Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 105
Or questa gran percossa fece rientrare in sè stesso il poco saggio duca di Milano, che nel dì 5 d'ottobre spedì per un suo messo segreta lettera alla repubblica veneta chiedendo pace, ed esibendosi pronto a cedere tutto quanto egli avea preso nel Cremonese colla giunta di Crema. Tardò poco a comprendere, essere bensì in mano d'ognuno il cominciare una guerra, ma non essere poi così il finirla. I Veneziani, che avevano il vento in poppa, e ben conosceano la debolezza, a cui era ridotto il duca, sprezzata ogni proposizione d'accordo, ordinarono al loro generale di proseguire innanzi. Pertanto egli, dopo aver ricuperato Soncino, Caravaggio e tutte le castella del Cremonese, passò il fiume Adda, e ruppe di nuovo nel dì 6 di novembre[2875] le milizie del duca, che gli si vollero opporre, con prendere circa secento cavalli, e far prigioni circa mille e ducento fanti. Corse dipoi sul Milanese, saccomanando il paese; ebbe Cassano colla rocca, e mirabilmente fortificò quella terra; finalmente andò a quartiere di inverno. Se stesse bene allora lo sconsigliato duca, non occorre ch'io ne avvisi il lettore. Dacchè egli ebbe la fiera sconfitta di Casalmaggiore, spedì al _papa_ e al re _Alfonso_ le più calde preghiere per ottener soccorso. Cominciò ancora con più e più lettere a pregare il prima tanto odiato e perseguitato suo genero, cioè il conte _Francesco Sforza_, acciocchè non l'abbandonasse in sì pericolosa congiuntura. Era sul principio d'ottobre arrivato ad esso conte un buon rinforzo di milizie, a lui inviate da' Fiorentini, e ciò bastò a farlo uscire in campagna contro le genti pontificie comandate da _Lodovico cardinale_ e patriarca. Ma, non potendo mai tirarle a battaglia, imprese lo assedio di Gradara in quel di Pesaro, terra forte occupata già da _Sigismondo_ signore di Rimini. Nello stesso tempo _Alessandro Sforza_ signor di Pesaro, per opera di _Federigo conte_ d'Urbino, rimesso in grazia del conte Francesco suo fratello, voltata casacca, ripigliò le armi contra di Sigismondo e de' pontifizii. Per mancanza di polvere da fuoco non potè il conte insignorirsi di Gradara; e perchè niun soccorso di danaro gli veniva con tutte le sue istanze nè da Venezia nè da Firenze, si ritirò in fine a Pesaro a dar riposo alle sue troppo stanche genti. Intanto _papa Eugenio_, il _re Alfonso_ e _Sigismondo Malatesta_, avendo consentito il conte ad una tregua (per cui entrarono in grande sospetto di lui i Veneziani), spedirono circa quattromila cavalli in aiuto del duca di Milano nel mese di dicembre. _Cesare da Martinengo_, uno dei caporali di questa gente posta a svernare sul Parmigiano[2876], abbagliato dalla fortuna de' Veneziani, passò dipoi nel febbraio susseguente, se non prima, colle sue schiere al loro servigio. Altrettanto fece colle sue anche _Rinaldo da Montalbotto_.
NOTE:
[2862] Raynaldus, Annal. Eccl.
[2863] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.
[2864] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2865] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2866] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.
[2867] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 22.
[2868] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.
[2869] Annales Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.
[2870] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2871] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2872] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2873] Annales Placent., tom. 20 Rer. Ital.
[2874] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2875] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCCCXLVII. Indiz. X.
NICCOLÒ V papa 1. FEDERIGO III re de' Romani 8.
