Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 110

Chapter 1103,186 wordsPublic domain

Dopo la pace e lega di sopra accennate s'avea oramai da godere un'invidiabil quiete; nè questa sarebbe mancata, se _Jacopo Piccinino_ non l'avesse in qualche parte turbata[3001]. Era egli generale de' Veneziani, che gli pagavano cento mila ducati l'anno. Non abbisognando più il senato veneto di tanta spesa, ed essendo terminata la sua condotta nel fine di febbraio, il cassarono, e ben volentieri, per le innumerabili ribalderie de' suoi soldati, che ugualmente trattavano nemici ed amici[3002]. In suo luogo fu creato generale de' Veneziani _Bartolomeo Coleone_. Abbiamo scrittori, e massimamente Porcello Napoletano[3003], che esaltano alle stelle questo Piccinino, chiamandolo specialmente Fulmine della guerra. Nè può già mettersi in dubbio che egli fosse uno dei più prodi guerrieri e condottieri d'armi che s'avesse allora l'Italia; ma vero è altresì ch'egli fu poco diverso dai capitani delle compagnie de' masnadieri, da noi veduti nel precedente secolo. Viveva egli alle spese di chi non era suddito, e si guadagnava l'amore de' soldati suoi con dare l'impunità a tutte le ruberie e furfanterie, e a qualsivoglia altro loro eccesso. Ora il Piccinino, licenziato dai Veneziani, si partì dai loro Stati, ed avendo preso in sua compagnia _Matteo da Capoa_, formato un corpo di più di tre mila cavalli e di mille fanti[3004], venne a Ferrara, dove grande onore gli fu fatto dal _duca Borso_, perchè la politica insegnava di non disgustare, anzi di aver per amici personaggi di tal fatta, che andavano in traccia della buona ventura con forze da non isprezzare. Nudriva Jacopo Piccinino speranza di far rivoltar Bologna[3005], città già signoreggiata da Niccolò suo padre. Ma, preveduti per tempo i di lui movimenti, il pontefice _Niccolò_, allora vivente, avea pregato _Francesco Sforza_ duca di Milano che inviasse gente colà per isventare qualunque tentativo che potesse far questo venturiere. Vi spedì egli _Corrado Fogliano_ suo fratello uterino, e _Roberto da San Severino_ con un corpo di gente poco inferiore a quello del Piccinino: lo che fu cagione che questi non osasse di far novità, e che i Malatesti e Manfredi, i quali dianzi per paura erano in segreto accordo con lui, si ritirassero da ogni promessa a lui fatta. Perciò il Piccinino continuò il suo viaggio verso la Toscana, e andò a fermarsi su quello di Siena. Avea egli de' conti particolari co' Sanesi. Oltre a ciò, Porcello Napoletano avea intronata la testa del _re Alfonso_ con tanti elogi della bravura e mirabil prudenza militare del Piccinino, che il re cominciò segretamente e poi pubblicamente a favorirlo, e a desiderare d'averlo a' suoi servigi. Era anche il re disgustato de' Sanesi, perchè nella guerra co' Fiorentini l'avevano beffato; e però non gli dispiaceva che il Piccinino facesse loro del male. Infatti egli mosse lor guerra, ed avendoli trovati sprovveduti[3006], s'impadronì di Cetona, di Sartiane e d'altri castelletti, con istendere dappertutto le scorrerie. Raccomandaronsi i Sanesi al papa, a Venezia, a Firenze, a Milano. Tutti mandarono gente in loro aiuto, e si venne poi ad un fatto d'armi, senzachè alcuna delle parti cantasse la vittoria. Tuttavia il Piccinino, siccome inferior di gente[3007], si ritirò a Castiglion della Pescaia, che era del re Alfonso, ed ebbe anche a tradimento Orbitello. In questa picciola guerra non men le sue milizie che quelle dei collegati rimasero disfatte, ed egli si ridusse avere non più che mille persone. Se non era il re Alfonso che gli mandasse vettovaglie per mare, questo sì manesco guerriero non poteva più sussistere. Sul principio di luglio[3008] _Giovanni d'Angiò_, duca di Calabria di solo nome, e figliuolo del _re Renato_, veggendo estinta ogni sua speranza di entrare nel regno di Napoli per cagion della pace fatta da' Fiorentini col re Alfonso, rinunziò al generalato di quella repubblica, e, splendidamente regalato da essi Fiorentini, se ne tornò in Francia, e passò per Bologna. _Giberto da Correggio_, che con cinquecento cavalli era ito al servigio de' Sanesi, e preso da loro per generale, scoperto che teneva segreta intelligenza col Piccinino, qual traditore fu in Siena ucciso. In quest'anno ancora il re Alfonso, per l'odio che portava a' Genovesi, fece loro gran guerra per mare[3009] con una grossa flotta spedita sotto il comando di _Bernardo Villamarino_, ed anche per terra co' fuorusciti Adorni e del Fiesco. _Pietro da Campofregoso_ doge di quella repubblica contra di tutte queste forze si seppe così ben sostenere, che andarono in fumo tutti gli sforzi de' suoi nemici.

