Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 112
Col pontifizio rinforzo esso re Ferdinando uscì dipoi in campagna, e giacchè il duca d'Angiò col principe di Taranto era coll'esercito suo pervenuto sino a Nola, andò a trovarlo, e fu a fronte dei nemici al fiume Sarno sul principio di luglio. Siccome superiore di forze, gli avea già ridotti a tale che li potea vincere colla fame. Ma da giovanile baldanza mosso, contuttochè Simonetto e gli altri saggi capitani il dissuadessero, volle dar loro battaglia nel dì 7 di luglio[3058]. Andò in isconfitta tutta l'armata sua; Simonetto vi lasciò la vita; moltissimi furono gli uccisi, più i prigioni. Ferdinando con soli venti cavalli si ritirò salvo a Napoli[3059]. Ma, ritrovandosi senza danari, non ebbe scrupolo la _regina Isabella_, sua moglie saggia, di andare colla bussola in mano per Napoli cercando come per limosina soccorso; e con ciò raccolse una somma d'oro, tanto che il re si rimise alquanto in arnese. Ma quella vittoria si tirò dietro favorevoli conseguenze pel duca di Angiò. Nola col circonvicino paese se gli diede. _Roberto conte_ di San Severino, e il duca di San Marco, con gli altri della casa di San Severino, non potendo di meno, vennero alla di lui ubbidienza. Così parimente fece Cosenza in Calabria, a riserva della rocca; e Castellamare in Terra di Lavoro, e moltissime altre terre e baroni del regno, di modo che a poco oramai si stendeva la signoria del re Ferdinando. Se il duca d'Angiò marciava a dirittura a Napoli, fu comune credenza che vi avrebbe messo dentro il piede, perchè neppur ivi mancava a lui una grossa fazion d'Angioini. Ma il principe di Taranto, che non volea finir sì presto la guerra, si oppose, e condusse il duca contro d'alcune terre e baroni tuttavia disubbidienti[3060]. In Napoli poi col tempo fu detto che la _regina Isabella_, nipote di esso principe di Taranto, vestita da zoccolante, fosse ita a trovarlo, e, gittatasi a' di lui piedi, il pregasse, che giacchè l'avea fatta regina, la lasciasse anche morire regina; e che egli perciò menasse a spasso da lì innanzi il duca d'Angiò. Non andò molto che anche a San Fabiano in Abbruzzo _Jacopo Piccinino_ venne alle mani con _Alessandro Sforza_ e col conte d'Urbino nel dì 27 di luglio[3061]. Fu quella una sanguinosa ed ostinata battaglia, che durò dalle venti ore del giorno sino alle tre della notte, con gran perdita di cavalli da amendue le parti, ma maggiore da quella di Alessandro, il quale nella stessa notte tacitamente levò il suo campo, e si ridusse in salvo. Non restando dunque oppositore in quelle contrade, al Piccinino cadde in pensiero di far guerra al papa, per distorlo dalla lega col re _Ferdinando_. Calò dunque nell'autunno nel territorio di Rieti, dove prese alcune terre degli Orsini. _Jacopo Savello_, che molte altre ne possedeva nella Sabina, s'accordò tosto con lui. Per questa novità s'empiè di terrore Roma stessa. Di ciò avvisati _Alessandro Sforza_ e _Federigo conte_ d'Urbino, valicato l'Apennino, sen vennero su quel di Norcia; e l'arrivo loro servì a fare che ritornasse Jacopo Piccinino colle sue milizie a svernare in Abbruzzo. Tuttavia il papa pregò _Francesco Sforza_ duca di Milano d'inviargli alquante delle sue truppe per maggior sua sicurezza. Aveva anche lo stesso duca spedito al re Ferdinando, dopo la rotta di Sarno, oltre a buona somma di denaro due mila cavalli ben in punto, e mille fanti, coi quali e colle sue truppe ricuperò molti luoghi intorno a Napoli, fece tornare alla sua divozione i Sanseverineschi, e riebbe la ricca città di Cosenza, capo della Calabria, che fu barbaricamente allora messa tutta a sacco. Per guadagnare alla parte sua _Roberto da San Severino_, il re Ferdinando gli diede il principato di Salerno, con ispogliarne _Felice Orsino_. Gran tribolazione patì in questo anno Venezia per cagion della peste, la quale, aiutata dalla negligenza degl'Italiani d'allora, troppo spesso s'introduceva nelle città, e dall'una passava alla altra con facilità mirabile. Nota parimente il Sanuto[3062] che in questi tempi la mirabil arte della stampa fu portata a Venezia, e cominciò a diffondersi a poco a poco anche per l'altre città italiane.
