Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 100

Chapter 1003,470 wordsPublic domain

Diedesi principio nel dì 8 di questo anno al concilio generale intimato da _papa Eugenio IV_ in Ferrara, di cui fu presidente il piissimo cardinale _Niccolò Albergati_[2739]. Nella prima sessione, tenuta da pochi prelati, si dichiarò terminato il concilio di Basilea, e furono annullati assai decreti da esso fatti senza l'approvazione del papa. Per maggiormente accreditar questa sacra raunanza il pontefice Eugenio volle intervenirvi in persona, e però, partito da Bologna, fece nel dì 27 d'esso mese la sua solenne entrata in Ferrara, addestrato dal _marchese Niccolò_ d'Este; e poscia continuò le sessioni, per distruggere ciò che andavano tessendo i vescovi tuttavia ostinati nel concilio di Basilea. Invitati avea Eugenio a Ferrara i Greci, che già si mostravano propensi all'unione colla Chiesa latina, perchè ne speravano soccorsi contra de' Turchi, i quali già minacciavano l'ultimo sterminio all'imperio cristiano di Oriente[2740]. In fatti nel dì 4 di marzo giunse a Ferrara _Giovanni Paleologo_ imperadore de' Greci, che fu accolto con sommo onore dai cardinali e dal marchese. Magnifico ancora era dianzi stato l'accoglimento fatto a lui in Venezia da quella repubblica. Comparve poscia a Ferrara anche il patriarca di Costantinopoli nel dì 8 di marzo, trattato anch'egli con grande onorificenza. Questi menò seco molti vescovi ed arcivescovi greci. Si cominciarono dunque le conferenze intorno agli articoli di domma e di disciplina, per li quali erano discordi le Chiese greca e latina; e furono tenute molte sessioni con dispute calde fra le due nazioni. Nel qual tempo al dispetto del sommo pontefice continuando i vescovi di Basilea il loro concilio, giunsero sino a formare un decreto, in cui si attribuirono l'autorità di sospendere l'autorità e giurisdizione di papa Eugenio, ed anche di processarlo. _Alberto duca_ d'Austria, siccome erede del defunto _imperador Sigismondo_, per essere marito di _Isabella_ di lui figliuola, nel dì primo di quest'anno fu coronato re d'Ungheria insieme colla moglie[2741]. Susseguentemente dagli elettori nella città di Francoforte nel dì 20 di marzo fu concordemente eletto re de' Romani, e poco dappoi coronato in Aquisgrana. Ebbe dei contrasti per la corona di Boemia, di cui non di meno restò pacifico possessore: con che la già grande potenza dei duchi d'Austria crebbe di molto, ma per poco tempo a cagione della corta vita di questo principe. Mal soddisfatti si trovavano i Fiorentini della lor lega co' Veneziani, parendo loro che quelli pensassero unicamente al loro vantaggio, come era succeduto in addietro, e neppure avessero caro che Lucca venisse alle lor mani[2742]. Spedirono a Venezia _Cosimo de Medici_; nè spediente vi fu per una buona concordia; sicchè raffreddossi forte la loro lega. Anzi il Sanuto[2743] scrive che questa andò per terra. Intanto il _duca Filippo Maria_ inviò lettere e messi in Toscana al conte _Francesco Sforza_ per ritrarlo al suo servigio: al qual fine principalmente fu adoperata la possente batteria delle nozze con lui di _Bianca_ unica figliuola del duca medesimo, non però atta per anche al matrimonio, che gli si faceano credere immancabili. Inoltre il pregò d'interporsi coi Fiorentini, acciocchè lasciassero in pace la città di Lucca, raccomandata ad esso duca: altrimenti non poteva dispensarsi dall'inviare colà l'armi sue per liberarla dai loro insulti. Accordossi il conte col duca, e i Fiorentini, che di buon'ora s'erano accorti del maneggio, e lo riseppero anche dal conte, che era signor saggio e d'onore, presero anch'essi il partito di levar le offese da Lucca nel dì 28 di marzo, e di trattar accordo coi Lucchesi. In fatti, essendo intervenuti gli ambasciatori del duca, ne seguì pace, con restare a Lucca il solo piano di sei miglia, e il resto delle castella prese in potere de' Fiorentini: pace perciò molto disgustosa ai Lucchesi, ma necessaria in sì scabrose contingenze alla lor salvezza.

