Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 101

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Maggiormente fece strepito in questo anno la guerra di Lombardia[2762]. Avea _Niccolò Piccinino_, siccome già accennai, nell'ottobre dell'anno precedente bloccata e stretta con alcune bastie la città di Brescia, con isperanza di vincerla nel verno colla fame. Poco più di due mila difensori v'erano dentro, perchè gran gente a cagion della peste n'era uscita. Contuttociò que' cittadini fedelissimi alla repubblica veneta, che odiavano il governo del duca di Milano, fecero delle maraviglie in difesa della lor patria. Più e più assalti diede loro il Piccinino, facendo anche incessantemente giocar le artiglierie contro le loro mura; ma gl'intrepidi Bresciani sostenevano tutto, provvedevano a tutto, e fino i preti e i frati menarono allora le mani. Son diffusamente descritti questi fatti da Cristoforo da Soldo e dal Platina. Ora in tali angustie i Veneziani, che nell'anno precedente si erano mostrati quasi sprezzatori della lega co' Fiorentini, e dell'aiuto del conte _Francesco Sforza_, mutarono ben massima e linguaggio[2763]. Inviati a Firenze i loro ambasciatori, in tempo che _Cosimo de Medici_, uomo saggio, era gonfaloniere, nel dì 18 di febbraio riconfermarono la lega, alla quale s'aggiunsero ancora papa _Eugenio_ e i _Genovesi_. A niun d'essi tornava il conto che prevalessero l'armi del Visconte, concordemente poi cominciarono a sollecitare il conte Francesco, acciocchè portasse soccorso in Lombardia agli affari sconcertati de' Veneziani. In questo mentre, raccomandandosi forte i Bresciani a Venezia per ottenere aiuto, perchè aveano tre nemici addosso, cioè l'armi del duca, la pestilenza e la fame; ebbe ordine il _Gattamelata_ di passar colle sue truppe pel Trentino, e per Lodrone ed Arco, a quella volta. Andò; ma nel dì 12 di gennaio ebbe uno svantaggioso incontro colle soldatesche del Piccinino, che teneano i passi, e gli convenne retrocedere. Inoltratosi all'incontro in quelle parti Taliano Furlano con altre milizie duchesche[2764], ebbe anch'egli nel dì 22 d'esso mese una rotta da _Taddeo marchese_ d'Este e da _Parisio conte_ di Lodrone. Irritato da questo fatto il Piccinino, marciò in persona a Lodrone; e, dopo averlo preso, tornò sul lago di Garda per vegliare ad un'armata di circa ottanta legni fra grandi e piccioli, che la repubblica veneta fece con immense spese portare per terra sino a Torbola sul lago suddetto. Tuttavia, perchè era troppo nemico dell'ozio, nel mese di marzo si spinse sul Veronese, passò in faccia ai nemici l'Adige, assediò e prese Legnago, Lonigo ed altre terre. In una parola non passò il mese di maggio che quasi tutto il territorio di Verona e Vicenza, sì il piano che il monte, si sottomise all'armi di lui e del marchese di Mantova, di cui doveano essere Verona e Vicenza, qualora se ne fossero impossessati. Ritirossi intanto il _Gattamelata_ nel serraglio di Padova, premendogli di non avventurare ad una giornata la salute della repubblica. Intanto fu rallentato l'assedio di Brescia con somma consolazione di que' cittadini, che non ne poteano più. Questo inoltrarsi cotanto del Piccinino era per opporsi al conte _Francesco Sforza_, il quale, per le tante ragioni, preghiere e promesse a lui recate dagli ambasciatori di Venezia e Firenze, s'era messo in viaggio in soccorso dei Veneziani, giacchè scorgeva non potersi far capitale delle speranze a lui date dal duca.

