Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 102

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Non mancarono affari neppure in quest'anno a _papa Eugenio_[2787], perciocchè tuttavia lo scismatico concilio di Basilea, benchè composto di poche teste, continuava le sue sessioni, e l'antipapa _Felice V_, cioè _Amedeo di Savoia_, nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, con gran solennità si fece coronare colla pontificia tiara nella città di Basilea, dove fu gran concorso di gente, e creò anche quattro cardinali. E benchè il _re Alfonso_ non lasciasse riconoscere per papa nei suoi regni il suddetto Amedeo, pure andava trattando col concilio di Basilea, siccome sdegnato con papa Eugenio, perchè questi ricusava di dargli l'investitura del regno di Napoli. Anzi nel mese di ottobre, per far paura ad esso pontefice, procurò che i prelati basiliensi inviassero a sè una ambasciata, mostrando ancora di voler ottenere dall'antipapa ciò che il papa gli andava negando. Ora Eugenio, non meno per queste ostilità d'Alfonso, che per le preghiere del re Renato, si volse a raccogliere quanti armati potè, e li spedì in regno di Napoli contra di Alfonso. Prima non di meno che giugnessero tali soccorsi, erano succedute alcune azioni vantaggiose al medesimo re d'Aragona[2788]: cioè, accordatisi con lui i Caldoreschi, aveano inalberate le di lui bandiere. Cassano, Biccari, Caiazza, la Padula ed altre terre erano venute a sua divozione[2789]. Ora da che il conte _Francesco Sforza_ ebbe ragguaglio della guerra mossa da esso Alfonso alle sue terre del regno di Napoli, inviò colà _Cesare Martinengo_ con _Vittore Rangone_, e con un grosso corpo di cavalleria, il quale, unitosi con altre soldatesche della Marca, col conte di Celano, con _Francesco da San Severino_ ed altri Napoletani[2790], andò ad opporsi ai progressi del re Alfonso. Si trovava allora esso re all'assedio della città di Troia. Vennero le genti del conte Francesco alle mani con lui nel dì 10 di giugno, e, dopo un crudel fatto d'armi, n'ebbero la peggio con loro vergogna, ma senza gran danno, perchè la maggior parte d'essi fuggendo si salvò nella suddetta città di Troia, di maniera che fu forzato Alfonso dipoi a levarsi col campo di sotto a quella città. Nel seguente luglio _Alessandro Sforza_, governatore della Marca pel conte Francesco suo fratello, entrò anch'egli nel regno con mille e cinquecento cavalli. Per trattato ebbe il castello di Pescara; poscia all'improvviso arrivò addosso a _Raimondo Caldora_, che assediava Ortona, e il fece prigione insieme con cinquecento cavalli. Poco mancò che non pigliasse anche _Riccio_ e _Giosia_ di casa Acqua viva. Ebbero questi la fortuna di salvarsi a città di Chieti. Comparve poscia nel regno l'esercito pontifizio sotto il comando del _cardinale di Taranto_ legato, e del _conte di Tagliacozzo_, consistente in circa dieci mila persone; ma non fece prodezza alcuna degna di menzione. Anzi il cardinale da lì a qualche tempo fece tregua col re Alfonso, e se ne tornò in Campagna di Roma. Questa fu la rovina del _re Renato_[2791], perchè Alfonso mandò tosto _don Ferdinando_ suo figliuolo con grosso corpo di combattenti a strignere d'assedio di bel nuovo Napoli, città che scarseggiava allora e maggiormente seguitò a scarseggiare di viveri. Avea certamente il papa a forza di danari fatto anche un armamento di alcuni legni in Genova, per inviarli contra d'Alfonso; ma spese malamente la pecunia, avendo mostrato i Genovesi voglia di far molto, con poi far nulla.

