Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 99
Nulla potè conchiudere papa Gregorio del progettato accomodamento delle controversie vertenti fra l'imperador _Federigo_ e le città di Lombardia, a cagione della strettezza del tempo a lui prefisso da esso Augusto. Però si diede principio in quest'anno alle tragiche guerre e rivoluzioni che per tanto tempo dappoi afflissero questo sconvolto regno. Qual fosse allora il sistema d'Italia, conviene ora avvertirlo. Non negavano già le città confederate di riconoscere anche esse la superiorità ed autorità dell'imperadore; ma paventavano di molto un imperador tale, quale fu Federigo II. Gelosissime della lor libertà, e ricordevoli di quanto avesse operato Federigo I per abbatterla e sradicarla, non sapeano indursi a credere di poter conservarla sotto Federigo II, principe, la cui mente era grande, ma maggiore l'ambizione, e che avea ereditato i vizii dell'avolo, ma non già le virtù. Sapeano come egli scorticava i suoi sudditi di Sicilia e di Puglia; che il perdonar di cuore a chi l'avea offeso, era cosa straniera nell'animo suo; che egli prendeva le leggi del mantener la fede e parola, non mai dall'onesto, ma solamente dall'utile o dalla necessità. Però, se gli concedevano poco, temevano ch'egli vorrebbe poi tutto. Erano anche assai persuasi che sì interessato e pieno d'ambiziosi e smisurati pensieri, come era, altra mira non avesse che di ridurre l'Italia tutta sotto un obbrobrioso giogo, e di mutar la Lombardia in una nuova Puglia. Di qui venne che le città più forti, come Milano, Brescia, Mantova, Piacenza, Bologna, Padova ed altre minori determinarono piuttosto di avventurar tutto, che di sottomettersi a chi dall'essere di principe troppo facilmente passava a quel di tiranno. Non mancavano altre città che teneano per l'imperadore, come Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, Modena ed altre. Il principal motivo di questo attaccamento era il bisogno e la speranza dell'aiuto di lui per mantenersi in libertà, dacchè le più forti città vicine tutto dì si studiavano di assorbire i lor territorii, e di assoggettarle ancora, se veniva lor fatto, al loro dominio. Che non faceano i Bolognesi contra di Modena, i Piacentini contra di Parma, i Milanesi e Bresciani contra di Cremona? Pavia umiliata dal popolo di Milano stava allora col capo chino, mostrandosi ubbidiente ed unita coi Milanesi, che le aveano date tante percosse; ma non sì tosto cessò la paura del flagello, che, cavatasi la maschera, tornò anch'essa ad abbracciare il partito di Cesare. Erano in egual pericolo, e forse in peggiore stato, gli affari del sommo pontefice. Se riusciva a Federigo di mettere il piede sul collo de' Lombardi, e di soggiogar tutta l'Italia, che scampo restava a quella sacra corte contra di un principe, il quale già avea fomentato le usurpazioni del senato e popolo romano in pregiudizio della legittima ed inveterata autorità e sovranità dei papi? Potevasi fondatamente temere, ch'egli ridurrebbe il papa a portare il piviale di bambagina, stante la disordinata sua voglia di signoreggiare; e vieppiù perch'egli era in concetto di fina politica, simulatore e dissimulator mirabile, e, quel che è peggio, di poca, se non anche di niuna, religione: del che, se è vero, sarà Iddio giudice un giorno. Allorchè papa _Alessandro III_ tanta costanza mostrò contra di _Federigo I_, a lui non mancava un forte appoggio alle spalle, cioè il re di Sicilia e Puglia, della schiatta de' Normanni. Ora che Federigo II possedeva ancora quegli Stati, se cadeva a terra l'opposizion de' Lombardi, restava il romano pontefice Gregorio IX tra le forbici, ed esposto alla discrezione ossia indiscrezione d'un imperadore che avrebbe potuto tutto ciò che avesse voluto. Il perchè papa Gregorio riguardava come suo grande interesse la lega di Lombardia, ben conoscendo che essa sola potea tenere in briglia un Augusto, di cui non permettea la prudenza che alcun si fidasse. All'incontro Federigo II odiava a morte questa lega, benchè solennemente permessa ed approvata dall'avolo suo Federigo I, considerandola come ingiuriosa a' suoi sovrani diritti, e trattava da ribelli i Lombardi, declamando dappertutto, esigere il suo decoro ch'egli passasse a domarli. E perciocchè il papa, spinto dal suo zelo paterno, spediva in tutte le città, siccome abbiam veduto, i frati predicatori e minori a predicar la pace e la concordia, tutto interpretava fatto