Dopo aver preso Forlimpopoli, il conte Francesco sen venne pel Ferrarese con sette mila cavalli e quattro mila fanti ben in punto, e sul principio di luglio giunse sul Padovano[2765]. Unitosi poi coll'esercito del Gattamelata, in pochi giorni ebbe tutto il Vicentino in sua balia. Avea fatto in questo mentre il Piccinino a Soave e ad altri luoghi scavare di grandi fosse e tagliate; laonde fu forzato il conte a tenersi per la montagna, se volle andare innanzi, e gli convenne ancora urtar più d'una volta nei nemici. S'andò ritirando il Piccinino, e passò anche di qua dall'Adige: con che diede campo al conte di ricuperar tutto il di là. Pertanto si ridusse la guerra sul lago di Garda, dove a Torbola era la flotta veneta, contra la quale anche il duca di Milano si premunì con un'altra fabbricata a Desenzano. Trovavasi la veneta a Maderno sul lago con _Taddeo marchese_ d'Este e con altri capitani, e parte delle soldatesche era in terra[2766]. Arrivò loro addosso nel dì 26 di settembre _Niccolò Piccinino_ tanto coi legni milanesi fabbricati sullo stesso lago di Garda, quanto colle soldatesche per terra, avendo seco il _marchese di Mantova_ e _Taliano Furlano_; e tutta quella flotta pose in rotta colla presa de' legni, e con far prigione Taddeo marchese, i provveditori veneti ed altre persone da taglia. Inestimabile fu il danno che ne riportarono i Veneziani. Ma senza punto sgomentarsi s'accinse tosto la potenza veneta a formare una nuova flotta, non perdonando a spesa veruna. Respirava bensì Brescia, perchè ne era levato l'assedio; ma sprovveduta di vettovaglie, ne facea continue istanze alla repubblica veneta. Prese dunque il _conte Francesco_ la risoluzione d'incamminarsi colà per le montagne e per la valle di Lodrone. Con disegno d'impedirgli il passo, si postarono il Piccinino e il marchese di Mantova al castello di Ten; ma eccoti nel dì 9 di novembre si veggono assaliti in quei passi stretti dal conte, e sono astretti alla fuga. Vi restarono prigionieri _Carlo_ figliuolo del marchese di Mantova, _Cesare da Martinengo_, ed altri condottieri con cento uomini d'armi, e molti fanti e cernide. Ebbe fatica lo stesso Piccinino a salvarsi, e sulle spalle d'uomini si fece portare (fu detto in un sacco) a riva di Lago. Ma non mai comparve l'arditezza di esso Piccinino, come questa volta. Dopo la rotta suddetta non si sapea dove egli fosse. Da lì a pochi giorni giugne avviso al conte Francesco, come egli col marchese di Mantova avea data la scalata a Verona; ed, entratovi, se n'era quasi interamente impadronito, non restando più in mano de' Veneziani se non il Castel Vecchio e quello di San Felice, ed una delle porte. Parve cosa da non credere un sì inaspettato colpo. Era il conte all'assedio del soprannominato castello di Ten, e, ricevuta questa così stravagante nuova, non tardò nel dì 17 del predetto mese di novembre a mettersi frettolosamente colla sua armata in viaggio alla volta di Verona. Nella notte precedente al dì 20 essendo passato per le vie scabrose della montagna, entrò egli nel castello di San Felice, contra di cui già s'erano alzate le batterie, e che poco potea durare, perchè sprovveduto di gente e di viveri[2767]. Fatto dì, piombò il conte colle sue valorose squadre addosso agli assedianti, e, trovandoli in parte attenti a bottinare, gli sbaragliò. Tal fu la calca de' fuggitivi sul ponte dell'Adige, che questo si ruppe, laonde moltissimi si annegarono, e da due mila persone rimasero prigioniere. Con sì fatta velocità liberò il conte la città di Verona. Venne poscia il Piccinino sul Bresciano, dove diede gran sacco e danno, e maggiormente affamò quella città. Andò il conte Francesco all'assedio d'Arco, ma nol potè avere; e però, tornato sul Veronese, mise quivi a quartiere pel verno le sue affaticate schiere. Con tali prodezze terminò la campagna di quest'anno in Lombardia, avendo il conte Francesco lasciata a' Veneziani una perenne memoria del suo valore e della sua fedeltà. E di qui potè conoscere _Filippo Maria duca_ di Milano il bel frutto delle sregolate sue risoluzioni. S'egli avesse avuto dalla sua, e non già nemico, lo Sforza, correa manifesto pericolo la repubblica veneta di perdere tutta la terra ferma, giacchè al solo Sforza si potè attribuire l'averla conservata, e con tanto decoro. In quest'anno[2768] il _patriarca Vitellesco_ capitano del papa mise il campo a Foligno, ed entratovi per tradimento sul fine dell'anno, fece prigione _Corrado de' Trinci_ signore di quella città con due suoi figliuoli; e condottolo a Soriano, da quell'uomo crudele che era, gli fece mozzare il capo: con che la famiglia dei Trinci, che per più d'un secolo avea tenuta la signoria di Foligno, ne restò priva, e se n'andò dispersa. Nè si dee tacere che il duca di Milano, per tirare nel suo partito _Guidantonio de' Manfredi_ signore di Faenza[2769], gli donò, nell'aprile dell'anno presente, Imola, Bagnacavallo e la Massa de' Lombardi.