Per conto della Lombardia, veggendosi _Filippo Maria_ duca di Milano in cattiva positura, per avere non solo perduti gli acquisti fatti, ma parte ancora del suo nella guerra co' Veneziani, avea fin dall'anno antecedente pregato _Niccolò Estense marchese_ di Ferrara ad interporsi per la pace, siccome principe neutrale, e che avea sì buona mano in somiglianti affari[2792]. Andò il marchese per tal effetto a Venezia, passò anche a Mantova per trattarne con quel marchese; nè solamente tenne filo di lettere col conte _Francesco Sforza_, ma, con licenza de' Veneziani, andò anche a trovarlo a Marmirolo. Una gran remora a questo affare era lo stesso conte; laonde per guadagnarlo tornò il duca di Milano ad esibirgli in moglie _Bianca_, unica naturale sua figlia, che seco portava le speranze di tutta la sua eredità. E perchè non poteva il conte prestar fede a chi più di una volta l'avea dianzi burlato, si trovò il ripiego di mandar Bianca a Ferrara in deposito presso il marchese Niccolò. Fu essa dunque condotta a Ferrara, dove come gran principessa fece la sua entrata nel dì 26 di settembre[2793] sotto baldacchino di panno d'oro, e stelle poi ad aspettare l'esito di sua ventura. Non so ben dire se per difetto del duca, principe incostante nelle sue risoluzioni, e che per la venuta di _Niccolò Piccinino_ tornò ad alzare il capo, oppure per le pretensioni de' Veneziani, vogliosi di qualche buon boccone, anche in questa occasione andasse a terra la pratica della pace. Certo è che nel verno di quest'anno si ricominciò la guerra, e del dì 5 d'aprile il marchese Niccolò ricondusse Bianca a Milano, dopo aver perduta ogni speranza di comporre le cose. Era già tornato nell'anno precedente a Milano il suddetto Piccinino, ma quasi in farsetto; i suoi soldati veterani il seguitarono quasi tutti a piedi, perchè ogni lor sostanza avean perduto nella rotta d'Anghiari, essendo, come si è detto altrove, secondo la disciplina militare degl'Italiani d'allora, in uso di spogliar d'armi i soldati presi, e di lasciarli andare, con ritener solamente le persone da taglia[2794]. Ancorchè la borsa del duca fosse estenuata affatto, pure si trovarono gravezze e maniere di spremere quelle dei particolari, tanto che il Piccinino si rimise in arnese, ed incoraggì il duca a nuove militari imprese. Eccolo dunque in campagna nel dì 13 di febbraio dell'anno presente passare il fiume Oglio con circa otto mila cavalli, e tre mila fanti. Questo passaggio mise il terrore nelle milizie venete, che svernavano nel Bresciano, e tutte si ritirarono alle fortezze[2795]. Mille cavalli del _conte Francesco_ si ridussero a Chiari. Fu loro addosso il Piccinino, e li prese insieme colla terra; e ritenuti i capi di squadra, lasciò andare il resto in bel giuppone. Non passò gran tempo che ricuperò tutta la Geradadda, prese Palazzuolo, tutta la valle d'Iseo, il piano del Bergamasco e gran parte del Bresciano: tanta era la sua velocità in simili azioni. Minutamente si veggono narrati questi fatti da Cristoforo da Soldo, storico bresciano. Solamente nel mese di giugno uscì in campagna Francesco Sforza, e passò sul Bresciano in cerca del Piccinino. Nel dì 25 d'esso mese seguì fra le sue genti e quelle d'esso Piccinino un incontro assai caldo, colla peggio degli Sforzeschi; e da lì innanzi andarono poi girando e come giocando le armate, senza volontà di provar la loro fortuna. Il motivo era, perchè si trattava forte di pace in segreto, e il conte Francesco, che onoratamente comunicava tutte le proposizioni ai commessarii veneziani, era il principale in questo dibattimento.

