Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 106

Chapter 1063,582 wordsPublic domain

Nè si vuol tacere, che avendo _Carlo duca d'Orleans_ dopo la morte del duca _Filippo Maria_, ricuperata la città d'Asti, mandò un gran corpo di cavalleria e fanteria, forse tre mila persone, concedutegli dal re di Francia sotto il comando di _Rinaldo di Dudresnay_. E perch'egli pretendeva all'eredità del duca defunto, siccome figliuolo di _Valentina Visconti_, perciò questo suo governatore portò la guerra sull'Alessandrino, prese molte castella, e si diede ad assediar la terra del Bosco. Verso la metà d'ottobre fu colà inviato dai reggenti di Milano _Bartolomeo Coleone_, che con circa mille cinquecento cavalli diede battaglia a quei Franzesi[2896], e li mise, nel dì 14 d'ottobre, in isconfitta, con far prigione lo stesso lor condottiere Rinaldo; vittoria non di meno che costò ben cara anche ai vincitori[2897]. E gli Alessandrini, perchè i Franzesi non aveano dato quartiere alla lor gente, trucidarono poi quanti d'essi aveano fatti prigioni. Passò dipoi Bartolomeo a Tortona, e costrinse quel popolo a prestare ubbidienza a Milano. Non fu esente in quest'anno da novità la sempre inquieta città di Genova[2898]. V'era doge _Raffaello Adorno_. Ad istanza di molti suoi emuli rinunziò egli il governo nel dì 4 di gennaio. Venne sostituito a lui _Barnaba Adorno_, ma per pochi giorni, perchè nel dì 30 d'esso mese entrato in Genova _Giano da Campofregoso_, benchè con poca gente, ebbe tal senno e forza, che, detronizzato Barnaba, si fece proclamar doge di quella città. L'aiutarono a questa impresa i Franzesi, con aver egli fatto credere loro di rimettere Genova sotto il loro dominio, ma si trovarono poi beffati. Soggiacque alla guerra in questo anno anche la Toscana. S'era, mentre vivea il duca Filippo Maria, trattato non poco di pace in Ferrara colla mediazione del marchese _Lionello_ d'Este fra i ministri d'esso duca e del re _Alfonso_, e i _Veneziani_ e _Fiorentini_. Parea condotto a buon segno il negoziato, quando, per la morte del duca, avendo i Veneziani cangiata massima, andò per terra ogni speranza d'accordo[2899]. Ora il re Alfonso, dacchè vide impegnati i Veneziani nella guerra contro lo Stato di Milano, ossia per disegno di fare una potente diversione con assalire i Fiorentini lor collegati, oppure per voglia d'insignorirsi della Toscana, all'uscita d'ottobre con circa quindici mila tra fanti e cavalli venne in persona contra d'essi Fiorentini, in aiuto de' quali accorse il _conte Federigo_ d'Urbino con secento cavalli e mille fanti[2900]. Per quanto facesse il re affine di smuovere i Sanesi dalla lor libertà, o dall'amicizia de' Fiorentini, altro non potè ottenere che provvisione di vettovaglie. Entrato in quel di Volterra, vi prese alcune castella, ed altre nel Pisano. _Simonetto_, che dal soldo de' Fiorentini era passato a quello del re, per terza ebbe Castiglione della Pescaia, luogo forte: dopo le quali poche prodezze il re Alfonso ridusse le sue genti a quartiere, alloggiandone la maggior parte nel Patrimonio, ossia negli Stati pontificii. Tornò Bologna in quest'anno[2901] all'ubbidienza della Chiesa, perchè i Bolognesi amavano molto _papa Niccolò_, che poco anzi era stato lor vescovo. Ne riportarono vantaggiosi capitoli. Siccome già accennai, avea il conte Federigo d'Urbino comperata la città di Fossombrone, e pacifico possessor d'essa quivi signoreggiava[2902]. Per tradimento d'alcuni di que' cittadini _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini verso il principio di settembre v'entrò dentro, e cominciò l'assedio della rocca. Ma eccoti giugnere, nel dì 3 di quel mese, il conte Federigo con tutte le sue forze, ed attaccar la battaglia. Fu rotto il signor di Rimini, e Federigo, per castigo de' traditori, mise a sacco tutta la città ravvolgendo nel medesimo eccidio tanto i rei che gl'innocenti. Nella state dell'anno presente la peste fece non poca strage nella città di Venezia[2903]. Mirabil cosa pare che con tanto bollore e miscuglio di guerre non si diffondesse questo malore per tutta la Lombardia. Ma ne vedremo gli effetti nell'anno seguente.