_Filippo Maria Visconte_ fu principe professore d'una strana politica. Prometteva oggi per mancar di fede domani. Le vampe della vendetta e dell'ambizione tali erano in lui, che per qualunque pace non mai si estinguevano in suo cuore. Perciò familiari a lui erano le finzioni e le cabale per offendere altrui, e per mostrarsi innocente di quelle offese. S'era egli pacificato con _papa Eugenio_; ma si vide ben presto sollecitare ed animare per mezzo de' suoi ambasciatori il concilio di Basilea contra di lui. Peggio poi fece, siccome fra poco dirò. Avea tirato dalla sua di nuovo il conte _Francesco Sforza_ con tale apparenza di voler effettuare il matrimonio di sua figliuola con lui, ch'era fin giunto a far tagliare le vesti e a pubblicar l'invito per quelle nozze; eppure era dietro a burlarlo. Si mostrava eziandio in apparenza amicissimo del _re Alfonso_; ma perchè il re non avea eseguito quanto largamente gli avea promesso in Milano, l'odiava, e sembrava sospirare la di lui rovina. Adunque per soddisfare a queste segrete passioni, facendo vista che Francesco Sforza fosse in sua libertà, gl'insinuò occultamente di passare con pretesti nel regno di Napoli a sostenere il partito del _re Renato_ d'Angiò, e pubblicamente il pregò nel medesimo tempo[2744] di non offendere il re d'Aragona, come considerato da lui pel maggiore amico ch'egli avesse al mondo. Fece nello stesso tempo credere ad Alfonso d'essere con lui[2745], coll'inviare _Francesco_ figliuolo di _Niccolò Piccinino_ con un corpo di truppe, in aiuto del re medesimo. Ma costui giunto che fu ad Ascoli, unito coi fuorusciti di quella città, si perdè a saccheggiar quel paese, e, se non era il conte Francesco che inviasse soccorso a quei cittadini, Ascoli si perdeva. Tentò il giovane Piccinino anche Fermo; ma, essendo stato spedito dal conte Francesco colà _Taliano Furlano_, desistè dall'impresa. Quello onde si dolse non poco il conte Francesco, fu che per ordine del duca di Milano il Piccinino suddetto esibì sì vantaggiose condizioni ad esso Taliano, che lo staccò dal suo servigio e il trasse a quello del duca. Unito poscia con esso Taliano e coi Camerinesi, fece guerra alle terre del conte Francesco. E in tale occasione fu, secondo Simonetta, e per attestato ancora della Cronica di Rimini[2746], che Francesco Piccinino col suddetto Taliano, chiamato in aiuto dell'_abbate di Monte Casino_, ch'era assediato nella fortezza di Spoleti, entrò in quella città e la mise barbaramente a sacco, senza perdonare neppur ai luoghi sacri, come all'anno precedente ci fece sapere il Rinaldi. Passò intanto dalla Toscana nell'Umbria colle sue valorose milizie il conte Francesco Sforza. Venne alle sue mani Assisi. Erano i Norcini allora addosso ai Cerelani; li mise in rotta un corpo di gente ch'esso conte spedì contra di loro, e forzogli ancora ad implorar misericordia. Era parimente ribello del papa _Corrado dei Trinci_ signor di Foligno. Tal