Avea fin qui menata sua vita, pien di pensieri di guerra, e tormentato da affanni per cagion dello scisma di Basilea, il _pontefice Eugenio IV_, quando Iddio il chiamò a sè nel dì 23 di febbraio in Roma[2877], città da lui beneficata dopo il suo ritorno colà, perchè vi ristorò le principali chiese che erano in rovina, vi mantenne buona pace e giustizia, e la sua mano era sempre aperta alle indigenze de' poveri. Fu pontefice di rare qualità; e benchè alquanto sfortunato negli affari sì spirituali che temporali, pure di gran cose operò sì nell'una che nell'altra parte. Memorabile restò la sua ricordanza, per aver uniti alla Chiesa cattolica i Greci, i Maroniti ed altre nazioni cristiane d'Oriente, e tentato di unire insino gli Etiopi. Eppure ebbe la disgrazia di lasciar la Chiesa latina in disordine per lo scisma nato in Basilea. Fu uomo di testa dura e di raggiri politici; nè alcun menomo eccesso si mirò in lui per ingrandire i suoi parenti, come ebbero in uso altri suoi predecessori. Tutto il suo studio era in conservare o ricuperare gli Stati della Chiesa romana: nel che impiegò molti tesori; ed ebbe anche singolar premura per reprimere la sempre più crescente baldanza e potenza dei Turchi: nel che profittò poco per la disunione e guerre delle potenze cristiane. Entrati i cardinali nel conclave, ed accordatisi nel dì 5 di marzo, elessero Tommaso da Sarzana, vescovo di Bologna, creato cardinale da Eugenio nell'anno precedente. Di bassa nascita era egli; ma questo immaginario difetto era senza paragone compensato dalle mirabili sue belle doti sì d'animo che d'ingegno, e dal suo universal sapere; di modo che personaggio non si potea scegliere più degno e più atto al pontificato di lui. Prese egli il nome di _Niccolò V_, e nel dì 18 d'esso mese fu solennemente coronato. Appena era mancato di vita papa Eugenio, che il _re Alfonso_, sotto pretesto di vegliare alla sicurezza di Roma, sen venne a Tivoli[2878], e quivi si piantò. Una delle prime cure del novello pontefice fu quella di fare sloggiare di là il re, e di estinguere lo scisma dell'_antipapa Amedeo_ di Savoia: al qual fine impegnò _Carlo re di Francia_, promettendogli di confiscare tutti gli Stati d'esso Amedeo, se non ubbidiva, per concederli al medesimo re. Adoperossi per ricuperare affatto la marca di Ancona[2879]. Quivi non riteneva più il conte _Francesco Sforza_, se non la città di Jesi, che gli era sempre stata fedele. Le premure del duca di Milano, angustiato in questi tempi fieramente dai Veneziani, fecero mutar massime al medesimo conte e al re Alfonso, perchè il duca, trovandosi in grave pericolo, implorava quotidianamente il soccorso del genero. Però non fu difficile il tirare in fine ad un accordo il conte, che in sì urgente congiuntura si trovava necessitoso di pecunia. Trentacinque mila fiorini d'oro, ben pagati al conte, l'indussero a rilasciar quella città al pontefice, e a richiamarne la sua guarnigione. Similmente non tardò esso papa, siccome di genio pacifico, ad interporsi tosto per ismorzare il terribile incendio di guerra nato in Lombardia fra i Veneziani e il duca di Milano; ma cotali accidenti occorsero dipoi, che restarono vani tutti i paterni desiderii e disegni del buon pontefice.
