Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 10
Gran voglia nudriva _Alfonso re_ di Castiglia di abboccarsi col pontefice _Gregorio X_, e ne fece varie istanze, affine di far valere le sue pretensioni sopra il regno d'Italia[264]. Il papa, che già era tutto per l'eletto e coronato _re Ridolfo_, premendogli di quetare il re castigliano, e di metter fine a queste differenze, si portò apposta a Beaucaire in Linguadoca, dove venne a trovarlo Alfonso. Sfoderò egli tutte quante le sue ragioni sopra il romano imperio, e si lamentò del papa che avesse approvato, in competenza di lui, il re Ridolfo. Ma il pontefice anch'egli allegò le sue; e queste unite alla di lui costanza, dopo un dibattimento di parecchi dì, indussero il re a fare un'ampia rinunzia delle sue pretensioni, e se ne tornò in Ispagna. Scrivono altri ch'egli ne partì disgustato. Comunque sia, o si pentisse egli della rinunzia fatta, o non la facesse, certo è che, ritornato a casa, assunse il titolo d'imperadore, e manteneva corrispondenze in Italia in specialmente col marchese di Monferrato suo genero. Ma altro ci voleva a conquistar l'Italia, che Io starsene colle mani alla cintola in Ispagna, per veder quando facea la luna. Il papa, informato de' suoi andamenti, gli fece sapere all'orecchio, che se non desisteva, avrebbe adoperate le censure contra di lui; al qual suono egli abbassò la testa, e s'accomodò ai voleri del pontefice. Egualmente desiderava Ridolfo re de' Romani un abboccamento con papa Gregorio[265]. Fu scelta a questo oggetto la città di Losanna, dove arrivò nel dì 6 d'ottobre esso papa, e comparve nel dì di san Luca anche Ridolfo. Restò ivi concertato che il re nell'anno seguente con due mila cavalli venisse a prendere la corona imperiale per la festa d'Ognisanti. Si trattò della crociata, e, secondo alcuni storici, allora solamente fu che Ridolfo colla regina sua moglie prese la croce. Furono di nuovo confermati alla santa Sede tutti gli Stati, con particolar menzione della Romagna e dell'esarcato di Ravenna. Sen venne poscia il buon pontefice a Milano verso la metà di novembre, e quivi si lasciò vedere in pubblico. Grandi carezze ed onori gli fecero i Torriani, e riuscì loro di staccarlo dalla protezion dell'arcivescovo _Ottone_; di maniera che, partito da Milano il papa, con lasciare in isola esso arcivescovo, questi come disperato si ritirò a Biella. Nel dì 22 di novembre arrivò il pontefice a Piacenza[266] sua patria, e vi si fermò alquanti giorni per rimettere la quiete e pace in quella città. Nel dì 5 di dicembre alloggiò una sola notte in Parma[267], e, continuato il viaggio, arrivò a Firenze[268]. Non volea passare per quella città, perchè allora sottoposta all'interdetto; ma fattogli credere che, essendo l'Arno troppo grosso, non si potea valicare, se non valendosi de' ponti di Firenze, passò per colà, e benedisse quanti furono a vederlo passare; ma, appena uscito, replicò l'interdetto e le scomuniche contra de' Fiorentini. Tolomeo da Lucca[269] scrive che egli si fermò per un mese a Firenze, per trattar di pace fra que' cittadini. Ma non può stare, avuto riguardo alla sua entrata in Firenze e al tempo di sua morte. Andò finalmente a far la sua posata in Arezzo.
