Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 104
Era venuto a Milano _Niccolò Piccinino_, chiamatovi, come dissi (non si sa bene il motivo) dal duca. Non gli si partiva dal cuore l'affanno per la perdita di Bologna[2842], e per la sconfitta a lui data dal conte Francesco Sforza. A questi pensieri, che il laceravano di dentro, si aggiunse l'altra dolorosa nuova non solo della rotta di Francesco suo figliuolo, ma d'esser egli anche caduto prigione nelle mani dell'emulo ossia nemico Sforza. Soccombè in fine alla malinconia, ed, infermatosi, terminò il corso del suo vivere nel dì 15 oppure 16 d'ottobre[2843]: con che mancò uno de' più insigni generali d'armata che s'avesse l'Italia, a cui niun altro si potea anteporre, se non Francesco Sforza. Nelle spedizioni la sua attività e prestezza non ebbe pari; ma egli si prometteva molto della fortuna, e però azzardava bene spesso nelle sue imprese: laddove lo Sforza sempre operava con saviezza, e sapea cedere e temporeggiare, quando lo richiedeva il bisogno, nè temerariamente mai procedeva in ciò che imprendeva. Per la morte del Piccinino sommamente si afflisse il duca _Filippo Maria_, rimasto privo di sì valente, onorato e fedele capitano; nè potendo far altro, si rivolse a beneficare i di lui figliuoli _Francesco_ e _Jacopo_, con aver ottenuta la libertà del primo dal conte Francesco, e con chiamarli amendue a Milano. Accadde ancora nell'anno presente[2844] la morte di _Oddo-Antonio_ conte di Montefeltro e d'Urbino, personaggio di costumi sfrenati e d'insoffribil lussuria. Per cagione di questi suoi vizii fu egli nella notte del dì 22 di luglio da molti congiurati ucciso, e in luogo suo proclamato signore _Federigo_ suo fratello, e figliuolo bastardo di _Guidantonio_ già conte, ancorchè comunemente creduto fosse figliuolo di _Bernardino dalla Carda_ degli Ubaldini. Questi, essendo ito a Fermo per visitare il conte Francesco, stabilì tosto con esso lui lega difensiva ed offensiva. Venne a morte anche in quest'anno[2845], nel dì 8 o pure 24 di settembre, _Gian-Francesco da Gonzaga_ marchese di Mantova, assai invecchiato, ed ebbe per successore _Lodovico_ suo figliuolo. Fu parimente chiamato da Dio a miglior vita nella città dell'Aquila a dì 20 di maggio[2846] frate _Bernardino da Siena_ dell'ordine de' Minori, celebre missionario di questi tempi, che per le sue luminose virtù venne poi aggregato al ruolo de' santi. Similmente finì di vivere[2847] _Leonardo Aretino_, segretario della repubblica fiorentina, uomo celebre allora per la sua letteratura e perizia della lingua greca. Si ammalò nel dì 5 d'aprile[2848] di sì pericolosa malattia _Alfonso re_ di Aragona e delle Due Sicilie, che corse in fin voce che era morto. Gran bisbiglio e movimento fu nei baroni del regno, di modo tale che guarito il re, ben s'avvide del poco capitale che potea farsi della fede de' regnicoli. Diede egli in questo anno[2849] per moglie a _don Ferdinando_ duca di Calabria suo figliuolo _Isabella di Chiaramonte_, nipote di _Gian Antonio Orsino_ principe di Taranto. Maritò eziandio Maria sua figliuola col marchese _Lionello d'Este_ signor di Ferrara, Modena e Reggio. Fu pertanto spedito _Borso d'Este_ fratello d'esso marchese con due galee veneziane a levar questa principessa che, accompagnata dal principe di Salerno, arrivò a Ferrara nel dì 24 d'aprile[2850]. Memorabil fu la magnificenza di queste nozze per la quantità delle feste e dei varii solazzi, che durarono quindici giorni coll'intervento degli ambasciatori di tutti i principi d'Italia. Fece guerra in quest'anno il re Alfonso ad _Antonio Santiglia_ signore di Cotrone, Catanzaro ed altri luoghi in Calabria, e gli tolse tutti quegli Stati. Condiscese anche a far pace coi Genovesi[2851], co' quali era in guerra da gran tempo, e gli obbligò a pagargli ogni anno a titolo di censo un bacile d'argento, con accordar loro varii privilegii.