NOTE:

[2995] Du Mont, Corp. Diplom., tom. 3.

[2996] Raynaldus, Annal. Eccles. Manetti, Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[2997] Raynaldus, Annal. Eccl.

[2998] Manetti, Vit. Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[2999] Platina, in Vita Nicolai V.

[3000] Gobelin., Comment. Pii II, lib. 2. S. Antonin., Platina, Æneas Sylvius, et alii.

[3001] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[3002] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[3003] Porcelli, Comment., tom. 20 Rer. Ital.

[3004] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[3005] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.

[3006] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23.

[3007] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[3008] Cronica di Bologna, tom. eod.

Anno di CRISTO MCCCCLVI. Indiz. IV.

CALLISTO III papa 2. FEDERIGO III imperadore 5.

Fu questo finalmente anno di pace. Restava tuttavia lo Stato di Siena involto nella guerra per cagion di _Jacopo Piccinino_, che s'era afforzato ad Orbitello[3010]. Inviarono bensì i Sanesi le lor milizie colle poche de' collegati rimaste in aiuto loro all'assedio di quella terra; ma apparenza non v'era di poterlo cacciare di là. Pertanto i Sanesi inviarono _Enea Silvio_ celebre lor vescovo a Roma a pregare il papa che interponesse gli uffizii suoi paterni presso il _re Alfonso_, acciocchè si mettesse fine a questa briga, che troppo li smugneva e pesava lor sulle spalle. Accompagnato dunque dai ministri pontificii passò Enea a Napoli, e con tale eloquenza e destrezza si maneggiò, che il re si accordò e comandò al Piccinino di lasciare in pace i Sanesi[3011]. Venti mila fiorini pagati ad esso Piccinino servirono a fare ch'egli restituisse ai Sanesi le lor terre; dopo di che se ne andò egli in regno di Napoli a' servigi del re Alfonso nel dì 8 di ottobre, da cui fu posto a quartiere in Cività di Chieti in Abbruzzo colla paga di mille e ducento cavalli e secento fanti. Attesta inoltre Neri Capponi[3012] aver avuto esso Piccinino certa provvisione dal papa e dai Sanesi: tanto vi voleva per quetar questo masnadiere. Maggiormente poi si strinse nell'anno presente l'amicizia ed unione del suddetto re Alfonso con _Francesco Sforza_ duca di Milano[3013], stante l'avere il duca promessa _Ippolita Maria_ sua figliuola in moglie ad _Alfonso_ primogenito di _Ferdinando duca_ di Calabria, e nipote dello stesso re. Similmente si conchiusero gli sponsali d'_Isabella_ (ossia, come vuole il Simonetta[3014] col Corio[3015], _Leonora_) d'Aragona, figliuola d'esso duca di Calabria, con _Sforza Maria_ terzogenito del duca Francesco. Imperciocchè _Galeazzo Maria_ suo primogenito avea già contratti altri sponsali con _Susanna_, da altri appellata _Dorotea_, figliuola di _Lodovico marchese_ di Mantova, e al secondogenito, cioè a _Filippo Maria_, era stata obbligata in moglie _Maria_ figliuola di _Lodovico duca_ di Savoia. Così Francesco Sforza pensava a moltiplicare ed assodar la sua stirpe con tanti maritaggi.