NOTE:
[3051] Vita Poggii, tom. 20 Rer. Ital.
[3052] Gobell., Comment., lib. 3. Raynaldus, Annal. Eccles.
[3053] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[3054] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3055] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital. Jovianus Pontanus. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Gobellinus, et alii.
[3056] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.
[3057] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 27, tom. 21 Rer. Ital.
[3058] Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[3059] Tristan. Caracciol., Opusc., tom. 22 Rer. Ital.
[3060] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[3061] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLXI. Indiz. IX.
PIO II papa 4. FEDERIGO III imperadore 10.
Io non so come il Rinaldi[3063] ed altri storici riferiscano sotto il precedente anno la rivoluzione di Genova, che certamente avvenne nell'anno presente. Per le gravezze smoderate che andavano mettendo i Franzesi a quella città, erano essi venuti in odio a non pochi; oltre a ciò la plebe non sapea digerire che il peso principale delle contribuzioni fosse a lei addossato, con goderne intanto esenzione molti dei nobili e dei più ricchi. Forse anche un segreto vento spirava dalla parte dell'accorto duca di Milano, a cui dispiaceva quel nido di Franzesi. Ora nel dì 9 di marzo la plebe si levò a rumore, e crebbe nella notte il tumulto, con essersi fatta nel giorno seguente tal massa di gente armata, che il luogotenente regio, trovandosi senza forze da poter resistere alla moltitudine, si ritirò nel castelletto. Entrarono allora in Genova _Paolo Fregoso_ arcivescovo e _Prospero Adorno_, amendue seguitati da una copiosa frotta di villani armati, i quali forzarono gli altri Franzesi a ritirarsi anche essi nel castelletto. Seguì poi gran discordia tra i Fregosi e gli Adorni. Furono spinti parecchi di essi fuor di città; ma, accordati fra loro, venne dipoi eletto doge di Genova _Prospero Adorno_. Dopo di che si diedero a vigorosamente assediare il castelletto, e ricorsero per soccorso a _Francesco Sforza_ duca di Milano, il quale aspettava a mani giunte l'occasione di cacciare di colà i Franzesi; nè si fece molto pregare ad inviar loro più migliaia di fanti, ed insieme una grossa somma di danaro, nutrendo fin d'allora la speranza d'impadronirsi egli di quella città. L'arcivescovo Paolo fu, per sospetti insorti, obbligato a ritirarsi; ma perchè giunsero nuove che Carlo re di Francia inviava sei mila combattenti contra di Genova per terra, e il _re Renato_ signor della Provenza incamminava anch'egli a quella volta sette galeazze piene di gente; il duca di Milano fece tornar l'arcivescovo a Genova, mandò rinforzo di nuova pecunia, ed operò che _Marco Pio_ signor di Carpi con sua brigata marciasse in aiuto de' Genovesi. Arrivarono finalmente per terra e per mare i Franzesi, e v'era in persona lo stesso re Renato. Non seppero servirsi del tempo: altrimente potevano sulle prime entrare in Genova. Assediarono dunque la città, e seguirono varii assalti e molti combattimenti, con difendersi valorosamente il doge, l'arcivescovo e i cittadini, aiutati dagli Sforzeschi, finchè nel dì 17 di luglio[3064], mentre si faceva una general battaglia da ambe le parti, arrivati a Genova tre capitani dello Sforza, cioè _Carlo Cadamosto _da Lodi, _Giorgio Dalmatino_, soprannominato Targhetta, e _Niccolò Epirota_, i quali fecero credere imminente l'arrivo d'un gagliardo rinforzo di gente, inviato dal duca dì Milano; proruppero in sì alte voci d'allegrezza i Genovesi, gridando: _Viva Sforza, viva il duca_, che i Franzesi atterriti diedero tosto a gambe. Furono inseguiti dal furioso popolo di Genova, e parte da esso e parte dai contadini, fama fu che ne restassero uccisi più di due mila e cinquecento[3065], fra' quali circa cento cavalieri a speroni d'oro: il Filelfo ed altri dicono fin quattro mila; e ciò perchè i Franzesi, allora gente bestiale, non davano quartiere agli Italiani, e però dagl'Italiani furono pagati della stessa moneta. Vi restarono non di meno anche moltissimi d'essi prigioni. Dopo cotal vittoria insorse nuovamente lite tra gli Adorni e Fregosi. Prevalendo gli ultimi, toccò a _Prospero Adorno_ d'uscir di città, e di perdere il governo. Col consentimento dell'arcivescovo fu eletto doge _Spineta Fregoso_ suo cugino; ma da lì a poco entrato in Genova con molti armati _Lodovico Fregoso_, già stato doge di quella città, si fece eleggere di nuovo doge coll'abbassamento di Spineta. Questi ottenne il possesso del castelletto dal _re Renato_, il quale se ne tornò a Savona, tuttavia ubbidiente a lui, e poscia a Marsilia, portando seco una gran doglia per un'impresa così mal terminata. Venne poi a morte nel dì 22 di luglio _Carlo VII_, glorioso re di Francia, e però dalla di lui collera e vendetta rimasero liberi i Genovesi. Succedette in quel regno _Lodovico XI_, suo primogenito, principe d'umore strano, stato finora in discordia col padre.