NOTE:
[2834] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[2835] Annal. Foroliviens., tom. eod.
[2836] Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.
[2837] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Italic.
[2838] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2839] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2840] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2841] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2842] Corio, Istor. di Milano.
[2843] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[2844] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2845] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2846] Raynaldus, Annal. Eccles.
[2847] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.
[2848] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[2849] Istoria Napol., tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXLV. Indiz. VIII.
EUGENIO IV papa 15. FEDERIGO III re de' Romani 6.
Fra il _duca di Milano_ e _Francesco Sforza_ suo genero parve nel precedente anno restituita buona armonia, per quanto abbiamo veduto. Ma intervenne accidente che affatto la guastò. Dappoichè mancò, colla morte di _Niccolò Piccinino_, ad esso duca un raro generale delle sue armi, mise egli il guardo sopra _Ciarpellione_, cioè sopra il più accreditato capitano che si avesse allora Francesco[2852], e segretamente cominciò a trattare con lui, per torlo al conte e farlo venire a Milano. Trapelò questo trattato, e se ne crucciò forte il conte, il quale, fidandosi poco del suocero duca, perchè assai ne conosceva l'umore, temeva anche dei malanni, se lasciava partire chi era stato partecipe di tutti i suoi segreti. Fece pertanto mettere prigione nella fortezza di Fermo Ciarpellione, e processarlo per varie sue iniquità[2853]. Dopo di che nel dì 29 di novembre dell'antecedente anno il fece impiccare, con ispargere voce d'aver egli macchinato contro la vita del medesimo conte. Altamente si chiamò offeso per questo fatto il duca, e protestò di volersene vendicare. Francesco di tutto informò i Veneziani e Fiorentini, a' quali piacea più di vederlo nemico che amico del suocero. Si partì ancora dall'amicizia di esso conte _Sigismondo Malatesta_ signore di Rimini, tuttochè genero del medesimo. Vagheggiava egli da gran tempo Pesaro e Fossombrone, goduti da _Galeazzo Malatesta_, cioè da chi era privo di figliuoli; anzi s'era già provato colla forza, ma indarno, d'impadronirsene[2854]. Avvenne che, per interposizione di _Federigo conte d'Urbino_, vendè Galeazzo al _conte Francesco_ essa città di Pesaro per venti mila fiorini d'oro, con che _Alessandro Sforza_ fratello del conte sposasse _Costanza_ sua nipote, e divenisse padrone di quella città. Fossombrone eziandio fu venduto al conte Federigo per tredici altri mila fiorini. Era già per varii motivi mal soddisfatto lo Sforza di Sigismondo suo genero, uomo anche per altro conto di coscienza guasta; e però senza alcun riguardo verso di lui fece il suo negozio. Che disdegno e rabbia per questo provasse Sigismondo, non si può assai dire. Mosse da lì innanzi cielo e terra contra del conte Francesco, tanto presso il pontefice, quanto presso il re Alfonso e il duca di Milano. Spezialmente questo suo sdegno piacque al duca, per potere valersi di lui contra dello Sforza. Ora _Filippo Maria_ co' suoi maneggi tanto fece, che _papa Eugenio IV_ prese Sigismondo al suo soldo, e facendo sperare coll'aiuto proprio e d'esso signore di Rimini assai facile al papa il riacquistare Bologna, a poco a poco accese il fuoco d'una nuova guerra. Nè penò molto a tirarvi anche il _re Alfonso_, perchè la città di