Trovandosi assai disordinata la cronologia dei fatti di Milano in questi tempi, tanto presso Galvano Fiamma[270] che negli Annali di Milano[271], non si può ben accertare quel che succede nell'anno presente in quelle parti. Abbiamo dalla Cronica di Piacenza, che i Pavesi colle loro amistà cavalcarono ai danni di Milano per le gagliarde istanze de' capitani e valvassori, ossia de' fuorusciti di quella città. Il conte Ubertino Lando con cento cavalieri fuorusciti di Piacenza andò ad unirsi con loro. E questa verisimilmente è la guerra descritta dal Corio. Per attestato di lui, i Pavesi, Novaresi e i nobili usciti di Milano cogli Spagnuoli sul principio del presente anno s'impadronirono del nuovo ponte fabbricato dai Milanesi sul Ticino. Per cagione di tali movimenti, e per timore di peggio, i Torriani nel dì diciannovesimo di gennaio strinsero lega cogli ambasciatori di Lodi, Como, Piacenza, Cremona, Parma, Modena, Reggio, Crema e fuorusciti di Novara. Ma questo non impedì i progressi de' Pavesi e de' lor collegati, imperciocchè presero alcune castella de' Milanesi, e diedero loro altre spelazzate che si possono leggere presso il suddetto Corio. Fu scoperto in Piacenza un trattato del conte Ubertino Lando, capo degli usciti, per rientrare in quella città: il che costò la vita oppur varii tormenti a molti, e non pochi si fuggirono di Piacenza.
Appena venne il tempo da poter uscire in campagna, che l'infellonito popolo guelfo di Bologna fece oste contra de' propri nazionali, cioè contra de' Lambertazzi ghibellini rifugiati in Faenza[272]. Giunsero fino alle porte di quella città, in tempo che i Faentini cogli usciti Bolognesi erano andati per liberare alcune castella occupate dai nemici. Nel tornarsene costoro a Faenza, scontrarono al ponte di San Procolo, due miglia lungi da quella città, l'armata bolognese, e, trovandosi tagliati fuori, per necessità vennero a battaglia. Menarono così ben le mani, che andò in rotta il campo de' Bolognesi, e vi furono non pochi morti, feriti e presi. La vergogna e rabbia di tal percossa fu cagione che i Bolognesi, vogliosi di rifarsi, chiamate in aiuto tutte le loro amistà di Parma, Modena, Reggio e Ferrara, formarono un potentissimo esercito, di cui fu generale _Malatesta da Verucchio_, cittadino potente di Rimini. Preparandosi anche i Faentini per ben riceverli, essendo accorso in loro aiuto il popolo di Forlì; e scelsero per lor capitano _Guido conte_ di Montefeltro, il più accorto e valoroso condottier d'armi che in que' dì avesse l'Italia. Fino al ponte di San Procolo arrivò il poderoso esercito de' Bolognesi, e cominciò a dare il guasto al paese. Allora il prode conte Guido mandò a sfidare il Malatesta capitano de' Bolognesi; e però, scelto il luogo e ordinate le schiere, nel dì 13 di giugno si diede principio ad una fiera battaglia. Ricobaldo[273] non fa menzione di sfida, ma bensì, che osservata dal conte Guido la troppa confidenza e mala capitaneria de' nemici, andò ad assalirli. Tale fu l'empito e la bravura de' Faentini e de' fuorusciti Bolognesi, che fu messa in fuga la cavalleria nemica, colla morte e prigionia di molti. Allora l'abbandonata fanteria diede anche essa alle gambe. Circa quattro mila d'essi fanti si ristrinsero alla difesa del carroccio; ma attorniati e balestrati dal vittorioso esercito de' Faentini e Forlivesi, furono obbligati a rendersi prigionieri senza colpo di spada. De' soli Bolognesi restarono sul campo più di tre mila e trecento persone, e vi morirono assaissimi nobili e plebei degli altri collegati. Ascese a molte migliaia il numero dei prigioni, ed immenso fu il bottino di padiglioni, tende carriaggi ed altri arnesi, per li quali ricchi ed allegri i vittoriosi se ne tornarono a Faenza. A queste disavventure ne tennero dietro dell'altre. Cervia, per tradimento tolta all'ubbidienza de' Bolognesi, si diede al comune di Forlì[274]. Cesena fece anch'essa dei patti coi vincitori. E i Lambertazzi s'impadronirono di varie castella del Bolognese; con che s'infievolì di molto la potenza di Bologna, che faceva in addietro paura a tutti i vicini. Di questa congiuntura profittò anche _Guido Novello_ da Polenta, ricco cittadin di Ravenna[275], perchè, entrato in quella