Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 107
Succederono in questi tempi in Milano non poche crudeltà di _Carlo da Gonzaga_ e de' Guelfi suoi aderenti, contra di chi procurava o desiderava di dare la città allo Sforza. Tagliato fu il capo ad alcuni nobili, depresso il governo de' Ghibellini, molti de' quali furono mandati a' confini; ed altri chi qua e chi là fuggendo si misero in salvo. Andò tant'oltre l'odio di costoro contra d'esso Sforza, che pubblicamente diceano doversi spendere tutto per non averlo per loro signore; e che in fine meglio era darsi al demonio o al Turco, che a lui[2924]. Aveano fin qui sostenuta i Parmigiani la loro libertà, e contuttochè _Alessandro Sforza_ fratello del conte Francesco, unito con _Pier-Maria de Rossi_ conte di San Secondo, gl'inquietasse forte con un corpo di milizie, e tentasse anche un dì di prendere la lor città per tradimento (il che costò la vita a molti di que' cittadini autori del trattato); nondimeno dacchè il conte Francesco ebbe invialo colà _Bartolomeo Coleone_ con due mila cavalli e cinquecento fanti, cominciarono a sbigottirsi. Si vollero dare al marchese di Ferrara _Lionello d'Este_; ma perchè questi ne fu dissuaso dai Veneziani, non accudì alla esibizione. Perciò in fine si diedero nel mese di febbraio ad Alessandro Sforza, che ne prese il possesso a nome del fratello. Per tutto il mese di gennaio avea il conte Francesco già presa la maggior parte delle castella del distretto di Milano. Per isperanza dunque che anche la città di Milano gli si dovesse rendere, giacchè non mancavano a lui delle persone benevole in quella città, determinò di accostarsi alla medesima e di bloccarla, acciocchè, se non valeva l'amore e il buon consiglio, la forza riducesse i suoi avversarli. Pose a questo fine il campo in più siti lungi dalla città, per impedire che non v'entrassero vettovaglie. Nel qual tempo anche i Veneziani, de' quali dovea essere la Geradadda e Crema[2925], uscirono in campagna di buon'ora, cioè nel gennaio dell'anno presente, con sommo aggravio de' Bresciani, e loro disagio per la cattiva stagione. Ebbero nel febbraio Caravaggio ed altri luoghi, e messo poscia il campo intorno a Crema, dirizzarono le batterie contra di quella nobil terra. Avea il conte Francesco anch'egli durante il verno inviati _Francesco Piccinino_, _Luigi del Verme_ ed altri capitani con un buon corpo d'armati ad assediare l'insigne terra di Monza. _Carlo da Gonzaga_, che faceva allora il generale dei Milanesi, fu spedito con soldatesche al soccorso. Entrò egli una notte senza essere osservato in Monza, e la mattina seguente diede loro addosso, in maniera che li sconfisse, con prendere almen trecento cavalli, i cannoni e tutto il loro bagaglio. Fu osservato che _Francesco Piccinino_ non si volle muovere colle sue truppe per soccorrere gli assaliti, segno che egli già ordiva un tradimento. Per tal vittoria alzarono forte la testa i Milanesi; e molto più perchè, essendosi collegati con _Lodovico duca_ di Savoia, era loro data speranza che calerebbe dalle Alpi un nuvolo di cavalleria contra dello Sforza. Venne in fatti l'armata savoiarda, ma non mirabile, come s'era creduto, contra Novara[2926]; nè avendo potuto sorprendere quella città, s'impadronì di quasi tutte le castella del distretto, commettendo immense crudeltà e saccheggi. Erano circa sei mila cavalli. Cristoforo da Soldo li fa il doppio, secondo le voci spesso favolose de' tempi di guerra. Contra di loro il conte Francesco spedì _Bartolomeo Coleone_, e si andò badaluccando fra loro per molti giorni, finchè, passati i Savoiardi con più di tre mila cavalli ad assediare Borgo Mainero, Bartolomeo, benchè inferiore di gente, fu forzato nel dì 20 d'aprile a prendere battaglia. Fu questa assai sanguinosa sì per l'una che per l'altra parte; tuttavia rimasero in fine sconfitti i Savoiardi con prigionia di mille cavalli e presa del bagaglio. Bastò questa vittoria, perchè il duca Lodovico desistesse dal dar più molestia allo Stato di Milano.