Per conto del regno di Napoli, appena coll'arrivo della primavera poterono uscire in campagna gli emuli principi, che tutti furono in armi. In quattro luoghi era nell'anno presente la guerra. _Sigismondo Malatesta_, acconciatosi con _Giovanni duca _d'Angiò, facea guerra al papa. Era questi tenuto in briglia da _Lodovico Malvezzo_ e da _Pier Paolo de' Nardini_[3066]. Furono amendue assaliti nel dì 2 di luglio a Castello Leone dal Malatesta, e durò la zuffa ben cinque ore. Ebbero la peggio le truppe pontifizie, e vi morì il Nardini; il Malvezzo vi perdè tutto il credito, perchè non avea la gente che era obbligato a tenere, e Sigismondo rimase padrone del campo. Se non fuggiva _Bartolomeo_ vescovo di Corneto, commissario del papa con quattro squadre di genti d'armi a Rocca Contrada, forse era differente il fine di quella battaglia. Misesi poi Sigismondo a' dì 19 di luglio in viaggio per passare in Abbruzzo ed unirsi col conte _Jacopo Piccinino_; ma, udito che il papa mandava _Napolione Orsino_ con assai gente nella Marca, se ne tornò indietro alla difesa del proprio paese. Intanto non si può esprimere che sdegno ed odio concepisse il pontefice Pio contra d'esso Sigismondo; e però diede mano alle scomuniche, e sottopose all'interdetto tutte le di lui città e terre, e il fece dipignere qual traditore per gli Stati della Chiesa. Altra guerra fu nella Sabina, perchè s'erano ribellati i Savelli. Ma inviato ai loro danni _Federigo conte_ d'Urbino colle milizie pontifizie, ridusse nel mese di luglio _Jacopo Savello_ alla necessità di chiedere accordo, e l'ottenne. Guerreggiava nei medesimi tempi in Abbruzzo _Jacopo Piccinino_, ed avea messo il campo ad un castello. Accorsero in quelle parti _Alessandro Sforza_ e _Matteo da Capoa_ per dargli soccorso, e scontratisi per accidente in viaggio con _Antonio Caldora_, che colle sue genti andava ad unirsi al Piccinino gli diedero una rotta: lo che fu cagione, che esso Piccinino, levatosi da quell'assedio, cavalcasse verso il contado dell'Aquila. Ma tenendogli dietro Alessandro e Matteo, tanto fecero che il ridussero ad uscire d'Abbruzzo. Se n'andò egli a trovare il duca d'Angiò e il principe di Taranto, che allora si trovavano in Puglia. Poco mancò che non prendesse piede la discordia insorta fra il _pontefice Pio_ e il _re Ferdinando_ in questi tempi. La città di Terracina era allora sotto il dominio di Ferdinando. Fece rumore quel popolo, e Pio II mandò a prenderne il possesso. Acquistò ancora il conte d'Urbino molte terre nel regno di Napoli; e strano parve che le prendesse a nome del papa, il quale veramente le ritenne in suo potere. Fece il re Ferdinando molte doglianze per questi atti; ma sì grave era il bisogno che egli avea dell'assistenza papale nel lubrico suo stato, che gli convenne sagrificar questi piccioli interessi al maggiore. Infatti Pio II gl'inviò un possente soccorso di gente sotto il comando di Antonio suo nipote, figliuolo d'una sua sorella, adottato nella casa Piccolomini. E perciocchè esso Pio non volea essere da meno degli altri papi che aveano già cominciato, e seguitarono poi lungo tempo, a tenere per uno dei lor principali pensieri e desiderii quello d'ingrandire a dismisura i lor nipoti, dopo aver egli investito di varie terre della Chiesa questo suo nipote, procurò che anche il re Ferdinando il promovesse a gradi più alti[3067]. Ora, dopo avergli data esso re in moglie Maria sua figliuola bastarda, nel dì 27 di maggio il dichiarò ancora duca d'Amalfi e gran giustiziere del regno; e cavalcando per Napoli il tenne a' fianchi, con far portare davanti a lui un'insegna e un pennone. A lui parimente nell'anno 1465 donò la contea di Celano.