Teramo s'era data al conte Francesco; e _Giosia Acquaviva_ ed altri del suo regno, ribellatisi a lui, si erano uniti col medesimo conte. Mentre questi concerti di guerra si andavano facendo, uno strepitoso accidente avvenne in Bologna[2855]. Era in quella città in alta stima _Annibale de' Bentivogli_, perchè riguardato come glorioso liberatore della sua patria. Ma la invidia, nata, per così dire, col mondo, il facea mirar con occhio bieco da _Baldassare da Canedolo_, da' Ghiselieri e da alcuni altri cittadini. Andò tanto innanzi questa cieca passione, che costoro determinarono di levargli la vita. Fu invitato il Bentivoglio nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, da _Francesco Ghiselieri_, a tenergli un suo figliuolo al sacro fonte. Finita la funzione, ed usciti che furono di chiesa, Baldassare e gli altri congiurati, avventatisi addosso al Bentivoglio, con varie ferite lo stesero morto a terra[2856]. Poscia andarono in traccia d'alcuni altri amici di lui, e gli uccisero. Per questa enorme indegnità si levò a rumore tutto il popolo contro i micidiarii; diede il sacco alle lor case e le bruciò. _Batista da Canedolo_, benchè non intervenuto a quell'orrido fatto, indarno fece resistenza all'infuriato popolo, che trovatolo il tagliò a pezzi[2857]; e quanti amici de' Canedoli vennero in mano d'esso popolo, rimasero vittima del loro furore. Che tal novità fosse fatta con intelligenza del duca di Milano, si conobbe tosto, perch'egli si dichiarò protettore de' Canedoli, e nel dì 26 di giugno _Taliano Furlano_ capitano d'esso duca, che stanziava in Romagna con mille e cinquecento cavalli e cinquecento fanti ducheschi, entrò tosto nel Bolognese in aiuto de' Canedoli; ma ritrovatili o morti o sbandati, da lì a poco cominciò la guerra al Bolognese, e prese varii luoghi. Altrettanto ancora fecero _Luigi da San Severino_ e _Carlo da Gonzaga_, altri capitani del medesimo duca. Ora i Fiorentini, siccome collegati de' Bolognesi, nel dì 27 di luglio spedirono in loro aiuto _Simonetto_ con cinquecento cavalli e ducento fanti. Anche i Veneziani inviarono colà _Taddeo marchese_ d'Este con altra gente. S'ingrossarono intanto sempre più le milizie del duca di Milano sul Bolognese, e corsero sino alle porte della città; ma null'altro di considerabile accadde in quelle parti nell'anno presente, fuorchè la presa di alcuni castelli, fra i quali il più importante fu San Giovanni in Persiceto, occupato nel dì 9 di settembre da Luigi da San Severino.
Abbiam veduto poco fa rimesso in grazia di _papa Eugenio_ il conte _Francesco Sforza_, e stabilito accordo fra loro. Pure questo pontefice, quasi che i patti durar dovessero finchè gli tornava a conto il non romperli, appena si vide animato ed assistito dal duca di Milano, che ripigliò le armi contra di lui, e seco fu anche il _re Alfonso_. Ora il conte[2858], giacchè Sigismondo signor di Rimini s'era dichiarato nemico suo, dopo avere ricevuto da' Fiorentini soccorso di danaro, andò a mettere l'assedio alla ricca terra di Meldola, che gli costò molto tempo e fatica. L'ebbe a forza di armi nel dì 17 oppure 22 di luglio[2859], e col sacco, crudelmente ad essa dato, si arricchirono tutti i suoi soldati. Ma nel dì 10 d'agosto[2860] la città d'Ascoli nella Marca gli si ribellò, e tagliato a pezzi _Rinaldo Fogliano_, fratello uterino del conte Francesco, si diede al pontefice. Così, per le forti istanze di Sigismondo, comparvero dipoi in suo aiuto _Taliano Furlano, Malatesta_ signor di Cesena ed altri capitani con ischiere numerose di cavalleria e fanteria, che seco si unirono. Finalmente anche il papa e il re Alfonso mandarono le lor genti