Circa questi tempi il _conte Francesco_, venuta già la primavera, era uscito in campagna, ed avea ordinato a _Francesco Piccinino_ e a _Guglielmo di Monferrato_ di tornare all'assedio di Monza. Allora fu che si palesò l'infedeltà del Piccinino e di _Jacopo_ suo fratello, perchè amendue, nel dì 14 oppure 15 di aprile, fatto prima segreto accordo colla reggenza di Milano[2927], ed aperte loro le porte di Monza, con tutte le lor truppe v'entrarono. Ciò saputo, Guglielmo non tardò a ritirarsi di là con buon ordine, e a ridursi all'armata sforzesca. Con tre mila cavalli e mille fanti passarono dipoi i Piccinini a Milano con gran festa di quel popolo; e perchè Crema, assediata dai Veneziani, era oramai ridotta all'agonia, ebbero ordine di soccorrerla. Colà s'inviarono essi insieme con _Carlo da Gonzaga_, e con tali forze, che _Sigismondo Malatesta_, capitano de' Veneziani a quell'impresa, giudicò meglio di non aspettarli, e sciolse l'assedio nel dì 17 oppure 18 d'aprile. Andò intanto il _conte Francesco_ all'assedio di Marignano, ed ebbe la terra. Capitolò dipoi anche la rocca di rendersi nel dì primo di maggio, se non le fosse venuto soccorso. Per darglielo uscirono sul fine di aprile di Milano i due Piccinini e Carlo da Gonzaga. Oltre alle loro truppe, conducevano seco venti mila giovani del popolo milanese, armati di schioppi, armi per la lor novità allora molto temute. Ma queste tante migliaia di giovani milanesi in armi si possono ben credere una spampanata degli storici adulatori o poco cauti. Certamente grande era la baldanza di quest'armata, e si sparse voce che ascendeva il numero di quelle milizie a sessanta mila persone. Gli aspettò nondimeno di piè fermo il conte Francesco, ed ordinò le sue schiere per ben riceverli, se aveano voglia di combattere. Ma quelli non s'inoltrarono, e intanto la rocca di Marignano venne in potere del conte. Perchè poi i Vigevaneschi, rinforzati da mille soldati inviati loro da Milano, mettevano a sacco e fuoco la Lomellina ed altre parti del territorio pavese, a quella volta marciò tosto il conte coll'esercito suo. Nel viaggio, avvertito che _Guglielmo di Monferrato_ meditava di abbandonarlo, siccome disgustato per sospetti che ad istigazione segreta di esso conte la terra del Bosco non si volesse rendere a lui secondo i patti, il fece ritener prigione in Pavia, dove per avventura avea chiesta egli licenza d'andare. Per attestato di Benvenuto[2928], ciò avvenne nel dì primo di maggio, o piuttosto, come vuole il Ripalta[2929], nel dì 13 d'esso mese. Fu egli poscia tenuto nelle carceri di Pavia un anno e dieci giorni, senza che il conte facesse per allora novità alcuna per conto d'Alessandria, anzi egli esortò quei del Bosco a rendersi a _Giovanni marchese di Monferrato_ (non so come chiamato _Bonifazio_ dal Simonetta) fratello d'esso Guglielmo[2930]. Durò qualche tempo l'assedio di Vigevano, valorosamente difeso dal presidio e da que' cittadini; ma finalmente si renderono, dopo aver corso un gran rischio di essere messi a sacco, nel dì 3 di giugno. Avea inoltre il conte inviato _Alessandro_ suo fratello ad occupare castello Arquato, Fiorenzuola ed altri luoghi che erano de' Piccinini; il che fu eseguito; ed egli tornò nel territorio di Milano, e dopo aver preso Varese e la valle di Lugano nel Comasco, andò sotto a Lodi cioè nel fine d'agosto. Nel qual tempo _Antonio Crivello_ castellano di Pizzighittone, importante fortezza sull'Adda, gliela diede, somministrandogli anche il comodo di prendere cinquecento cavalli e trecento fanti de' Piccinini, che erano ivi di guarnigione. Ebbe dipoi anche Cassano. Mancarono di vita per un'epidemia entrata nell'esercito sforzesco, o per altre cagioni, in quest'anno varii insigni condottieri d'armi, cioè _Manno Barile_, il _conte Luigi del Verme_, _Roberto da Montealbotto_, _Cristoforo da Tolentino_, _Jacopo Catalano_ e il _conte Dolce_ dall'Aguillara.
