Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 111
Giunse dunque al fine di sua vita _Alfonso re_ d'Aragona, Valenza, Sicilia e Napoli, nel dì 27 di giugno dell'anno presente[3028], principe di gran fama ai suoi tempi non meno per la felicità della sua mente e della sua rara prudenza, che pel valore, per la liberalità e per l'amore delle lettere e de' letterati, che non mancarono di esaltar le sue lodi, e fra gli altri Enea Silvio, Antonio Palermitano suo segretario, Bartolomeo Fazio, che scrisse la sua Vita, Giorgio da Trabisonda e Lorenzo Valla. Ma cotante sue belle doti non andarono disgiunte da una sfrenata ambizione, da una scandalosa lascivia, e da una smoderata indiscretezza in aggravar di taglie, e gabelle i suoi popoli, oltre al voler fare da papa ne' suoi regni, con vender anche i benefizii ecclesiastici, se pure è vero ciò che narrano alcuni. Racconta il vivente allora santo Antonino[3029], ch'egli prima di morire consigliasse _Ferdinando_ suo figliuolo a tenere un governo opposto al suo, cioè a levar tutti i dazii ed aggravii da lui aggiunti agli antichi, e che onorasse più i regnicoli e gl'Italiani, che gli Aragonesi e Catalani; e che in fine mantenesse la pace da lui fatta col papa e colle altre potenze. Perchè era privo di figliuoli legittimi, lasciò il regno di Napoli, come sua conquista, a _don Ferdinando_ ossia _Ferrante_ suo figliuolo spurio, ma legittimato dai papi; gli altri suoi regni di Sicilia, Aragona e Valenza, secondo la disposizion di _Ferdinando_ suo padre, a _Giovanni_ re di Navarra, suo fratello. Per la morte di lui, e per la successione del re Ferdinando, niun movimento, niuna novità seguì nel regno di Napoli. Ne avvenne bensì in Roma. _Papa Callisto III_, nel cui animo si crede che allignasse un vecchio odio contra d'Alfonso, benchè nato egli fosse in Valenza, città d'esso re, ma che in vita di lui non osò di prorompere in forma pubblica, si dichiarò tosto contrario a Ferdinando, con pretendere devoluto quel regno alla santa Sede, e con vietare a Ferdinando il prendere titolo di re. Cominciò inoltre a muovere cielo e terra, e a tener pratiche nel regno e co' principi d'Italia per fargli guerra. Spezialmente di larghe offerte inviò a _Francesco Sforza_ duca di Milano per averlo dalla sua, ma ritrovollo tutto favorevole a Ferdinando. E qui combattono gli scrittori secondo le loro parzialità, cercando alcuni di giustificare e far comparire buono zelo la risoluzion di Callisto in voler suscitare nuove guerre in Italia, ed altri aggravando forte la memoria di lui pel preparamento di questa guerra. Quando fosse vero che Callisto ad altro non pensasse che all'ingrandimento de' suoi nipoti, nell'amor de' quali, dicono ch'egli era perduto[3030], avendo anche promosso alla sacra porpora due d'essi non degni di sì riguardevole dignità, e creato _Pietro_, altro suo nipote, duca di Spoleti, generale delle armi pontifizie, prefetto di Roma e castellano di Sant'Angelo, uomo anch'esso pieno di vizii, come anche furono altri suoi nipoti, per attestato d'Enea Silvio[3031]: quando, dico io, fosse ciò vero, e le mire sue andassero a far passare la corona di Napoli in esso Pietro suo nipote, come scrisse il Simonetta; lodi chi può un sì fatto pontefice. E il dire che egli potè pensare a sostener le ragioni del _re Giovanni_, fratello del defunto Alfonso, oppur quelle di _Renato d'Angiò_, è un dir nulla, perchè Callisto nulla mai parlò di loro; nè il re Giovanni si prese cura alcuna di Napoli, e neppur vi potea pretendere; e l'avere il papa esibita al duca di Milano una parte di quel regno, toglie il luogo di credere ch'egli pensasse all'esaltazione degli Angioini.