terrore gli misero l'armi del conte, che mandò immantenente a raccomandarsi, e si sottomise agli ordini del sommo pontefice. Marciò poscia il conte nel regno di Napoli, e fece guerra a _Josia Acquaviva_ aderente del re Alfonso, con impadronirsi di varie di lui terre sino al fiume Pescara, e insieme della città di Teramo. Gran confusione si mirava allora nel regno di Napoli[2747]. Era riuscito all'assennato _re Alfonso_ di attaccar di nuovo al suo partito il principe di Taranto, il conte di Caserta ed altri baroni, e in bella positura si trovavano i suoi affari. Ripigliarono poi migliore aspetto quei del _re Renato_, perch'egli sciolto dalle prigioni del duca di Borgogna col riscatto di ducento mila dobble d'oro, per la qual somma fu necessitato ad impegnare Stati ed amici, finalmente nel dì 19 di maggio arrivò a Napoli con dodici galee ed altri pochi legni, e fu con somma allegrezza accolto da quel popolo. Ma egli era povero; nè uscendo dalla sua borsa le aspettate rugiade, si raffreddò in breve la stima e l'amore de' Napoletani verso di lui. Ai suoi servigi si esibì pronto con tutte lo sue soldatesche _Jacopo Caldora_; e _Micheletto Attendolo_ suo generale anch'egli si accinse vigorosamente alla di lui difesa. Ora il _re Alfonso_, per indebolire i suoi avversarii, calde lettere in primo luogo scrisse al duca di Milano, pregandolo di interporre i suoi uffizii presso il _conte Francesco_, acciocchè non gli fosse nemico. E il duca intenerito non mancò di farlo, anzi per questo scrisse anche ai Fiorentini che pagavano il conte, pregandoli di richiamarlo, usando eziandio minaccie, se nol faceano. Intervennero appresso altre mutazioni, per le quali infatti il conte ebbe da ritirarsi dal regno di Napoli. Secondariamente il re Alfonso, affine di allontanare il Caldora dal re Renato, marciò con tutte le sue forze in Abbruzzo; ebbe Sulmona, e mise il terrore per tutta quella provincia. Accorso colà Jacopo Caldora, fu a fronte del re; e, benchè egli fosse inferiore di forze, il tenne a bada con fargli credere di volersi accordar seco; tanto che il re Renato con Michele Attendolo venne ad unirsi seco nel dì 19 d'agosto. Era la loro armata di dieciotto mila persone; e però mandarono il guanto della disfida al re Alfonso, che lietamente l'accettò; ma per risposta mandò che gli aspettava in Terra di Lavoro, e quivi sarebbe venuto al fatto d'armi. Dopo di che, sapendo che poca gente d'armi si trovava in Napoli, passò colà, e nel dì 27 di settembre l'assediò per mare e per terra, facendo ben giocare le artiglierie. Vi stette sotto trentasei giorni; nel qual tempo una palla di bombarda sparata dai Napoletani percosse di balzo in testa l'infante _don Pietro_, fratello d'esso Alfonso, e il fece cader morto con incredibil cordoglio del medesimo re e di tutti i suoi. Perdute perciò le speranze di vincere quella città, Alfonso se ne tornò a Capoa; e il re Renato nel dì 9 di dicembre rientrò in Napoli.