NOTE:

[2876] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2877] Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Vita Eugenii IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[2878] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2879] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.

[2880] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Italic. Corio, Istor. di Milano.

[2881] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.

[2882] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.

[2883] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2884] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2885] Platina, Histor. Mant., lib. 6.

[2886] Ripalta, Hist. Placentin., tom. 20 Rer. Ital.

[2887] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.

[2888] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2889] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[2890] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.

[2891] Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.

[2892] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[2893] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2894] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2895] S. Antonin., P. III, tit. 22.

[2896] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2897] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 10, tom. 21 Rer. Ital.

[2898] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5.

[2899] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22.

[2900] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Poggius, Histor., lib. 8.

[2901] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2902] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXLVIII. Indiz. XI.

NICCOLÒ V papa 2. FEDERIGO III re de' Romani 9.

Abbondò più che mai di strepitosi avvenimenti l'anno presente per la guerra de' Veneziani contra dello Stato di Milano. Avea quella potente repubblica sommamente accresciuta di gente la sua armata di terra, e specialmente colla giunta di _Lodovico da Gonzaga_ marchese di Mantova, che in loro aiuto condusse mille e secento cavalli[2904]. Teneva inoltre a Casalmaggiore una formidabil flotta sul Po, da cui veniva stretta e continuamente infestata la città di Cremona. Riuscì ai lor maneggi di staccare da' Milanesi _Bartolomeo Coleone_ di Bergamo. Se ne fuggì egli nel dì 15 di giugno con circa mille e cinquecento cavalli, e andò a rinforzare l'esercito veneto. Dall'altra parte il conte _Francesco Sforza_ provava non pochi affanni, perchè dovea dipendere dal provvedimento e dalle risoluzioni del governo repubblicano de' Milanesi, che erano fra loro discordi. Sotto mano ancora i due figliuoli di Niccolò Piccinino _Francesco_ e _Jacopo_, sì per l'odio antico, come per l'invidia presente, attraversavano tutti i suoi disegni, consigliando specialmente il governo di Milano di accordarsi co' Veneziani e di far pace. Infatti più e più ambasciatori furono spediti da Milano a tentar di questo i Veneziani. Ma in Venezia il medesimo chiedere pace facea crescere la altura e le pretensioni di quel senato. Tuttavia si sarebbono indotti i Milanesi ad ingoiar delle pillole amare, purchè seguisse accordo; tanta paura e diffidenza cacciavano loro addosso i malevoli del conte Francesco, con far credere ch'egli facesse la guerra col danaro di Milano, per sottomettere poi Milano a sè stesso. In somma si sarebbe probabilmente conchiusa pace (benchè Cristoforo da Soldo[2905] creda che tutte queste fossero finzioni), se un dì gli abitanti di porta Comasina in Milano non avessero fatta una sollevazione contra chi la proponeva: laonde fu ripigliata la risoluzione di continuare la guerra. Uscito in campagna sul principio di maggio il conte Francesco, tolse ai nemici Monzanega, Vallate e Triviglio; e soprattutto fu considerabile l'acquisto da lui fatto di Cassano, perchè luogo di molta importanza pel passaggio dell'Adda. Vennero alle sue mani anche Melzo e Pandino; e quantunque Cremona si trovasse in molte angustie e pericoli per le continue molestie dell'armata navale de' Veneziani; pure, premendo più a' Milanesi Lodi che Cremona, gli convenne passare coll'esercito sotto quella città. Nulla quivi avendo fatto, andò a Casalmaggiore, dove s'era ritirata e fortificata la suddetta flotta veneta comandata da _Andrea Querino_ e da _Niccolò Trivisano_. Nè perchè venisse a postarsi in quelle vicinanze _Michele Attendolo_ general veneto dell'armata di terra, lasciò egli di assalir la loro flotta. Fece a questo fine discendere per Po l'armata de' galeoni pavesi, e dopo aver la notte fatto piantare dieci cannoni sulla riva del Po, nel dì 16 di luglio cominciò a far giocare le artiglierie, che faceano grande strage dei Veneziani. Non poteano andar innanzi, nè retrocedere i galeoni veneti, ed, essendo durata quella tempesta tutto il dì, nella notte il Querino, dopo aver fatto trasportare in Casalmaggiore le armi e le robe delle navi, con sette galeoni e una galea se ne fuggì, avendo prima fatto attaccare il fuoco al resto delle navi: il che fu una perdita e danno immenso per li Veneziani. Arrivato a Venezia, fu messo a riposar ne' camerotti, e condannato a tre anni di prigionia.