Coll'esercito suo uscì bensì _Ferdinando_ in campagna, ma non avrebbe forse potuto resistere al duca d'Angiò e al principe di Taranto, che, colla giunta delle truppe del Piccinino, già erano superiori di forze, e il tennero anche come assediato in Barletta per alquanti giorni, se _Alessandro Sforza_ non fosse anche egli arrivato colla sua gente a rinforzarlo. In oltre eccoti all'improvviso sbarcare a Trani, ed impadronirsi di quella città _Giorgio Castriota_ appellato Scanderbech, potente signore in Albania, e celebre per le vittorie riportate contro ai Turchi, che con circa ottocento bravi cavalieri venne in aiuto del re Ferdinando. La venuta di questo principe, che lasciava la guerra contro il comune nemico, allora minacciante i suoi Stati, per correre a quella del regno di Napoli, diede occasione a molti di sparlare di papa Pio: quasi che tutti i suoi movimenti per incitare i cristiani a militare in Oriente, e per raccogliere tanta copia di danaro con decime ed indulgenze da tutta la cristianità, andassero poi a finire in una guerra contra dei Franzesi, per sostenere la corona sul capo a Ferdinando. Certamente l'autore della Cronica di Bologna[3068] con poco vantaggio parla del danaro ammassato per far guerra ai Turchi, che fu poi dissipato in altro uso. Coi rinforzi suddetti il re Ferdinando campeggiò per qualche tempo; assediò Gesualdo, e, dopo non so quanti giorni, in faccia ai nemici se ne impadronì; e andato anche sotto Nola, non solamente l'ebbe a patti, ma condusse anche ai suoi servigii il _conte Orso Orsino_, che v'era di guarnigione, e con esso lui la sua gente ancora, con che terminò la campagna[3069]. Avea il papa scomunicato chiunque seguitava il partito angioino. Nè si dee tacere che il medesimo pontefice, oltre all'aver canonizzata in quest'anno santa Caterina da Siena, fece anche nel dicembre una promozione di cardinali, tutti persone di merito, fra i quali merita d'essere menzionato _Jacopo Ammanati_ Lucchese, appellato il cardinal di Pavia, perchè vescovo di quella città, uomo di rara letteratura e di singolar prudenza, come ne fan fede le sue lettere stampate.
NOTE:
[3062] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[3063] Raynaldus, Annal. Eccles. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. eod. Giustiniani, Istor. di Genova, ed altri.
[3064] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 5.
[3065] Cristoforo da Soldo, tom. 21 Rer. Ital.
[3066] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 5.
[3067] Istor. di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.
[3068] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3069] Raynald., Annal. Eccles.
Anno di CRISTO MCCCCLXII. Indizione X.
PIO II papa 5. FEDERIGO III imperadore 11.
S'era incominciato nell'anno precedente a scomporre la sanità di _Francesco Sforza_ duca di Milano[3070], e i più dubitavano che già si fosse formata l'idropisia, da cui non potesse guarire. Andò, come suol avvenire, tanto innanzi la fama di sua malattia, che sul principio di questo anno si spacciò come accaduta la sua morte, o almeno che fosse vicino a quell'ultimo passo. Corse questa diceria per tutta l'Europa, e a distruggerla vi volle ben molto. Fu essa cagione che i contadini del Piacentino, pretendendosi smoderatamente aggravati di taglie e d'imposte dal duca, e credendolo già morto, si sollevarono nel dì 25 di gennaio[3071]. Circa sette mila d'essi nel dì 29 entrarono nella città, e con esso loro si unì la plebe della medesima Piacenza. Era ivi governator dell'armi _Corrado Fogliano_, fratello uterino del duca, il quale addormentò e burlò quei forsennati, con sottoscrivere tutti quanti i capitoli ch'essi addimandarono, cosicchè li fece desistere dal ribellare la città contro del duca. Venute poi alcune squadre di genti d'armi a Piacenza, maggiormente fermarono l'empito d'essi villani. Tuttavia, continuando essi nel loro ammutinamento, nel dì 5 di maggio giunse Donato Milanese colle genti del duca, e, data loro battaglia, li disfece, colla morte e prigionia di moltissimi, de' quali furono impiccati i più colpevoli. Fu preso il _conte Onofrio_ Anguissola, che s'era fatto lor capo, e condannato a perpetua carcere. Per questa rivoluzione gran gente si partì da quel territorio, che perciò rimase in cattivissimo stato. Anche il conte _Tiberto Brandolino_, che era stato mandato a Piacenza per que' rumori nel dì 2 di febbraio, chiamato poi a Milano, fu messo in dura prigione per ordine del duca, imputato d'aver tenuta mano coi contadini sollevati, e che essendo già in accordo col _duca d'Angiò_ e con _Jacopo Piccinino_, fosse per fuggirsene alla lor parte. Era valentissimo condottier d'armi, ma dicono ancora che non avea pari nella crudeltà. Questi poi nel dì 12 di settembre per disperazione si tagliò nelle carceri la gola, seppure altri non l'aiutò a terminare la vita. Intanto il duca Francesco per la sua buona complessione si riebbe dalla temuta idropisia, in maniera nondimeno che non riacquistò più il solito buon colore del volto, nè la primiera agilità delle membra. Si applicò poi col vigore di prima a sostener gl'interessi del re Ferdinando, che si trovavano tuttavia in mala positura, per mancanza spezialmente di pecunia, quantunque sì il papa che il duca pagassero puntualmente le rate pattuite.