Ciò che diede impulso a ripigliarne il trattato, fu l'insolenza de' capitani del duca di Milano, i quali, mirando esso duca già avanzato in età, e senza figliuoli maschi, tutti d'accordo pensavano ad assicurar la loro fortuna con chiedergli qualche porzione dello Stato di lui. Faceva istanza il _Piccinino_ par avere Piacenza in sua parte; _Lodovico da San Severino_ per Novara; _Lodovico dal Verme_ per Tortona; _Taliano Furlano_ dimandava il Bosco e Fragaruolo nel distretto d'Alessandria. Dispiacque talmente questa sinfonia al duca, che, chiamato a sè Antonio Guidobuono da Tortona suo uomo fidato, ed amico ancora del conte Francesco Sforza, segretamente il mandò a far proposizioni d'accordo ad esso conte, offerendogli la figliuola _Bianca_, e la città di Cremona con Pontremoli in dote, e con altre esibizioni per appagar anche i Veneziani e Fiorentini. Andò tanto innanzi questa pratica, che, essendo conchiusi i principali articoli[2796], nel dì primo d'agosto, mentre il conte Francesco assediava e batteva colle bombarde Martinengo, dove s'erano chiusi circa mille dei migliori cavalli del Piccinino, all'improvviso saltò fuori la tregua fra le parti guerreggianti, e cessò quell'assedio. Nel 3 d'esso mese _Niccolò Piccinino_, che coll'esercito suo era accampato in que' contorni, con tutti i suoi uffiziali andò a visitare il _conte Francesco_. Allora si abbracciarono e baciarono questi due gran capitani, e il conte, oltre all'onore e alle carezze che fece a tutti quei condottieri d'armi, perdonò anche a _Taliano Furlano_, che piagnendo gli dimandò perdono. Eletto dalle parti arbitro per conchiudere la suddetta pace, esso conte portossi alla Cauriana sul Mantovano, dove si raunarono ancora gli ambasciatori del papa, de' Veneziani e Fiorentini, del duca di Milano, e de' marchesi di Ferrara e di Mantova. Fra le condizioni accordate dal duca vi fu il matrimonio di Bianca sua figliuola, in età allora di sedici anni, col conte Francesco; e però prima di pubblicar la pace andò egli nel dì 25 d'ottobre[2797] (il Simonetta[2798] dice il dì 24) con due mila cavalli presso a Cremona; e giunta colà anche Bianca con gran compagnia, la sposò in San Sigismondo, e prese il possesso di Cremona; per le quali nozze si fece mirabil festa in quella città con bagordi, giostre ed altre allegrie[2799]. Fu poi nel dì 20 di novembre pubblicata la pace, in cui _Gian-Francesco marchese_ di Mantova, secondo la disgrazia de' più debili nelle leghe, lasciò il pelo, avendo dovuto restituire a' Veneziani Porto, Legnago, Nogarola, ed altri luoghi da lui presi, e rimettervi del proprio Valeggio, Asola, Lunato e Peschiera, a lui tolti da' Veneziani. Grande allegrezza fu quella di tutta Lombardia per questa pace.

Mutazione accadde nell'anno presente in Ravenna[2800]. Vi era signore _Ostasio da Polenta_, che col suo governo parea andare a caccia delle maniere di farsi odiare da' sudditi suoi. Se l'intesero questi col senato veneto, il quale chiamò a Venezia esso Ostasio colla moglie e col figliuolo, mostrando di voler far loro grande onore. Venne egli a Ferrara, e quantunque il marchese Niccolò il consigliasse di non andare, volle proseguire il suo viaggio. Giunto ch'egli fu colà, il popolo di Ravenna, dato di piglio all'armi nel dì 24 di febbraio, si suggettò a' Veneziani, che presero il dominio e possesso di quella città. Ostasio fu inviato in Candia, dove trovò non men egli che il figliuolo la morte col tempo: con che in esso mancò la nobil famiglia, o almen la signoria de' Polentani, che da lungo tempo dominarono in Ravenna. A _papa Eugenio_ dispiacque non poco di veder passare quella sua città in mani sì potenti. Talmente s'era in questi tempi affezionato il duca di Milano a _Niccolò Estense_ marchese di Ferrara, principe di sommo credito, che, chiamatolo a Milano, non solo si cominciò a reggere col suo consiglio, ma in certa guisa depositò in lui il governo de' suoi Stati. Corse anche voce che meditasse di farlo suo successore dopo la sua morte. Tanta parzialità del duca gli tirò tosto addosso l'invidia di chi era solito a comandare in quella corte, e di chi già pensava a veder succedere in quel ducato il conte _Francesco Sforza_. Cadde egli infermo nel dì 26 di dicembre, e in poche ore, con fama di veleno a lui dato, si sbrigò da questo mondo, con essere poi portato a Ferrara il cadavere suo, e datagli sepoltura nel dì primo dei seguente gennaio. _Lionello_ suo figliuolo bastardo, ancorchè vi fossero _Ercole_ e _Sigismondo_ suoi figliuoli legittimi, a lui nati da _Ricciarda_ figlia del marchese di Saluzzo, ma allora piccioli di età, per disposizione del padre e del papa, succedette nei dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio. Fu anche guerra in quest'anno[2801] fra _Sigismondo Pandolfo de' Malatesti_ signore di Rimini e il _conte d'Urbino_; ma per opera di _Alessandro Sforza_, fratello del conte Francesco, seguì pace fra loro. E nel mese di agosto i Sanesi[2802] ebbero gravi molestie da _Simonetta_ capitano di papa Eugenio; ma in fine lo sconfissero, e il fecero fuggire ferito alla di lui patria. I Veneziani dopo la pace cassarono gran copia delle lor soldatesche; e il bello fu, che quante ne potè tirar dalla sua il Piccinino, tutte le prese al suo soldo, ossia a quello del duca di Milano.