Era sul principio di settembre, quando _Carlo da Gonzaga_, uomo di fede sempre istabile, dopo aver fatto il padrone di Milano, per disgusto insorto fra lui e i Piccinini, e molto più per motivo di interesse, segretamente trattò accordo col _conte Francesco_, promettendo di dargli la città di Lodi e di Crema. All'incontro lo Sforza a lui promise Tortona con altri vantaggi[2931]. Fu eseguito il trattato nel dì 11 di settembre, con essere entrate in Lodi le soldatesche del conte. Fin qui erano camminati i Veneziani con ottima fede verso lo Sforza, aiutandolo d'armati e di danaro[2932]. Ma avendo avuto ordini replicati _Arrigo Panigarola_ Milanese mercatante in Venezia di proporre un aggiustamento, ed avendo alcuni ministri insinuato a quella repubblica, che se lasciavano prendere a questo incomparabil capitano tutto lo Stato di Milano, andava a rischio l'antica loro libertà, perchè egli avrebbe anche voluta dipoi la lor Terra ferma, e niuno gli avrebbe potuto fare resistenza: andò tanto inanzi l'istanza de' Milanesi, e l'apprensione di que' savii signori, che in questi medesimi tempi spedirono _Pasquale Malipiero_ ed _Orsato Giustiniano_ ad intimare al conte che desistesse dall'impresa di Milano. Ma avendo udito questi ambasciatori per istrada che il conte si era impossessato di Lodi, si fermarono, senza più portarsi ad esporre quell'ambasciata, per quanto narra Cristoforo da Soldo. Il Simonetta[2933] scrive che andarono prima ancora ch'egli s'impadronisse di Lodi: il che non sembra credibile. Si può al certo dedurre ch'egli nulla sapesse dell'intenzione de' Veneziani, al sapere che trattò onoratamente coi lor provveditori, affinchè venisse in lor potere, secondo i patti, Crema, che Carlo da Gonzaga gli fece avere. Non sarebbe già egli verisimilmente stato sì cortese, se mai avesse penetrato ciò che si tramava contra di lui in Venezia. Stabilito dunque che ebbero i Veneziani un accordo co' Milanesi, inviarono al conte, facendogli sapere d'essere in concordia col popolo di Milano, volendo che il conte ritenesse Novara, Tortona, Alessandria, Pavia, Parma e Cremona, e che Milano, restando libero, ritenesse Lodi, Como e tutto il di qua dall'Adda. In somma l'interesse fa le leghe, e l'interesse anche le guasta. Il Simonetta vuole che molto più tardi i Veneziani si levassero la maschera. Certo è che il conte, senza punto sgomentarsi per questo, marciò con tutte le sue forze da Lodi, e andò ad accamparsi intorno a Milano, benchè poi, ad istanza dell'ambasciator veneto, facesse una tregua di venti giorni, e si allontanasse di là. Mostrò ancora di voler pace collo parole, ma il contrario apparve ne' fatti. Perchè, quantunque avesse inviato a Venezia _Alessandro_ suo fratello, e questi, per le minaccie de' Veneziani, avesse sottoscritta una capitolazione, egli non la volle ratificare. Passato dunque un certo tempo, volendo egli piuttosto esporsi ad ogni pericolo, che cedere al concerto fatto dai Veneziani e Milanesi già uniti contra di lui, attese ad affamar Milano, città allora mal provveduta di viveri, e trattò di pace con _Lodovico