Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 12
Ottenuto che ebbe il marchese quanto voleva, e massimamente i prigioni, si fece poi beffe dei Torriani, nè loro mantenne alcun patto[341], e poi ripigliò Trezzo e l'isola di Fulcherio. Con pubblico manifesto, mandato al papa, a tutti i re e principi, si dolsero i Torriani di questo tradimento; e perchè ne fecero gran doglianza col marchese stesso, ebbero per risposta, aver ben egli fatte quelle promesse, ma che andassero eglino a cercare chi loro le mantenesse, perchè egli a ciò non s'era obbligato. Tentò poscia il marchese con frodi di ricuperar altre castella: il che non gli venne fatto. Anzi Gotifredo dalla Torre, con cinquecento cavalieri entrato nel castello d'Ozino, cominciò aspra guerra contro a' Milanesi, fece assaissimi prigioni, e diede presso Albairate una rotta al podestà ed esercito de' Pavesi. _Ottone Visconte_, veggendo così crescere le forze de' Torriani, ordinò al marchese di far venir dal Monferrato cinquecento fanti. Mise poi l'assedio al castello d'Ozino, che infine fu preso e diroccato. Abbiamo anche dalla Cronica di Parma[342], che esso marchese con tutta la possanza de' Milanesi cavalcò all'Adda con disegno di fare un letto nuovo a quel fiume, acciocchè non venisse a Lodi. Allora i Parmigiani con tutta la milizia andarono in aiuto dei Torriani a Lodi, dove erano anche i Cremonesi; nè di più vi volle, perchè il marchese, abbandonato il cavamento, si ritirasse con poco garbo a Milano. Essendo stata bruciata in Parma nel dì 19 di ottobre per sentenza dell'inquisitore una donna nomata Todesca, come eretica, una mano di cattivi uomini corse al convento dei frati predicatori, diede il sacco a quel luogo, percosse e ferì molti di quei religiosi, ed uno ne uccise vecchio e cieco: per la quale violenza i frati la mattina seguente colla croce inalberata se ne andarono da Parma a Firenze, per lamentarsene col _cardinale Latino_ legato apostolico. Tennero lor dietro a Reggio, Modena e Bologna il podestà, il capitano, gli anziani e i canonici di Parma, sempre scongiurandoli di tornare indietro, promettendo di rifar loro qualunque danno che asserissero loro fatto; ma a nulla giovò. Processarono i Parmigiani tutti quei malfattori, e li gastigarono con varie pene; rifecero ancora tutti i danni. Ciò non ostante, e quantunque il comune di Parma niuna ingerenza avesse avuta nel misfatto, pure il cardinal Latino citò il podestà, il capitano, gli anziani e il consiglio con dodici de' principali di Parma, a comparire davanti a lui in Firenze in un determinato tempo. Spedirono i Parmigiani il capitano del popolo con sei ambasciatori colà; ma per quanto sapessero dire in iscusa del comune, niun conto fu fatto delle loro ragioni, e si fulminò la scomunica contra gli uffiziali del pubblico, e la città fu aggravata coll'interdetto. Così si operava in questi tempi. Essendo stata tolta ai Reggiani[343] da Tommasino da Gorzano, e dai signori da Banzola la Pietra di Bismantoa, celebre per la menzione che ne fanno Donizone e Dante, nel mese di maggio il popolo di Reggio coll'aiuto dei Parmigiani, Modenesi e Bolognesi la strinse d'assedio, e dopo quindici dì a buoni patti la ricuperò. La città d'Asti anch'essa riebbe alcune centinaia dei suoi cittadini che erano prigioni in Provenza, con promettere a _Carlo re_ di Sicilia il pagamento di trentacinque mila lire d'imperiali, pel quale si fecero mallevadori alcuni ricchi genovesi[344]. Del resto nel primo dì di maggio dell'anno presente una terribile scossa di tremuoto si sentì per quasi tutta l'Italia. Il maggior danno ch'essa recò, fu nella marca di Ancona, dove due parti di Camerino andarono a terra, e vi perirono molte persone. Fabriano, Matelica, Cagli, San Severino, Cingoli, Nocera, Foligno, Spello ed altre terre ne risentirono un grave nocumento.
NOTE:
[329] Matth. de Griffonib., tom. 18 Rer. Italic. Sigonius, de Regno Ital. Ghirardacci, Istor. di Bologna.
[330] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[331] Sigonius, de Regno Ital., lib. 20.