NOTE:

[2785] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[2786] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2787] Raynaldus, Annal. Eccles. Spondanus, in Annal. Eccles. Æneas Sylvius, in Epist.

[2788] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2789] Istoria di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.

[2790] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.

[2791] Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2792] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2793] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[2794] Cristoforo da Soldo, Ist. Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.

[2795] Simonetta, Vit. Francis. Sfortiae, tom. eod.

[2796] Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[2797] Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2798] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.

[2799] Annales Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital. Platina, Istor. di Mantova, lib. 5.

[2800] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 7. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[2801] Cronica di Rimini, tom. 20 Rer. Ital.

[2802] Chronic. Senense, tom. eod.

Anno di CRISTO MCCCCXLII. Indizione V.

EUGENIO IV papa 12. FEDERIGO III re de' Romani 3.

Già si godeva buona quiete in Lombardia, e la guerra tutta s'era ridotta nel regno di Napoli, dove la capitale, stretta d'assedio da _Alfonso re d'Aragona_, era valorosamente, ma con gran disagio, difesa dal _re Renato d'Angiò_ e dai Napoletani, che molto lo amavano[2803]. Essendo nulladimeno in grave tracollo gli affari di esso Renato, questi nel verno non lasciò addietro preghiere e promesse al conte _Francesco Sforza_ per condurlo nel regno alla propria difesa. E non trovò in questo molte difficoltà, perchè il conte era amareggiato forte a cagion dell'occupazione delle sue città già fatta dal re Alfonso nel regno. Misesi dunque in punto colle maggiori forze ch'egli potò raunare ed assoldare nei mesi del freddo, ed ebbe fra gli altri unito a' suoi disegni _Sigismondo Pandolfo Malatesta_ signor di Rimini, e genero suo per cagione di _Polissena_ sua figliuola con lui maritala in quest'anno. Mandato innanzi _Giovanni_ suo fratello con parte dell'esercito, gli diede ordine d'unirsi nel regno di Napoli con _Antonio Caldora_, il quale già s'era partito dalla divozione del re Alfonso. Poscia il conte nel principio di maggio[2804] imprese il viaggio anche egli a quella volta col rimanente dell'esercito. Ma mentre egli rivolgea i suoi passi e disegni contra d'un lontano nemico, con bene strana scena trovò di averne un altro assai vicino, a cui non avrebbe mai pensato. Per quanto attesta il Simonetta, dacchè il _re Alfonso_ conobbe i preparamenti dello Sforza contra di lui, si diede a tempestar con calde lettere _Filippo Maria_ duca di Milano, acciocchè ritenesse il conte da quella spedizione. Da questo ancora si può scorgere che irregolar testa fosse quella del duca. Non erano, per così dire, quattro giorni che egli nel valoroso conte si era fatto un genero, e come un figliuolo; eppure non tardò ad operar contra di lui alla peggio, sia perchè gli dispiacesse di vederlo tuttavia protetto da' Veneziani e Fiorentini, ed unito con loro, ovvero che si fosse pentito di un accasamento fatto quasi per forza e suo malgrado. Però questo sì instabile principe suscitò contra del conte _papa Eugenio_, con rappresentargli d'essere venuto il tempo di ricuperar la Marca, e con offerirgli anche le sue forze sotto il comando del _Piccinino_. Infatti, fingendo egli di aver licenziato dal suo servigio Niccolò Piccinino, questi nel dì 3 di marzo arrivò con molta gente d'armi a Bologna[2805], città a lui sottoposta, facendo vista d'andarsene a Perugia patria sua. Fu egli poi dichiarato gonfaloniere della Chiesa romana da papa Eugenio[2806]; e giunto a Todi, posseduta allora dal conte Francesco, con un trattato se ne impadronì. Questa novità fece fermare il conte nella Marca, per accudire ai proprii interessi, e prese con _Bianca_ sua moglie per sua residenza Jesi.