NOTE:

[2757] Raynald., Annal. Eccles. Labbe, Concilior., tom. 12.

[2758] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2759] Æneas Sylvius, de Gest. Concil. Basil.

[2760] Duhravius, Nauclerus. Cuspinian., Æneas Sylv., et alii.

[2761] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.

[2762] Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.

[2763] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.

[2764] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2765] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.

[2766] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2767] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.

[2768] S. Antonin., Par. III, tit. 22. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2769] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXL. Indizione III.

EUGENIO IV papa 10. FEDERIGO III re de' Romani 1.

Dopo la morte di _Alberto II duca_ di Austria e re de' Romani, _Federigo Austriaco_, figliuolo _duca Ernesto_ e conte del Tirolo[2770], prese il governo del ducato dell'Austria e degli altri Stati della sua potente casa, e poscia nella festa della Purificazione della beata Vergine fu eletto in Francoforte re de' Romani di comune consenso degli elettori: principe piissimo, mansueto ed amator della pace. Il resto delle sue azioni lo lascio alla storia germanica. Fu sul principio disapprovato il suo contegno, perchè nello scisma cominciato dai pochi prelati di Basilea, egli insinuò alla nazione germanica la neutralità ed indifferenza, quando quasi tutti gli altri monarchi e principi[2771] tenevano, come ragion voleva, la parte del vero e legittimo _papa Eugenio IV_. Fin qui _Giovanni Vitellesco_ da Corneto, patriarca d'Alessandria e cardinale, s'era acquistato credito di gran capitano di guerra presso gli uomini, ma non già presso a Dio, siccome uomo più di mondo che di Chiesa. Più saggi avea egli dato della sua smoderata ambizione, crudeltà e lussuria nel corso delle sue bravure, ed ultimamente avea ricuperata la rocca di Spoleti, con far prigione l'abbate di Monte Casino[2772]. Da sì fatto uomo volle Dio liberare gli stati della Chiesa, e permise che papa Eugenio (non ben sappiamo se con veri o falsi fondamenti) prendesse gagliardo sospetto di lui, quasichè egli macchinasse d'impadronirsi delle città pontificie, e tenesse segreta intelligenza col duca di Milano e con _Niccolò Piccinino_, dicendosi che furono intercette alcune sue lettere scritte in cifra[2773]. Andò dunque ordine del papa ad _Antonio Redo_, castellano di castello Sant'Angelo, di farlo prigione, per poscia formare il suo processo. Ma diversamente passò la faccenda, perchè, volendo esso cardinale nel dì 18 di marzo partirsi da Roma, nel passare in vicinanza del suddetto castello, allorchè vide chi volea fermarlo, si mise alla difesa, e guadagnate alcune mortali ferite, fu portato là entro[2774], dove nel dì 2 di aprile finì i suoi giorni o per veleno o in altra guisa, e vilmente venne dipoi seppellito. Ostia, Soriano, Cività Vecchia ed altri luoghi ch'egli teneva, tornarono senza gran fatica in potere del papa.