in danno suo, stante il praticarsi di far giurare i popoli di ubbidire a quanto avesse loro comandato il papa. E maggiormente si risentì egli per quello che avvenne in Piacenza nell'anno presente[3028]. Non mancava in quella città il suo partito a Federigo, sostenuto specialmente dalla nobiltà, di cui capo era Guglielmo de Andito (oggidì quella nobil famiglia è chiamata de' Landi) con Oberto Pelavicino (oggidì Pallavicino) marchese. Ma era tutta sfasciata quella città per l'antica discordia di que' popolari con essi nobili, la maggior parte de' quali fuoruscita facea guerra dalle sue castella alla città. Trattossi in quest'anno di accordar queste fazioni, e da amendue fu fatto compromesso in _Jacopo da Pecorara_ cardinale della Chiesa romana, con esserne dipoi seguita un'amichevol unione, ed aver egli dato per podestà a tutti Rinieri Zeno nobile veneziano. _Exinde Placentini_, dice la Cronica, _imperatori fuerunt rebelles. Et ipse potestas fecit destrui domos dicti domini Guilielmi de Andito, el bannivit eum, et dominum Obertum Pelavicinum, et certos de populo, quia tenebant cum imperatore contra Ecclesiam._ Lagnossi forte di quest'operato dal legato pontificio l'imperador Federigo con papa Gregorio, quasichè anch'egli si desse è divedere congiurato coi Lombardi contra di lui. Ciò che gli rispondesse in tal proposito il papa, si può leggere negli Annali ecclesiastici del Rinaldi[3029]. La conchiusione si è, che ogni di più andavano crescendo le differenze del papa e di Federigo, ed ognun lavorava di politica. Arrivò il pontefice a comandargli[3030] che non movesse l'armi contra de' Lombardi, perchè non era per anche spirata la tregua accordata per la spedizione di Terra santa: il che fece maggiormente credere a Federigo che fra il pontefice e i Lombardi vi fossero de' forti legami contra di lui; e perciò, senza badare ad altro, determinò la sua venuta in Italia con una competente armata di Tedeschi. Lasciò ordine[3031] al re di Boemia e al duca di Baviera di far guerra a _Federigo duca_ d'Austria, incolpato di varii delitti; ed essi il servirono bene. Aveva egli già spedito innanzi cinquecento cavalli e cento balestrieri, con ordine di aspettarlo a Verona, città che l'accorto Eccelino da Romano avea già ridotta all'ubbidienza sua con iscacciarne il conte Ricciardo da San Bonifazio e i suoi aderenti[3032]. Giunsero costoro nel dì 16 di maggio, e presero la guardia di Verona a nome dell'imperadore, il quale nel precedente gennaio aveva anche mandato in Italia il figliuolo _Arrigo_ ne' ceppi[3033], con una buona scorta sotto il comando del marchese Lancia. Questo infelice principe condotto in Puglia, e confinato nella rocca di San Felice, e trasportato poscia a quella di Martorano, quivi nell'anno 1242, come s'ha da Riccardo da San Germano, e non già nel presente, come scrisse il Monaco Padovano[3034], terminò fra gli affanni della carcere i suoi giorni: del che mostrò Federigo pubblicamente un sommo dolore, non so se vero o finto. Intanto il conte Ricciardo suddetto, scacciato da Verona, si impossessò della forte rocca di Garda, colla morte del presidio ivi posto da Eccelino. Per lo contrario, venne alle mani d'esso Eccelino l'importante castello di Peschiera, e inoltre gli venne fatto di espugnar quello di Bagolio. Finalmente nel dì 16 d'agosto arrivò l'imperador Federigo a Verona con tre mila cavalli, accolto a braccia aperte e con tutta riverenza dal suo fedel partigiano Eccelino e dai Ghibellini Montecchi rettori della città. Andò poscia coll'esercito a Vacaldo, e vi si fermò ben quindici giorni, concertando intanto le imprese che doveano farsi[3035]. Passato poscia il Mincio, trovò i Cremonesi, Parmigiani, Reggiani e Modenesi che colle lor milizie vennero ad incontrarlo. Rinforzata che ebbe con tali aiuti la sua armata, cominciò a scaricare i primi colpi del suo furore contra il distretto di Mantova, mettendolo a ferro e a fuoco. Prese Marcheria, e dopo il sacco la distrusse; ma poi, conoscendola sito importante pel passaggio del fiume Oglio, ordinò che tosto si rifabbricasse, e la diede in guardia ai Cremonesi. S'impadronì di Ponte Vico e d'altri luoghi, siccome ancora di Mosio sul Bresciano, al qual territorio fece similmente quanto danno potè. Anche il popolo di Gonzaga di qua dal Po si diede ai ministri d'esso imperadore. Passò egli dipoi a Cremona per consolar quella città tanto a sè fedele, e vi si fermò per alquanti giorni.
