Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 113

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Ed appunto il Malatesta ci chiama ad accennar ciò che gli avvenne nell'anno corrente. Aveva egli raunato un bel corpo d'armata con pensiero di trasferirsi in Abbruzzo per le continue istanze del duca d'Angiò e del Piccinino[3076]. Si mise anche in viaggio, ed era pervenuto nella Marca a Monte Olmo, quando due nuove il fecero tornare indietro. L'una fu che _Federigo_ conte di Montefeltro e d'Urbino, _Napolione Orsino_ e _Matteo da Capoa_, capitani del papa, venivano con assai gente ai danni de' suoi Stati. L'altra che da alcuni traditori gli si prometteva l'acquisto di Sinigaglia, qualora si fosse presentato colla sua armata sotto quella città. In fatti corse egli a Sinigaglia[3077], e cominciò a batterla colle artiglierie; e quantunque colà giugnesse anche l'esercito pontificio, ed assicurasse que' cittadini del soccorso, pure per maneggio de' congiurati non meno la città che la rocca si diedero a Sigismondo. Ma non volendo egli essere quivi assediato, nella notte precedente al dì 14 d'agosto ne uscì colle sue genti per ridursi a Mondolfo sulle sue terre. Non fu sì occulto il suo movimento, che nol sapessero i capitani papalini, i quali, messe in armi le lor soldatesche, sul far del giorno gli diedero addosso e lo sconfissero, inseguendolo fin sulle porte di Mondolfo, e facendo prigionieri circa mille e cinquecento cavalli, e fra gli altri _Gian-Francesco Pico_ dalla Mirandola, che era ito ad unirsi ad esso Malatesta con ottocento cavalli. Si prevalsero di questa vittoria i capitani del pontefice, perchè non passò il mese di settembre che presero l'intero vicariato di Fano, ossia Mondavio, Mondaino, Santo Arcangelo, Verucchio, ed altre assaissime terre; in una parola quasi tutto il contado di Rimini. Se ne andò Sigismondo per mare in Abbruzzo a chiedere soccorso al duca Giovanni e a Jacopo Piccinino; ma ritrovò che essi abbisognavano anche più di lui di soccorso; e però, beffato della espettazione sua, se ne ritornò a provvedere il meglio che potè ai proprii bisogni. In Venezia diede fine in quest'anno al vivere suo il doge _Pasquale de' Malipieri_ nel dì 5 di maggio[3078], e venne da lì a pochi giorni, cioè nel dì 12, in sua vece eletto doge _Cristoforo Moro_, che era procurator di San Marco. Tra Corneto e Cività Vecchia in quest'anno nelle montagne della Tolfa fu scoperta una miniera di allume di rocca, da cui venne da lì innanzi un gran profitto alla camera pontificia. Vaghi sempre in addietro i Genovesi di mutar governo, e sempre fra loro discordi[3079], ebbero nell'anno presente delle novità. _Lodovico da Campofregoso_ doge fu cacciato dal trono e dalla città, e nel dì 14 di maggio _Paolo Fregoso_, ambizioso arcivescovo di quella città, si fece proclamar doge; ma non giunse al fine d'esso mese, che fu detronizzato. Per la terza volta nel dì 8 di giugno tornò ad essere doge _Lodovico Fregoso_. A tutti questi movimenti stava attento _Francesco Sforza_ duca di Milano, uomo di fina accortezza; e siccome egli amoreggiava da gran tempo quella ricca e potente città, cominciò di buon'ora a preparare i mezzi per ottenerne il fine. Il primo passo fu quello di non irritare _Luigi XI_ re di Francia, che manteneva le sue pretensioni sopra Genova. Tanto maneggiò che ottenne da esso re la rinunzia di quelle ragioni in favor suo: nella qual occasione si esibì di far prendere in moglie a _Galeazzo Maria_ suo primogenito una principessa di soddisfazione del re[3080]. Venuto a notizia di _Lodovico Gonzaga_ marchese di Mantova questo trattato, se ne chiamò molto offeso, perchè, essendo già seguiti gli sponsali fra una sua figliuola ed esso Galeazzo Maria, si trovava aspramente burlato dal duca. Da ciò venne ch'egli s'unì co' Veneziani, dai quali fu preso per lor generale di Terra ferma.

NOTE:

[3070] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital.

[3071] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[3072] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 29, tom. 21 Rer. Ital.

[3073] Gobel., Comment., lib. 10.

[3074] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[3075] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[3076] Gobellin., Simonetta, et alii.

[3077] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[3078] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[3079] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.

[3080] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCLXIII. Indiz. XI.

PIO II papa 6. FEDERIGO III imperadore 12.