duca_ di Savoia, cedendogli molle terre e castella da lui occupate in quel di Pavia, Alessandria e Novara. Lo strumento d'essa pace fu stipulato nel dì 20 di gennaio dell'anno seguente. In questo mentre, avendo _Francesco Piccinino_ terminata sua vita in Milano, nel dì 16 d'ottobre, _Jacopo_ suo fratello, che col tempo si meritò il titolo di Fulmine della guerra, fu accettato da' Milanesi, per comandare alle lor armi. Non finì l'anno presente, che nel dì 28 di dicembre lo Sforza mise in fuga il medesimo Jacopo e _Sigismondo Malatesta_ generale de' Veneziani ne' monti di Brianza[2934], e fece prigione non poca gente e molti loro uffiziali. Ebbe anche nel dì 13 di dicembre per danari la fortezza di Trezzo, acquisto di somma importanza per lui. Insorse guerra nell'anno presente[2935] fra il _re Alfonso_ e la _repubblica di Venezia_. La cagion fu che il re era in collera co' Veneziani per la guerra da lor fatta allo Stato di Milano, e bandì da' suoi regni la loro nazione. Perciò, formata da' Veneziani un'armata di trenta galee e di sei navi, questa recò non pochi danni ai legni d'Alfonso nel porto di Messina e in Siracusa. Intanto pareva disposto esso re a venire con un'armata verso Milano. Entrò nell'anno presente la moria in Roma[2936], e cominciò a farvi strage. Per paura d'essa nel mese di giugno il pontefice _Niccolò V_ sen venne a Spoleti, dove diedero fine alla lor vita molti dei suoi cortigiani. Andò poscia a Tolentino, e quindi alla santa casa di Loreto, e finalmente a San Severino. Nel dicembre ancora di quest'anno si sollevò il popolo di Camerino diviso in due fazioni. Chi voleva la Chiesa, chi la casa Varana. In fine gli ultimi prevalsero.
NOTE:
[2915] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.
[2916] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2917] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.
[2918] Raynaldus, Annal. Eccl. Labbe, Concil., tom. 13.
[2919] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2920] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2921] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 15, tom. 21 Rer. Ital.
[2922] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.
[2923] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2924] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 17, tom. 21 Rer. Ital.
[2925] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2926] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 18, tom. 21 Rer. Ital.
[2927] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2928] Benvenuto da S. Giorgio. Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
[2929] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2930] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.
[2931] Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.
[2932] Ripalta, Histor. Placen., tom. 20 Rer. Ital.
[2933] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.
[2934] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2935] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCL. Indizione XIII.
NICCOLÒ V papa 4. FEDERIGO III re de' Romani 11.