Secondo gli Annali di Milano[3036], ebbe disegno di passare anche a Pavia, città che segretamente teneva per lui; ma usciti in campagna i Milanesi gl'impedirono l'inoltrarsi. Certo è che vennero sino a Montechiaro con tutte le lor forze, e furono quasi sull'orlo di affrontarsi coll'esercito nemico di Federigo, ma infine giudicarono meglio di star sulla difesa, che di azzardarsi alle offese[3037]. Che Federigo venisse anche a Parma, s'ha dagli Annali vecchi di Modena. Era per questo anno stato eletto podestà e rettore di Vicenza _Azzo VII_ marchese d'Este, il più appassionato di tutti per la parte guelfa e per la lega di Lombardia[3038]. Mandò egli un bando che niuno osasse di nominar l'imperadore, ed avendo esso Augusto inviati a Vicenza i suoi messi con lettere, nè quelli nè queste volle ricevere. Avea il marchese, prima che calasse Federigo in Italia, tentato col conte di San Bonifazio di scacciar da Verona la parte di Eccelino; ma costui più accorto di lui, siccome già accennai, prevenne il colpo, e spinse fuori di Verona il conte coi suoi parziali. Ciò saputosi in Padova, Vicenza e Trivigi, que' popoli in armi diedero un terribil guasto alle terre e ville di Eccelino. Ora mentre l'imperadore dimorava in Cremona, minacciando i Milanesi e Piacentini, non vollero star colle mani alla cintola il marchese d'Este, i Padovani, Trivisani e Vicentini. Col maggior loro sforzo, nel dì 3 di ottobre, che Rolandino[3039] osservò essere stato giorno egiziaco, cioè di mal augurio, si portarono all'assedio di Rivalta, castello dei Veronesi, con fare nello stesso tempo delle scorrerie nel distretto di Verona, e guastare il paese[3040]. Eccelino uscì in campagna con quella gente che potè raunare, e per quindici dì si fermò nella villa della Tomba dall'altra parte dell'Adige, osservando i nemici che poco profitto faceano sotto Rivalta, valorosamente difesa da quel presidio. Tuttavia, veggendo il pericolo del castello, e crescer il guasto del Veronese, scrisse all'imperador caldamente dimandando soccorso. Allora Federigo, montato a cavallo, mosse la sua cavalleria con una marcia sì sforzata, che in un dì e in una notte arrivò da Cremona sin vicino al castello di San Bonifazio. Dato ivi un poco di rinfresco alla gente e ai cavalli, sollecitamente continuò il suo viaggio. L'avviso dell'improvvisa ed inaspettata venuta dell'imperadore mise tale spavento negli assediatori di Rivalta, che se ne ritirarono in fretta, con lasciar ivi parte delle tende e dell'equipaggio, e le macchine da guerra. Lo esercito imperiale venendo per la più corta, prima che arrivasse quel di Padova, giunse alle porte di Vicenza. Non avendo voluto rendersi i Vicentini alla chiamata dell'imperadore, con tal furore, e verisimilmente coll'aiuto di qualche traditore, la sua gente co' Veronesi venne all'assalto: entrati per le mura, ed aperta una porta, diedero immantinente un orrido sacco alla misera città, commettendo, senza perdonare a sesso o grado, tutte quelle crudeltà ed iniquità che in tali occasioni si possono facilmente immaginare. Entrarono in Vicenza gli imperiali nella notte avanti la festa dell'Ognisanti, e tutto il dì seguente si sfogò la lor rabbia, avarizia e libidine nell'infelice città, a cui in fine diedero fuoco.