La prosperità delle armi venete, che, dopo aver fabbricato un ponte sull'Adda, non trovavano ritegno alcuno, e portavano le desolazione sino ai borghi di Milano, avea messo in tal costernazione lo animo del poco saggio duca _Filippo Maria_, che a mani giunte non cessava di raccomandarsi al _re Alfonso_, a _papa Eugenio_ allora vivente e a' _Fiorentini_. Ricorse fino al re di Francia, con esibirsi di restituire al duca d'Orleans la città d'Asti. Ma le sue maggiori speranze erano riposte nel credito e nel valore del conte _Francesco Sforza_, cioè in quel medesimo ch'egli sì lungamente avea perseguitato, e ridotto, co' suoi maligni maneggi, e colle armi e co' danari, a perdere l'intera marca d'Ancona, e con volerlo anche spogliare di Cremona. A lui lettere, a lui messi andavano di tanto in tanto, pregandolo e scongiurandolo di soccorso, e sollecitandolo a venire, senza lasciar indietro offerta e promessa alcuna che il potesse muovere, e soprattutto mettendogli davanti la succession de' suoi Stati. Perchè a questi andamenti teneano ben l'occhio aperto i Veneziani, anch'essi gli inviarono _Pasquale Malipieri_ per tenerlo saldo nella lor lega, con fargli anche essi delle larghe esibizioni. E perciocchè il conte non dava categoriche risposte, si avvidero ben per tempo que' saggi signori ch'egli era per anteporre alla loro antica amicizia la nuova riconciliazione col suocero[2880]. Presero dunque la risoluzione di non aspettare ch'egli si dichiarasse, e di torgli intanto Cremona, se veniva lor fatto. Ordinato prima un trattato con alcuni Guelfi di quella città. _Michele Attendolo_ lor generale nel dì 4 di marzo si presentò segretamente con quattromila cavalli e grossa fanteria alla porta d'Ognisanti di Cremona, credendosi di trovarla aperta. Gli andò fallito il colpo. _Foschino Attendolo_ da Cotignola governatore, e _Giacomazzo da Salerno_ capitano de' soldati del conte Francesco furono tosto in armi, raddoppiarono le guardie alle porte, alle mura, alle torri, cosicchè nè i cittadini osarono di far movimento; e i Veneziani, dopo avere scoperto il loro buon animo, si ritirarono colla bocca asciutta. Questo tentativo, oltre ad altri motivi che aveva il conte Francesco d'essere poco contento dei Veneziani, per averlo essi abbandonato nelle passate sue disavventure, e la segreta inclinazione da lui ben capita dei Fiorentini[2881], a' quali non piaceva che i Veneziani s'ingrandissero di troppo col mettere il duca in camicia, servì a lui di scusa per istrignere il trattato col suocero, a condizione che gli fosse pagato annualmente tanto di salario, quanto gli davano i Veneziani, ascendente a ducento quattro mila fiorini d'oro; e che gli fosse dato col titolo l'autorità di generale d'armata per tutti i di lui Stati. Pertanto alcune somme di danaro gli furono mandate da Milano, altre pagate in Roma: col quale rinforzo cominciò a mettere in ordine e ad accrescere le sue truppe. Ma mentre si crede di marciare a dirittura a Milano, alcuni de' cortigiani del duca, e i due Piccinini _Francesco_ e _Jacopo_, invidiosi dell'innalzamento del conte, sparsero tai semi di diffidenza nel debolissimo duca, che più danaro non corse; e il duca andava ordinando al conte di passare o nel Padovano o nel Veronese, a motivo di fare una diversione, dando con ciò assai a conoscere di non volerlo in sua casa: tutti imbrogli che ritardarono la mossa del conte, e maravigliosamente giovarono ai Veneziani per tentar cose maggiori contra del duca. Venne l'armata loro pel ponte di Cassano nel cuore del Milanese, scorse tutta la Martesana, e andò finalmente ad accamparsi sotto a Milano, per le speranze date da alcuni di que' cittadini al general veneziano d'introdurlo a tradimento in quella città. Chiarito Micheletto, esser quelle parole vane, passò alle parti del monte di Brianza[2882], dove sconfisse Francesco Piccinino, ed altri capitani milanesi e le loro brigate. Mise dipoi l'assedio al forte castello di Lecco, dove spese circa quaranta giorni, con istrage e grave incomodo di sua gente, senza poterlo far piegare alla resa.