Andò poscia, nel dì 29 di luglio, il conte _Francesco_ all'assedio di Caravaggio, e furono a vista le due armate nemiche; anzi vennero a caldissime mischie nei dì 15 e 30 d'agosto, che costarono molto sangue all'una e all'altra parte. Stava forte a cuore a' Veneziani la conservazione di Caravaggio, oltre al parer loro di perdere la riputazione, se lo lasciavano cadere sotto gli occhi della loro armata, che tra fanti, cavalli e cernide ascendeva a circa ventiquattro mila persone. Benchè fossero diversi i pareri de' capitani, pure, appigliatisi a quello del conte _Tiberto Brandolino_, comandarono al lor generale di venir ad un fatto di armi. All'alba dunque del dì 15 di settembre ordinate le schiere, improvvisamente diedero principio alla zuffa in tempo che il conte Francesco ascoltava messa, oppure pranzava. Passata per una palude molta cavalleria veneta, cioè per dove non aspettava il conte alcuna molestia, arrivò sino al di lui padiglione, e quasi mise in rotta la di lui gente. Ma si cangiò, dopo gran combattimento, il viso della fortuna. Due mila cavalli spediti dal conte per un bosco, nè scoperti, arrivarono addosso alla retroguardia del campo veneto, e la sbaragliarono: il che servì a mettere in fuga il restante delle loro brigate[2906]. Fu spaventosa quella sconfitta, e delle più memorabili di questo secolo. Di circa dodici mila cavalli veneti, secondo l'attestato di Cristoforo da Soldo[2907], appena ne scamparono mille e cinquecento; gli altri furono presi. Molto meno è scritto da altri. Vi rimasero prigionieri _Roberto da Montalbotto_ condottiere di mille e ducento cavalli; il _conte Guido Rangone_ da Modena capitano di settecento cavalli; _Gentile da Lionesso_ capitano di mille e settecento cavalli, e i due provveditori veneti _Almorò Donato_ e _Gherardo Dandolo_, dopo la perdita di Piacenza rimesso in libertà, con una gran torma d'altri uffiziali, oltre all'acquisto del ricchissimo bagaglio, per cui arricchì ogni menomo fantaccino. Questa insigne vittoria portò lo spavento a tutto il territorio di Brescia e di Bergamo, di modo che il conte Francesco, dopo aver preso Caravaggio, ed essere passato nel dì 20 di settembre oltre al fiume Oglio, vide portarsi le chiavi di quasi tutte le castella di que' due contadi. Perchè ne' patti da lui stabiliti colla comunità di Milano v'era che fosse sua Brescia, se per avventura l'avesse presa, a quella volta marciò egli, ben sapendo quanto essa fosse mal provveduta di guarnigione, di viveri e di fortificazioni. Ma ecco attaccar seco lite gli ambasciatori di Milano, che volevano vincere Lodi, e non Brescia. Non potè egli impedire che i