città, se ne fece signore con iscacciarne i Traversari e gli altri suoi avversarii. I Guelfi di Toscana[276], cioè i Fiorentini, Lucchesi, Sanesi, Pistoiesi ed altri, col vicario del re Carlo, fecero oste in quest'anno nel mese di settembre contro i Pisani, e, dopo averli sconfitti ad Asciano, presero quel castello. Abbiamo ancora dalla Cronica di Sagazio Gazata[277] e dal Corio[278], e da altri documenti di questi tempi, che il _re Ridolfo_ spedì in quest'anno Ridolfo suo cancelliere in Italia alle città di Milano, Cremona, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Crema, Lodi ed altre, nelle quali fece giurare a que' popoli l'osservanza de' precetti della Chiesa e la fedeltà all'imperadore. Seco era _Guglielmo vescovo_ di Ferrara legato apostolico. E questo giuramento prestarono ad esso Ridolfo anche le città della Romagna[279], giacchè il re Ridolfo, nel confermare i privilegii alla Chiesa romana, protestò di farlo _sine demembratione imperii_; e la Romagna da più secoli dipendeva dai soli imperadori o re d'Italia, siccome fu altrove provato[280]. Mancò di vita in questo anno nel dì 16 d'agosto _Lorenzo Tiepolo_ doge di Venezia, e in luogo suo restò eletto _Jacopo Contareno_[281]. Sotto il suo governo ebbero i Veneziani lunga guerra cogli Anconitani, e più d'una volta la lor armata navale fu all'assedio di quella città, ma con poco onore e profitto.
NOTE:
[264] Vita Gregorii X, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Raynaldus, in Annal. Eccl.
[265] Annal. Colmar. Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernardus Guid.
[266] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[267] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.
[268] Ricordano Malaspina, cap. 202.
[269] Ptolomaeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.
[270] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 301.
[271] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[272] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Bonon., tom. 18 Rer. Ital.
[273] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[274] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[275] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6. Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[276] Ricordano Malaspina, cap. 201. Ptolomaeus Lucens., Annales brev., tom. 11 Rer. Ital.
[277] Gazata, in Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[278] Corio, Istoria di Milano.
[279] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[280] Piena Esposizione dei Diritti Cesarei ed Estensi sopra Comacchio.
[281] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXXVI. Indizione IV.
INNOCENZO V papa 1. ADRIANO V papa 1. GIOVANNI XXI papa 1. RIDOLFO re de' Romani 4.
Un ottimo pontefice, pontefice di sante intenzioni, mancò in quest'anno alla Chiesa di Dio. Cioè infermatosi in Arezzo papa _Gregorio X_ nel dì 10 di gennaio, allorchè più v'era bisogno di lui per compiere la crociata in Oriente, diede fine ai suoi giorni[282]. Siccome la vita sua era stata illustre per la santità de' costumi, così la morte sua fu onorata da Dio con molte miracolose guarigioni d'infermi per intercessione sua: laonde si meritò il titolo di beato. Chiusi in conclave i cardinali, secondo la costituzione fatta dal medesimo defunto pontefice nel concilio di Lione, vennero nel dì 21 d'esso gennaio all'elezione di un nuovo pontefice. Cadde questa nel _cardinal Pietro_ da Tarantasia dell'ordine de' Predicatori, vescovo d'Ostia e teologo insigne, il qual prese il nome d'_Innocenzo V_. Passò egli da Arezzo a Roma, dove fu coronato, e portossi poi ad abitare nel palazzo lateranense. Avendogli spedita i Genovesi[283] una nobile ambasceria, tanto si adoperò il buon pontefice, benchè malato, che conchiuse pace fra il _cardinale Ottobuono_ del Fiesco e i fuorusciti di Genova dall'una parte, e il comune di Genova dall'altra. Ma mentre egli andava disponendo di far molte imprese in servigio della Chiesa di Dio, la morte il rapì nel dì 22 di giugno. Pertanto, in un nuovo conclave raunati i cardinali, elessero papa nel dì 12 di luglio il suddetto Ottobuono del Fiesco Genovese, cardinal diacono di Santo Adriano, nipote d'Innocenzo IV, il quale assunse il nome