Armò in quest'anno il pontefice _Callisto III_ alquante galee per la sospirata spedizione contra de' Turchi[3016]; ma a lui vennero a poco a poco mancando gli aiuti degli altri principi cristiani. Il re di Francia neppur volle che si predicasse la crociata nel suo regno. I Veneziani, essendo in pace col Turco, si scusarono. Avrebbono i Genovesi vigorosamente accudito a questa impresa, se il _re Alfonso_ non avesse proseguita contra di loro la guerra. Avea sulle prime esso re fatto credere di voler egli in persona andar contro ai Turchi, ed essere ammiraglio delle forze cristiane. Si ridusse infine tutta questa sparata a rivolgere contra de' Genovesi la flotta da lui preparata in Catalogna e Valenza, con protestare di voler prima domar l'alterigia de' Genovesi; il che fatto, volterebbe le prore verso la Turchia. E per quanto s'adoperasse papa Callisto, non potè rimuoverlo da questo proponimento. Diedero poi le sue navi il guasto alla riviera di Genova, senza nondimeno far paura per questo alla città. Provvide Iddio in altra maniera al bisogno della cristianità, perchè, trovandosi l'Ungheria in evidente pericolo d'essere ingoiata da' Turchi, in quest'anno gli Ungheri riportarono una insigne e miracolosa vittoria contra dell'immenso loro esercito verso Belgrado. Spedito anche _Lodovico Scarampo_ cardinale di San Lorenzo in Damasco colle galee pontificie nell'Arcipelago, ricuperò tre isole dalle mani de' Turchi, e recò loro altri danni. Nel febbraio di quest'anno papa Callisto promosse alla sacra porpora _Rodrigo Borgia_ suo nipote, che poi fu _Alessandro VI_ papa. E nel dicembre fece un'altra promozione di cardinali, fra i quali si distinse _Enea Silvio_ de' Piccolomini Sanese, vescovo della sua patria, uno de' più felici ingegni che si avesse allora l'Italia. Dall'Infessura[3017] è riferita tal promozione all'anno seguente. Parve che Iddio mostrasse il suo sdegno in quest'anno contra del _re Alfonso_, seppure è lecito a noi di facilmente interpretare così i giudizii divini, allorchè non sopra i delinquenti re, ma sopra gl'innocenti popoli si scarica il flagello, delle calamità[3018]. Nel dì 5 di dicembre e in altri susseguenti giorni un sì terribil tremuoto scosse la terra nel regno di Napoli, che fu creduto non essersi da più secoli indietro provato un somigliante eccidio in quelle contrade. Caddero in Napoli molte chiese, torri e case colla morte di molte persone. Benevento, Sant'Agata, Brindisi, Ariano, Ascoli, Campobasso, Avellino, Cuma ed altre terre rimasero affatto diroccate e distrutte. Ad Aversa cadde il castello e la chiesa di San Paolo, il campanile e varie case, e le torri del Passo. Nocera di Puglia, Gaeta e Canosa per la metà furono rovesciate[3019]. Tralascio i danni di tante altre terre e luoghi. Le persone morte sotto le rovine chi le fece ascendere sino a cento mila, con esserne perite nella sola città di Napoli, per attestato d'alcuni, venti o trenta mila. Probabilmente non vi perì tanta gente; contuttociò fu questa una delle maggiori calamità che mai toccassero a quel regno. Nè si dee tacere che nei precedenti mesi di giugno e di luglio[3020] si era veduta in Italia una gran cometa, che fu creduta dalla buona gente foriera della suddetta spaventosa disgrazia. Anche in Toscana tra Firenze e Siena, nel dì 22 d'agosto[3021], un terribile sconcerto nell'aria avvenne. Nuvoli neri, dieci sole braccia alti da terra, si raunarono, e poscia, scoppiando in baleni e fulmini, mossero vento sì impetuoso, che portò via i tetti delle case e chiese; molte ancora ne abbattè, sbarbicò dalle radici gran copia d'alberi, uccise animali, e trasportò uomini e carra colle bestie ben lontano da un luogo all'altro per aria: lagrimevole spettacolo, inferiore nulladimeno allo spaventoso che a' giorni nostri accadde nella stessa guisa, ma colla giunta del fuoco, al territorio di Trecenta sul Ferrarese, e a' luoghi circonvicini.

NOTE:

[3009] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 15. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[3010] Gobelin., Comment. Pii II Papae.

[3011] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.

[3012] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[3013] Giornal. Napoletani, tom. 21 Rer. Ital.

[3014] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.

[3015] Corio, Istoria di Milano.

[3016] Raynaldus, Annal. Eccles.

[3017] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[3018] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Æneas Sylvius, in Epist. 207. S. Antonin., et alii.

Anno di CRISTO MCCCCLVII. Indiz. V.

CALLISTO III papa 3. FEDERIGO III imperadore 6.