due fratelli Piccinini con quattro mila cavalli, secondando le istanze de' Milanesi, e partendosi da lui, passassero all'assedio di Lodi. Questa discordia co' Milanesi, i quali sospettavano, e non a torto, che il conte pensasse a farsi signor di Milano; e l'aver egli scoperto ch'essi erano tornati a trattar di pace co' Veneziani; coll'aggiugnersi ancora che gli stessi Veneziani con incredibil prontezza e spese rimettevano in ordine la loro armata, ed aveano rinforzati i luoghi forti, ed aspettavano da' Fiorentini due mila cavalli condotti da _Sigismondo_ signor di Rimini, e mille fanti comandati da _Gregorio da Anghiari_: tutto ciò mise a partito il cervello del conte, uomo di somma avvedutezza e di rari ripieghi. Mandò segretamente a proporre accordo a' Veneziani, e fu non solo ascoltato, perchè ad essi parea di star male non poco, dacchè aveano perduto tante terre e castella del Bresciano e Bergamasco; ma si concertò anche nel dì 18 di ottobre (seppur non fu nel dì 19) concordia e lega fra loro. Doveva il conte restituir tutti i prigioni e le terre prese nel Bresciano e Bergamasco. Crema si doveva cedere ad essi. Tutto il rimanente dello Stato di Milano avea da essere dello Sforza, con obbligarsi i Veneziani d'aiutarlo con gente e danaro a tale acquisto. La pubblicazione di questo accordo fece rimaner estatico ognuno. Ma quando il conte si credea di cominciar a goderne i primi frutti colla consegna di Lodi che gli si dovea dare da' Veneziani, trovò che nel dì innanzi, cioè nel dì 17 di ottobre, quella città s'era renduta a _Francesco Piccinino_ per ordine della reggenza di Milano. Se i Veneziani giocassero netto in tal congiuntura non si sa. Eseguì bensì prontamente il conte tutto quanto egli avea promesso, col restituire ogni terra e prigione. Fuggì da lui in questi tempi _Carlo da Gonzaga_ con circa mille e ducento cavalli, e cinquecento fanti; ma nel dì primo di novembre[2908] tirò il conte al suo servigio _Guglielmo_ fratello di _Giovanni marchese_ di Monferrato, che si obbligò di servirlo con sette cento lancie da cavalli tre per lancia, in tutto cavalli due mila e cento, e con cinque cento fanti per otto mesi. Nella capitolazione seguita fra loro Francesco Sforza, secondo l'uso di coloro che promettono molto per eseguire poscia poco e nulla, non vi fu condizione che non accordasse a Guglielmo: cioè di dargli la città d'Alessandria, e in oltre quelle di Torino e d'Ivrea con una gran copia d'altre terre specificate, se pur venissero alle mani d'esso conte. _Lodovico duca_ di Savoia anch'egli in questi tempi facea guerra allo Stato di Milano, ed avea occupato varie castella.

