Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 109

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Tuttochè _Francesco Sforza_ fosse quel grande eroe che convien confessarlo, e già signoreggiasse tutto il ducato di Milano, pure si trovava in istato da non poter competere nè durarla lungo tempo colla superior potenza della repubblica veneta, sì perchè troppo indebolito a lui pervenne lo Stato di Milano, e sì perchè nel medesimo tempo gli conveniva sostener la guerra anche contra _Lodovico_ duca di Savoia, e contra di _Guglielmo di Monferrato_. Anche i signori di Correggio dal canto loro faceano guerra agli Stati di Parma e di Mantova. Unitamente dunque tanto egli come i Fiorentini[2976] si rivolsero a _Carlo VII re_ di Francia, pregandolo d'aiuto, e fecero gli occorrenti maneggi per tirare in Italia _Renato duca di Angiò_ e di Lorena, che tuttavia usava il titolo di re di Sicilia, facendogli credere che, sbrigati dalla guerra co' Veneziani, l'aiuterebbono colle loro armi a conquistare il regno, ed intanto annualmente gli pagherebbono cento venti mila fiorini d'oro. Accettò egli il partito, obbligandosi di calare in Italia con due mila e quattrocento cavalli. Mentre si trattava di questo affare, sul principio di gennaio[2977], vollero i Veneziani, non ostante il rigore del verno, fare una spedizione contro il marchese di Mantova, per torgli Castiglione delle Stiviere. E in effetto essendo deputato a questa impresa _Jacopo Piccinino_, dopo varii assalti che costarono la vita a parecchie centinaia di persone, costrinsero quella terra a rendersi, salva la roba e le persone. Ma non fu a quel misero popolo mantenuta la fede. Andò a sacco tutta la terra; gran bottino vi fu fatto, e niun riguardo fu avuto all'onore delle donne, con vituperio grave di chi permise tanta infedeltà e barbarie. Venuto il marzo, acquistarono essi Veneziani alcune castella; ma sotto Manerbe toccò a _Gentile da Lionessa_ loro generale una ferita, per cui nel dì 15 d'aprile cessò di vivere. Fu dato il bastone del comando di quella armata a _Jacopo Piccinino_, personaggio che dopo Francesco Sforza era in questi tempi il più prode, attivo ed accorto condottieri d'armi. S'impadronirono le armi venete di alcune altre castella, con ricuperar anche Pontevico. Per l'uscita in campagna del duca di Milano, che tornò sul Bresciano, cessarono le lor conquiste. Intanto i Veneziani, per aderire alle brame di _Carlo da Gonzaga_, voglioso di ricuperar alcune sue castella toltegli dal marchese di Mantova suo fratello, gli diedero tre mila cavalli con cinquecento fanti. Dalla parte del Veronese entrò egli nel Mantovano, e faceva già dei progressi, quando nel dì 15 di giugno il marchese, assistito da _Tiberto Brandolino_, il venne a trovare, e fu con lui alle mani. L'aspra e dura battaglia durò cinque ore, e finì colla sconfitta di Carlo e de' Veneziani, che vi lasciarono più di mille cavalli ed alcuni capi di squadre. Andò in questo mentre il duca di Milano all'assedio di Gedo ossia Gaido, e tanto vi stette sotto, che se ne impadronì. Diedero anche le sue genti sotto Castiglione una buona percossa a quattro mila nemici nel dì 15 d'agosto. Avea ne' medesimi tempi Ferdinando duca di Calabria, per ordine del re Alfonso suo padre, riaccesa la guerra in Toscana, ma con far pochi fatti[2978]. I Fiorentini colle loro genti il teneano corto, e ripigliarono alcuni lor luoghi ancora. Perchè il duca di Milano abbisognava forte di danaro, avea mandato in loro aiuto il conte Alessandro suo fratello con due mila persone, e da loro avea ricavato ottanta mila fiorini d'oro.