Conosceva intanto ogni di più il duca l'infelice suo stato, e l'imminente pericolo suo, ma ricercato e voluto; nè esservi altra speranza che l'aiuto del genero Sforza. Pertanto gli spedì affrettandolo a venire, e pregò il papa e il re Alfonso di provvederlo di danaro. Altro non fecero essi, se non ciò che s'è detto di sopra, dell'avere carpito dalle mani del conte la città di Jesi per la somma già accennata di danaro, con cui egli allestì la sua armata, e da Pesaro si mise in viaggio nel dì 9 d'agosto[2883]. Aveva egli dianzi, nel dì 11 di marzo, insieme col _conte Federigo_ d'Urbino fatto tregua con _Sigismondo_ signor di Rimini, e con _Malatesta_ Novello da Cesena di lui fratello. Consisteva l'esercito del conte in quattro mila cavalli e due mila fanti, co' quali venne a riposarsi alquanto a Cotignola. Ma eccoti un improvviso cambiamento di scena. Circa il dì 7 d'esso mese d'agosto cadde infermo _Filippo Maria Visconte_ duca di Milano, e nel dì 13 diede compimento alla vita presente nel castello di porta Zobbia, senza lasciar dopo di sè prole maschile. Portato il suo corpo con poca pompa al duomo, potè allora quel popolo mirarlo morto, dopo averlo potuto vedere sì poco quando era in vita. Fu creduto che gli affanni e pericoli ne' quali si trovava involto, e ch'egli s'era colla sua balordaggine tirati addosso, il conducessero al sepolcro. S'egli avesse saputo prevalersi del regalo che la fortuna gli avea fatto di un genero, qual era il conte _Francesco Sforza_, cioè del miglior capitano che fosse allora in Italia, e fors'anche in Europa, poteva egli sperare di atterrar tutti i suoi nemici. Con fare sì scioccamente tutto il contrario, s'era ridotto alla vigilia di perdere colla riputazione anche tutti i suoi Stati. E qual fosse l'animo suo verso Bianca sua figliuola e verso il conte Francesco suo genero, che solo veniva per assistergli in sì grave urgenza, si diede ancora a conoscere nel fine di sua vita, se pure è vero ch'egli dichiarasse erede de' suoi Stati non già il conte Francesco Sforza, ma bensì _Alfonso re_ d'Aragona e delle Due Sicilie[2884], i cui uffiziali certo è che presero tosto il possesso del castello di Milano e della rocchetta. Dimorava il conte in Cotignola, quando nel dì 15 di agosto da _Lionello d'Este_ marchese di Ferrara gli giunse segreto avviso della morte del duca: colpo che stranamente sconcertò le sue misure. Crebbe molto più la costernazione sua dacchè intese che il popolo di Milano, troppo stanco e disgustato del gravoso governo del duca defunto, avea gridato: _Viva la libertà_, e presa la risoluzione di reggersi a repubblica. Oltre a ciò, poteano pretendere quegli Stati il re Alfonso in vigore del testamento suddetto, se pur fu vero; e _Carlo duca d'Orleans_, per ragione di _Valentina Visconte_. Quel che era più, con tante forze si trovavano i Veneziani addosso allo Stato di Milano, senza che egli avesse nè danaro nè gente bastante a far grandi imprese. Oh qui sì che v'era bisogno d'ingegno. Contuttociò nel dì seguente marciò alla volta del Parmigiano, per quivi meglio considerare qual piega prendessero le cose, e qual volto mostrasse la fortuna a' suoi interessi in una sì strepitosa mutazion di cose.
Incredibile allora fu la rivoluzion dello Stato di Milano; tutto si riempiè di sedizioni, ed ognuno prese l'armi[2885]. Como, Alessandria e Novara aderirono alla repubblica milanese. Pavia si rimise in libertà senza voler dipendere da Milano. Parma si mostrò anch'essa inclinata al medesimo partito, e diede sol buone parole al conte Francesco, che tentò di averla. Anche Tortona negò ubbidienza ai Milanesi. All'incontro i Veneziani seppero così ben profittare di quell'universal disordine, che la città di Lodi loro si diede. Ebbero poscia il forte castello di San Colombano, situato tra Lodi e Pavia. Regnava allora gran discordia fra i cittadini di