Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 108
Poco indugiò Francesco duca di Milano ad ordinare che si rimettesse in piedi il castello di porta Zobbia, già demolito dal popolo milanese, e teneva continuamente quattro mila persone impiegate in quel lavoro. Stava tuttavia prigione in Pavia _Guglielmo_ fratello di _Giovanni marchese_ di Monferrato. Se volle riavere la libertà, gli convenne, nel dì 26 di maggio, venire ad una capitolazione, rapportata da Benvenuto da San Giorgio[2946], in cui cedette alle sue ragioni sopra la città d'Alessandria e suo territorio, a riserva del Bosco e d'alcune altre castella pervenute alle mani di suo fratello. Di queste poche avea egli da essere padrone, con obbligarsi ancora lo Sforza di pagargli annualmente due mila ducati, ossieno fiorini d'oro, in contraccambio dell'entrate ch'egli perdeva di Alessandria. Uscito di prigione, andò a Lodi, dove ratificò la convenzione; ma non sì tosto fu in libertà, che, giunto in Monferrato a dì 7 di giugno, giuridicamente protestò contro quello accordo, fatto, secondo lui, per minaccie e paura. Similmente nel dì 15 di novembre il duca Francesco ordinò che fosse ritenuto prigione _Carlo da Gonzaga_, altro condottier d'armi, dal quale era stato assistito non poco nella conquista di Milano. Il Simonetta[2947], che sa dare, secondo l'uso degli storici parziali, un bel colore a tutte le azioni del suo eroe, scrive che per avere lo Sforza fermata lega con _Lodovico marchese_ di Mantova, e stabilito il matrimonio del suo primogenito _Galeazzo Maria_ con una figliuola d'esso marchese, Carlo, siccome nemico del fratello, se l'ebbe tanto a male, che cominciò a sollecitare i Veneziani alla guerra, con intenzione di passare nella loro armata. Accertato di ciò il duca, lo imprigionò; ma che fra pochi giorni, per le preghiere del marchese suo fratello, il rilasciò, con obbligarlo nondimeno a cedere Tortona, di cui dianzi avea avuto il dominio. Verisimilmente si dovette allora sospettare che lo Sforza, allorchè ebbe bisogno pe' suoi affari de' suddetti due capitani, accordasse loro tutto quel che richiesero, per toglierlo poi loro, cessato il bisogno. Comunque sia, tace il Simonetta che Carlo, se volle la libertà, fu, oltre alla cession di Tortona[2948], costretto a pagare sessanta mila fiorini di oro (del che ho io addotte altrove le pruove[2949]), e fu confinato in Lomellina. Certo è poi ch'egli ruppe i confini, e, passato a Venezia, si acconciò con quella repubblica contra del marchese suo fratello, di cui seguitò ad essere nemico. Forse anche lo Sforza e il marchese andaron d'accordo in abbatterlo e ridurlo alla disperazione. Alla fame poi patita dal popolo di Milano, secondo il solito, tenne dietro la pestilenza in quest'anno; e questa gravissima, perchè, se crediamo al Sanuto[2950], nella sola città di Milano perirono sessanta mila persone. In Piacenza pochi restarono in vita. Si stese ancora questo malore per quasi tutta la Italia: cosa troppo facile, dacchè tanta gente era in moto per cagion del giubileo. Fu anche in Roma; laonde il pontefice, per isfuggirne la rabbia, fu di nuovo forzato a ritirarsi, nel dì 18 di giugno[2951], e venne a Spoleti, poscia a Foligno e Fabriano. Colà nel dì 26 d'agosto ito a trovarlo _Sigismondo Malatesta_ signore di Rimini[2952], fu onorato e regalato dal papa, ed ottenne che fossero legittimati i due suoi figliuoli bastardi _Roberto_ e _Malatesta_. Tante volte s'è parlato dell'instabilità di Genova, città allora troppo amante di mutar padrone. In quest'anno ancora, correndo il mese di luglio, fu deposto dal governo il doge _Lodovico da Campofregoso_[2953]. Spedì il popolo a Sarzana a richiamare _Tommaso da Campofregoso_, già stato doge; ma, scusatosi egli per la troppa avanzata età, consigliò che eleggessero doge _Pietro_ suo nipote: lo che fu eseguito nel dì 8 di dicembre. Del resto non fu in quest'anno nè pace nè guerra fra la repubblica di Venezia e Francesco duca di Milano. Ognuno d'essi avea paura dell'altro. Temeva il duca la potenza e ricchezza maggiore de' Veneziani; e i Veneziani stavano in riguardo pel singolar credito dello Sforza nel mestier della guerra. Tuttavia, giacchè il duca non era ben assodato nel nuovo dominio, i Veneziani andavano disponendo le cose per fargli guerra.
