarono, tutti misero a filo di spada; e andò sì innanzi questo furore, che neppure perdonarono a donne e fanciulli, e neppure alle Siciliane gravide di Franzesi. Per questo fatto divenne poi celebre il nome di _vespro siciliano_. Falso è che in tutte le terre di Sicilia, e ad un'ora stessa, succedesse il macello de' Franzesi. Falso che i Palermitani acclamassero tosto per re loro Pietro d'Aragona. Alzarono essi bensì le bandiere della Chiesa romana, proclamando per loro sovrano il papa. Uscì poscia in armi il popolo di Palermo, e trasse nella sua lega alcun altro luogo della Sicilia. Intanto Messina col più dell'altre città dell'isola si tenne quieta per osservare dove andava a terminare questo gran movimento. Ma non passò il mese d'aprile, che le tante ragioni e i segreti maneggi de' Palermitani indussero anche i Messinesi a ribellarsi colla morte ed espulsione di quanti Franzesi si trovarono in quelle parti, e colla presa di tutte le fortezze. Portata la dolorosa nuova della ribellion di Palermo al re Carlo, che, secondo il suo solito, dimorava allora in Orvieto alla corte pontificia, per insegnare al papa, sua creatura, e ai cardinali, come si avea da governare il mondo, non è da chiedere s'egli se ne turbasse e crucciasse. Tuttavia, rivolti gli occhi al cielo, fu udito dire[384]: _Iddio Signore, dappoichè v'è piaciuto di farmi contraria la mia fortuna, piacciavi almeno che il mio calare sia a piccioli passi_. Trattò col papa di quel che si avea da fare, e volò tosto a Napoli, consolato perchè non s'udiva per anche tumulto alcuno in Messina. Ma dacchè giunse l'altro avviso che anche i Messinesi aveano prese l'armi contra di lui, allora andò nelle smanie, ed ordinò che facessero vela verso di Messina le tante galee e navi da lui preparate per assalire il greco imperio, ed egli col resto dell'armata di terra si inviò alla volta della Calabria. Non si può prestar fede a Bartolommeo da Neocastro, che racconta avere condotto il re Carlo in questa spedizione ventiquattro mila cavalli e novanta mila fanti, senza contare i marinari, e cento sessanta galee, oltre all'altre navi da trasporto e barche minori. O è guasto il suo testo, o egli amplificò di troppo le forze di Carlo, acciocchè maggiormente risaltasse la gloria dei suoi Messinesi. Giovanni Villani scrive che menò seco più di cinque mila cavalieri fra Franceschi, Provenzali ed Italiani; e tra questi erano cinquecento ben in arnese, inviatigli dal comune di Firenze. Ed ebbe cento trenta tra galee, uscieri e legni grossi. Comunque sia, abbiam di certo ch'egli, passato il Faro, imprese sul fine di luglio l'assedio di Messina, accompagnato da _Gherardo Bianco_ da Parma, cardinale, vescovo sabinense e legato apostolico. Entrò in Messina questo saggio porporato, e con tale energia parlò a quel popolo, che lo indusse ad abbracciare il partito della misericordia, senza aspettare il furor delle armi. Ma portate da lui al re Carlo le condizioni colle quali desideravano i Messinesi di rendersi, non piacquero al re, e si diede principio alle offese della città, agli assalti ed alle battaglie. I Messinesi anch'essi, contandosi giù tutti per morti, si diedero ad una gagliarda difesa tale, che si rendè memorabile per tutti i secoli.

Intanto i Palermitani, considerando le straordinarie forze del re Carlo, e il pericolo che lor soprastava, aveano spedito ambasciatori a _papa Martino_, chiedendogli misericordia. Furono questi obbrobriosamente rimandati con villane parole. Anche i Messinesi, secondochè abbiamo da Giachetto Malaspina[385]. da Giovanni Villani[386] e da altri, dacchè intesero la presa di Milazzo, tornarono a implorar la mediazione del cardinal legato per arrendersi. Entrò egli nella città, e quel popolo esibiva la resa, se il re perdonava loro il misfatto, e voleano pagargli i tributi usati al tempo del re Guglielmo il Buono. Portata questa risposta al re Carlo, e avvalorata dalle preghiere del legato, che accettasse quel misero e pentito popolo, fellonescamente rispose che si maravigliava di sì ardita proposizione, e che in altro modo non perdonerebbe loro, se non gli davano ottocento ostaggi a sua elezione, per farne quello che a lui piacesse; e voleva che pagassero colte e dogane, come allora si praticava, altrimenti si difondessero. Ciò inteso da' Messinesi, determinarono di voler piuttosto morir tutti colla spada alla mano, che di andar morendo in prigioni e tormenti per istrani paesi. Ebbe ben poi a mangiarsi le dita il re Carlo per la smoderata sua alterigia e crudeltà. S'egli usava della clemenza, Messina tornava sua, e per le stesse vie avrebbe avuto il resto della Sicilia, perchè que' popoli erano allora senza capitani e senza guarnimenti e forze da guerra. Ma a chi Dio vuol male gli toglie il senno. E Dio appunto per tante inumanità ed orgoglio il pagò di buona moneta. Bartolommeo da Neocastro tace questi trattati di resa dei Messinesi, anzi scrive che il re Carlo fece loro i ponti d'oro perchè si arrendessero, ma ch'eglino rigettarono ogni offerta. Credendosi poscia il re di poter con un generale assalto vincere la terra, si trovò forte ingannato, perchè sì virilmente si difesero i cittadini e ripararono le breccie, che rimase inutile il suo sforzo. Fin le donne e i fanciulli tutti con sollecitudine mirabile, portando chi acqua, chi calce e pietre, prestarono ogni possibile aiuto contro ai nemici, e in loro lode furono poi fatte e cantate dappertutto varie canzoni.