[332] Richob., in Pom., tom. 9 Rer. Ital.
[333] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[334] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[335] Pipinus, Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Italic.
[336] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[337] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[338] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[339] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
[340] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 316. Annales Mediolanenses, tom. 61 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[341] Ventura, Chron. Astense, cap. 13, tom. 11 Rer. Ital.
[342] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXX. Indiz. VIII.
NICCOLÒ III papa 4. RIDOLFO re de' Romani 8.
Le lettere scritte nel gennaio di questo anno dal pontefice _Niccolò III_ a _Bertoldo Orsino_ suo fratello e conte della Romagna, e rapportate dal Rinaldi[345], ci assicurano che nel dicembre antecedente era seguita l'espulsion de' Lambertazzi da Bologna. In esse a lui e al cardinale Latino legato apostolico ordina il papa di cercare rimedio al disordine accaduto, di punire i delinquenti, e di ristabilire la pace fra le discordi fazioni. Ma di fieri intoppi si trovarono: cotanto erano inaspriti ed infelloniti fra di loro gli animi de' Geremii dominanti in Bologna e dei Lambertazzi esclusi[346]. Fece il conte Bertoldo venire a Ravenna i sindachi dell'una e dell'altra parte, e rigorosi comandamenti impose a tutti. È da stupire come il Ghirardacci, che ne rapporta gli atti fatti sotto l'anno presente, non si accorgesse che la cacciata dei Lambertazzi dovea essere seguita nel precedente dicembre. Ma mentre il pontefice era tutto pieno di gran pensieri per regolare il mondo cristiano a modo suo, eccoti l'inesorabil falce della morte che troncò tutti i suoi vasti disegni[347]. Trovavasi egli nella terra di Soriano presso Viterbo, e colpito da un accidente apopletico, senza poter ricevere i sacramenti della Chiesa, chiuse gli occhi alla vita presente nel dì 22 d'agosto. Era preceduta in Roma una terribil inondazione del Tevere, che, secondo gli stolti, fu poi creduta indizio della morte futura del papa. La fresca di lui età e il temperato modo del suo vivere aveano fatto credere che la sua vita si stenderebbe a moltissimi anni avvenire; ma fallaci troppo sono i prognostici de' mortali; e fu assai che non corresse sospetto di veleno in così inaspettata e subitanea morte, sapendosi che l'aver egli con tanta altura esercitato il governo suo, gli avea tirato addosso l'odio di parecchi, e massimamente di _Carlo re_ di Sicilia. Molte furono le di lui virtù, e massimamente la magnificenza[348], da cui spinto fabbricò un suntuoso palagio per li pontefici presso San Pietro, con un ampio e vago giardino, cinto di mura e torri a guisa d'una città, e un altro in Montefiascone. Rinnovò egli quasi tutta la basilica vaticana. L'epitafio suo si legge nella Cronica di frate Francesco Pipino[349]. Ma restò aggravata la di lui memoria dalla soverchia ansietà d'ingrandire ed arricchire i proprii parenti. Spogliò di varie terre i nobili[350], e massimamente di Soriano i suoi signori, imputati d'eresia, per investirne i proprii nipoti. Tolse alla Chiesa Castello Sant'Angelo, e diello ad Orso suo nipote. Creò più cardinali suoi parenti, e Bertoldo Orsino, suo fratello, conte di Romagna. Faceva eleggere tutti i suoi congiunti per podestà in varie città. Fu anche detto[351] che le grandiose sue fabbriche furono fatte col danaro raccolto dalle decime ordinate in soccorso di Terra santa, e ch'egli segretamente avesse mano nel trattato contra del re Carlo per la ribellion di Sicilia, siccome appresso diremo. Ma il suo più gran progetto di novità (se pure è vero) fu quello di cui dicono[352] ch'egli trattò col _re Ridolfo_: cioè di formar quattro regni del romano imperio. Il primo era quello della Germania, che dovea passare in retaggio a tutti i discendenti d'esso Ridolfo re de' Romani. Il secondo il regno viennese, ossia arelatense, che abbracciava il delfinato e parte della antica Borgogna. Questo dovea essere dotate di _Clemenza_ figliuola d'esso re Ridolfo, maritata dipoi con _Carlo Martello_ nipote di _Carlo re_ di Sicilia, e de' suoi discendenti. Il terzo della Toscana, e il quarto della Lombardia: i quai due ultimi regni egli meditava di conferire ai suoi nipoti Orsini. Questo pontefice, che facea tremar tutti, s'era anche fatto dichiarar senatore perpetuo del popolo romano, ed avea posto dipoi per suo vicario in quell'uffizio Orso suo nipote. Ma appena s'intese la certezza di sua morte[353], che gli Annibaldeschi, famiglia potente in Roma, si sollevarono coi loro aderenti, e vollero per forza aver parte nel senatorato, di modo che uopo fu di crear due senatori, l'uno Orsino, e l'altro Annibaldesco, sotto il governo dei quali succederono poscia molti omicidii, dissensioni e malanni; e tutti questi impuniti. Parimente allora il popolo di Viterbo discacciò vergognosamente dalla sua podesteria Orso degli Orsini, nipote del defunto papa, e passò all'assedio di un castello. Ma venuto il conte Bertoldo con assai soldatesche, e con quelle ancora di Todi, li fece dare alle gambe, e prese molti uomini e tutte le lor tende. Durò poi la vacanza del pontificato quasi sei mesi.