NOTE:
[2936] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2937] Raynaldus, Annal. Eccles. S. Anton., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2938] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2939] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2940] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2941] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.
[2942] Cristof. da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.
[2943] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic.
[2944] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.
[2945] Cristoforo da Soldo, Istor. di Brescia, tom. eod.
[2946] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2947] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 22, tom. 21 Rer. Ital.
[2948] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2949] Antichità Estensi, P. II.
[2950] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2951] Manett., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2952] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2953] Giustiniani, Istor. di Genova, tom. 15.
Anno di CRISTO MCCCCLI. Indizione XIV.
NICCOLÒ V papa 5. FEDERIGO III re de' Romani 12.
Abbiamo veduto per tanti anni lacerata l'Italia, ora in una, ora in altra parte, dalla guerra. Parve miracoloso l'anno presente, perchè dappertutto fu, se non concordia d'animi, almeno pace. Di tempi così sereni si prevalse il pontefice _Niccolò V_, siccome dotato di gran mente e d'un animo regale, per lasciar di belle memorie alla città di Roma[2954]. Sua cura fu di rimettere maggiormente in fiore le buone lettere, che già erano cominciate a risorgere in Italia, sì con richiamar a sè e premiar le persone dotte, sì ancora col radunare da tutta l'Europa e dall'Oriente manuscritti di tutte le arti e scienze, perchè la stampa de' libri non era peranche nata, o, se nata, era segreta. Formò con questo tesoro un'insigne biblioteca. Ordinò che si cominciassero a tradurre dal greco i santi Padri, ed anche gli storici e poeti di quella lingua. Fabbriche parimente insigni intraprese in Roma, tanto di sacri templi, come di ornamenti o fortificazioni alle rare memorie di quella e d'altre città, con avere specialmente stese queste sue grandiose idee alla Basilica Lateranense, e all'altra di Santa Maria Maggiore, e de' Santi Paolo, Lorenzo e Stefano. Tutte queste ed altre sue magnanime imprese si veggono diligentemente descritte nella di lui Vita da me data alla luce, e composta da Gianozzo Manetti Fiorentino, letterato insigne, perito delle lingue ebraica, greca e latina. Stefano Infessura anch'egli attesta[2955], avere questo pontefice nell'anno presente ristorate le mura, le torri e le porte di Roma, acconciato il Campidoglio, accresciuto il torrione di castello Santo Angelo con altre fortificazioni, fatto un palazzo a Santa Maria maggiore, e la canonica di San Pietro e la chiesa di S. Teodoro, con altre fabbriche, ch'io tralascio. Di questo passo camminava il buon Niccolò papa, non cercando la dubbiosa gloria de' papi che profusero tanti tesori in guerre, ma bensì procurando di mantenere i suoi popoli in pace, e di far loro goder quelle rugiade, che Dio gli avea mandato in congiuntura del giubileo.