Irritato _Ferdinando_ da quanto pubblicamente e segretamente operava Callisto contro di lui, fu vicino a dar di piglio alle armi. Tuttavia si ritenne, e cercò solamente di placare il papa con ambascierie e lettere, che tuttavia niun buon effetto produssero in un pontefice, benchè vecchio, pieno di fuoco, il quale solea dire[3032]: _Essere proprio solamente degli uomini dappoco l'aver paura de' pericoli; e che i pericoli sono il campo onde si raccoglie la gloria_. Ma venne la morte a dissipar tutti questi nuvoli. Cioè nel dì 8 di agosto (l'Infessura[3033] dice nel dì 6) mancò di vita _papa Callisto III_, lodato dal Poggio, dal Platina e da altri, massimamente per la sua gran liberalità verso de' poveri: con che Ferdinando restò libero dal pericolo di una grave tempesta. Dai cardinali entrati in conclave restò poscia eletto papa il cardinale Enea Silvio, nato in Corsignano, distretto di Siena, alla qual terra diede, col tempo il titolo di città e il nome di Pienza. Era egli vescovo della città suddetta sanese, e prese il nome di _Pio II_, personaggio d'eminente letteratura, e già celebre, non solamente per li suoi scritti, per la sua eloquenza, erudizione e vivacità d'ingegno, ma anche per la sua abilità negli affari del mondo, ne' quali da gran tempo fu impiegato: intorno a che si può vedere Giovanni Gobellino ne' Commentarii di Pio II (seppur d'essi non fu autore lo stesso Pio II), il Platina e Gian Antonio Campano nella di lui Vita. Sommamente applaudita fu l'elezione di quest'insigne uomo, succeduta, secondo il Platina[3034], nel dì 20 d'agosto, ovvero, come ha la storia di Siena[3035], nel dì 21; oppure come scrivono l'Infessura e l'autore della Cronica di Bologna[3036], nel dì 19 d'agosto, e non già nel dì 3 di settembre, come pare che voglia il Rinaldi[3037], nel qual giorno bensì fu egli coronato nella basilica lateranense. Altri hanno scritto[3038] nel dì 23 ovvero 27 d'agosto; intorno a che io lascerò disputar ad altri, essendo non di meno mirabile questa discordia in un fatto sì cospicuo degli ultimi secoli. Le prime e maggiori applicazioni di questo pontefice furono la guerra contro al tiranno di Oriente: al qual fine intimò tosto una dieta, da tenersi in Mantova nell'anno prossimo dagli ambasciatori di tutta la repubblica cristiana[3039]. Per disporre a ciò anche _Ferdinando re_ di Napoli, condiscese nel mese di ottobre ad annullar tutti gli atti fatti dal suo predecessore contra di lui, e formare con esso re una capitolazione ad esso lui vantaggiosa. Avea _Jacopo Piccinino_ capitano di Ferdinando occupate, dopo la morte di papa Callisto, le città di Assisi e Nocera, Gualdo ed altre terre. In vigore di esso accordo furono queste dipoi restituite alla Chiesa romana, siccome ancora la città di Benevento, già occupata dal re Alfonso.
NOTE:
[3026] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.
[3027] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[3028] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Blondus, Surita, Fazellus, et alii.
[3029] S. Antoninus, P. III, tit. 22.
[3030] Raynald., Annal. Eccles. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic. Surita, Pontanus, et alii.
[3031] Æneas Sylvius, Epist. 269.
[3032] Gobellin., Comment., lib. I. S. Antonin., Par. III, lib. 22, cap. 16.
[3033] Infessur., Diar. P. XI, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLIX. Indiz. VII.
PIO II papa 2. FEDERIGO III imperadore 8.