Ma eccoti la dolorosa nuova che Maometto II imperador de' Turchi, il quale nell'anno precedente avea messo l'assedio all'imperiale città di Costantinopoli, nel presente con un furioso assalto dato nel dì 29 di maggio[2979] se ne era impadronito, con tagliare a pezzi _Costantino Paleologo_ ultimo imperadore dei Greci, e più di quaranta mila cristiani, con profanar tutte le chiese, e commettere i più orridi eccessi che si usano in tali congiunture, e massimamente dai Barbari. Tutto con perpetua infamia del nome cristiano e de' principi del cristianesimo d'allora, solamente applicati a scannarsi l'un l'altro: del qual fatto parvero nella opinione del mondo spezialmente rei il re Alfonso e i Veneziani, che, più degli altri a portata di soccorrere i miseri Greci, amarono piuttosto di far guerra in Italia a chi desiderava la pace. Ed ebbero bene a pentirsene gli stessi Veneziani, perchè molti lor nobili e mercatanti rimasero involti in quella sì deplorabil rovina, e peggio dipoi loro avvenne. Ora trafisse il cuore d'ognuno, e principalmente di papa _Niccolò V_, questa al maggior segno funesta e lagrimevole nuova, sì per la perdita di così nobile e importante città, come ancora per le sue pessime conseguenze, le quali poco si stette a provarle; perchè i Turchi tolsero Pera a' Genovesi, e cominciarono a stendere le lor conquiste pel mare Egeo con danno gravissimo ed incredibil terrore degli altri popoli cristiani. Allora fu che il pontefice[2980] piucchè mai accese il suo zelo per ismorzare in Italia, Germania ed Ungheria l'incendio delle guerre; e spedì a Venezia, a Milano, a Genova e a Firenze, acciocchè ognuno inviasse ambasciatori a Roma per trattar della pace, minacciando la scomunica a chiunque ripugnasse ad opera di tanto bisogno per la cristianità. Allo stesso fine scrisse caldissime lettere agli altri re e principi cristiani, sollecitando tutti a prestar aiuti per ricuperar Costantinopoli (cosa per altro oramai disperata), o per impedire gl'imminenti progressi de' Maomettani.

Spedirono bensì i principi d'Italia i lor ministri alla corte pontifizia; ma intanto si continuò a guerreggiare fra loro. S'era provato il _re Renato_ di passar le Alpi con circa tre mila e cinquecento cavalli; gli si oppose _Lodovico duca_ di Savoia[2981]. Costretto a passar egli per mare a Ventimiglia, e poscia ad Asti, tanto fece, che _Lodovico delfino_ di Francia prese l'armi in suo favore, ed obbligò il duca di Savoia, benchè suocero suo, a lasciar passare la di lui gente nel mese di settembre. Giunto il re Renato in Monferrato, la prima impresa che fece, fu quella di pacificare _Guglielmo_, fratello di quel marchese, col _duca Francesco_: nel qual tempo _Bartolomeo Coleone_ spedito dal duca occupò il borgo e la rocca di San Martino nel cuore del Monferrato. S'interpose dunque Renato, ed operò che _Giovanni marchese_ e _Guglielmo_ suo fratello compromettessero in lui tutte le differenze fra loro e Francesco duca di Milano. Il compromesso del dì 15 di settembre è rapportato da Benvenuto da San Giorgio[2982]. Così cessò in quelle parti la guerra, e lo Sforza richiamò di là quattro mila combattenti, che vennero a rinforzar la sua armata sul Bresciano. Giunse colà dipoi anche lo stesso Renato co' suoi; e ingagliardito colla giunta di tante brigate l'esercito sforzesco, nel dì 16 d'ottobre andò all'assedio di Pontevico[2983]. Per forza fu presa quella terra nel dì 19 dagl'Italiani, che le diedero tosto il sacco. V'entrarono susseguentemente anche le genti del re Renato, e vedendo già sparecchiata la tavola, cominciarono ad infierir contra di que' poveri abitanti, ammazzando uomini, donne e fanciulli. Erano i Franzesi d'allora gli stessi che quei d'oggidì per quel che riguarda l'amore dei piaceri, divertimenti e gozzoviglie; e però, giunte a Milano le squadre di Renato, dove trovarono delizie, non sapeano più partirsene. Ma diversi per altro conto da quei d'oggidì erano i Franzesi d'allora, perchè crudeli oltre modo e di maniere turchesche nel far la guerra, non volendo dar quartiere ai vinti che lo chiedevano, e commettendo altre simili barbarie: laddove gl'Italiani di questi tempi non solamente davano quartiere, ma, spogliati che aveano i prigionieri, siccome altrove ho detto, li lasciavano andar con Dio. Della cristiana moderazion de' Franzesi d'oggidì l'Italia e la Germania ha veduto frequenti gli esempli anche a' dì nostri. Ma così orrida crudeltà usata dai Franzesi suddetti, la maggior parte Piccardi, sparse un tal terrore per le terre ubbidienti ai Veneziani[2984], che mandavano innanzi le chiavi senza voler aspettare l'arrivo dell'esercito sforzesco. Caravaggio, Triviglio e tutta la Geradadda, a riserva di Soncino e Romanengo, tornarono in potere dello Sforza. Così in poco tempo quasi tutta la pianura del Bresciano si sottomise alle di lui armi. Roado, Palazzuolo, Chiari, Pontoglio, Martinengo, Manerbe, ed assaissime altre terre e molta parte della pianura di Bergamo vennero alla divozion del duca di Milano. Posto poi l'assedio agli Orci Nuovi, nel dì 12 di novembre, lo sforzò egli nel dì 22 alla resa, e Soncino anch'esso tornò alle sue mani. A tanti progressi contribuì non poco l'essersi precipitosamente ritirata a Brescia l'armata veneta per trovarsi troppo inferiore di forze alla nemica. Così terminò la campagna dell'anno presente, e le soldatesche furono distribuite a' quartieri d'inverno. Avea il pontefice Niccolò mandato a' confini in Bologna _Stefano Porcaro_ nobile romano per sospetti del suo umor torbido[2985]. Tramò costui una congiura con alcuni Romani contro la vita e lo Stato dello stesso papa; e nella festa di santo Stefano dell'anno precedente si partì all'improvviso da Bologna senza licenza del _cardinal Bessarione_ legato di quella città. Con tutta fretta ne spedì il cardinale per un corriere l'avviso al papa, il quale, avendo tosto messe buone spie in campo[2986], fece, nella vigilia dell'Epifania, prendere esso Porcaro in casa sua con alquanti de' suoi partigiani che già erano in armi. Formato il suo processo, fu, nel dì 9 di gennaio, impiccato per la gola. Soggiacquero alla medesima pena altri de' suoi congiurati, ed altri furono banditi. Intenzion di costoro era di ridurre Roma all'antica sua libertà. Ma per un papa che facea tanto di bene a Roma, fa tanto più orrore un così nero attentato.