Avea già il pontefice _Niccolò V_ invitati i fedeli al sacro giubileo, che in quest'anno s'avea da tenere in Roma, e che fu in fatti celebrato con insigne divozione e concorso di persone da tutti i regni cristiani, al dispetto della pestilenza che regnava in Italia[2937]. Dopo il primo giubileo dell'anno 1300, forse non fu mai veduto sì gran flusso e riflusso di gente in Roma, di modo che le strade maestre d'Italia pareano tante fiere. Accadde solamente una disavventura, che in un certo giorno (l'Infessura dice[2938] nel dì 19 di dicembre, e seco s'accorda l'autore della Cronica di Rimini[2939]) tornando l'innumerabil popolo dalla benedizione del papa data in San Pietro, nel passare per ponte Santo Angelo, a cagion dello strepito fatto da una mula, divenne sì grande la calca, che quivi perirono più di ducento persone, parte soffocate dalla folla, e parte cadute nel Tevere: del che sommamente si afflisse il buon pontefice, il quale canonizzò in quest'anno _Bernardino da Siena_. Di gran tesori lasciò la pietà de' fedeli in Roma per l'occasione di questo giubileo, e d'essi poi si servì il saggio papa, non già a far guerre, ma bensì a ristorar le chiese, ad aiutare i poverelli, ed abbellir sempre più la bella città di Roma. Adoperossi egli ancora con premura degna del suo sublime e sacro carattere, affinchè si terminasse la guerra viva tra il _re Alfonso_ e la _repubblica fiorentina_[2940]. Nè andarono a vuoto i suoi maneggi, essendosi conchiusa la pace fra loro nel dì 29 di giugno, per cui fu obbligato _Rinaldo Orsino_ signor di Piombino, che poi morì in questo anno di peste, a pagar da lì innanzi l'annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro ad esso Alfonso. Nel dì 2 di luglio ebbe anche fine la discordia del medesimo re coi Veneziani[2941], essendosi, per opera del _marchese Lionello_ signor di Ferrara, sottoscritta la pace fra loro dai comuni ambasciatori concorsi alla medesima città di Ferrara. Contribuirono molto a farla i cangiamenti delle cose di Milano, de' quali parlerò fra poco. Sciolto così il re Alfonso dai pensieri di guerra, si diede poi tutto ai piaceri, e ad una vita poco convenevole alla sua saviezza. Fu questo l'ultimo anno della vita del suddetto _marchese Lionello_, essendo egli stato rapito dalla morte nel dì primo di ottobre nel suo delizioso palagio di Belriguardo; principe d'immortale memoria, perchè, secondo la Cronica di Ferrara, fu amatore della pace, della giustizia e della pietà, di vita onestissima, studioso delle divine Scritture, liberale massimamente verso i poveri, nelle avversità paziente, nelle prosperità moderato, e che con gran sapienza governò e mantenne sempre quieti i suoi popoli, di modo che si meritò il pregiatissimo nome di Padre della patria. A lui succedette nel dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio il _marchese Borso_ suo fratello, che, quantunque illegittimo, fu anteposto ad _Ercole_ e _Sigismondo_ suoi fratelli legittimi. Era generale de' Veneziani _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini. Fu cassato in quest'anno pei suoi demeriti. Fra le altre cose a lui fu attribuito il rapimento seguito in Verona di bellissima donna nobile tedesca, che con accompagnamento degno della sua condizione passava per quella città andando al giubileo di Roma. Piuttostochè consentire alle voglie libidinose di chi la rapì, si lasciò ella uccidere: caso che fece gran rumore per tutta Italia. S'egli veramente fosse reo di tale eccesso non saprei dirlo, perchè, per quanta inquisizione ne facessero i savii Veneziani, non si potè scoprirne l'autore. Certo è che la voce comune addossò ad esso Malatesta questa iniquità, e ne parlano fino i Giornali di Napoli. In sì cattivo concetto era esso Malatesta, che se non fu, certamente degno era d'essere creduto reo di tanta scelleraggine.