Tale era l'ardore del pontefice _Pio II_ per promuovere l'unione de' principi cristiani contro il nemico comune, che il rigore del verno nol potè impedire dal mettersi in viaggio nel dì 22 di gennaio[3040] alla volta di Mantova, scelta per luogo del congresso, a cui erano stati preventivamente invitati. Vedesi descritto il suo viaggio dal Gobellino e dall'autore della Cronica di Bologna[3041]. Fermossi a Perugia tre settimane, avendo quivi ricevuto onori immensi. Passò a Siena nel dì 24 di febbraio, accolto ivi ancora con somma magnificenza da' suoi concittadini, verso i quali volendo esercitare la sua gratitudine, eresse in arcivescovato la chiesa di Siena. Arrivò a Firenze nel dì 25 d'aprile con gran festa di quel popolo; nel qual tempo passò a miglior vita _Antonino arcivescovo_ di quella città, riguardevole letterato del presente secolo, che per la santità de' suoi costumi e delle singolari sue virtù meritò di essere registrato nel ruolo de' santi[3042]. Prima ancora del papa era giunto a Firenze _Galeazzo Maria Sforza_, primogenito di _Francesco duca_ di Milano, spedito con pomposo accompagnamento di nobiltà, guardie e famiglia, affin di baciare, a nome del padre, i piedi a sua Santità. Per onorar questo giovinetto principe non lasciarono indietro i Fiorentini alcun solazzo e spettacolo, anche di grande spesa: tanta era l'amicizia ed attaccamento che essi professavano al duca. Pervenne Pio II da Firenze a Bologna nel dì 9 di maggio, prevenuto colà dallo stesso giovane Sforza nel dì 6 d'esso mese. Fu ricevuto il papa con singolar pompa da quel popolo, e, presentategli le chiavi della città, le restituì agli anziani. Poscia nel dì 16 del mese suddetto, partito di là in barca, arrivò fuori di Ferrara al monistero di Sant'Antonio, dove prese riposo sino al dì 18, in cui fece la solenne sua entrata[3043] nella città, servito da innumerabil nobiltà, e massimamente dal signore, cioè da _Borso d'Este_ duca, il quale procurò, colla varietà e magnificenza delle feste e degli apparati, di superar ogni altra città per dove era passato il pontefice; giacchè dal lato di sua madre si gloriava d'essere suo parente. Colà pervenne ancora il prelodato principe Galeazzo Maria. Fu nel dì 24 di maggio la festa del Corpo del Signore, e volle lo stesso pontefice far la funzione della sacra processione. Forse non s'era mai veduta Ferrara sì luminosa per l'immensa quantità di nobili e di popoli accorsi per vedere o per onorare il vicario di Cristo. Partitosi poi nel dì seguente il papa, fu accompagnato con vaghi bucentori sino ai confini del Mantovano, daddove passò a Mantova. In quella dieta cominciò a far uso della sua eloquenza per muovere l'assemblea ad una poderosissima spedizione contra dei Turchi, sollecitando intanto i re e principi ad inviare colà i loro ambasciatori, che tardavano molto a venire.
Non lieve remora a cotale impresa cominciò a provarsi per la guerra insorta fra il _re Ferdinando_ e molti baroni del regno, i quali, quantunque, per ordine di _papa Pio_, Ferdinando fosse stato coronato re di Napoli dal cardinale _Latino Orsino_ nel dì 11 di febbraio in Barletta[3044], pure avrebbono più volentieri veduto su quel trono _Giovanni duca_ di Angiò, governatore allora di Genova a nome di _Carlo VII re_ di Francia[3045]. Il primo a sfoderar la spada fu _Gian-Antonio Orsino_, principe di Taranto, il più potente e ricco principe allora del regno, a cagion di tante terre ch'egli possedeva, e di cento mila ducati d'oro che soleva pagargli la camera regia pel mantenimento delle sue truppe. Ossia che il re Ferdinando fosse il primo a lasciar trasparire un mal animo verso la di lui grandezza, ed