Sul principio della state del presente anno[3072] il _principe di Taranto_ e _Jacopo Piccinino_ assediarono Giovenazzo, e colla artiglieria forzarono alla resa quella terra. Coll'uso della stessa forza conquistarono Trani e Barletta. Non poterono già vincere Ariano; e intanto s'impossessò il _duca Giovanni_ di Manfredonia e de' luoghi circonvicini, per lo che le di lui genti continuarono le scorrerie e i saccheggi per la Puglia, finattantochè unitosi il re Ferdinando con _Alessandro Sforza_ condottiere delle armi sforzesche, andò coll'esercito suo ad accamparsi un miglio lungi da Troia. Quivi ancora, stando a fronte le armate nemiche, nel dì 18 d'agosto si venne ad un general fatto d'armi. Dalle tredici ore sino alle diciannove durò l'aspro combattimento, e in fine, rovesciati, gli Angioini si diedero precipitosamente alla fuga. Per loro fu un gran sussidio la vicina città di Troia, dove i più si rifugiarono. Non si potè frenare la cupidigia dei vincitori soldati, che non si sbandassero e corressero a spogliare il campo e i tesori delle tende nemiche; lo che osservato dal Piccinino, che stava sulle mura di Troia, prese animo per uscir di nuovo contro i dispersi bottinatori, riuscendogli di ricuperar molti dei prigioni, e di uccidere o mettere in fuga assaissimi de' nemici. Più avrebbe fatto, se il re Ferdinando ed Alessandro, raunate alcune squadre di cavalleria, non l'avessero respinto entro la città. Tuttavia restò così indebolito per questa rotta l'esercito angioino, che Giovanni d'Angiò e il Piccinino nella seguente notte, lasciato un buon presidio in Troia, si ritirarono a Nocera, Manfredonia e Trani. Venne poscia in potere di Ferdinando Orsara; e la città di Troia per ripiego trovato si diede ad _Ippolita_, e non già ad _Isotta_, come ha il Gobellino[3073], figliuola del duca di Milano, destinata moglie d'Alfonso figlio del re. Trovossi in essa abbondante massa di roba, lasciata dai fuggitivi nemici, e furono presi cinquecento cavalli. Foggia, San Severo, Ascoli ed altre terre tornarono all'ubbidienza del re. Maggiormente ancora si abbassò da lì innanzi lo stato del duca d'Angiò[3074]; imperocchè l'accorto _re Ferdinando_ poco stette a spedir messi al vecchio principe di Taranto suo zio, cioè a _Gian-Antonio Orsino_, che con umili parole e proteste di non mai interrotto affetto il pregarono di pace, ben conoscendo il re, che se si staccava dal duca d'Angiò, questo potente signore, il qual solo co' suoi danari tenea in buona lena il contrario partito, non poteano durarla lungo tempo i suoi nemici. Tanto seppero dire quei messi, che si ridusse il principe nel dì 13 di settembre[3075] ad abbracciare dal canto suo la pace col papa, col re e col duca di Milano. Rapportati si veggono dal Gobellino gli articoli di quella capitolazione. Per essa quanto migliorò la fortuna e crebbe l'allegrezza del _re Ferdinando_, altrettanto rimasero sbigottiti il _duca d'Angiò, Jacopo Piccinino_ e _Sigismondo Malatesta_.