NOTE:

[2976] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital. Poggius, et alii.

[2977] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.

[2978] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.

[2979] Naucler. Chalcondyla, Phrantz. Æneas Sylvius et alii.

[2980] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2981] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.

[2982] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[2983] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[2984] Sanuto, Istor. Ven., tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCLIV. Indiz. II.

NICCOLÒ V papa 8. FEDERIGO III imperadore 3.

Sul principio di quest'anno il vecchio _re Renato_, impazientatosi (non ne sappiamo bene la vera cagione) della sua dimora in Italia, si congedò dal duca di Milano[2987], e senza che si trovasse maniera di ritenerlo, volle tornarsene colle sue genti in Francia, datogli il passo da _Lodovico duca_ di Savoia. Lasciò in Italia _Giovanni_ suo figliuolo, che portava il titolo vano di duca di Calabria, giacchè i Fiorentini il voleano per loro capitano, affin di opporre questo principe angioino ad _Alfonso re_ di Napoli. Con tutti poi gli uffizii premurosi adoperati dal papa per intavolar la pace fra le potenze guerreggianti in Italia, niun buon successo fin qui avea avuto il suo zelo per colpa d'esso re Alfonso, il quale guastava tutto e si opponeva ad ogni onesta proposizione. Ma Iddio dispose che un semplice frate divenisse lo strumento di sì bella impresa, e la conducesse a fine[2988]. Fu questi fra Simonetto da Camerino dell'ordine di Sant'Agostino, religioso dabbene, abitante allora e ben voluto in Venezia, che, mosso dal suo buon genio, o piuttosto da segreta insinuazione dei saggi Veneziani, andò più d'una volta a Milano, proponendo la pace a quel duca, e riferendo a Venezia quel che occorreva. Erano stanchi di quella guerra i Veneziani, e maggiormente poi per la perdita di tanto paese nel Bresciano e Bergamasco: nel qual tempo ancora, per attestato di Cristoforo da Soldo, il conte _Jacopo Piccinino_ lor generale, alloggiato con grosso corpo di gente in Salò, lasciò divorar dalle sue soldatesche tutta quella Riviera e Lonado, e commettere ruberie e disonestà senza numero. Si aggiugneva la paura della potenza turchesca, accresciuta a dismisura dopo la presa di Costantinopoli e d'altri paesi cristiani. Dall'altro canto _Francesco Sforza_ duca di Milano si sentiva troppo smunto per la guerra suddetta, penuriando spezialmente di pecunia, cioè dall'alimento più necessario a chi vuol mantener armate. Gli pungeva anche il cuore l'essere sul principio di marzo passato dal suo servigio a quel de' Veneziani _Bartolomeo Coleone_, insigne capitano di questi tempi, colle sue squadre. Però, trovata questa buona disposizione in amendue le parti, il religioso predetto con segretezza e prudenza dispose un buon concerto per la concordia. Il duca di Milano onoratamente confidò ai Fiorentini suoi collegati ogni progetto, i quali, inviato colà Diotisalvi Neroni, accudirono anch'essi al trattato. Ma i Veneziani, irritati contra del _re Alfonso_, per aver egli colle sue ripugnanze ad ogni accordo ridotti gli ambasciatori a partirsi di Roma senza conchiusione, non gli vollero far confidenza alcuna de' loro particolari maneggi. Perchè non pareva allo Sforza fra Simonetto bastante a sì grande affare (forse non doveva egli avere per sì grande opera mandato autentico), la repubblica veneta spedì con esso lui _Paolo Barbo_ cavaliere[2989], che, travestito da frate minore, si portò a Lodi a trattarne colle facoltà occorrenti. Fu dunque nel dì 9 d'aprile in essa città di Lodi sottoscritta la pace fra i Veneziani e il duca di Milano, con lasciar luogo ad entrarvi al re, a' Genovesi, al marchese di Mantova e ad altri collegati[2990]. Ritenne in questa pace il duca la Geradadda, e restituì a' Veneziani tutto quanto avea preso nel Bresciano e Bergamasco. Il marchese rendè a _Carlo Gonzaga_ suo fratello le castella che gli avea tolto. Per un articolo segreto restò in libertà il duca di ricuperar per amore o per forza le castella a lui occupate durante la suddetta guerra da _Lodovico duca_ di Savoia, da _Giovanni marchese_ di Monferrato e da _Guglielmo_ suo fratello, e le tolte dai Correggeschi al marchese di Mantova.