In quest'anno, a mio credere, accaddero le disgrazie della città di Faenza, e non già nel seguente, come ha il Sigonio[354] (se pure son di lui, e non giunte fatte a lui, le memorie di questi tempi), e come ha la Cronica Miscella di Bologna[355], e dopo essa il Ghirardacci[356], il quale imbrogliò la Storia sua con differire sino ad esso anno 1281 la ripatriazione de' Lambertazzi, e la loro seconda cacciata. Seguito io qui l'autore della Cronica di Reggio[357], che fioriva in questi tempi, e la Cronica antica di Modena[358], di Parma[359] e l'Estense[360], e la Bolognese di Matteo Griffoni[361]. Per attestato di tali scrittori, Tibaldello da Faenza della casa nobile de' Zambrasi, ma spurio, essendo malcontento de' Lambertazzi rifugiati in Faenza (dicono a cagione di una porchetta a lui rubata), si mise in pensiero di sterminarli. Con questo mal animo ito a Bologna, concertò coi Geremii di tradire la patria, e di darne loro la tenuta. Infatti una notte ebbe maniera il traditore di aprir una porta, per cui entrato l'esercito bolognese e ravegnano, s'impadronì della piazza, e poi si diede alla caccia di que' Lambertazzi che si trovavano nella città, giacchè un'altra parte d'essi era colla metà del popolo di Faenza all'assedio d'un castello. Molti ne furono uccisi, altri presi, ed altri ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Mossero le lor milizie in tal congiuntura i Parmigiani, Reggiani e Modenesi, per dar braccio ai Geremii guelfi, loro collegati; ed, arrivati ad Imola, vi si fermarono parecchi giorni, finchè i Bolognesi avessero ben assicurata la lor conquista di Faenza. L'iniquo Tibaldello, cacciato per questo da Dante nell'inferno, ebbe per ricompensa la nobiltà di Bologna e varii privilegii; ma Dio fra due anni il chiamò al suo tribunale nella battaglia di Forlì. Se crediamo al Ghirardacci, il proditorio acquisto di Faenza seguì nella notte antecedente al dì 24 d'agosto; e per questo sì egli come gli altri storici bolognesi asseriscono istituito il pubblico spettacolo, che tuttavia dura, della porchetta nella festa di san Bartolommeo. Ma sarebbe prima da accertar bene se nel dì suddetto accadesse la presa di Faenza. Nella Cronica di Parma, di Reggio e nell'Estense vien questa riferita al dì dieci di novembre. Matteo Griffoni la mette nel dì 15 di dicembre. In quest'anno ancora _Guido conte_ di Montefeltro s'impadronì di Sinigaglia per tradimento, e vi uccise barbaricamente circa mille e cinquecento persone[362]. Fu cacciata da Vercelli la parte ghibellina nel mese di settembre. In questo anno _Guglielmo marchese_ di Monferrato, coi Milanesi ed altri collegati, andò a dare il guasto al territorio di Lodi, il perchè i Parmigiani e Reggiani colla lor cavalleria e fanteria si portarono in soccorso de' Torriani e di quella città. Fu guerra eziandio nell'anno presente fra i Padovani e Veronesi. In aiuto de' primi marciò _Obizzo marchese_ d'Este, signor di Ferrara. Scrive uno storico di Padova, essere stato sì magnifico il carriaggio d'essi Padovani, che occupava lo spazio di quindici miglia. La credo una spampanata. Ma con un trattato di pace si mise fine a tutte le ostilità. Avendo _Jacopo Contareno_ doge di Venezia per la sua troppo avanzata età rinunziato al governo[363], venne sustituito in suo luogo _Giovanni Dandolo._
NOTE:
[343] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[344] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.