Piacenza[2886]. Nel loro consiglio la fazion più potente la vinse, ed avendo spedito ai Veneziani per sottomettersi al loro imperio, non durarono fatica ad ottener quanto desideravano, e con patti i più vantaggiosi del mondo; per la qual cosa fecero poi gran festa e falò. Nel dì 20 d'agosto _Taddeo marchese_ d'Este con mille e cinquecento cavalli veneti prese il possesso di Piacenza, e nel dì 22 arrivò colà con più gente _Jacopo Antonio Marcello_ provveditore de' Veneziani. Intanto i Milanesi tutti d'accordo, con avere per loro capi _Antonio Trivulzio, Teodoro Bossio, Giorgio Lampugnano_ ed _Innocenzo Cotta_[2887], la prima cosa che fecero, fu di cavar dalle mani degli uffiziali del re Alfonso il castello e la rocchetta. Col regalo di diciassette mila fiorini d'oro ebbero queste fortezze, e tosto le spianarono da' fondamenti. L'ambasciata da essi inviata al campo veneto per ottener pace e far lega, fu accolta quasi con riso. Si tenevano allora i Veneziani quasi in pugno tutta la Lombardia. E però si rivolsero i Milanesi al conte _Francesco Sforza_, che era passato alla sua città di Cremona, pregandolo di voler assumere la difesa della lor libertà nella guisa ch'egli era per servire al defunto duca, offerendogli il comando della lor armata col titolo e con gli onori di generale. Non era lo Sforza solamente insigne per la sua perizia e bravura nell'armi; possedeva anche un'ammirabil accortezza nei politici affari; e però, quantunque gli potesse parere strano di doversi sottomettere ad un popolo, per comandare al quale egli era venuto; pure accettò l'offerta, e si accordarono le condizioni del suo generalato. Ebbe anche forza la sua lingua di trarre nella sua amicizia _Francesco_ e _Jacopo Piccinini_, non ostante l'antico odio che passava fra le loro case e persone. Ciò fatto, uscì egli in campagna, ed, unite le sue truppe con quelle de' Milanesi, alle quali aggiunse ancora _Bartolomeo Coleone_ fuggito dalle carceri di Monza dopo la morte del duca, avendolo affidato e guadagnato al suo servigio, andò all'assedio del castello di San Colombano. Mentr'egli quivi dimorava, erano in continua dissensione i Pavesi, aspirando alcuni a prendere per loro principe _Lodovico duca_ di Savoia, altri _Giovanni marchese_ di Monferrato, ed altri _Lionello d'Este_ marchese di Ferrara. Ma non vi mancava il partito di coloro che anteponevano il darsi al _conte Francesco_, padrone di Cremona e sì celebre nel mestier della guerra, ossia al di lui figliuolo _Galeazzo Maria_[2888]. Volle la fortuna del conte che si trovasse castellano in Pavia _Matteo Bolognini_ Bolognese, e ch'egli per le istanze di Agnese dal Maino, parente di _Bianca Visconte_, trattasse segretamente di cedere al conte quella fortezza. Perciò al conte da lì a poco si diedero la città e cittadella di Pavia, con che egli assumesse il titolo di conte di Pavia, nè quel popolo fosse più suggetto a Milano. Ed ancorchè, presentita cotal intenzione de' Pavesi, fossero venuti gli ambasciatori milanesi per lamentarsene, e per esigere, secondo i patti, che le città prese dal conte si sottomettessero non a lui ma alla loro repubblica: tali scuse, belle parole e promesse sfoderò il conte, che eglino, benchè mal contenti, se ne tornarono a Milano, nè credettero ben fatto il litigar oltre, e molto meno il rompere la buona armonia col loro generale, giacchè non riuscì loro con nuova spedizione ai Veneziani d'indurli a verun accordo. Trovò lo Sforza nella cittadella di Pavia danari, gioie, assaissimo grano e sale, e gran copia d'attrezzi militari, tutto con gran fedeltà a lui consegnato dal Bolognini. Nè perdè egli punto di tempo ad ordinar la fabbrica di quattro galeoni e di altri legni, col disegno già conceputo di formar l'assedio di Piacenza. Intanto il castello di San Colombano, non potendo più reggere, e disperando il soccorso, se gli rendè.