Non fu, siccome dissi, in quest'anno guerra in Lombardia; nondimeno la repubblica veneta mirava con occhio bieco il nuovo duca di Milano[2956], e macchinava pensieri di guerra, essendosi collegata per questo con _Alfonso re_ d'Aragona e delle Due Sicilie, con _Lodovico duca_ di Savoia, con _Giovanni marchese_ di Monferrato e co' _Sanesi_. La maggior loro speranza era che, trovandosi lo Sforza non peranche ben assodato sul trono, difficile non fosse il rovesciarlo. Per lo contrario non desiderava guerra il duca, siccome bisognoso di quiete per rimettere in buono stato il conquistato paese, troppo smunto e maltrattato dalle passate rivoluzioni. Oltre di che, egli non godeva quelle fontane di danari, delle quali abbondava allora Venezia, sì per l'estensione degli Stati a lei spettanti non meno in Italia che in Dalmazia e in altre contrade del Levante, come ancora perchè Venezia si riputava allora il più ricco emporio dell'Italia, anzi dell'Occidente. Il Sanuto[2957] ci fa vedere una parte di que' tesori che il traffico portava in questi secoli alla piazza di Venezia. Ora il duca attendeva a premunirsi, e fece lega co' Fiorentini disgustati forte de' Veneziani; siccome ancora co' Genovesi e con _Lodovico marchese_ di Mantova. Condussero i Veneziani al loro soldo _Carlo da Gonzaga_, e nell'anno seguente anche _Guglielmo di Monferrato_, cioè due capitani divenuti amendue per le ragioni sopraddette nemici del duca di Milano. Nel mese d'aprile dell'anno presente crearono capitan generale delle lor armi _Gentile da Lionessa_, uomo saggio e prode. Ma perchè _Bartolomeo Coleone_, che militava al loro servigio con mille e cinquecento cavalli e quattrocento fanti, pretendeva come dovuta a sè quella dignità, se ne adirò non poco, ed oltre al chiedere licenza col pretesto delle paghe che non correano, mostrò assai la sua disposizione di passare all'armata duchesca: fu presa la risoluzione di mettergli le mani addosso, e di tagliargli il capo. Data questa commessione a _Jacopo Piccinino_, egli con una marcia sforzata di notte arrivò addosso al Coleone, sorprese tutte le di lui genti, e poco mancò che non restasse prigione anche esso Bartolomeo. Ebbe egli la fortuna di salvarsi a Mantova, e restò in potere e al soldo dei Veneziani tutto il corpo de' suoi cavalli e fanti. Prese egli poi soldo nell'esercito duchesco, con aver promesso di grandi vantaggi allo Sforza. Lo spoglio fatto a lui e alle sue truppe si fa ascendere dal Sanuto ad ottanta in cento mila fiorini di oro. Fu anche pubblicamente decretato in Venezia, nel dì primo di giugno, che tutti i Fiorentini non privilegiati uscissero dagli Stati della repubblica[2958], ed altrettanto fece anche il _re Alfonso_ in tutte le sue terre: il che maggiormente irritò i Fiorentini, e li confermò nell'unione col duca di Milano. Premeva non poco ai Veneziani di tirar nella loro lega anche i Bolognesi, e molte furono le loro istanze, e caldi i loro maneggi[2959], ma senza trovare in quel popolo voglia d'impacciarsi nelle brighe altrui. Tentarono dunque per altra via d'ottenere l'intento con dar braccio alle fazioni de' Canedoli fuorusciti. Assistiti questi dalle brigate dei signori di Carpi e di Coreggio, nel dì 8 di giugno venuti a Bologna, presero la porta di Galiera, e una parte d'essi giunse fino alla piazza. _Sante de' Bentivogli_, che i Bolognesi, benchè fosse creduto bastardo, aveano fatto venire per l'amore che portavano alla casa de' Bentivogli, giacchè _Giovanni de Bentivogli_ figliuolo dello ucciso _Ercole_ era in età non sufficiente a sostenere la sua fazione, allora fu in armi coi Malvezzi, Marescotti ed altri suoi aderenti. Seguì un combattimento, in cui furono costretti alla fuga i Canedoli, con lasciar ivi molti del loro seguito morti o prigioni.