d'_Adriano V_, e levò tosto l'interdetto da Genova patria sua. Era egli vecchio ed infermiccio; però, venuto a Viterbo per cercare miglior aria della romana nella state, quivi nel dì 18 d'agosto trovò la morte, senza essere passato al sacerdozio e senza aver ricevuta la consecrazione e corona. Furono dunque duramente rinserrati dal popolo di Viterbo in un conclave i cardinali[284], e questi, se non vollero morir di fame, si accordarono nel dì 13 di settembre ad eleggere papa _Pietro_ figliuol di Giuliano, di nazion Portoghese, nato in Lisbona, comunemente chiamato Pietro Ispano, cardinal vescovo tuscolano, uomo di molta letteratura, sì nella filosofia aristotelica alla moda secca de' suoi tempi, che nella medicina. Questi prese il nome di _Giovanni XXI_, benchè dovesse dirsi _Giovanni XX_; e, portatosi a Roma, fu coronato colla tiara pontificia[285]. Annullò egli la costituzion di papa Gregorio X intorno al conclave, che il suo antecessore avea sospesa, e rinnovò le scomuniche e gli interdetti contra de' Veronesi e Pavesi, i più costanti nel ghibellinismo. La Cronica di Forlì[286], seguitando, a mio credere, le dicerie del volgo, ha le seguenti parole: _Papae quatuor mortui, duo divino judicio, et duo veneno exhausto_.
Tengo io per fermo che le avventure di _Ottone Visconte_, narrate da Galvano Fiamma[287] e dall'autore degli Annali Milanesi[288] sotto l'anno precedente, appartengano al presente: del che parimente si avvide il Sigonio[289]. Dappoichè si fu esso Ottone arcivescovo di Milano ritirato a Biella, i nobili fuorusciti di Milano, trovandosi come disperati, si ridussero a Pavia, dove indussero Gotifredo conte di Langusco ad essere loro capitano, con fargli sperare la signoria di Milano. Alla vista di così ingordo guadagno assunse egli ben volentieri il baston del comando; e, con quante forze potè, passato sul lago Maggiore, s'impadronì delle due terre e rocche di Arona ed Anghiera. Unironsi anche i popoli delle circonvicine valli con lui. Venne perciò _Casson dalla Torre_ co' Tedeschi, inviati a Milano dal _re Ridolfo_, e con altre soldatesche all'assedio d'Anghiera e d'Arona, con riacquistar quelle terre e rocche. Durante l'assedio d'essa Anghiera, volendo il conte di Langusco dar soccorso agii assediati, vi restò prigioniere con assai nobili fuorusciti di Milano. Condotti questi a Gallerate[290], quivi con orrida barbarie a trentaquattro di essi fu mozzo il capo: e fra questi infelici si contò Teobaldo Visconte, nipote dell'arcivescovo Ottone, e padre di Matteo Magno Visconte, di cui avremo molto a parlare. Si accorò a questa nuova l'arcivescovo Ottone, e gridò: _Perchè non ho perduto io piuttosto l'arcivescovato, che un sì caro nipote?_ Poscia, venuto a Vercelli, trovò quivi la nobiltà fuoruscita, che il pregò d'essere lor capo e generale d'armata. Se ne scusò con dire che non conveniva ad un vescovo il vendicarsi, ma bensì il perdonare; nulladimeno s'eglino avessero deposti gli odii e l'ire, avrebbe assunto il comando. Ito con essi a Novara, ed ammassata gran gente, venne ad impadronirsi del castello di Seprio. Finì in male questa impresa, perchè da' Torriani fu disperso l'esercito suo, ed, essendo egli fuggito a Como, gli furono serrate le porte in faccia. Ridottosi a Canobio sul lago Maggiore, tanto perorò, tanto promise, che tirò quel popolo ed altri a formare una picciola flotta di barche, colle quali prese Anghiera, ed imprese l'assedio d'Arona, al quale per terra accorsero anche i Pavesi e Novaresi col marchese di Monferrato. Ma sopraggiunto Casson dalla Torre coi Tedeschi e con tutto il popolo di Milano, il fece ben tosto sloggiare, e spogliò il campo loro. Se ne fuggì Simon da Locarno colle barche; e questi, andato poi, per ordine dell'intrepido Ottone, a Como, per veder di muovere quel popolo in aiuto suo, destramente accese la discordia fra i Comaschi, volendo l'una parte col vescovo della città aiutar l'arcivescovo, e r altra stare unita coi Torriani. Si venne alle mani; lungo fu il combattimento; ma in fine prevalsero i fautori del Visconte, e furono scacciati gli aderenti alla casa della Torre[291]. Ricevuta questa lieta nuova, l'arcivescovo Ottone volò a Como, e quivi attese a prepararsi per cose più grandi.