nella Marca per impadronirsene affatto. In mezzo a questi due fuochi si trovava il conte, e con forze troppo disuguali. Tuttavia, conoscendo in maggior pericolo la Marca, lasciata parte delle sue milizie sotto il comando di _Federigo conte d'Urbino_, coll'altra marciò colà; e all'arrivo suo si ritirarono tosto _Lodovico patriarca_ di Aquileia cardinale legato del papa, e _Giovanni da Ventimiglia_ generale del re Alfonso. Ed eccoti arrivare in essa Marca anche _Taliano_, creato generale dal duca di Milano, con _Sigismondo Malatesta_, con _Malatesta_ signor di Cesena ed altri capitani, che cominciò a strignere dall'una parte lo Sforza, e cercava le vie di unirsi dall'altra alle soldatesche del papa e del re. Intanto nel dì 15 d'ottobre Rocca Contrada, una delle migliori fortezze che si avesse il conte in quelle contrade, ribellatasi, venne in mano di Sigismondo, ossia del pontefice. Il perchè, peggiorando ogni dì più gl'interessi del conte, prese questi il partito di salvar la gente con ridursi di nuovo a Pesaro, dove avea lasciata Bianca Visconte sua moglie. Raccomandate adunque ad _Alessandro_ suo fratello le città di Fermo e di Jesi, che restavano a lui ubbidienti, sen venne sul territorio d'Urbino, da dove col conte Federigo fece guerra a Sigismondo Malatesta, togliendo a lui alcune castella. Ma nel dì 26 di novembre il popolo di Fermo, avendo prese l'armi, ne cacciò il presidio del conte, e si sottomise alle armi del papa; e da lì a qualche tempo si rendè loro anche la rocca appellata il Girofalco venduta da Alessandro Sforza, per non poterla sostenere. Sicchè la sola città di Jesi restò in potere del conte, con essersi perdute tutte le altre terre. Nel dì 12 di marzo di quest'anno passò all'altra vita[2861] _Gian-Giacomo marchese_ di Monferrato, e i suoi Stati pervennero al marchese _Giovanni_ suo primogenito. Un altro suo figliuolo appellato _Guglielmo_, condottier d'armi in questi tempi, era al servigio del duca di Milano.
NOTE:
[2850] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2851] Giustiniani, Istor. di Genova. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
[2852] Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.
[2853] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2854] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[2855] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[2856] Annales Placentini, tom. 20 Rer. Ital.
[2857] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2858] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 8, tom. 21 Rer. Ital.
[2859] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[2860] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.
[2861] Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCXLVI. Indiz. IX.
EUGENIO IV papa 16. FEDERIGO III re de' Romani 7.
Fulminò di nuovo in quest'anno nei mesi di aprile e di luglio le scomuniche _papa Eugenio_ contra del conte _Francesco Sforza_ e di tutti i suoi seguaci[2862]. E per vendicarsi de' Fiorentini, che colla profusione di molto danaro cagione erano che esso conte non andasse a gambe levate, intavolò un trattato col re Alfonso per muoverlo contra di loro, siccome poi fece nell'anno seguente. Intanto il conte era confortato da _Cosimo de Medici_, e da alcuni cardinali e baroni romani a marciare alla volta di Roma coll'armi sue, perchè avrebbe facilmente indotto per forza il pontefice ad un buon accordo[2863]. Gli promettevano ancora la ribellione di Todi, Narni e di Orvieto, con altri aderenti. Ma egli pensò a mettersi in viaggio, ed ancorchè si movesse sul fine di maggio per passare colà, ed arrivasse fino a Montefiascone e a Viterbo, pure per