NOTE:
[2954] Manett., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2955] Infessur., Diar., tom. 3 Rer. Ital.
[2956] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2957] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital., pag. 963.
[2958] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 22. Poggius, lib. 8. Sanuto ed altri.
Anno di CRISTO MCCCCLII. Indizione XV.
NICCOLÒ V papa 6. FEDERIGO III imperadore 1.
Avendo nell'anno precedente _Federigo III_ re de' Romani risoluto di calare in Italia per prendere la corona imperiale in Roma, e mandati innanzi i suoi ambasciatori per disporre il _pontefice Niccolò_ e i principi italiani al suo ricevimento[2960], sul principio di gennaio dell'anno presente entrò in Italia, conducendo seco _Ladislao_ suo nipote, eletto re d'Ungheria e di Boemia, che allora era in età di dodici anni, ventidue vescovi, molt'altra baronia, e circa due mila cavalli, tutti ben montati, ma mal vestiti. Passando pel Friuli e per altri Stati della repubblica veneta, ricevè distinti onori. Allorchè entrò nel Polesine di Rovigo[2961], fu incontrato da _Borso d'Este_ signor di Ferrara con accompagnamento magnifico, e con lui, nel dì 17 del mese di gennaio, entrò in essa Ferrara. Quivi si riposò otto giorni in nobili solazzi e divertimenti; e regalato di quaranta corsieri e di cinquanta falconi ben ammaestrati alla caccia, continuò poscia il suo viaggio alla volta di Bologna[2962], dove arrivò nel dì 25 con gran festa e solennità di quel popolo. Non fu meno magnifico l'accoglimento a lui fatto nel dì 30 del suddetto mese[2963] dalla repubblica di Firenze, allorchè entrò in quella città, da dove poi passò a Siena, e quivi si fermò per qualche tempo. Seco era _Enea Silvio_ de' Piccolomini Sanese, vescovo di quella città, e segretario suo, uomo di mirabil ingegno e di gran letteratura, che fu poi papa Pio II. Nel dì 9 di marzo con incredibil magnificenza fece la sua solenne entrata in Roma[2964], dove il saggio _pontefice Niccolò_ per ogni buona precauzione avea rannate tutte le sue milizie, e ben munite le fortezze. Ossia perchè Federigo non avea voluto riconoscere per duca di Milano _Francesco Sforza_, oppure perchè in Milano durava tuttavia la peste, certo è ch'egli non andò a Milano, per prender ivi la corona ferrea. Inviò bensì lo Sforza il suo primogenito _Galeazzo Maria_ a Ferrara con gran comitiva ad attestargli il suo ossequio e la sua ubbidienza, ma punto non si cangiò per questo l'animo d'esso Augusto verso di lui. Ora, giunto a Roma Federigo, fece istanza al pontefice di ricevere dalle mani di lui la corona del regno longobardico. Per testimonianza di Enea Silvio[2965], fu questo punto messo in consulta, e tuttochè reclamassero non poco gli ambasciatori di Milano, il papa procedè oltre, e nel dì 15 di marzo in San Pietro il coronò come re di Lombardia, dichiarando nulla di meno essere sua intenzione che tal atto non pregiudicasse al diritto dell'arcivescovo di Milano[2966]. Nello stesso giorno avea egli prima congiunta in matrimonio con esso Augusto Federigo _Leonora_ figliuola del re di Portogallo, ed anche essa fu per conseguente coronata. Poscia nel dì 18 del medesimo mese riceverono amendue dalle mani di esso pontefice la corona imperiale coi soliti riti e con incredibil festa del popolo romano, essendo passata tutta la gran funzione e permanenza dell'imperatore in Roma senza disturbo e con somma pace. Voglioso poscia l'Augusto Federigo di vedere il _re Alfonso_, principe celebratissimo di questi tempi, e zio dell'imperadrice, se n'andò con lei a Napoli. Gli onori quivi a lui compartiti dal re, splendidissimo signore, non ebbero fine. Di colà se ne tornò egli per mare nel dì 23 di aprile, ed alloggiò in San Paolo fuori di Roma, laddove poi partito nel dì 26, arrivò nel dì 8 di maggio a Bologna.