Diede maggiormente a divedere in quest'anno il sempre inquieto duca di Milano qual fosse l'animo suo verso _papa Eugenio IV_[2748]. Imperciocchè, mentre esso pontefice era intento in Ferrara al concilio, spedì nel dì 24 di marzo sul Bolognese _Niccolò Piccinino_ suo generale con gran corpo d'armati. Andò costui girando per quei contorni, finchè ebbe, con gli Zambeccari ed altri amici de' Bentivogli ben concertato d'insignorirsi della stessa città di Bologna. In fatti nella notte antecedente al dì 21 di maggio, rotta la porta di San Donato, egli v'entrò colle sue genti, e ne prese il dominio per sè, con aver ben trattati que' cittadini. Fu cagione questo avvenimento che anche Imola e Forlì si ribellassero alla Chiesa[2749], e il simile fecero tutte le castella di que' contadi. Entrò in Forlì _Antonio degli Ordelaffi_, e ne ripigliò la signoria; ma nel castello fu posto presidio dal Piccinino. Prima di questi fatti _Astorre_ ossia _Astorgio de' Manfredi_ signor di Faenza, unitosi colle sue genti ad esso Piccinino[2750], avea occupato Bagnacavallo ed altre castella del territorio ravegnano; nel qual tempo, cioè nel dì 16 d'aprile, il Piccinino strinse d'assedio la stessa città di Ravenna; e, quantunque i Veneziani vi mandassero soccorso[2751], pure _Ostasio da Polenta_, signore di quella città, fu costretto da lì a poco, cioè nel dì 21 d'esso mese, a dimandar accordo, per cui cacciò di Ravenna i Veneziani, e si dichiarò aderente al duca di Milano. Se di tali novità fosse malcontento il pontefice Eugenio, sel può ciascuno immaginare. Per quanto s'ha dagli Annali di Forlì[2752], anche la bella terra ossia Borgo Santo Sepolcro fu proditoriamente tolta in quest'anno nel dì 26 d'agosto alla Chiesa romana. Per tali e tante turbolenze e movimenti di guerra, che il duca di Milano fingeva fatti dal Piccinino senza ordine suo, e mostrava anzi di lamentarsene, i Fiorentini richiamarono dal regno di Napoli il conte _Francesco Sforza_, che già s'era accorto d'essere beffato dal duca di Milano. Se ne tornò egli nella Marca, e volendo, secondo l'iniquo costume dei guerrieri d'allora, rallegrar le sue truppe con qualche saccheggio, trovati dei pretesti, che non mancano mai a chi vuol far del male, andò addosso alla ricca e popolata terra di Sassoferrato, patria di Bartolo celebre giurisconsulto, nelle vicinanze di Fabriano[2753]; e senza cercar accordo, in tre ore d'assalto v'entrò dentro. Quivi ancora fu commessa ogni sorta di crudeltà e disonestà nel terribil saccomano dato a quei cittadini e alle lor chiese. Ciò fatto, ridusse parimente colla forza Tolentino già ribellato a ritornare alla sua ubbidienza. Anche il popolo di Camerino si ridusse a chiedergli perdono e pace; dopo di che, messe a quartier d'inverno le sue soldatesche, attese a reclutarle per poter nella seguente primavera comparir forte in campagna. Terminò i suoi giorni nel dì 14 di novembre _Malatesta_ signore di Pesaro.