In tale stato erano le cose di Messina, quando _Pietro re_ d'Aragona, ricevuta un'ambasceria de' Palermitani, venne dirittamente a sbarcare a Trapani con cinquanta galee ed altri legni, con ottocento uomini d'armi e dieci mila fanti, tutta gente agguerrita e di gran coraggio. Vi arrivò nel dì 30 d'agosto[387], e fra due giorni entrò in Palermo, ricevuto con altissime acclamazioni da quel popolo, e quivi fu coronato re di Sicilia. Tutti tremavano dianzi; tanta era la paura della potenza e del rigore del re Carlo. Ad ognuno allora tornò il cuore in petto; e sparsa questa nuova per le altre terre ribellate ai Franzesi, se ne fece gran festa, credendosi allora ognuno in salvo. I soli Messinesi furono gli ultimi a saperlo. Spedì poscia il re Pietro due suoi ambasciatori al re Carlo, i quali, ottenuta licenza d'andare, si presentarono davanti a lui nel dì 16 di settembre, con intimargli da parte di Pietro re di Aragona e di Sicilia di levarsi dall'assedio di Messina, altrimenti che fra poco verrebbe egli in persona a far pruova delle forze sue. All'avviso dell'inaspettato sbarco dell'Aragonese era rimasto pieno di maraviglia e di doglia il re Carlo. Ricevuta poi quell'ambasciata, fremeva per la collera; e la risposta sua, data nel dì seguente, fu che intimassero al re Pietro di levarsi dal regno di Sicilia, e di non fomentar dei ribelli, perchè se ne avrebbe a pentire, e si tirerebbe addosso anche la nemicizia del papa, del re di Francia e degli altri principi della cristianità. Leggonsi presso il Villani[388] e presso fra Francesco Pipino[389] delle lettere che si dicono in tal congiuntura scritte dall'un re all'altro. Dubito io che sieno fatture dei novellisti d'allora. Tenuto consiglio dal re Pietro, fu determinato, secondo il parere dell'accorto Giovanni da Procida, che si mandasse la flotta catalana a sorprendere nel Faro di Messina le galee del re Carlo, che quivi stavano ancorate senza difensori. Traspirò questa risoluzione, e saputasi da esso re Carlo, fu creduto necessario che il re levasse l'assedio: altrimenti, se veniva rotta la comunicazion colla Calabria, potea perir tutta l'armata di terra per mancanza di viveri. Però, lasciati solamente due mila cavalli in agguato, per tentare di sorprendere i Messinesi, se uscivano a spogliare il campo, giacchè per la fretta restò ivi un'immensa copia di tende, bagaglie ed arnesi da guerra, il re Carlo col resto di sua gente precipitosamente, e come sconfitto, scampò in Calabria. Ma non potè provvedere così per tempo al bisogno, che non sopraggiugnesse nello stretto di Messina l'ammiraglio del re Pietro, cioè _Ruggieri di Loria_, il più valoroso ed avventurato condottiere d'armate navali che fosse allora, il quale con sessanta galee cariche di Catalani e Siciliani prese ventinove tra galee grosse e sottili del re Carlo, fra le quali cinque del comune di Pisa, che erano al di lui servigio. Passò anche alla Catona ed a Reggio di Calabria, e vi bruciò ottanta uscieri, cioè barche grosse da trasporto, che trovò disarmate alla spiaggia; e questo sugli occhi dello stesso re Carlo, il quale per la rabbia cominciò a rodere la sua bacchetta, e poi confuso, dopo aver dato commiato ai baroni ed agli amici, si ritirò a Napoli. I Messinesi, se il re non levava l'assedio, erano già ridotti alle estremità, per essere venuta meno ogni sorta di vettovaglia. Scoperto anche l'agguato, si tennero rinchiusi, finchè videro ritirati in Calabria i due mila cavalli nemici. Intanto marciò il re Pietro da Palermo, rinforzato dall'esercito siciliano, e dopo avere ricuperato a patti di buona guerra Milazzo, arrivò nel dì 2 di ottobre a Messina, ricevuto con giubilo inesplicabile da quel popolo glorioso, che era come risuscitato da morte a vita. Interdetti e scomuniche furono fulminate dal papa contra del re Pietro e de' Siciliani per tali novità. Ma per ora abbastanza di questo.