Sdegnato il _re Alfonso_ contro de' Veneziani, perchè, senza curar di lui, si fossero accordati collo Sforza, ricusò per un pezzo d'accettar quella pace. Vi si accomodò, come la necessità portava, il marchese di Mantova. Ma perchè era succeduto ai Correggeschi, al Monferrino e al Savoiardo quello ch'è intervenuto in altri tempi; cioè che i Veneziani aveano pensato più ai proprii che agli altrui interessi[2991]; lo Sforza, poco dopo la pace, spedì Tiberto Brandolino colle sue armi contra di loro, e gli obbligò a rendere il mal tolto: cioè passò Tiberio contra de' Monferrini, e si fece rendere varie terre pervenute alle lor mani. La concordia stabilita fra loro nel dì 17 di luglio si legge nel Corpo Diplomatico del signore Du Mont. Contro al duca di Savoia furono medesimamente inviati da una parte esso Brandolino, e da un'altra _Roberto da San Severino_, i quali cominciarono a stendere le loro scorrerie sino a Vercelli. Nel termine di tre giorni fece sì buon effetto il terrore delle lor armi, che tornarono alla divozion del duca Bassignana, Biandrate, Valenza, Bremide e tutti gli altri luoghi occupati nel Pavese e Novarese. Borgo di Sesia fu assediato, e costretto alla resa. Pertanto si sollecitò _Lodovico duca_ di Savoia ad inviar ambasciatori per chiedere accordo. Questo fu stabilito, e il fiume Sesia fu da lì innanzi il confine dei loro Stati. Il Guichenone[2992] (io non so come) non ha avuta difficoltà a negare, che Francesco Sforza facesse per questo guerra al duca di Savoia, e giugne a chiamare adulazione del Corio il dirsi da lui[2993] che colla forza furono ricuperate quelle terre, adducendone per ragione l'essere stato compreso il duca di Savoia nella pace di Lodi, come collegato de' Veneziani e del re Alfonso. Però, secondo lui, il duca Francesco riebbe le terre suddette solamente per un trattato amichevole di accomodamento, sottoscritto nel dì 30 d'agosto di quest'anno, e pubblicato dal suddetto signore Du Mont. Ma il Corio altro non fa ne' racconti di questi tempi se non copiare il Simonetta, il quale ne sapeva ben più del Guichenone, e scriveva ciò che accadeva a' suoi giorni, e chiaramente parla della guerra suddetta: il che viene ancora confermato, da Cristoforo da Soldo[2994], autore non parziale e vivente in questi tempi. E però non è da dubitar d'essa guerra, a cui fu posto fine coll'accordo sopraccennato. Intanto perciocchè il _re Alfonso_ stava renitente ad accettar la pace di Lodi, i Fiorentini e il duca di Milano trattarono e conchiusero lega co' Veneziani nel dì 30 d'agosto dell'anno presente, come apparisce dallo strumento riferito dal suddetto signore Du Mont[2995]. Alla qual lega aderirono dipoi _Borso d'Este_ duca di Modena e Reggio e signor di Ferrara, e i Bolognesi. Fecero anche pace i Veneziani nell'aprile di quest'anno con _Maometto_ imperadore dei Turchi. Fu poi spedita la suddetta lega de' Veneziani e principi menzionati, e portata dai respettivi ambasciatori alla corte romana, acciocchè il pontefice Niccolò si adoperasse per ridurre alla pace anche il re Alfonso, e farlo entrare nella lega medesima[2996]. Nè egli mancò dì inviare a Napoli con essi ambasciatori il cardinal _Domenico Capranica_, uomo di gran destrezza ed abilità per somiglianti affari.