occupasse alcune castella di lui; che il poco fa mentovato Giovanni duca d'Angiò figliuolo del _re Renato_ movesse l'Orsino a ribellione; oppure che esso Gian-Antonio ed altri baroni regnicoli mirassero di mal occhio Ferdinando, principe di mente e d'animo, e più di nascita, dissomigliante dal _re Alfonso_ suo padre: certo è che fra esso principe di Taranto e il re Ferdinando in quest'anno si diede qualche principio alla guerra distesamente narrata da Gioviano Pontano, celebre letterato napoletano di questi tempi, ma che da me vien sol toccata di passaggio. Cessò questa fra poco mercè di una convenzione, ma non cessò l'odio conceputo da Gian-Antonio contra del re. Era, siccome dissi, governatore di Genova pel re di Francia il suddetto Giovanni duca d'Angiò, e credendo egli venuto il tempo di tentare l'impresa di Napoli prima che Ferdinando si assodasse sul trono, e tanto più perchè teneva buona intelligenza con alcuni baroni del regno; cominciò a preparar gente e danaro[3046]. Avvertitone Ferdinando da _Francesco duca_ di Milano, contra d'esso Giovanni suscitò _Pietro da Campofregoso_, già doge di Genova, che si trovava mal corrisposto, e perciò malcontento de' Franzesi, ai quali avea ceduta Genova. Questi per terra andò all'assedio di Genova accompagnato da quelle forze che potè raunar co' fuorusciti nel mese di febbraio. Ma dacchè si avvide andar ben d'accordo i cittadini coi Franzesi, si ritirò a Chiavari per aspettar tempo più propizio. E il _Villamarino_ inviato nel mare dal re Ferdinando, accortosi anch'egli d'essersi armate dai Genovesi dieci galee per dargli addosso, se ne ritornò indietro. Verso il fine di agosto arrivarono a Genova dodici galee, mandate dal _re Renato_ signor di Provenza al _duca Giovanni_ suo figliuolo, colle quali unitesi le dieci de' Genovesi e tre loro vascelli, fecero vela, e andarono a Porto Pisano. Allora fu che a Pietro da Campofregoso parve più propria la occasione di assaltar Genova, rimasta alquanto sfornita di gente[3047]; e però nel dì 13 di settembre improvvisamente di notte s'accostò alla città, e, data la scalata alle mura, vi s'introdusse con alcune schiere de' suoi. Venuto il giorno, ancorchè si trovasse deluso dalla conceputa speranza che quei della sua fazione si sollevassero in aiuto suo, pur venne coraggiosamente alle mani co' Franzesi; ma vi lasciò la vita, e quei che erano entrati, furono o morti o presi; e al resto di sua gente, inseguita dai vincitori, toccò la stessa disavventura. Scrive Cristoforo da Soldo[3048] che il duca di Milano avea mandato in aiuto del Fregoso settecento cavalli sotto il comando di _Tiberto Brandolino_, e che anch'essi andarono via sconfitti. Il Simonetta seppe ben dissimular questo fatto. Sbrigato da questo nemico il duca Giovanni, volò a raggiugnere la sua flotta, con animo di trasferirsi in Calabria, dove tenea corrispondenza con _Antonio Santiglia_ marchese di Cotrone, il quale gli avea fatto sperare lo acquisto di tutta la Calabria. Ma _Ferdinando_, scoperto l'affare, prevenne il colpo, con far prigione lo stesso marchese, ed essendo poi passato in Calabria a metter l'assedio a Catanzaro, ivi lasciò morti molti de' suoi senza potersene impadronire. Nel dì 5 d'ottobre arrivò colla sua armata navale il duca Giovanni a Napoli. La _regina Isabella_, donna prudente, essendo il re in Calabria, mosse il popolo alla difesa, di maniera che Giovanni, non vedendo movimento alcuno, se non nemico, nella città, se ne andò a Castello-a-mare del Volturno, dove fu ben ricevuto da _Marino Marzano_, principe di Rossano e duca di Sessa, che alzò le bandiere d'Angiò. De' suoi fatti meglio parleremo all'anno seguente.