Per tutto il mese di gennaio e di buona parte del febbraio dell'anno presente[2942] consisterono le diligenze dello invitto conte _Francesco Sforza_ in sempre più angustiare la bloccata città di Milano, e in ben disporre le cose, acciocchè l'armata veneta, da cui continuamente i Milanesi imploravano soccorso, non giugnesse a condurvi vettovaglie. Crebbe perciò a dismisura la fame in quella gran città, con essersi ridotti i poveri a mangiar cavalli, cani, gatti, sorci, e in fin l'erbe, cioè ad ingoiare per un altro verso la morte, che cercavano dì fuggire. Se usciva gente per ricoverarsi altrove, ordine v'era ai capitani dello Sforza di ricacciar ognuno in città. Intanto i rettori, con belle speranze di presto aiuto, lusingavano il languente popolo, e veramente Sigismondo, generale allora de' Veneziani, era in qualche movimento alla volta di Milano. Ma questo soccorso dovea venire, e mai non veniva. Però nel dì 23 di febbraio _Gasparo da Vimercato_ mosse a rumore qualche cinquecento uomini della plebe, che con alte grida andarono al pubblico palazzo, da dove furono respinti. Tornati colà in maggior numero, ed uscito _Leonardo Veniero_ ambasciatore de' Veneziani, che finora avea confortati i Milanesi a star saldi, con mettersi a sgridare e minacciare i sediziosi, immediatamente fu dal furioso popolo tagliato a pezzi[2943]. A questo spettacolo fuggirono tosto i reggenti; ed essendo restati padroni del palazzo gli ammutinati, che a vista d'occhio andavano crescendo, corsero ad impadronirsi delle porte. Nel seguente dì 26 di febbraio, raunato in Santa Maria della Scala il popolo, fu presa la determinazione di chiamar per loro signore il _conte Francesco Sforza_, e gliene fu incontanente spedito l'avviso a Vimercato, da dove egli stava in procinto di muoversi contro l'armata veneta, la quale era in moto. _Jacopo Piccinino_ colla sua gente avea preso servigio in quell'esercito, dacchè vide la rivolta di Milano. Volevano i primarii cittadini che si stabilisse prima una capitolazione; ma il conte animato da' suoi benevoli, senza perdere tempo, marciò alla volta della città; e benchè con qualche fatica, pure v'entrò, incontrato fuori d'essa da copiosissimo popolo, ed accolto dentro dagli altri, tutti gridando: _Sforza, Sforza, viva il conte Francesco_. Andò prima a ringraziar Dio nella metropolitana, prese il possesso delle fortezze e delle porte, e, lasciato _Carlo da Gonzaga_ al governo della città con buoni regolamenti per la quiete del popolo se ne tornò tosto a Vicomercato per vegliare agli andamenti dell'esercito veneto. Nello stesso tempo spedì ordini a tutte le città circonvicine, affinchè provvedessero di viveri l'affamato popolo di Milano: il che fu sì puntualmente eseguito, che in meno di tre dì abbondò la grascia in Milano, come se mai non vi fosse stato assedio, _Sigismondo Malatesta_ appena ebbe intesa questa mutazion di cose, che se ne tornò di là dall'Adda, e fece tosto rompere il ponte. Da lì a due giorni Como, Monza e Bellinzona, terre state fin qui forti nel partito della repubblica di Milano, mandarono a prestar ubbidienza allo Sforza. Venuta poi la festa dell'Annunziazion della Vergine, cioè il dì 25 di marzo (che non so come vien detto dal Simonetta[2944] _sexto kalendas aprilis_, e Cristoforo da Soldo[2945] scrive che fu nel dì 22 di marzo), fece questo gran capitano insieme colla consorte _Bianca Visconte_, e co' figliuoli _Galeazzo Maria_ ed _Alessandro_, la sua magnifica entrata nella città di Milano, e fu acclamato duca di Milano. Per molti giorni durarono le giostre, le danze, i conviti e le altre feste per la di lui assunzione; e da tutti i principi d'Italia vennero a lui ambascerie per congratularsi, fuorchè dal _re Alfonso_ e da' _Veneziani_. Rallegraronsi principalmente del di lui innalzamento i Fiorentini, perchè vedeano di mal occhio il tentativo fatto dai Veneziani per assorbire la Lombardia. Ed allora spirò ogni loro amistà con essi Veneziani, tanto più che in Venezia furono posti nuovi aggravii ai mercanti fiorentini, e si venne dipoi a sapere che essi Veneziani erano entrati in lega col _re Alfonso_, il cui odio contra de' Fiorentini non mai si estinse.