NOTE:

[2985] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Manett., Vit. Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2986] Infessura, Diar., tom. eod. Raynaldus, Annal. Eccl.

[2987] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.

[2988] S. Antonin., Simonetta, Poggius, Cristoforo da Soldo ed altri.

[2989] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Italic.

[2990] Du Mont, Corp. Diplomat., tom. 3.

[2991] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.

[2992] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.

[2993] Corio, Istor. di Milano.

[2994] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCLV. Indiz. III.

CALLISTO III papa 1. FEDERIGO III imperadore 4.

Era già da gran tempo malconcio per la podagra e chiragra il buon pontefice _Niccolò V_, e da qualche tempo ancora s'era familiarizzata con questi malori la febbre[2997]. Non la durò egli in mezzo a tanti nemici. Prima nondimeno di passare alla vera patria de' giusti, ebbe la consolazione d'intendere ch'era riuscito al _cardinal Capranica_ d'indurre il _re Alfonso_ nel dì 26 di gennaio dell'anno presente a ratificar la pace fatta in Lodi fra i Veneziani e il duca di Milano: cosa tanto bramata e procurata da esso pontefice. Motivo di maggiore allegrezza fu appresso l'avviso che lo stesso re era entrato nella lega de' Veneziani, Fiorentini e duca di Milano: per la quale si potea sperare unione di volontà e di forze per opporsi al torrente delle armi turchesche, minaccianti oramai l'Italia. In essa lega ebbe luogo il medesimo pontefice, ma dalla stessa Alfonso volle esclusi i Genovesi, _Sigismondo de' Malatesti_ e _Astorre dei Manfredi_. Di questi suoi maneggi non potè poi cogliere alcun frutto il pontefice[2998], perchè nel dì 24 di marzo la morte il rapì, mentre egli facea dei preparamenti di gente e di navi per inviarle in soccorso de' cristiani contra del Turco. Sarà sempre in benedizione la memoria di questo insigne sommo pastore della Chiesa di Dio, per averla egli governata con prudenza, per essere stato pontefice disinteressato, lontano dal nepotismo, limosiniere, amatore e promotor della pace e delle buone lettere, e per le sue magnanime idee in tanti ornamenti accresciuti alle chiese e alla città di Roma, de' quali così il Manetti che il Platina[2999] ci han lasciata onorevol memoria; siccome ancora ultimamente l'abbate Giorgi nella di lui Vita. Molto di più era egli per fare, e soprattutto avea già disegnata la magnifica fabbrica della basilica vaticana; ma venne la morte ad interrompere il filo de' suoi giorni e de' suoi pensieri. Entrati i cardinali nel conclave, nel dì 8 d'aprile elessero papa Alfonso Borgia Valenziano, vescovo della sua patria, uomo attempato, e dottissimo nelle leggi civili e canoniche, il quale prese il nome di_ Callisto III_[3000]; nè tardò a mostrare un ardente zelo per far guerra al Turco, con ispedire legati a tutti i regni della cristianità, sì per movere i monarchi e principi a cotanto necessaria impresa, come ancora per raccogliere danari e predicar dappertutto la crociata. Ma a così bel mattino del novello pontefice vedremo che non corrispose la sera.