Erasi ridotto, dopo la rotta ricevuta a Troia, il duca _Giovanni d'Angiò_ in molte angustie per mancanza di danaro[3081], nè _Jacopo Piccinino_, che faceva bensì la figura di suo capitano, ma era infatti padrone del medesimo duca, sapea come fornire al bisogno. Insorse lite fra _Rogerotto conte_ di Celano e _Cobella_ sua madre. Ricorse il primo al Piccinino, che non tardò a passare colle sue armi colà. Il frutto che ne riportò lo sconsigliato Rogerotto, fu che il Piccinino prese Celano, e tutto lo mise a sacco, con far ivi grosso bottino di vasi d'oro e d'argento e di pietre preziose, e di gran quantità di grani e di pecore, con che ristorò la armata sua. Poscia, durante il verno, assediò Sulmona, e se ne impadronì, con farsi pagare da que' cittadini cinque mila ducati d'oro. Era anche andato il _re Ferdinando_ a mettere l'assedio ad un castello di Marino principe di Rossano e duca di Sessa. Venne a quella volta il Piccinino, e il re fu obbligato a ritirarsi a Capoa: tutte azioni che fecero risorgere in alto il credito del Piccinino, che dianzi s'era molto abbassato. Si ridusse egli dipoi coi Caldoreschi in Abbruzzo, dove andò a trovarlo colle milizie _Alessandro_ signor di Pesaro, fratello del duca di Milano, e in faccia di lui s'accampò. Trovavasi molto stretto il Piccinino, quando ecco nel dì 10 d'agosto[3082] mandò a chiedere salvocondotto ad Alessandro per potersi abboccare con lui. L'abboccamento fu di pace o tregua, e, dopo molto dibattimento, si conchiuse ch'egli, abbandonato il duca d'Angiò, passerebbe al servigio del _re Ferdinando_ colla sua gente, riterrebbe Sulmona ed altre terre da lui occupate, e gli sarebbono per un anno pagati novanta mila ducati d'oro per la sua condotta, cioè trenta mila dal re, altrettanti dal papa ed altrettanti dal duca di Milano. Così cessò egli di far guerra a Ferdinando. Tardi uscito in campagna esso re Ferdinando colle sue genti, andò a far guerra all'ostinato duca di Sessa _Marino Marzano_. Diede il guasto al suo paese, ed avendolo trovato i soldati pieno di vettovaglie e di roba, tutti empierono le borse. Prese varie sue castella e torri; diede anche una rotta alle genti di lui; ma non potè per allora fare di più. Dopo la pace e tregua stabilita col Piccinino, passarono le armi sforzesche addosso agli Aquilani. Aveano essi la peste in casa, e questa facea strage. Venuto a trovarli l'altro flagello della guerra, presero la risoluzione di trattar d'accordo; e però con buona capitolazione tornarono all'ubbidienza del re Ferdinando. Intanto Marino duca di Sessa, mirando in che bell'ascendente oramai fossero gli affari di Ferdinando, si sollecitò ad implorar perdono ed accordo. Il re, a cui premeva di guadagnar questo possente barone, e tanto più perchè il duca d'Angiò s'era annidato nelle di lui terre, gli fece buoni patti, se non che volle in ostaggio alcune fortezze di lui. E, per maggiormente adescarlo, promise _Beatrice_ sua figliuola per moglie a _Giambatista Marzano_ figliuolo d'esso Marino. Fu dunque forzato _Giovanni duca_ d'Angiò ad allontanarsi da Sessa; nè dopo la perdita di tanti aderenti, avendo egli luogo migliore da assicurarvisi, passò a dimorar nell'isola d'Ischia, mettendosi con fidanza in mano di _Pietro Toriglia_, famoso corsaro, che, quantunque Catalano, avea seguitato il di lui partito, ed occupava quell'isola. Riteneva l'Angioino pochi altri luoghi nel regno alla sua divozione; ma in questi tempi il governatore del castello dell'Uovo vicino a Napoli, Catalano anche esso e traditore, diede quella fortezza al medesimo duca d'Angiò.