Quanto alla Toscana, infestata in quest'anno dall'armi del _re Alfonso_[2909], i Fiorentini si studiarono di rinforzarsi col prendere quanta gente poterono al loro soldo. Fra gli altri a sè tirarono _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini, uomo abbondante di valore, ma più di vizii. Costui s'era acconciato col re Alfonso, menando seco secento lancie da tre cavalli per lancia, e quattrocento fanti. N'avea anche ricavato trenta mila scudi. Ma, fattegli più vantaggiose offerte dai Fiorentini, lasciando burlato il re, si ridusse al loro servigio, e per opera loro si pacificò col _conte Federigo_ d'Urbino nemico suo. Fu preso anche al loro soldo _Taddeo de' Manfredi_ da Faenza con mille e ducento fanti. Morì appunto in quest'anno, a dì 18 oppure 22 di giugno[2910], _Guidantonio_ ossia _Guidazzo_ suo padre ai bagni di Petriolo sul Sanese, con lasciare esso _Taddeo_ ed _Astorre_ ossia _Astorgio_ figliuoli suoi successori nel dominio. Faenza pervenne ad Astorgio; Imola a Taddeo. Ora il re _Alfonso_ andò a mettere l'assedio alla riguardevole terra di Piombino, posseduta allora da _Rinaldo Orsino_ per le ragioni di _Caterina da Appiano_ sua moglie. Era egli raccomandato da' Fiorentini, e questi non mancarono di spedirgli per mare qualche rinforzo di gente, e di munizioni da bocca e da guerra. Consumò il re tutta la state intorno a Piombino[2911], con incredibil valore difeso da Rinaldo, che specialmente sostenne un furioso assalto dato nel settembre a quella terra: finchè la cattiva aria di quel paese fece tal guerra colle malattie alla gente d'esso re, che fu forzato a levare il campo, e a ritornarsene a casa; minacciando nondimeno i Fiorentini di vendicarsi di loro all'anno nuovo. Attese in quest'anno il pontefice _Niccolò V_ a rimetter la pace nella Chiesa di Dio[2912], e ad estinguere lo scisma d'_Amedeo_ ossia di _Felice V antipapa_. La Germania, lasciata andare la neutralità, rendè ubbidienza al legittimo pastore della greggia di Cristo; e _Carlo VII re_ di Francia, vigorosamente entrato nell'affare della pace della Chiesa, ridusse a buon termine le cose; tanto che nell'anno seguente vedremo composte le differenze tutte. Nel presente, a dì 4 di agosto,[2913] _Antonio degli Ordelaffi_ signore di Forlì compiè il corso di sua vita, e gli succederono nella signoria _Cecco_ e _Pino_ suoi figliuoli. Era afflitta in questi tempi la loro città dalla peste, che portò al sepolcro circa sei mila persone. In altre città d'Italia lo stesso malore si provò con grande mortalità di persone. Ci richiama di nuovo il conte _Francesco Sforza_, colle cui imprese voglio terminar l'anno presente. Non volea egli mai perdere tempo, e sapea secondare il buon volto della fortuna. Dacchè dunque fu accordato co' Veneziani, ed ebbe fatta una spedizione a Firenze, a Venezia e a _Lionello Estense_ per aver soccorso di danari, s'inviò verso Piacenza, con far calare per Po nello stesso tempo i galeoni di Pavia. Avvegnachè i Piacentini fossero ben ricordevoli dell'infinito danno recalo loro nel precedente anno, pure non mancò fra loro chi consigliò di prenderlo per padrone; e a questo consiglio diede maggior peso la di lui armata di terra e del Po[2914]. Gli spedirono dunque di concorde volere ambasciatori; ed egli, nel dì 23 d'ottobre, v'entrò, con far grandi carezze a quel popolo, esentarlo per quattro anni da ogni tributo e gravezza, e concedere a chiunque era bandito il ritorno alla patria, fra' quali fu _Alberto Scotto_ conte di Vigoleno. Passò dipoi la Sforza a Novara, e, nel dì 20 di dicembre, quella città gli presentò le chiavi[2915]. Nè terminò il presente anno che anche Alessandria se gli diede con tutte le sue castella. L'acquisto di Piacenza, dove il _conte Luigi del Verme_ possedeva molte castella e beni, servì a maggiormente assodarlo colle sue truppe nel servigio del conte. E in vigore poi della convenzione stabilita da _Guglielmo di Monferrato_, lo Sforza, benchè contro cuore, gli diede il possesso d'Alessandria, a titolo nondimeno di feudo. Benvenuto da San Giorgio[2916] riferisce lo strumento fatto da quel popolo con esso Guglielmo. Vennero ancora al servigio dello Sforza da Milano tre fratelli da San Severino con circa ottocento cavalli. Per isvernar le sue milizie, il conte Francesco le ripartì nel territorio della città di Milano, dove egli s'era impadronito di Binasco, Biagrasso, Busto, Legnano, Cantù e di altre terre. Mancò di vita nel dicembre di quest'anno[2917] _Giano da Campofregoso_ doge di Genova, in cui luogo fu sostituito Lodovico suo fratello.