Mentre queste cose succedeano, Alfonso re d'Aragona, principe di gran mente e sagacità, e di non minore fortuna, continuava l'assedio della città di Napoli, con averla ridotta a gran penuria di vettovaglie[2807]. Da due mastri muratori napoletani, che furono presi, gli fu insegnata la maniera d'entrare in Napoli, cioè per quello stesso acquedotto per cui tanti secoli prima _Belisario_ s'era nella città medesima introdotto. Era esso strettissimo; il _re Renato_ vi avea fatto mettere dei cancelli di ferro ed altri ripari, e fattavi fare la guardia; ma non fu continuata quest'ultima cautela. Perciò nel venerdì notte, vegnendo il sabbato, dì 2 di giugno, per quel condotto sotterraneo il re Alfonso spinse, chi dice quaranta, e chi più verisimilmente trecento o quattrocento de' suoi soldati entro la città; e questi fino all'apparir del giorno si tennero nascosi in una casa. Fatto giorno, ordinò il re che si desse un fiero assalto alle mura di Napoli alla parte opposta: nel qual tempo i soldati entrati, impossessatisi d'una porta, v'inalberarono la bandiera aragonese. Nello stesso tempo que' di fuori cominciarono colle scale a salir su per le mura; e quantunque il re Renato come un lione accorresse e facesse molte prodezze per trattenere questo torrente, pure fu in fine forzato a ritirarsi, per timore d'essere preso, in Castello Nuovo. Entrati dunque gli Aragonesi, per quattro ore diedero il sacco alla città, finchè arrivato anche Alfonso, mandò bando, pena la vita, che desistessero dalle offese. Grandi carezze fece ai Napoletani, e la città s'empiè in breve di vettovaglia. Giunsero in quel tempo due navi genovesi[2808], che misero provvisioni in Castello Nuovo; e sopra d'esse imbarcatosi il re Renato, se n'andò a Firenze a raccontar le sue disavventure al papa, e a lamentarsi di lui, perchè avesse impedito al conte Francesco il recargli aiuto. Fu consolato con una bella investitura del regno di Napoli, che veramente venne a tempo al suo bisogno; e però se ne tornò da lì a qualche tempo in Provenza, assai chiarito della volubilità delle cose umane. Seppe ben prevalersi della sua fortuna il re Alfonso. Da lì a pochi giorni si rendè il castello di Capuana, e il Nuovo fu assediato. Nel dì 21 di giugno marciò coll'esercito suo contro ad _Antonio Caldora_, il quale nel dì 28, unito con _Giovanni Sforza_ fratello del conte, animosamente andò ad attaccar battaglia col re. Se non era esso Caldora tradito da' suoi, forse gli dava una mala giornata; ma restò sbaragliato e preso. Secondo il Simonetta[2809], grave sospetto di tradimento diede il medesimo Antonio. Poscia perchè egli rivelò al re le intelligenze di molti signori del regno col conte Francesco, ebbe salva la vita, e con quattro bicocche a lui concedute in Abbruzzo fu rimesso in libertà, essendo passate le sue genti al servigio di Alfonso. Giovanni Sforza, venuto colà con due mila cavalli, se ne tornò con soli quindici a trovare il conte suo fratello nella Marca. Non finì l'anno che, a riserva di Tropea e di Reggio di Calabria, tutto il regno venne alla divozione del re Alfonso, principe liberale verso gli amici, clemente verso i nemici, e che facea buona giustizia ad ognuno. Ebbe anche le due fortezze di Castello Nuovo e castello Sant'Ermo, de' quali il re Renato volle piuttosto fare mercato con Alfonso, che difenderli senza frutto alcuno.