Non lasciò il _re Alfonso_ passare questo anno senza tenere in esercizio l'armi sue. Accanito contra _Pietro da Campofregoso_ doge di Genova, a tutte le maniere il volea atterrare, e rimettere in Genova gli Adorni, co' quali probabilmente era in concerto di divenir poi egli padrone di quella sì importante città. Seguitò dunque a danneggiare i Genovesi; e questi, senza perdere il coraggio, armarono anch'essi molti legni per ripulsare la forza. Nè, per quanto dicesse o facesse il papa, volle Alfonso desistere, allegando sempre che n'erano in colpa i Genovesi medesimi. Ma in questi tempi la storia di Genova è mancante di scrittori: laonde poco si sa di quegli avvenimenti. Nè questo gli bastò. Era egli in collera anche contra di _Sigismondo Malatesta_ signore di Rimini e Fano[3022], perchè questi, siccome già accennai, preso al suo soldo nella guerra co' Fiorentini, lo avea burlato con passare al servigio degli stessi Fiorentini, e truffargli trenta ossieno quaranta mila fiorini d'oro. Ordinò dunque Alfonso a _Federigo duca_ di Urbino, soldato suo, che attaccasse lite con esso Sigismondo. Fu ubbidito. Il re poi gli mandò in aiuto _Jacopo Piccinino_ colla sua brigata di cavalleria e fanteria. Cominciarono essi le offese nel mese di novembre, tolsero al Malatesta alcune castella, e gli recarono molti altri danni. Non poca apprensione agli altri principi d'Italia diedero questi movimenti d'Alfonso, temendo ch'egli avesse delle mire più vaste. Francesco Foscari doge di Venezia era già pervenuto all'età decrepita[3023]. Prima ancora di questi tempi avea dovuto inghiottire varie amare pillole di disgusti a lui dati dalla nobiltà sua compagna nel governo, a cagione di Jacopo suo figliuolo, cervello torbido, e che si metteva sotto i piedi le leggi della patria. Più d'una volta per questo egli avea chiesta licenza di rinunziare la sua dignità, ma senza essere esaudito, in considerazione de' molti meriti suoi colla repubblica. Tempo arrivò ch'egli, lontano dall'abbandonar il trono, fu forzato ad abbandonarlo. Sotto pretesto ch'egli a cagion della sua età non fosse più atto al governo, gl'intimarono di rinunziare. Ricusò ben egli di farlo; ma, ciò non ostante, il consiglio procedette innanzi, e, dichiaratolo deposto, nel dì 23 d'ottobre il rimandarono per forza alla sua casa, non senza grave mormorio del popolo, con assegno fattogli di due mila ducati d'oro l'anno finchè vivesse[3024]. Visse nondimeno pochissimo, perchè, all'udire il lieto suono delle campane per la creazion del nuovo doge, tale affanno di cuore il prese, che gli crepò una vena nel petto, oppure per altro malore terminò i suoi giorni. Fu dunque in sua vece eletto doge _Pasquale Malipiero_, procuratore di San Marco, che colla gravità e bella presenza, e coll'amore della giustizia accoppiava non poca carnalità e lascivia. Per la di lui creazione di grandi feste furono fatte in Venezia.

Le maggiori applicazioni del vecchio papa _Callisto III_ erano in questi tempi per commovere i principi cristiani ed anche i Persiani contro del Turco, che sempre più andava stendendo le ali[3025]. Il _cardinale Lodovico_ suo legato colla sua picciola flotta diede in quest'anno delle busse sotto Metelino a que' Barbari; picciolo rimedio a male sì grande. Ma poco o nulla si sbracciavano i re e principi della cristianità per secondare le idee e preghiere del papa; ed essendo morto _Ladislao re_ d'Ungheria e di Boemia, que' popoli e l'_imperador Federigo_, in vece di accudire alla guerra contra il comune nemico, la cominciarono fra loro. Intanto andava ogni dì più crescendo la discordia fra _papa Callisto_ e il _re Alfonso_. Si credeva il re di poter fare il padrone addosso a questo pontefice, perchè nato suo suddito, e sparlava anche di lui. Callisto, all'incontro, non voleva essere signoreggiato, nè potea sofferire che Alfonso, dopo il preso impegno della crociata contro de' Turchi, si burlasse di lui, con avere piuttosto rivolte le sue armi contra de' Genovesi e de' Malatesti. Però gli negò l'investitura del regno di Napoli per _don Ferdinando_ duca di Calabria suo figliuolo bastardo, benchè legittimato da' papi precedenti: il che irritò forte Alfonso. I tremuoti dell'anno antecedente ed altri provati in Calabria anche nel presente, e il turbine già accennato della Toscana, e la peste che tuttavia andava girando per l'Italia e mietendo le vite degli uomini, dovettero essere i motivi, per li quali un frate Gian Batista dell'ordine de' Predicatori, che portava una barba lunghissima, e camminava a piè nudi, pubblicamente predicò in Piacenza nel dì 6 di luglio[3026], che s'avvicinava la venuta dell'Anticristo e il fine del mondo, allegando una simil predizione fatta da san Vicenzo Ferrerio. Alla più lunga si dovea verificar questa predizione nell'anno 1460. Se si sia verificata, ognuno può renderne buona testimonianza.