NOTE:

[2903] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2904] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. II, tom. 21 Rer. Ital.

[2905] Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.

[2906] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 13, tom. 21 Rer. Ital.

[2907] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[2908] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[2909] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirat., Ist. di Firenze, lib. 22.

[2910] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2911] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2912] Labbe, Concil., tom. 13.

[2913] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.

[2914] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCCCXLIX. Indiz. XII.

NICCOLÒ V papa 3. FEDERIGO III re de' Romani 10.

Ebbe in quest'anno il buon _papa Niccolò V_ la consolazione di veder estinto lo scisma, formato già dai sediziosi prelati del concilio di Basilea[2918]. Per finir questa scandalosa briga, la di lui prudenza non ebbe difficoltà di accordar vantaggiosa capitolazione all'_antipapa Felice V_, concedendogli il cappello cardinalizio, il grado di legato e vicario in tutte le terre del duca di Savoia, e la preminenza sopra gli altri porporati. Conservò ancora la lor dignità ad alcuni cardinali creati da lui, e rimise ne' primieri onori chiunque nel concilio suddetto avea offesa la santa Sede romana. Essendo poi ritornato il non più antipapa _Amedeo_ al ritiro di Ripaglia, quivi attese a passare il resto dei suoi giorni in opere di pietà, finchè, secondo il Guichenone[2919], nel dì 7 di gennaio dell'anno 1451 Dio il chiamò all'altra vita, mentre egli si trovava in Ginevra[2920]. Già vivente lui era succeduto nel ducato di Savoia e principato del Piemonte _Lodovico_ unico suo maschio figliuolo. Avea questo novello duca nelle turbolenze dello Stato di Milano occupato Romagnano, buona terra del Novarese[2921]; nè avendolo voluto restituire, il _conte Francesco_ inviò colà il _conte Luigi del Verme_ con parte del suo esercito, il quale così ben condusse la faccenda, che fece prigionieri tutti i Savoiardi e gli abitanti della terra. Se vollero la libertà, convenne loro riscattarsi, e se ne ricavò tal somma di danaro, che giovò non poco all'armata del conte. Negli Annali di Piacenza[2922] è attribuita questa impresa a _Bartolomeo Coleone_, inviato con altri capitani e con molte squadre d'armati in aiuto del conte Francesco dai Veneziani. Era lacerata in questi tempi da gravi dissensioni la città di Milano per le fazioni contrarie de' Guelfi e Ghibellini. Coi primi s'era unito _Carlo da Gonzaga_, e questi non lasciò indietro arte e trama alcuna per indurre il popolo a dargli il principato della città. Ma non mancavano fautori del _conte Francesco_, e n'erano i caporali il _conte Vitaliano Borromeo_, _Teodoro Bosio_ e _Giorgio Lampugnano_. In sì fatti torbidi, vedendosi _Francesco Piccinino_ decaduto dalla primiera autorità, prese la risoluzione di passare al servigio di Francesco Sforza, e di condurvi anche _Jacopo_ suo fratello, il quale poco prima avea impedito ad _Alessandro Sforza_ l'acquisto di Parma, il conte, quantunque, sapesse quanto questi due fratelli in addietro avessero operato contra di lui, e che non per elezione, ma per necessità si gittavano nelle sue braccia, e qual fosse l'odio antico della lor casa contro la propria, pure, siccome uomo che sapea ben maneggiar le carte, pensando che per qualche tempo gli potevano esser utili, colle più vistose carezze gli accettò, promettendo di tenerli come figliuoli, e promise in moglie a Jacopo _Drusiana_ sua figliuola naturale, rimasta poco fa vedova di _Giano da Campofregoso_ doge di Genova. Gli Annali Piacentini dicono che i due Piccinini vennero a lui nel dì 15 di gennaio con tre mila cavalli e due mila fanti, gagliardo rinforzo alla di lui armata. Cristoforo da Soldo[2923] ci dà questo fatto al dì 19 di dicembre. Ma non tarderemo a conoscere qual fosse la loro fede. Sul principio del suddetto mese di gennaio anche la città di Tortona con tutto il suo distretto inalberò le insegne del conte Francesco. La Storia del Simonetta è difettosa perchè di rado assegna i tempi delle imprese.