Nel giorno seguente pervenne a Ferrara[2967], ed, accolto con ogni maggior onore dal _marchese Borso_, prese ivi riposo. Comparvero colà gli ambasciatori de' Veneziani, di Francesco duca di Milano e de' Fiorentini, per pregare esso marchese d'interporsi appresso l'imperadore, acciocchè trattasse di pace fra loro, giacchè era imminente la guerra. Ne dovette, come è credibile, trattar l'imperadore, ma con poca fortuna. Ebbe, specialmente in questi viaggi, occasione Federigo di meglio conoscere i meriti singolari d'esso Borso Estense signor di Ferrara[2968], e volendo lasciargli una perenne memoria della generosa sua gratitudine, determinò di crearlo duca di Modena e Reggio, e conte di Rovigo e Comacchio, città che gli Estensi riconoscevano dal sacro romano imperio. Questa insigne funzione fu fatta nella festa dell'Ascensione, giorno 18 d'aprile, con incredibil concorso di popolo, ed incessante plauso de' Ferraresi e degli altri sudditi della casa d'Este. Era l'aquila bianca l'antica arme della casa estense. _Carlo VII_ re di Francia le avea dati i tre gigli d'oro. Borso cominciò allora per privilegio dell'Augusto Federigo ad inquartare essi gigli coll'aquila nera imperiale da due teste. Nel giorno seguente Federigo, superbamente regalato e servito dal novello duca, si rimise in viaggio, e andossene a Venezia[2969], dove quell'inclita repubblica fece mirabili sfoggi per onorarlo. Di là poi passò in Germania. Lo stesso giorno che Federigo si mosse da Ferrara fu quello in cui la repubblica di Venezia fece dar fiato alle trombe, con intimare e ricominciar la guerra contra di _Francesco Sforza_ duca di Milano. Furono, dico, essi i primi a principiar la danza; ma nello stesso tempo anche _Lodovico duca_ di Savoia, e _Guglielmo_ fratello di _Giovanni marchese_ di Monferrato, dalla lor parte mossero l'armi addosso agli Stati del medesimo duca. Similmente il _re Alfonso_ spinse in Toscana contro i Fiorentini _Ferdinando duca_ di Calabria suo figliuolo con otto mila cavalli e quattro mila fanti. Per quel che riguarda i Veneziani, la guerra da lor fatta si legge minutamente descritta da Porcello Napoletano nella Storia da me data alla luce[2970]; autore a cui non manca l'adulazione, e che si truova sempre coll'incensiere in mano per esaltare i fatti anche menomi di _Jacopo Piccinino_, da lui appellato Scipione, e del conte _Tiberto Brandolino_, capitani allora della repubblica, e valenti senza dubbio nell'arte della guerra. Perchè niuna strepitosa impresa fu fatta in questa guerra, dirò io in breve che l'armata veneta, consistente in quindici mila cavalli e sei mila fanti, sotto il comando di _Gentile da Lionessa_, passato l'Oglio, entrò in Geradadda, con prender ivi varie castella, e fra gli altri Soncino, facendo scorrerie dappertutto. Per levarli di là, il duca col marchese di Mantova entrò coll'esercito suo nel Bresciano, e s'impadronì d'alcuni luoghi, il più importante de' quali fu Pontevico. E perciocchè i Veneziani, fatto un ponte sull'Adda, spedirono il _conte Carlo da Montone_ con due mila cavalli per danneggiare il Lodigiano e Milanese, anche il duca spedì colà _Alessandro Sforza_ signor di Pesaro suo fratello con un buon corpo d'armati per difendere il paese. Ma venuto egli alle mani con esso conte Carlo nel dì 25, oppure 20 di luglio[2971], fu messo in rotta, e, perduti circa ottocento cavalli, se ne fuggì a Lodi. Seguirono ancora varie scaramuccie ed incontri fra le due nemiche armate che campeggiavano sul Bresciano[2972], ma senza impegno o conseguenza degna di memoria. Per conto poi di Guglielmo di