I maneggi del conte Ubertino Landò, gran ghibellino e capo de' nobili fuorusciti di Piacenza, ebbero in quest'anno esito felice[292]. Imperciocchè amichevolmente con onore fu ricevuto in quella città, e solennemente giurata concordia e pace fra il popolo e la nobiltà. Anche in Modena[293] fu conchiuso accordo tra la fazion dominante de' Rangoni e Boschetti, e l'altra de' Grassoni, da Sassuolo e da Savignano usciti, la quale rientrò nella città. Riuscì in quest'anno al popolo guelfo di Bologna di ricuperar Loiano e varie altre castella occupate dagli avversarii Lambertazzi: il che fece crescere il coraggio ai cittadini dopo le tante passate disgrazie. Tornarono i Fiorentini[294], Lucchesi, ed altri Guelfi di Toscana a far oste contra de' Pisani ghibellini. Aveano questi tirato un gran fosso, lungo otto miglia, poco di là dal ponte d'Era, per difesa dei loro territorio, e fortificatolo con isteccati e bertesche. Chiamavasi il Fosso Arnonico. Ma trovarono modo i Guelfi di valicarlo e di dare addosso ai Pisani, i quali si raccomandarono alle gambe; e tal fu la loro paura, che dimandarono di capitolare. Seguì dunque pace fra que' popoli, con aver dovuto i Pisani rimettere in città il conte Ugolino con tutte le altre famiglie guelfe già sbandite, e restituire Castiglione e Cotrone ai Lucchesi, con altri patti[295]. Mediatori di questa pace furono due legati del papa e gli ambasciatori di Carlo re di Sicilia. In questa maniera si pacificarono ancora i Pisani coi Genovesi. Ad una voce tutte le croniche asseriscono che memorabile fu l'anno presente per le pubbliche calamità della Lombardia. Si fece sentire un grave tremuoto; le pioggie per quattro mesi furono dirotte, di maniera che tutti i fiumi traboccarono fuori del loro letto, e inondarono le campagne con mortalità di molte persone e di bestie assaissime[296]. Si tirò dietro questo disordine. L'altro del non poter seminare, e del guastarsi le biade di chi pur volle metterle in terra. Per mancanza dell'erbe un'infinità di bestie perì; e le povere genti, estenuate dalla fame, si dispersero per la terra, cercando come poter fuggire la morte. Cadde per giunta a tanti guai nella vigilia di santo Andrea una smisurata neve, che durò in terra sino al dì primo d'aprile dell'anno seguente. In somma se i popoli divisi combattevano l'un contra l'altro, anche il cielo facea guerra a tutti. Nè si dee tralasciare che _Guido conte_ di Montefeltro[297] coi Forlivesi e Faentini costrinse coll'assedio la terra di Bagnacavallo a rendersi al comune di Forlì. Ma in essa città di Forlì Paganino degli Argogliosi e Guglielmo degli Ordelaffi, de' principali d'essa città, passando di buona intelligenza co' Bolognesi[298], tentarono di farvi mutazione di stato; e una notte a questo fine attaccarono il fuoco al palazzo del pubblico. Ma, accorso il popolo, nè potendo essi resistere alla piena, se ne fuggirono cogli altri Guelfi a Firenze, dove si studiarono di sommuovere quel comune contra di Forlì. Secondo la Cronica di Parma, l'uscita dei Guelfi da Forlì accadde nell'anno seguente.