[345] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[346] Ghirardacci, Istor. di Bologna.
[347] Bernard. Guid., in Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordan., in Chron.
[348] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 9 Rer. Ital.
[349] Franciscus Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.
[350] Ricordano Malaspina, cap. 204.
[351] Franciscus Pipin., Chron.
[352] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, Platina, Blondus, et alii.
[353] Vita Nicolai III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[354] Sigon., de Regno Ital.
[355] Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.
[356] Ghirardacci, Istor. di Bologna.
[357] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[358] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[359] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[360] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[361] Matth. de Griffon., tom. 18 Rer. Ital.
[362] Gazata, in Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXXI. Indizione IX.
MARTINO IV papa 1. RIDOLFO re de' Romani 9.
Giacchè non era riuscito a _Carlo re_ di Sicilia di far eleggere a modo suo un romano pontefice nella precedente vacanza della santa Sede (del che egli s'era trovato molto male); tanto studio mise questa volta, che ottenne l'intento suo. Adoperò infin le violenze; imperciocchè, non essendo allora chiuso il conclave, perchè era stata abolita la costituzione di Gregorio X, ed opponendosi a tutto potere due cardinali della casa Orsina, cioè _Matteo Rosso_ e _Giordano_, acciocchè non si eleggesse un papa franzese[364]; il re Carlo mosse il popolo di Viterbo, dove erano i cardinali, e Riccardo degli Annibaldeschi signore della città medesima, a rinserrare in una camera que' due cardinali, col pretesto che impedissero l'elezione. V'aggiunsero poscia il terzo, cioè _Latino cardinale_, vescovo d'Ostia, nipote anch'esso del defunto Niccolò III, e li ridussero a pane ed acqua, di modo che, volere o non volere, convenne che i cardinali italiani concorressero ad eleggere quel papa che piacque al re Carlo, cioè un papa franzese. Fu non senza ragione creduto che le disgrazie sopravvenute poco appresso al medesimo re fossero un gastigo della mano di Dio contra chi sì sconciamente si abusava della potenza sua in danno e scandalo della Chiesa. Videsi dunque alzato sulla Sede di san Pietro nel dì 22 di febbraio _Simone cardinale_ di Santa Cecilia, Franzese di nazione, perchè nato a Mompincè in Brie, ma chiamato da gl'Italiani Turonense, perchè era stato canonico e tesoriere della chiesa di San Martino di Tours. Egli prese il nome di _Martino IV_, tuttochè, secondo il retto parlare, si dovesse nominar solamente Martino II. Non mancò egli di far subito conoscere l'eccessiva gratitudine sua al re Carlo, con isposar come suoi proprii tutti i di lui interessi. Una nondimeno delle prime sue imprese fu di ritirarsi ad Orvieto, e di scomunicar quei Viterbesi che aveano usata violenza ai cardinali, e di sottoporre all'interdetto la città medesima. Poscia ottenne esso papa dai Romani il grado di senator perpetuo con facoltà di sustituire, e posevi in suo luogo il re Carlo, creandolo di nuovo senatore di Roma, senza far caso della costituzione contraria di Niccolò III[365]. Non soleva mettere uffiziale o governatore nelle città dello Stato ecclesiastico che non fosse preso dalla casa e famiglia del medesimo re Carlo. Parimente ad istanza d'esso re, che meditava di portar le sue armi contro all'imperador di Costantinopoli scomunicò l'imperador greco _Michele Paleologo_: il che tornò in danno gravissimo non meno del re che della Chiesa stessa. E veramente di grandi preparamenti di genti e di navi faceva allora il re di Sicilia per invadere l'imperio greco; fors'anche avrebbe egli eseguita con buon successo così vasta impresa, se non si fosse da qui a non molto attaccato il fuoco alla casa propria: del che parleremo all'anno seguente.