NOTE:

[3019] Platina, in Vita Callisti III.

[3020] Annales Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[3021] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23.

[3022] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[3023] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[3024] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[3025] Raynaldus, Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MCCCCLVIII. Indiz. VI.

PIO II papa 1. FEDERIGO III imperadore 7.

Talmente avea il _re Alfonso_ angustiata la città di Genova, pretendendo sempre che _Pietro da Campofregoso_ doge dimettesse il governo, e che a' fuorusciti Adorni fosse restituita ogni loro libertà e diritto[3027]; che esso doge, non trovando chi tra' principi volesse alzare un dito in sua difesa, nel febbraio di quest'anno per disperazione si appigliò alla risoluzion di dare piuttosto ad altri, che al re Alfonso suo nimico, la città di Genova. Trattò dunque per qualche tempo con _Carlo VII_ re di Francia, e finalmente conchiuse, col consenso de' principali cittadini, di dar essa città a quel re con varii patti e privilegii del popolo genovese. Pertanto dopo aver eglino spediti ambasciatori al re Carlo, arrivò a Genova _Giovanni d'Angiò_ figliuolo del _re Renato_, quello stesso che poco fa abbiam veduto in Italia generale de' Fiorentini. A lui fu consegnata Genova insieme col castelletto e colle altre fortezze di Genova e del Genovesato, nel dì 11 di maggio. Con questo contratto s'era immaginato quel popolo d'aver comperata la quiete, giacchè non si sapea persuadere che il re Alfonso volesse da lì innanzi cozzare con un re sì possente, qual era il re di Francia loro signore. Tutto il contrario avvenne. Alfonso maggiormente irritato, perchè s'avvide essersi quel popolo privato della libertà, per non cedere punto ai di lui voleri, e per fargli dispetto, più che mai s'accese di voglia di soggiogar quella città: al che continuamente ancora l'incitavano i fuorusciti Adorni, Fieschi e Spinoli. Avendo perciò inviate venti navi cariche di soldatesche e d'ogni sorta di munizione, ed inoltre dieci galee ben armate, al suo ammiraglio, cioè a _Bernardo Villamarino_, che con altre venti galee era svernato a Porto Delfino, ordinò di procedere contro la città di Genova. Nello stesso tempo, unite altre sue milizie a quelle che poterono mettere insieme gli Adorni e gli altri fuorusciti, volle che anche per terra se ne formasse l'assedio. Per la lunga passata guerra si trovavano allora non poco infievoliti i Genovesi: tuttavia animati dalla natia loro bravura, e dall'antico odio contra de' Catalani, si accinsero validamente alla difesa. Nè il duca Giovanni regio lor governatore, nè _Pietro Fregoso_ ommisero diligenza e riparo alcuno per resistere a tanta tempesta. Dio sa nondimeno come sarebbe terminata quella tempesta. Onde meno se l'aspettavano venne loro il soccorso; e questo fu la morte dello stesso re Alfonso. Appena ne fu giunto l'avviso, che la nemica flotta si sciolse, chi come fuggendo a Napoli, e chi tornando a Barcellona. Nè fu men presto a ritirarsi l'esercito di terra; ed essendo da lì a qualche tempo mancati _Barnaba_ e _Rafaello Adorni_, fu creduto che l'eccessiva doglia di aver perduto nell'amico re un gran protettore, ed insieme il vedere andata in fumo la speranza di conseguir una vittoria ch'essi si tenevano in pugno, servisse ad abbreviare i lor giorni. Tuttavia la città di Genova, ancorchè liberata dall'assedio, rimase in cattivissimo stato, perchè le fatiche sofferte e la carestia patita dal popolo in quell'assedio, furono seguitate da una grave epidemia, ossia peste, che fece strage di assaissime persone.