Sole non furono in quest'anno le imprese di sopra narrate di _Niccolò Piccinino_. Siccome egli era un infaticabil capitano, nè si dava mai posa, appena sbrigato dalla Romagna, corse nel mese di giugno a Casal Maggiore, e mise il campo a quella nobil terra posseduta dai Veneziani[2754]. Non finì il mese, che si renderono que' cittadini con buoni patti. Passò poi l'Oglio fiume, mise il terrore per tutto il Bresciano, ed, arrivato al lago di Garda, s'impadronì di Rivoltella e dell'isola di Sermione. Minutamente son descritti questi ed altri fatti da Cristoforo da Soldo Bresciano nella sua Storia[2755], e dal Platina[2756] in quella di Mantova. _Gian-Francesco da Gonzaga_, stato finora generale dei Veneziani, non fidandosi di loro, giacchè era terminata la sua condotta, non solamente nel dì 3 di luglio si licenziò dal loro servigio, ma si accordò anche col duca di Milano, per militare in favore di lui; ed in oltre, fatte correre le sue genti sul Veronese, presa Nogarola ed altri luoghi, vi fece molti prigioni. Di questo, come se fosse un grave tradimento, si lagnarono forte i Veneziani: intorno a che son da vedere le ragioni del Gonzaga addotte dal Platina. Prepararono dunque un'armata navale, e nel dì 28 d'agosto la spedirono su per Po ai danni del duca e del marchese di Mantova. Ed affinchè _Niccolò marchese_ di Este signor di Ferrara non prendesse partito col duca, il quetarono con rilasciargli liberamente Rovigo con tutto il suo Polesine, tanti anni prima dato loro in pegno da esso marchese, quando era in verde età, per sessanta mila fiorini di oro. Continuò in questo mentre i suoi progressi Niccolò Piccinino, con insignorirsi di Gavardo, Garda, Salò, Lacise. E colla medesima prestezza, saltando or qua or là, ridusse in suo potere Chiari, Pontoglio, Soncino ed altri luoghi, tutti menzionati da Cristoforo da Soldo. Ma ritrovandosi egli a Roado, all'improvviso gli arrivò addosso Stefano detto il _Gattamelata_, che nel dì 10 d'agosto gli diede un pelata con prendere circa quattrocento cavalli de' suoi, ed ucciderne altrettanti. Prese all'incontro il Piccinino cento cavalli veneziani e cento fanti, ed in oltre ebbe Roado e Palazzuolo. Trovossi allora il Gattamelata come bloccato in Brescia; e perchè il senato veneto non avea esercito dalla parte di Verona (cosa che molto gli premea), il Gattamelata per quel di Lodrone e di Trento con tre mila cavalli e due mila fanti passò sino a Verona, e per ricompensa ebbe il bastone di generale. Tentò l'armata veneta navale sul Po Sermido, terra del marchese di Mantova, ma con poca fortuna, e se ne tornò indietro. _Pietro Loredano_ comandante d'essa, giunto a Venezia, tardò poco a sbrigarsi da questa vita, e fu detto per malinconia della sua sfortunata spedizione. Intanto Niccolò Piccinino pose l'assedio alla città di Brescia, e intorno ad essa fabbricò alquante bastie. Fu gran peste nell'anno presente in Genova, e portò al sepolcro migliaia di persone.