Il papa, stato in addietro sì saldo contra del re Alfonso, dacchè il vide cotanto esaltato, cominciò ad addolcirsi con lui, e forse fin d'allora si diede ad intavolar seco un segreto trattato per abbattere il conte Francesco Sforza, e spogliarlo della marca d'Ancona[2810]. Non si ricordava egli più dei servigi a lui prestati da questo insigne capitano di guerra, nè delle investiture a lui date, e confermate nell'anno presente, non credendosi tenuto ad osservar patti stabiliti in danno della Chiesa romana, dovendo valer solamente ciò che le è di utile. Trovò che il conte avea prese alcune terre della stessa Chiesa non comprese nella sua investitura. Era anche mal soddisfatto di lui, e con ragione, se è vero ciò che porta Neri Capponi[2811]; perchè nella pace non gli avea fatto immediatamente restituir Bologna, detenuta dal Piccinino, benchè ciò si dovesse effettuar solamente due anni appresso. Ed intanto il Piccinino non era tenuto reo, anzi era a' servigi del medesimo papa. Per attestato del Poggio[2812], avea fatto lo Sforza il suo dovere per fargli restituire Bologna, ma il duca non volle. Pubblicò dunque il papa sul principio di agosto una bolla contra di _Francesco Sforza_, dichiarandolo privato del grado di gonfalonier della Chiesa, ribello e nemico. Dispiacque ciò forte ai Fiorentini e Veneziani, che proteggevano il conte, e i primi diedero anche ordine a _Bernardo de Medici_ di metter pace fra esso conte e il Piccinino[2813]: il che si effettuò, con essersi veduti insieme ed abbracciati di nuovo questi due valorosi guerrieri. Ma che? non passò molto che il Piccinino occupò al conte la terra ossia città di Tolentino, e tornò alle ostilità. Il Medici di nuovo s'interpose, e racconciò gli affari; ma per poco tempo, perchè appena lo Sforza si fu mosso per passare nel regno contra del re Alfonso, con dare un fiero sacco a Ripa Transona, che il Piccinino alle istanze dei legati del papa gli tolse Gualdo, ed imprese dipoi l'assedio della città d'Assisi. Alla difesa vi fu inviato dal conte con della fanteria _Alessandro Sforza_ suo fratello, ma indarno[2814]. L'avventura o disavventura stessa che dianzi provò Napoli, tornò a vedersi sotto Assisi. Cioè per un acquedotto, insegnatogli da un frate, il Piccinino una notte introdusse entro quella città un migliaio di fanti, colle spalle de' quali anche il resto delle sue genti v'entrò nel dì 30 di novembre[2815]. Fu posta a sacco tutta l'infelice città, nè si lasciò indietro iniquità che non fosse commessa, senza neppure portare rispetto alcuno al venerabil tempio di San Francesco. Gran discredito venne a Niccolò Piccinino per questa barbarie, aggiunta all'aver due volte rotti i patti e giuramenti della pace fatta col conte. Ne' medesimi tempi il re Alfonso finì di prendere tutte le terre spettanti nel regno ad esso conte, e furono, secondo l'asserzione del Simonetta[2816], Ariano, Manfredonia, Troia e Monte Sant'Angelo. Mandò bensì il conte Francesco uno de' suoi primi uffiziali, cioè _Troilo_, al re, per trattar d'accordo; ma Alfonso l'andò menando a spasso con belle parole, senza mai voler conchiudere cosa alcuna; anzi indusse con vantaggiose promesse Troilo stesso ad abbandonare il servigio del conte: il che, siccome vedremo, fu eseguito a suo tempo. Intanto, se crediamo al Sanuto[2817], nel dì 16 d'ottobre fu conchiusa una lega fra esso re Alfonso, il duca di Milano e Niccolò Piccinino contro la lega de' Veneziani, Fiorentini e conte Francesco. Fin qui avea _Tommaso da Campofregoso_ doge di Genova lodevolmente governata quella città[2818]; ma essendo mancato di vita in quest'anno _Batista_ suo fratello, ch'era il suo principale appoggio, ed avendo i Genovesi per loro nemici il re Alfonso e il duca di Milano, si manipolò una congiura contra di questo doge. _Gian Antonio del Fiesco_, che n'era il capo, entrò nella città con una frotta d'armati nella notte precedente al dì 18 di dicembre, e mosse a rumore il popolo. Fatto giorno, perchè Tommaso non si sentiva voglia di cedere, fu dato l'assalto al palazzo ducale, in maniera ch'esso doge si rifugiò nella torre dello Orologio, e si diede poscia a Raffaello Adorno. Furono creati gli anziani e capitani del popolo pel governo della città, la quale tornò ben tosto alla quiete primiera.

NOTE:

[2803] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 6, tom. 21 Rer. Ital.

[2804] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.