Mentre questa briga era nel regno di Napoli, stando il pontefice _Pio II_ in Mantova, arrivarono colà gli ambasciatori di varii principi e di molte teste coronate; e in persona vi comparve _Francesco Sforza_ duca di Milano, menando seco un grandioso accompagnamento, e fu accolto con distinto amore ed onore dal pontefice e da _Lodovico marchese_ di Mantova. Per lui recitò in quella pubblica assemblea un'orazione _Francesco Filelfo_, uno allora dei primi letterati d'Italia, che riscosse l'ammirazione d'ognuno, e fin dallo stesso papa, il quale nell'eloquenza latina non cedeva ad alcuno. In questi tempi tuttavia _Federigo conte_ d'Urbino e _Jacopo Piccinino_ erano addosso a _Sigismondo Malatesta_ signore di Rimini colle male parole[3049]. Cinquantasette castella gli aveano tolto, delle quali ne misero a saccomano ed abbruciarono trentasette. Lo avrebbono fors'anche ridotto agli ultimi sospiri; ma fu creduto che il Piccinino, guadagnato sottomano con regali, non gli volesse far quel male che potea. Sigismondo, trovandosi a mal partito, altro rifugio non ebbe che di ricorrere a Mantova per pregare il papa d'interporsi affine di ottenergli pace. Ossia che Pio, come vuole il Gobellino[3050], arbitrasse egli; oppure, come ha la Cronica di Bologna, che fosse rimesso l'affare per ordine del pontefice al duca di Milano, suocero bensì di esso Malatesta, ma con ragione disgustato di lui: certo è che fu pronunciato il laudo, per cui restò obbligato Sigismondo a restituire al conte d'Urbino la Pergola ed altre terre a lui tolte, e a pagare in varie rate al re di Napoli quaranta mila ducati d'oro ch'egli avea truffato al re Alfonso, e di dare, per sicurezza di tal pace, al papa in deposito la città di Sinigaglia e il vicariato di Mondavio. Dura fu la legge, ma la necessità l'obbligò ad accomodarvisi. Così, ricuperate le sue castella, ebbe pace, ma pace comperata ben cara. Merita _Poggio dei Bracciolini_ Fiorentino, segretario di quella repubblica, e letterato insigne di questi tempi, che si faccia menzione della sua morte, accaduta nell'anno presente a dì 30 di ottobre[3051], con lasciar dopo di sè molte opere e gran nome. Mancò pure di vita in Napoli _Gianozzo Manetti_, parimente Fiorentino, letterato non inferiore all'altro per la sua molta dottrina e cognizione delle lingue ebraica, greca e latina.
NOTE:
[3034] Platina, Vita Pii II.
[3035] Thomas, Histor. Senen., tom. 20 Rer. Ital.
[3036] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3037] Raynaldus, Annal. Eccles.
[3038] Ammirati, Istor. Fiorent.
[3039] Raynaldus, Annal. Ecclesiast. Gobellinus, Comment. Platina, Vita Pii II.
[3040] Gobellin., Platina, et Raynaldus, Annal. Eccles.
[3041] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3042] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23.
[3043] Gobellinus, Comment., lib. 2. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[3044] Istor. Napolet., tom 23 Rer. Ital.
[3045] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[3046] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital.
[3047] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3048] Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.
[3049] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[3050] Gobel., Comment., lib. 3.
Anno di CRISTO MCCCCLX. Indiz. VIII.
PIO II papa 3. FEDERIGO III imperadore 9.
Continuando il buon _papa Pio II_ il suo soggiorno in Mantova, impiegò tutto il suo zelo per l'esecuzione del suo disegno intorno all'unione dei principi cristiani, gli ambasciatori de' quali erano concorsi a quella dieta[3052]. Quei di Firenze, Siena, Genova e Bologna promisero soccorsi. _Borso duca_ di Modena e signor di Ferrara chiaramente esibì trecento mila ducati d'oro. I Veneziani anche essi si mostrarono pronti a far guerra, ma voleano il comando dell'armata e delle genti degli altri principi. Più larghe erano le offerte del _re Ferdinando_, sennonchè egli si trovava involto in una pericolosa guerra col _duca d'Angiò_ e coi suoi baroni. Nulla si potè ottener dalla Francia. Poco ancora potea sperarsi dalla Germania, perchè, per la morte di _Ladislao re_ d'Ungheria e di Boemia, _l'imperador Federigo_, pretendendo a quei regni, pensava più a sè stesso che ai Turchi. Cosa promettesse _Francesco duca_ di Milano non apparisce. I fatti fecero vedere che i suoi molti colloquii col papa furono di aiutare il re Ferdinando, e non già di guerreggiare in Levante. Furono nondimeno nella dieta di Mantova stabiliti varii punti intorno al formare una possente flotta per mare e un poderoso esercito per terra da inviare contro ai Turchi: tutte belle disposizioni, le quali dove andassero a terminare, non tarderemo a vederlo. Ciò fatto, senza badare al rigore del verno, mosse da Mantova il pontefice Pio nella metà di gennaio, ed arrivò a Ferrara nel giorno 17[3053], servito sempre nel viaggio per Po dal _duca Borso_ con apparato di festa anche maggiore del precedente. Nel dì 22 arrivò a Bologna, e di là poi passò a Siena, dove si fermò sino al dì 1 di settembre: nel qual tempo andò ai bagni di Macerata e di Petriolo. Egli era maltrattato dalla gotta, e si facea portar dagli uomini in lettiga. Perchè vedea _Sigismondo Malatesta_, uomo torbido e malcontento della pace fatta, prese al suo soldo _Lodovico Malvezzo_[3054], condottiere di ottocento cavalli e ducento fanti. E non il prese indarno, perchè Sigismondo nel novembre ruppe la guerra alla Chiesa, e andò all'assedio di Castello Moro; ma ne fu cacciato con suo disonore da esso Malvezzo.