mancanza di vettovaglie, e perchè Todi ed Orvieto non corrisposero alle speranze dategli, gli convenne tornare indietro. Intanto il papa si provvide di gente, avendo chiamato in suo aiuto un corpo di quelle del _re Alfonso_, e _Taliano Furlano_ ed altri condottieri, ch'erano nella Marca. Queste truppe dipoi, tornato che fu indietro il conte Francesco, se ne andarono addosso ad Ancona, città che dianzi avea fatta lega co' Veneziani, per non venir nelle mani del papa, e la costrinsero a sottomettersi. Passarono di poi alla terra della Pergola, dove era guarnigione di _Federigo conte_ d'Urbino, e in pochi giorni l'ebbero ubbidiente ai loro voleri. Andarono poscia a postarsi solamente circa cinque miglia lungi dal campo, in cui colle poche sue truppe si era fortificato il conte Francesco su quel di Fossombrone. Trovavasi allora in Pesaro il conte _Alessandro Sforza_ fratello del conte Francesco, e signore di quella città[2864], e, veggendosi cinto da ogni intorno dalle armi nemiche, giudicò meglio, nel dì 25 di luglio, di venire ad un accordo col _cardinale Lodovico_ legato del papa: risoluzione, di cui sommamente il conte Francesco si dolse, come di fiera ingratitudine, dacchè egli col suo proprio danaro avea acquistata quella città al fratello. Ma Alessandro si scusò colla necessità, assicurando il conte della sua non interrotta fedeltà ed amore: in segno di che mandò Bianca Visconte di lui moglie ad Urbino, contuttochè se gli opponesse non poco il cardinale. Fu ridotto in questi tempi così alle strette il conte Francesco Sforza, che si vide forzato a ritirarsi fino alle mura d'Urbino, mancandogli forze da poter fermare i progressi delle armi pontificie e duchesche, che gran guasto davano a quel territorio, e presero varie terre. Non contento _Filippo Maria_ duca di Milano della guerra ch'egli facea nello Stato della Chiesa contra del conte Francesco suo genero, si lasciò così trasportare dalla pazza passione, che, credendo venuto il tempo di potergli anche togliere Cremona[2865], quantunque città a lui ceduta con titolo di dote, si mise in punto per eseguir questa impresa. Era ciò espressamente contro i capitoli della pace fatta co' Veneziani e Fiorentini: non importa; sopra ogni altra riflessione andava lo sregolato empito dell'odio suo. Però, messo in piedi un esercito di cinque mila cavalli e mille fanti sotto il comando di _Francesco Piccinino_ e di _Luigi del Verme_, lo spedì, sul principio di maggio, contro Cremona, di cui _Orlando Pallavicino_ gli avea fatto sperar l'acquisto per una segreta cloaca. Impiegò questa gente alquanto tempo in prendere Soncino ed altre terre del Cremonese: nel qual mentre i Veneziani, veduta rotta la pace dal non mai quieto duca, ebbero tempo di potere spignere qualche soccorso d'armati in Cremona. Arrivato colà il Piccinino, vi trovò, più di quel che credeva, gente disposta alla difesa; laonde si accampò intorno ad essa città, sperando di costringerla colla fame alla resa. In questo tempo i Veneziani, giacchè con un'ambasciata non aveano potuto rimuovere il duca da questo disegno, ordinarono a _Michele Attendolo_ da Cotignola, lor generale, di mettere insieme tutta l'armata, e di marciar contro ai ducheschi. Avea inoltre spedito il duca, per voglia di togliere anche Pontremoli al conte suo genero, _Luigi da San Severino_ e _Pietro Maria Rossi_; ma altro non poterono far questi, che mettere a sacco il paese, perchè i Fiorentini, coll'inviare per tempo a quella terra un rinforzo di milizie, la salvarono. Ridotto a tali termini stava intanto il _conte Francesco_ nel territorio d'Urbino, quando avvenne novità che il fece assai respirare.