Sul principio d'ottobre imprese il conte Francesco l'assedio di Piacenza per terra[2889], assistito nel Po dall'armata navale, ben provveduta di cannoni e d'altre macchine militari, e condotta da _Bernardo_ e _Filippo Eustachi_ da Pavia. Nell'esercito suo si contavano i due fratelli Piccinini Francesco e Jacopo, _Guidantonio_ ossia _Guidazzo_ signor di Faenza, _Carlo da Gonzaga, Alessandro Sforza_ suo fratello, il conte _Luigi del Verme_, il _conte Dolce_ dall'Anguillara, ed altri valenti capitani. Alla difesa di Piacenza stavano _Gherardo Dandolo_ provveditore de' Veneziani, e _Taddeo marchese_ d'Este lor capitano con un numeroso presidio. Molti assalti furono dati a quella città, giocavano incessantemente le artiglierie; ma niuna apparenza v'era di superare così grande, così popolata e ben difesa città. I Veneziani, poichè mancava loro maniera di fare un ponte sul Po, per recar soccorso alla città suddetta, si accinsero a fabbricare una potente flotta di galeoni e d'altri legni da condursi per Po a quella volta. E intanto _Michele Attendolo_ lor generale coll'esercito suo dava il guasto al territorio di Milano, prendendo anche varie castella, per veder pure di distorre lo Sforza da quell'assedio. Ma questi, dopo essere stato circa sei settimane sotto Piacenza, ed aver fatto coi suoi grossi cannoni una larga breccia nelle mura, e fatto cader due torri, determinò di dare un generale assalto alla città; e tanto più perchè udiva che si era già posta in cammino l'armata navale de' Veneziani per venire a sturbarlo. Scrive il Simonetta[2890] che il giorno di sì fiera azione fu _ad sextumdecimum kalendas decembris_, cioè nel dì 16 di novembre. Così pure ha la Cronica Piacentina del Rivalta[2891]. Cristoforo da Soldo dice nel dì 15 di novembre[2892]; ma, soggiugnendo che fu in giovedì, si vede che quel numero è scorretto, e vuol dire anch'egli nel dì 16, che cadde in giovedì. Fierissimo fu quell'assalto, crudelissima la battaglia, e durò molte ore, avendo anche i galeoni del conte dalla parte del Po, che era allora grossissimo, fatta gran guerra alla città. Finalmente verso le ore venti il vittorioso esercito del conte Francesco entrò nella misera, anzi sopra ogni credere infelicissima città; imperocchè fu lasciata in preda ai soldati, e dato il sacco a tutte le case e chiese; non vi fu salvo l'onore delle vergini e delle matrone: di modo che non parvero cristiani, ma turchi coloro che tante iniquità commisero, colla desolazione di quella nobil città. E durò questa barbarie, se crediamo al Ripalta, molto tempo, senza che il conte vi mettesse freno, per quell'empia massima di tener contente le soldatesche, e di animarle ad altri simili fatti d'armi. Dieci mila cittadini rimasero prigionieri, e convenne riscattarsi a chiunque fu creduto capace di pagare. Il Simonetta, parziale del conte, confessa, è vero, le immense iniquità in tal occasione commesse; ma aggiugne avere il conte Francesco inviate persone a salvare i monisteri delle sacre vergini, ed aver comandato sotto pena della vita la restituzion delle donne, e fatto impiccare chi non ubbidì. E veramente Antonio Ripalta, che si trovò in mezzo a quell'orrida tragedia, e restò prigione, neppur egli parla de' monisteri. Perciò resto io dubbioso se s'abbia a prestar fede a Cristoforo da Soldo, allorchè scrive che le monache tutte furono svergognate, stracciate e malmenate. Con esso scrittore bresciano non di meno s'accordano l'autore della Cronica di Bologna[2893] e lo storico di Rimini[2894]. Si rifugiarono nella cittadella _Gherardo Dandolo_ provveditor veneto, _Taddeo marchese_ ed _Alberto Scotto_ conte di Vigoleno, con assai loro gente; ma non trovandovi provvisione di viveri che per due giorni, non tardarono a rendersi prigionieri, essendo non di meno riuscito ad Alberto di fuggirsene, e di arrivar salvo sul Reggiano. Perchè poi di questa gran perdita fu incolpato (non so se a ragione o a torto) esso marchese, rimesso che fu in libertà, e tornato al campo veneto, nel dì 21 di giugno dell'anno seguente, d'improvviso cadde morto, non senza sospetto che gli fosse stata abbreviata la vita. Scrive santo Antonino[2895], essersi nell'espugnazione della città di Piacenza il _conte Francesco_ trovato in mezzo alla grandine delle palle e dei sassi nemici, di maniera che parve prodigioso l'aver egli salvata la vita. Con questa impresa, che gli fece grande onore presso i rettori della repubblica milanese, terminò egli la campagna presente, e si ritirò a Cremona, angustiata non poco sì per terra, come per Po dalle armi venete.