La guerra, che _Federigo conte_ d'Urbino facea a _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini, e suo antico nemico, al primo buon tempo si risvegliò più vigorosa che mai[3083]. Andò egli a mettere il campo per terra intorno a Fano, e nello stesso tempo _Jacopo cardinal di Tiano_ per mare con uno stuolo di navi concorse alla stessa impresa. Alla difesa di quella città stava Roberto figliuolo d'esso Sigismondo, che per lo spazio di quattro mesi si sostenne valorosamente contro gli assalti, le mine e le cannonate dell'esercito nemico, nè volea udir parola di rendersi. Eransi talmente inoltrati sotto le mura gli aggressori, che già imminente si scorgea la loro entrata e il sacco della città. Allora i cittadini segretamente spedirono al campo a trattar d'accordo, ed, ottenutolo, aprirono le porte al conte d'Urbino, da cui ebbero buon trattamento. Alla caduta di questa città, succeduta nel dì 26 di settembre[3084], tenne dietro quella di Sinigaglia, di Gradara, della Pergola e d'altre terre, di maniera che fu ridotto Sigismondo al possesso della sola città di Rimini e d'alcuni pochi castelletti. Messo così in camicia e disperato, si rivolse al patrocinio della signoria di Venezia, che già in segreto l'andava aiutando. Erano i Veneziani padroni di Ravenna, ed anche nel mese di maggio aveano comperata da _Malatesta de' Malatesti_ la città di Cervia, acquisto d'importanza per le saline, dalle quali si ricava un utile non lieve; ma acquisto ch'era sommamente dispiaciuto al papa, perchè fatto senza licenza sua, e perchè troppo dannoso riusciva alla Chiesa l'andar le sue terre in mano d'una sì potente repubblica. Secondo il Sanuto[3085], la compera di Cervia accadde nel dì 4 di luglio dell'anno seguente: lo che, se vero fosse, non apparterrebbe ai tempi di Pio II. Comunque sia, convenne al papa di sofferir tutto sul riflesso del bisogno delle forze venete per la meditata guerra col Turco. Mandarono i Veneziani ad esso pontefice ambasciatori, pregandolo di perdonare a Sigismondo pentito de' suoi falli; ma seppe ben loro negarlo il papa, troppo mal soddisfatto di lui. Contuttociò, avendo lo stesso Sigismondo inviati alcuni de' suoi a supplicarlo di pace e di perdono colle maggiori umiliazioni, e con ampio mandato di accettar qualunque legge che la Santità sua gl'imponesse, Pio condiscese finalmente nel mese di ottobre a rimetterlo in sua grazia, ma con dure condizioni, cioè senza restituirgli un palmo di quanto gli avea tolto, e con permettere bensì ch'egli ritenesse la città di Rimini, ma con sole cinque miglia di contado, ed obbligazion di pagare annualmente il censo di mille ducati d'oro alla camera apostolica. Nel dì 4 di giugno, per attestato del Gobellino[3086], a cui si dee maggior fede che all'autore degli Annali di Forlì[3087], il quale scrive nel dì 24 di giugno, diede fine al suo vivere _Biondo Flavio_ da Forlì, rinomato scrittore delle cose d'Italia, che lungo tempo avea faticato nella segreteria pontifizia. Mancò eziandio di vita _Gian-Antonio Orsino_ principe di Taranto in età assai avanzata, e fu detto di morte naturale, nel dì 15 di novembre[3088]; ma non mancano storici che il dicono strangolato nel castello d'Altamura da due suoi servitori corrotti dal re Ferdinando. Non si può negare, Ferdinando in promettere e mancar di parola, e in far pace per tradire, non ebbe pari; del che troppe pruove ne somministra la storia. Qualunque nondimeno fosse la morte di questo principe, certo è che il re Ferdinando non solamente rimase libero da una pungente spina[3089] (ben sapendo egli che fra esso principe e il duca d'Angiò, anche dopo la pace, passava buona intelligenza), ma eziandio avvantaggiò mirabilmente il suo Stato. Si trovò (seppure non si fabbricò) un testamento, per cui l'Orsino avea istituito erede dei suoi Stati, ch'erano assaissimi, il re Ferdinando. Però questi corse ad impossessarsi di Bari, d'Otranto, di Taranto e degli altri paesi, e massimamente d'Altamura e di altri luoghi forti, dove un gran tesoro di pecunia, di gioie e d'altri ricchi arredi, ammassati in tanti anni dal principe suddetto, grande avaro insieme e gran mercatante. Fama fu che ascendessero al valor d'un milione: mirabil rugiada, che servì al re per divenire ricco di povero ch'era, e per ristorar le sue truppe, le quali da gran tempo morivano di sete, e, in una parola, per ristabilire affatto il suo dominio. Colpo mortale fu questo, per lo contrario, a Giovanni duca di Angiò, e la depression totale del suo partito. In questi tempi ancora avea il re Ferdinando, andando unito con _Alessandro Sforza_[3090], fatti ritornare alla sua divozione _Pier Paolo Cantelmo_ duca di Sora e i _Sanseverineschi_, e presa la ricca città di Manfredonia, che miseramente andò tutta a sacco. Scorse ancora nell'anno presente la peste per varie città d'Italia, mietendo le vite degli uomini, dei quali nella sola città di Ferrara perirono quattordici mila[3091].

NOTE:

[3081] Gobellin., Comment., lib. 11.

[3082] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[3083] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 12. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[3084] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[3085] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.

[3086] Gobell., Comment., lib. 11.

[3087] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[3088] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[3089] Pontan., lib. 6. Gobellin., Comment., lib. 12. Cristof. da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. It.

[3090] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital.

[3091] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

FINE DEL VOLUME V.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.