Pensava seriamente _Filippo Maria duca_ di Milano a levarsi di dosso il suo gran flagello, cioè il conte _Francesco Sforza_; e perchè sapea che i Fiorentini si trovavano allora mal provveduti per la guerra, determinò di portarla colà, immaginandosi che essi richiamerebbono incontanente in Toscana il conte alla loro difesa[2775]. Gli andarono per la maggior parte falliti i suoi disegni. Spedì egli adunque nel febbraio _Niccolò Piccinino_ in Romagna con sei mila cavalli, che, giunto a Bologna nel dì 4 di marzo[2776], continuò poi il suo viaggio, e fece tal paura a _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini, e agli altri suoi consorti, già stipendiati da' Veneziani, che presero accordo con lui. Impadronitosi poscia di Oriolo e di Modigliana, per la via di Maradi passò in Toscana, e penetrò nel Casentino, dove ebbe Romena e Bibbiena. Con tutta diligenza fecero i Fiorentini quella massa di gente d'armi che poterono, e soprattutto ebbero _Micheletto Attendolo_ lor generale, e _Pietro Giampaolo Orsino_ con altri condottieri d'armi. Ordinò anche il papa che marciassero in loro aiuto tre mila e cinquecento fanti di sua gente. Ma, per quanto i Fiorentini desiderassero e pregassero, non poterono impetrar da' Veneziani il conte Francesco Sforza, perchè troppo ne abbisognava quel senato per dar soccorso a Brescia. Andossene dipoi il Piccinino fino a Perugia sua patria con soli quattrocento cavalli, con pensiero di farsi signore di quella città. Avea, oltre a ciò, de' trattati in Cortona; ma si sciolsero in fumo tutti i suoi disegni. Ritornato perciò indietro, venne colla sua armata al già da lui occupato Borgo di Santo Sepolcro, mettendosi a fronte dell'esercito fiorentino, il quale s'era posto ad Anghiari[2777]. Poca stima faceva egli delle soldatesche nemiche, molta delle sue; e, venendo a battaglia, si tenea la vittoria in pugno. Volle farne la pruova nel dì 29 di giugno, festa solenne de' principi degli Apostoli, con attaccar la zuffa. Valorosamente si combattè da ambe le parti per quattro ore, e finalmente toccò al prode Piccinino d'andare in rotta, perchè i suoi vennero stanchi alla pugna, e si perderono anche a bottinare. Poco umano sangue vi si sparse; contuttociò gli scrittori fiorentini fanno ascendere a circa tre mila i cavalli presi, e si contarono fra i prigioni _Astorre de' Manfredi, Sagramoro Visconte_ ed altri capitani del Piccinino. Di questa vittoria nondimeno poco seppero profittare i Fiorentini; il papa solo ricuperò in tal congiuntura Borgo Santo Sepolcro, ch'egli vendè poscia a' Fiorentini per bisogno di danaro. Andato intanto il Piccinino verso Perugia, sen venne poi pel paese d'Urbino alla volta della Lombardia, e però anche buona parte dell'armata Fiorentina calò di qua dall'Apennino in Romagna. Nel dì 15 di settembre tentò con breve assedio e con alcuni assalti la città di Forlì, nè potè averla. Prese bensì Bagnacavallo e Massa de' Lombardi, terre che per bisogno di pecunia il papa poco appresso vendè a _Niccolò Estense marchese_ di Ferrara.

Non si stette colle mani alla cintola neppure la Lombardia. Per la somma carestia si trovava tuttavia in pericolo la città di Brescia, nè cessavano le premure ed istanze de' Veneziani per portarle soccorso[2778]. Perchè il passaggio del Mincio era guardato dal nemico marchese di Mantova, pativa molte difficoltà. Il solo lago di Garda parea piuttosto il varco per cui potesse passare un grosso convoglio di genti e di vettovaglie. A questo fine avea il senato veneto preparata una flotta di varie navi a Torbole, con far condurre colà per terra infin le galere: il che costò immense spese[2779]. In fatti nel dì 10 di aprile riuscì ad essa flotta di sconfiggere quella del duca di Milano, comandata da _Taliano Furlano_, e poscia di assediare e prendere Riva di Trento. Allora, senza badare a difficoltà, nel dì 3 di giugno[2780] passò il _conte Francesco_ animosamente colle sue genti il Mincio, ricuperò Rivoltella, Lonato, Salò, Calcinato ed assaissimi altri luoghi. Più non militava con esso lui il _Gattamelata_ da Narni, perchè, colpito da un accidente apopletico, diede poi fine alla sua vita nell'anno 1445 in Padova, dove tuttavia sulla piazza del Santo si mira la di lui statua equestre di bronzo alzatagli dalla repubblica veneta. Quanto più poi s'inoltrava l'armata veneta, tanto più si ritirava indietro la duchesca, siccome inferiore di forze, talchè le convenne ridursi al fiume Oglio. Ma anche lo Sforza comparve colà nel dì 14 di giugno[2781], e, venuto alle mani coll'esercito del duca tra gli Orci e Soncino, ne riportò vittoria con prendere tutto il carriaggio, e circa mille e cinquecento cavalli ducheschi. Buona parte d'essi era di _Borso Estense_ figliuolo di _Niccolò marchese_ di Este, il qual con mille cavalli era passato come venturiere al servigio del duca di Milano. Non solamente restò allora liberata Brescia da' nemici e dalla fame con ricco trasporto di biade, ma in poco tempo tornò alla divozione della veneta repubblica la maggior parte delle sue terre e castella colle altre perdute nel distretto di Bergamo: tutto per la valorosa condotta del conte Francesco Sforza. Nè queste furono le sole azioni sue. Si spinse egli più innanzi, e s'impadronì di Caravaggio e, in una parola, di tutta Geradadda, prima che terminasse il mese di giugno. Nei seguenti mesi continuò egli le sue conquiste sì in ricuperar le restanti terre perdute nel Bresciano e Veronese, che in prenderne altre sul Cremonese, e in togliere Peschiera ed altri luoghi al marchese di Mantova: tanto che, giunte le pioggie autunnali, ed accostandosi il verno, le soldatesche piene di bottino se l'andarono a goder ne' quartieri. In somma nuove occasioni al certo ebbe il duca di Milano di pentirsi di aver beffato ed abbandonato Francesco Sforza, che sarebbe stato, s'egli avesse voluto, il suo braccio diritto.