Nel verno di quest'anno s'inviò _Guglielmo marchese_ del Monferrato con _Beatrice_ sua moglie alla volta della Spagna, per visitare _Alfonso re_ di Castiglia suocero suo[366]. Per istrada fu ritenuto prigione da _Tommaso conte_ di Savoia suo cognato, perchè fratello della prima sua moglie. Se volle liberarsi, fu costretto a far cessione delle ragioni sue sopra Torino, Colegno, Pianezza ed altre terre; ed anche di pagar sei mila lire di bisanti, con dare ostaggi per questo. Andossene dipoi in Ispagna, dove finì di viver la sua moglie Beatrice, e servito da due galee genovesi se ne tornò in Italia, seco menando cinquecento cavalieri spagnuoli, cento balestrieri e buone somme di danaro, con aver dato ad intendere al suocero che ridurrebbe tutta l'Italia all'ubbidienza di lui. Essendo venuto a Lodi[367] _Raimondo dalla Torre_ patriarca d'Aquileia con cinquecento uomini di arme furlani, si unirono coi Torriani i Cremonesi ed altri popoli della lor fazione, ed, usciti in campagna, andarono nel contado di Milano per prendere il borgo di Vavrio. Allora anche i Milanesi con grande sforzo di loro genti e cogli aiuti de' loro collegati cavalcarono per impedire i disegni dei Torriani. Che in questo esercito fosse anche il marchese di Monferrato, lo asseriscono gli storici milanesi[368] e il Ventura nella Storia di Asti[369]. Dalla Cronica di Parma pare che si ricavi che no. Comunque sia, nel dì 25 di maggio, festa di san Dionisio arcivescovo di Milano, si affrontarono queste due armate[370], e si fece un ostinato e sanguinoso fatto d'armi. Rimasero sconfitti i Torriani; vi perdè la vita il valoroso _Casson dalla Torre_ col podestà di Lodi, Scurta dalla Porta Parmigiano; ed, oltre ad ottocento prigioni condotti a Milano, moltissimi furono i morti nel campo e gli annegati nel fiume Adda. _Raimondo dalla Torre_, intesa questa disavventura, col capo basso se ne tornò ad Aquileia. Abbiamo dalla Cronica di Parma[371] che il suddetto marchese Guglielmo, siccome capitano de' Milanesi, colla gente e col carroccio di quel comune, e i Vercellesi, Novaresi, Tortonesi ed Alessandrini si accamparono di poi a Santa Cristina senza uscire del lor territorio. Erasi tenuto in Parma nel precedente agosto un parlamento delle città guelfe, in cui s'era risoluto di dar soccorso a Lodi, occorrendone il bisogno. Questo venne; ma perchè durava ancora qualche antica ruggine fra i Parmigiani e Cremonesi, per avere l'un popolo all'altro tanti anni prima tolto il carroccio, si determinò di farne la vicendevol restituzione. Quello di Parma era chiamato _Regoglio_ (credo che sia in vece di _Orgoglio_), e quello de' Cremonesi si appellava _Gaiardo_. Nella Cronica Estense[372] quello de' Cremonesi è chiamalo _Berta_, e questo nome, oppur di _Bertazzuola_, gli vien anche dato da Antonio Campi[373]. Fu dunque fatto il cambio di questi carrocci con indicibil gaudio di amendue le città nel dì 6 di settembre. L'autore della suddetta Cronica Estense, che più minutamente racconta le particolarità di questo fatto, fra l'altre cose scrive che il podestà di Modena in persona si portò con assai altri nobili a Parma, per maggiormente condecorar quella funzione: il che ci dà a conoscere quai fossero i costumi e i genii di questi tempi. Ciò fatto, i Parmigiani con tutta la lor cavalleria e fanteria marciarono in aiuto di Lodi, e si andarono a postare sulla riva dello Adda in una terra chiamata Grotta. Lungi di là un miglio si accamparono i Cremonesi a Pizzighittone con tutte le lor forze. Cento uomini d'armi v'andarono da Reggio, altrettanti con secento pedoni da Modena, e cinquanta dal marchese d'Este vi furono spediti. Diede bensì l'esercito milanese assaissimo danno al distretto di Lodi, ma senza fare di più; e gli convenne tornare indietro con perdita di molti uomini e cavalli. Nel seguente dicembre Buoso da Doara (non so se figliuolo o nipote dell'altro che fiorì circa il 1260, oppure lo stesso) entrò con quattrocento cavalli ed altrettanti fanti in Crema, e cominciò la guerra contra di Cremona. Per questa novità i Piacentini, Parmigiani e Bresciani con possente milizia corsero di nuovo a sostener Cremona. La Cronica di Parma parla di questo solamente nell'anno seguente.