NOTE:
[282] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernard. Guid. Raynald., in Annal. Ecclesiast.
[283] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.
[284] Bernardus Guid. Ptolomaeus Lucens. et alii.
[285] Raynald., in Annal. Ecclesiast. Martinus Polonus.
[286] Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[287] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 311.
[288] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[289] Sigon., de Regn. Ital.
[290] Stephanard., Poem., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.
[291] Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.
[292] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[293] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[294] Ricord. Malaspina, cap. 205.
[295] Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.
[296] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital. Chronicon Placentin. Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[297] Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.
[298] Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCLXXVII. Indizione V.
NICCOLÒ III papa 1. RIDOLFO re de' Romani 5.
Soggiornava papa Giovanni XXI in Viterbo, e non solo sperava, ma si prometteva con franchezza una lunga vita, e se ne lasciava intendere con chiunque trattava con lui; ma questi conti gli andarono falliti[299]. S'era egli fatta fabbricare una bella camera presso al palazzo della città. Questa gli cadde un giorno, oppure una notte, addosso, e da quella rovina restò sì mal concio, che da lì a sei giorni, cioè nel dì 16 di maggio, oppure nel seguente, finì di vivere. Se si eccettua la sua affabilità con tutti, e la sua liberalità verso i letterati, massimamente poveri, nel resto egli ci vien dipinto dagli scrittori come uomo pieno di vanità, che nelle parole e ne' costumi non mostrava prudenza e discrezione, e spezialmente ebbe un difetto che non se gli può perdonare[300]: cioè amava egli poco i monaci e i frati; e dicono, che se Dio nol levava presto dal mondo (e fu creduto anche che il levasse per questo), egli era per pubblicare qualche decreto contra di loro. Potrebbe ciò far sospettare che le penne de' religiosi, dai quali unicamente abbiamo le poche memorie della sua vita, avessero oltre il dovere aggravata la fama di questo pontefice[301], con giugnere fino a dire, aver egli scritto un libro pieno d'eresie: cosa manifestamente falsa, e non saputa da alcuno degli Italiani. Durò la vacanza della santa Sede sei mesi, e in questo mentre insorsero delle differenze fra _Ridolfo re_ dei Romani e _Carlo re_ di Sicilia. Con tutte le belle promesse fatte dall'ultimo di rilasciar tutto ciò che spettava all'imperio, dappoichè fosse eletto ed approvato dalla santa Sede un re de' Romani od un imperadore, non dovette egli permettere che i popoli della Toscana, della quale s'intitolava vicario, prestassero il giuramento di fedeltà ad esso re Ridolfo; ed essendo tuttavia senator di Roma, non gli piacea che alcun venisse a prender ivi la corona[302]. Nacque perciò nebbia di rancore fra questi due principi; e perciocchè Ridolfo si preparava per calare in Italia, il sacro collegio de' cardinali il pregò di sospendere la sua venuta, finchè fosse stabilita una buona concordia fra lui e il re Carlo. Finalmente nel dì 25 di novembre, festa di santa Caterina, i primi discordi cardinali, stretti dal popolo di Viterbo, concorsero coi lor voti nell'elezione di _Giovanni Gaetano_ della nobil casa degli Orsini Romani, cardinal diacono di San Niccolò in Carcere Tulliano[303], personaggio d'animo grande e di non minore attività e prudenza, ed amatore dei religiosi, e soprattutto de' frati minori. Prese egli il nome di _Niccolò III_. Non tardò a passar colla sua corte a Roma, dove nella festa di santo Stefano fu ordinato prete, poi consecrato e coronato. Fece anch'egli sapere al re Ridolfo, se non erano prima acconce le sue differenze col re Carlo, che sospendesse la sua venuta in Italia, come si può credere, così imboccato dai ministri del re Carlo, il quale troppo gran mano allora avea nella corte pontificia, per non dire ch'egli vi facea da padrone.