Cresceva intanto l'incendio della guerra nel regno di Napoli. Già _Marino Marzano_ principe di Rossano e duca di Sessa vedemmo che s'era congiunto con _Giovanni duca_ d'Angiò, ossia di Lorena[3055]. Altrettanto fecero _Antonio Caldora_ e gli altri Caldoreschi molto potenti nello Abbruzzo, e _Pier Giovanni Cantelmo_ duca di Sora, e _Niccola conte_ di Campobasso. Penetrato poi il duca Giovanni in Abbruzzo, trovò ubbidiente a' suoi cenni la città dell'Aquila. Intanto dal servigio di Ferdinando si levò ancora _Ercole Estense_, fratello del duca Borso, e colla sua brigata si gettò nel partito dell'Angioino, aprendogli le porte la città di Nocera dei Pagani. Ma quello che maggiormente rinforzò l'esercito del duca Giovanni fu la venuta al suo soldo di _Jacopo Piccinino_, già staccato dal servigio degli Aragonesi, sì perchè egli era gran capitano d'armi, e sì ancora perchè seco trasse un buon corpo di soldatesche[3056]. Partitosi egli da Cesena sul fine di marzo, per la marca d'Ancona andò in Abbruzzo, accrescendo con ciò l'animo agli Angioini, in poter dei quali vennero dipoi Foggia, San Severo, Manfredonia e molte altre terre. Allora fu che _Gian-Antonio Orsino_ principe di Taranto, levandosi la maschera, si dichiarò del partito angioino, ed unì col duca le sue forze, che erano ben molte. Con tale prosperità camminavano gli affari del duca; e già pareva ch'egli fosse per far balzare dal trono il re Ferdinando. Ricorse il re ai Veneziani e Fiorentini, ma niun di essi volle prendere impegno alcuno in favore di lui. Il solo _papa_ e _Francesco duca_ di Milano furono in suo aiuto. La maggior apprensione che si avesse lo Sforza dopo l'acquisto dello Stato di Milano, fu sempre quella dei Franzesi, per le pretensioni del duca d'Orleans al ducato di Milano, a cagione di _Valentina Visconte_. Mal volentieri si vedeva egli vicino esso duca di Orleans, padrone della città d'Asti. Gli stava anche sul cuore il dominio di Genova dato al re di Francia. Se fosse riuscito in oltre a Giovanni duca d'Angiò di conquistare il regno di Napoli, tanta potenza dei Franzesi in Italia potea far tremare un duca di Milano[3057]. Perciò Francesco Sforza diede circa due mila cavalli a _Buoso Sforza_ suo fratello nel marzo di quest'anno, con ordine di andare ad unirsi con _Alessandro Sforza_ signore di Pesaro suo fratello, e col conte Federigo d'Urbino, per impedire il passaggio del _Piccinino_ alla volta del regno di Napoli. O non vollero, o non poterono essi tagliargli la strada; e però gli tennero dietro per la Marca, e, giunti anche essi in Abruzzo cominciarono a far guerra alle terre di _Giosia Acquaviva_. Non meno del duca di Milano avea i suoi motivi _Pio II_ pontefice d'assistere al re Ferdinando in sì grave bisogno; nè egli potea sofferire i Franzesi, tanto più che negato gli aveano ogni sussidio contro dei Turchi. Pertanto inviò a Ferdinando in soccorso _Simonetto da castello di Piero_, e _Rinaldo Orsino_, con molte squadre di cavalleria. In questi tempi, volendo il re Ferdinando tirare nel suo partito _Marino duca_ di Sessa, si lasciò condurre ad un abboccamento con lui, accompagnato da due soli compagni. Era venuto il duca con due altri per assassinarlo; ma egli così ben seppe difendersi colla spada, ch'ebbero tempo i suoi d'accorrere e di ripulsare i traditori.