_Guglielmo_ fratello di _Giovanni marchese_ di Monferrato dimorava in Castelfranco del Bolognese con _Alberto Pio da Carpi_, e con una brigata di quattrocento cavalli e di cento fanti in servigio del duca di Milano[2866]. Perchè passavano fra lui e _Carlo Gonzaga_ de' disgusti a motivo di precedenza, si lasciò egli guadagnare dalle proferte di più lucrosa condotta che gli fecero i Veneziani e Bolognesi, e se l'intese con _Taddeo marchese_ e con _Tiberio Brandolino_ capitani de' primi. Perciò nella notte del dì 5 di luglio diede la tenuta di Castelfranco ai Bolognesi, ed unito con essi e co' Veneziani nel dì seguente cavalcò a San Giovanni in Persiceto, nella cui rocca egli teneva presidio, mentre nella terra alloggiava Carlo da Gonzaga con un grosso corpo di gente duchesca. Venuto alle mani con esso Gonzaga, lo sconfisse, e mise a saccomano tutta quella gente di armi, e prese anche la terra: per la qual vittoria tornarono poco appresso all'ubbidienza di Bologna quasi tutte le altre castella e terre di quel distretto. Parimente avvenne che i Fiorentini fecero largo partito a _Taliano Furlano_ generale del duca di Milano contra di Francesco Sforza, offerendogli il generalato dell'esercito loro[2867]. Fosse accidente, o un tiro malizioso di essi Fiorentini, si riseppe il trattato, nè ci volle di più, perchè Taliano, d'ordine del duca e del cardinale legato, fosse preso nel mese d'agosto, e condotto a Rocca Contrada, dove gli fu recisa la testa. Pel medesimo motivo ebbe dipoi mozzato il capo anche _Jacopo da Gaibana_, altro condottiere d'armi. Nacquero forti sospetti al duca di Milano che anche _Bartolomeo Coleone_ suo condottier d'armi tenesse delle intelligenze co' Veneziani; e furono questi cagione ch'egli venisse preso ed inviato nelle carceri di Monza. Sì fatti accidenti sconcertarono alquanto i felici andamenti dell'armata pontificia e duchesca, la quale intanto faceva alla peggio nel territorio d'Urbino. Unironsi poi colla armata veneta le genti d'armi di _Taddeo marchese d'Este_, di _Tiberto Brandolino_ e di _Guglielmo_ di Monferrato[2868]; ed allora fu che _Michele_ da Cotignola generale dei Veneziani marciò contro l'armata duchesca accampala intorno a Cremona. Fece questo esercito non solamente ritornar molte terre alla divozione del conte Francesco, ma anche ritirare _Francesco Piccinino_ dall'assedio di Cremona, con portarsi a Casalmaggiore, dove fece fabbricare un Ponte sul Po per aver viveri e strame dal Parmigiano. Era ivi nel fiume un mezzano ossia un'isola, dove la di lui armata si stese, e fortificossi con bastioni e bombarde. Ora Micheletto Attendolo colle sue genti arrivò colà con pensiero di dar loro la mala Pasqua. Il Simonetta scrive che ciò avvenne _tertio kalendas octobris_, cioè nel dì 29 di settembre. L'autore degli Annali di Forlì[2869], nel dì primo di ottobre. Ma Cristoforo da Soldo[2870] e le Croniche di Rimini[2871] e di Bologna[2872], e il Rivalta negli Annali di Piacenza[2873] ci danno quel fatto di armi nel dì 28 di settembre. Non potendo le genti venete penetrare i trincieramenti fatti alla testa del ponte, trovarono per avventura non essere tanto alta l'acqua del Po, che non potessero arrivare al mezzano suddetto, dove, come in una città, si erano fatti forti i ducheschi. A quella volta dunque animosamente s'inviò la cavalleria veneta con fanti in groppa per l'acqua che arrivava sino alle selle dei cavalli, ed attaccarono la mischia con tal bravura, che misero in poco d'ora i nemici in iscompiglio. Se ne fuggirono i capitani ducheschi di là dal Po; ma perchè non v'era se non il ponte, per cui potesse salvarsi la sconfitta gente, e questo ancora, per paura d'essere inseguiti, fu rotto d'ordine di essi capitani; però la maggior parte di que' soldati rimase prigioniera colla perdita di tutto il bagaglio, munizioni e carriaggi, che fu d'immenso valore. Scrive Marino Sanuto[2874] che in sua parte toccarono a Micheletto generale cavalli ottocento, a Guglielmo di Monferrato cento, a Taddeo marchese secento, a Gentile figliuolo di Gattamelata ottocento, a Tiberio Brandolino quattrocento, a Guido Rangone quattrocento, a Cristoforo da Tolentino e ad altri altra parte, di maniera che più di quattro mila cavalli vennero alle lor mani. Gran festa si fece per così segnalata vittoria in Venezia e per tutte le terre della repubblica.