NOTE:

[2738] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.

[2739] Raynaldus, Annal. Eccles. Labbe, Concil., tom. 12.

[2740] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[2741] Naucler., Gen. 48. Æneas Sylvius, Hist. Bohem.

[2742] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 21.

[2743] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[2744] Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.

[2745] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 4, tom. 21 Rer. Italic.

[2746] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2747] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2748] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Italic.

[2749] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2750] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 7. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.

[2751] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2752] Annal. Foroliviens., tom. eod.

[2753] Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Italic.

[2754] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[2755] Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.

[2756] Platin., Hist. Mant., lib. 5.

Anno di CRISTO MCCCCXXXIX. Indiz. II.

EUGENIO IV papa 9. ALBERTO II re de' Romani 2.

Era entrata la peste anche nella città di Ferrara. Tra per questo disordine e pericolo, e perchè il _pontefice Eugenio_ non si trovava assai quieto in quella città, da che _Niccolò Piccinino_ avea presa Bologna, Imola e Ravenna[2757], determinò egli coi Padri di trasferire il concilio generale a Firenze. A questo cangiamento si accomodarono ancora l'imperadore e il patriarca de' Greci. E però nel dì 16 di gennaio[2758] il papa imbarcato in una peota, servito dal _marchese Niccolò_ di Este, sen venne a Modena co' cardinali, e per le montagne fu condotto sicuro sino a Firenze da esso marchese; giacchè niun d'essi si attentava di passare per Bologna, e suo distretto, perchè occupato dal Piccinino. L'imperador _Giovanni Paleologo_ e il patriarca greco cogli altri vescovi orientali sul fine del medesimo mese s'inviarono anch'essi a quella volta, avendo loro conceduto il passo per la valle di Lamone il signor di Faenza. Fu dunque continuato in Firenze il suddetto concilio con gloria immortale di papa Eugenio IV, perciocchè ivi seguì la tanto sospirata unione delle Chiese latina e greca, benchè col tempo non meno pegli spaventosi progressi de' Maomettani, che per la perfidia de' Greci, poco frutto ne risultasse alla Chiesa di Dio. Questa santa opera, che dovea calmare gli spiriti sediziosi dei pochi vescovi tuttavia raunati in Basilea, servì forse a maggiormente inasprirgli. E però la sfrenata loro ambizione si lasciò trasportare nel dì 25 di giugno a formare il decreto della deposizione di Eugenio papa legittimo, con orrore di tutti i buoni, e disapprovazione della maggior parte del cristianesimo. Ma non tardò ad entrare nella stessa città di Basilea la peste[2759], che fece gran paura a quei prelati, ed alcuni ancora ne portò al tribunale di Dio; tuttavia gli altri, benchè pochi, animati dal _cardinale d'Arles_, stettero saldi, e nel dì 5 di novembre giunsero ad eleggere un antipapa. Questi fu _Amedeo duca_ di Savoia, che vedemmo dianzi ritirato in sua vecchiaia a Ripaglia nella diocesi di Ginevra, per far ivi vita eremitica, benchè non lasciasse sotto quell'abito di far anche da duca. Sotta la sua lunga barba non di meno e sotto quel rozzo abito alloggiava tuttavia l'antica voglia di comandare; e però, presentatagli l'elezione, si contorse bensì, e versò anche delle lagrime, ma in fine l'accettò. Prese il nome di _Felice V_, senza molto ponderare l'empietà di quell'atto, che non era mai scusabile nè presso Dio, nè presso gli uomini, avendo egli rinnovato nella Chiesa di Dio lo scisma, tanto detestato dalle leggi divine ed umane, e riprovato allora insino dal duca di Milano, quantunque genero d'esso Amedeo. Dacchè papa Eugenio con tutte le sue diligenze non avea potuto impedire questo scisma, informato che fu dell'esecrabile attentato de' prelati di Basilea, fulminò, ma solamente nell'anno seguente, contra d'essi la scomunica, e dichiarò eretico e scismatico lo stesso Amedeo; e per fortificare il suo partito, nel dì 18 di dicembre dell'anno presente fece in Firenze una promozione di diecisette cardinali di tutte le nazioni cattoliche.

Nel dì 27 d'ottobre di quest'anno[2760] fu da immatura morte rapito, e non senza sospetto di veleno, _Alberto II duca_ d'Austria, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, e principe lodatissimo da tutti gli storici. Lasciò gravida la _regina Isabella_ sua moglie, che poi diede alla luce Ladislao, riconosciuto per loro re dai popoli dell'Ungheria[2761]. Continuò in questo anno ancora nel regno di Napoli la guerra fra i due nemici re _Alfonso d'Aragona_ e _Renato d'Angiò_. Mantenevasi tuttavia in Napoli Castello Nuovo con guarnigione dell'Aragonese. Fu esso assediato per terra e per mare dalle genti di Renato, e non ostante lo sforzo fatto da Alfonso per soccorrerlo di gente e di vettovaglia, con aver anche messo il campo intorno alla stessa città di Napoli, quel castello nel dì di san Bortolomeo d'agosto capitolò la resa, e fu consegnato agli ambasciatori del re di Francia, i quali poi, maltrattati dal re Alfonso, lo diedero al re Renato. Dopo questa perdita Alfonso, impadronitosi di Salerno, ne investì _Raimondo Orsino_ cugino del principe di Taranto, e creollo anche duca d'Amalfi. Ridusse del pari alla sua divozione _Americo Sanseverino_ conte di Caiazza, e tutti gli altri baroni di quella casa. Sul fine di settembre essendosi mosso _Jacopo Caldora_ duca di Bari colle sue genti dall'Abbruzzo per andarsi ad unire col re Renato, corse ad opporsegli il re Alfonso, e il tenne un pezzo a bada, finchè esso Jacopo nel dì 18 di novembre, sorpreso da mortale accidente, finì i suoi giorni con fama d'essere stato prode capitano, ma colla macchia di poca fede e di molta avarizia. _Antonio Caldora_ suo figliuolo prese allora il comando di quell'armata, e fu confermato duca di Bari, siccome _Raimondo_ suo fratello creato gran camerlengo. Erano i Caldoreschi la maggiore speranza di Renato. In questi tempi il re Alfonso, che era padrone di tutta la Terra di Lavoro, e continuamente angustiava Napoli, mise anche l'assedio al castello d'Aversa: il che cagionò di grandi affanni al re suo avversario.