Neppure in quest'anno andò esente il regno di Napoli dalle dure pensioni della discordia, a cagion della guerra continuata fra i due re, cioè fra _Alfonso re d'Aragona_ e _Renato d'Angiò_. Povero era Renato, e, mancandogli gente e pecunia[2782], cioè i due maggiori requisiti a fare e sostenere la guerra, altra speranza non avea se non in _Antonio Caldora_ duca di Bari. Ma questi a quanti messi gli mandava il re, affinchè cavalcasse in suo aiuto, adduceva per iscusa la mancanza del danaro, e il timore che in sua lontananza si ribellassero i popoli dell'Abbruzzo. Prese Renato allora l'ardita risoluzione di portarsi incognito in persona in quelle contrade, e l'eseguì con maraviglia d'ognuno. Raccolse in esso viaggio donativi, danaro e gente, e massimamente dagli Aquilani. Trovavasi egli nel dì 29 di giugno in faccia all'esercito aragonese, e mandò ad Alfonso la disfida della battaglia. La risposta dell'Aragonese fu, che, trovandosi egli padrone della maggior parte del regno, non si sentiva voglia di mettere a repentaglio tutta la sua fortuna in una giornata. Avrebbe nondimeno Renato assalito il campo nemico, e probabilmente con isperanza di vincerlo, perchè già si ritirava; ma l'infedele Caldora co' suoi ricusò di muoversi. Per questo esacerbato Renato il fece ritenere, e prese al suo soldo buona parte delle di lui milizie, lasciandolo poscia tornare in Abbruzzo con titolo di vicerè. Ma in vece di tornar colà il Caldora, cominciò a trattare accordo col re Alfonso. Dio punì la sua infedeltà, perchè in questo mentre _Gian-Antonio Orsino_ principe di Taranto, già tornato alla divozione del re Alfonso, tenne trattato con Marino da Norcia governatore di Bari pel Caldora, ed entrò in possesso non solo di quella città, ma anche di Conversano e di tutte le altre terre dei Caldoreschi. Tornò poscia il re Alfonso colle sue genti all'assedio di Napoli, e però il re Renato, quantunque avesse ricuperato castello Sant'Ermo, tornò ad essere in disagio come prima, e ricorse a _papa Eugenio_ per aiuto. Fin qui erano state rispettate le città e terre degli Sforzeschi in regno di Napoli, cioè quelle del _conte Francesco_ e de' suoi fratelli. Il re Alfonso, secondo i Giornali di Napoli, le prese nell'anno presente, ancorchè fosse pace tra lui e il conte; e trovolle ricchissime per aver esse goduto finora e profittato della loro neutralità. Erano queste Benevento, Manfredonia, Bitonto ed altre non poche[2783]: danno grave provenuto al conte Francesco per la sua lontananza, avendo egli perduto il proprio per sostenere l'altrui. Verisimilmente fu questo un sottomano del Visconte, che, per vendicarsi d'esso Sforza, segretamente attizzò contra di lui il re Alfonso. Il Simonetta[2784] differisce sino all'anno 1442 lo spoglio di tali città fatto al conte. In mano d'esso re venne anche la città d'Aversa col sua castello. _Sigismondo Malatesta_ signore di Rimini[2785], per interposizione di _Niccolò marchese_ di Ferrara, si ritirò dall'amicizia del duca di Milano, e tornò a quella de' Veneziani: il che fu cagione[2786] che anche Ravenna e i Polentani facessero lo stesso nel dì 14 d'agosto.

NOTE:

[2770] Nauclerus, Cuspinian., et alii.

[2771] Blondus Stefanus Infessura, P. II, tom. 3 Rer. Ital. S. Antoninus, et alii.

[2772] Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.

[2773] Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 21.

[2774] Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.

[2775] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2776] Cronica di Bologna, tom. eod.

[2777] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21. S. Antoninus, Poggius, Blondus, et alii.

[2778] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.

[2779] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2780] Cristoforo da Soldo, Istor., tom. 21 Rer. Italic.

[2781] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.

[2782] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2783] Istor. Napolit., tom. 23 Rer. Ital.

[2784] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXLI. Indiz. IV.

EUGENIO IV papa 11. FEDERIGO III re de' Romani 2.