Monferrato, con circa quattro mila cavalli e due mila fanti entrato nell'Alessandrino, mosse anch'egli guerra al duca di Milano, ed occupò la maggior parte di quel territorio. Ma nel suddetto dì 25, oppure 26 di luglio, essendo stato spedito contra di lui _Sagramoro da Parma_ con due mila cavalli, e verisimilmente anche con assai fanteria, gli diede tal rotta con prigionia di molti e presa del bagaglio, che gran tempo stette Guglielmo a rifar le penne. Fu anche in Toscana, siccome dissi, guerra per la venuta di _Ferdinando duca_ di Calabria, inviato dal _re Alfonso_ suo padre contra de' Fiorentini[2973]; ma neppure in essa tali fatti si fecero che meritino luogo nella presente storia. Di alcuni soli piccioli luoghi s'impadronì Ferdinando. Dall'altra parte i Fiorentini, che aveano preso per lor generale _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini, e al lor soldo il signor di Cesena fratello di esso Sigismondo, e _Taddeo de' Manfredi_ signore d'Imola, e _Michele da Cotignola_ con altri capitani: i Fiorentini, dissi, misero insieme tale armata, e la fecero così accortamente campeggiare, che tennero forte contra l'armata napoletana, costringendola infine a cercar quartiere d'inverno altrove, senza aver fatta conquista o combattimento di qualche rilievo. Altrettanto fecero dal canto loro due nemiche armate ch'erano sul Bresciano, giacchè i Veneziani, sfidati dal duca Francesco sul principio di novembre ad una giornata campale, accettarono bensì la sfida, e furono in ordinanza di battaglia; ma poi si ritirarono, senza far altro, spargendo voce ch'esso duca non volle il giuoco. Confessa Porcello ne' suoi Commentarli[2974], benchè parziale de' Veneziani, che questi, e non già il duca di Milano, quei furono che schivarono l'azzardo del fatto d'armi. Sapeano che la fortuna andava troppo d'accordo col valore e colla militar maestria di Francesco Sforza. In questi tempi il conte _Tiberto Brandolino_ valoroso condottier d'armi, essendo terminata la sua condotta co' Veneziani, passò colla sua gente, cioè con mille e ducento cavalli e cinquecento fanti, al servigio del medesimo Sforza. Poco esatto si scorge Lorenzo Bonincontro in iscrivendo[2975] sotto il presente anno, che venuti a battaglia i Veneziani collo Sforza e con Lodovico marchese di Mantova, rimasero sconfitti, ed essere restati prigioni in quel conflitto sette mila cavalli, Giovanni de' Conti e molti altri capitani. Appartien questo fatto all'anno seguente, e fu di gran lunga meno il danno de' Veneziani.
NOTE:
[2959] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2960] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic. Nauclerus, Platina, et alii.
[2961] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2962] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2963] S. Antonin., P. III, tit. 22.
[2964] Infessur., Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[2965] Æneas Sylvius, Hist., lib. 4.
[2966] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2967] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2968] Nauclerus, Histor. Æneas Sylvius, Hist. Austr.
[2969] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2970] Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.
[2971] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. eod.
[2972] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2973] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 22.
[2974] Porcelli, Comment., lib. 8, tom. 20 Rer. Italic.
[2975] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLIII. Indiz. I.
NICCOLÒ V papa 7. FEDERIGO III imperadore 2.