Considerando poi Federigo che male era anche per li suoi interessi il perdere la popolazione di così nobil città, da lì a pochi giorni perdonò a tutti, rilasciò ad ognuno il possesso de' loro stabili, con ordinare ad Eccelino e al conte Gaboardo di Suevia, suo capitan generale, di trattar bene il popolo di Vicenza. Risoluta la sua partenza, racconta Antonio Godio[3041] che Federigo, il qual sempre seco menava una mano di strologhi, e nulla facea senza il loro consiglio, diede ad indovinare ad uno d'essi, per qual porta egli uscirebbe la seguente mane. Il furbo strologo scrisse un biglietto, e sigillatolo pregò l'imperadore di non aprirlo, se non dappoichè fosse uscito di città. La notte Federigo fece rompere un pezzo del muro della città, e per quella breccia uscì dipoi. Aperto il biglietto, vi trovò queste parole: _Il re uscirà per porta nuova_. Non ci volle di più, perchè Federigo da lì innanzi si tenesse ben caro questo grande indovino. Passò poi coi suoi armati esso Augusto[3042] sul Padovano, facendo grave danno dovunque passava; distrusse la terra di Carturio; ed arrivato sul Trevisano, si fermò alquanti dì al luogo di Fontanella, sperando che Trivigi se gli rendesse. Ma dentro v'era per podestà Pietro Tiepolo, nobile veneziano, personaggio molto savio, che tenne in concordia il popolo, e massimamente perchè i Padovani aveano inviati dugento cavalieri in aiuto di quella città. Perciò defraudato delle sue speranze Federigo, dopo aver licenziato Eccelino, e lasciata a lui e al conte Gaboardo la maggior parte delle sue truppe, e la custodia di Verona e Vicenza, seguitò frettolosamente il suo viaggio alla volta della Germania, o perchè dubitava che vi si tramasse qualche congiura, di cui sempre incolpava il papa, oppure unicamente per atterrare il duca d'Austria, contra di cui fumava di sdegno. Nella vigilia del santo Natale di quest'anno[3043] Ricciardo conte di San Bonifazio, che s'era ritirato a Mantova, con quel popolo segretamente ito a Marcheria, ricuperò quella terra, con uccidervi molti Cremonesi che vi erano di guarnigione, e condurre il resto prigione a Mantova. I Padovani intanto, riflettendo all'incendio che s'andava appressando alla loro città, tuttodì erano in consiglio per cercarvi riparo, ma senza nulla conchiudere[3044]. Finalmente elessero sedici dei maggiori della città, con dar loro balìa per prendere quegli spedienti che si credessero più proprii. Fecero anche venire il marchese d'Este, al quale, perchè veniva considerato per la maggiore e più nobile persona della marca trivisana, nel pieno parlamento della città diedero il gonfalone, pregandolo di voler essere lo scudo della marca in quelle pericolose contingenze. Secondo gli Annali di Milano[3045], in quest'anno i Pavesi, animati dalla venuta e dalle forze di Federigo Augusto, mettendosi sotto i piedi il giuramento di fedeltà prestato ai Milanesi, si dichiararono aderenti all'imperadore, nè solamente ricusarono di distruggere il ponte di Ticino, ma uscirono ancora in armi contra dei Milanesi, i quali ben presto li misero in fuga. Galvano Fiamma e il Corio nulla dicono di questo. Abbiamo anche da Riccardo da San Germano[3046] che nell'anno presente Pietro Frangipane in Roma, sostenendo il partito dell'imperadore contra del papa e contra del senatore, commosse ad una gran sedizione il popolo di quella città. E intanto moltiplicavano le querele del pontefice e dell'imperadore, lamentandosi l'uno dell'altro, come s'ha dagli Annali Ecclesiastici[3047]. Andarono ostilmente in quest'anno i Faentini ad infestare il territorio di Ravenna fin cinque miglia presso a quella città[3048]. Contra d'essi uscirono i Ravennati con rinforzo di gente ricevuto da Rimini, Forlì, e Bertinoro, credendosi d'ingoiare i nemici; ma ne riportarono una buona rotta, per cui restò prigioniera la maggior parte de' Forlivesi.
NOTE:
[3028] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[3029] Raynald., in Annal. Eccles.
[3030] Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX.
[3031] Godefrid. Monachus, in Chronico.
[3032] Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3033] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3034] Monac. Patavinus, in Chron.
[3035] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[3036] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[3037] Mattheus Paris, Histor. Angl.
[3038] Gerard. Maurisius, Histor. Rolandinus, lib. 3, cap. 9. Monachus Patavinus, in Chron. Godius, in Chron.
[3039] Roland., lib. 3, cap. 9.
[3040] Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3041] Antonius Godius, in Chron.
[3042] Roland., lib. 3, cap. 10.
[3043] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 269. Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[3044] Roland., lib. 3, cap. 11.
[3045] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[3046] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3047] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[3048] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXXXVII. Indizione X.
GREGORIO IX papa 11. FEDERIGO II imperadore 18.
Gli affanni di papa _Gregorio_ lievi non erano in questi tempi, non tanto per li danni già inferiti alla Lombardia dall'imperador Federigo, quanto per li maggiori che si conoscevano imminenti se continuava la guerra[3049]. Più che mai dunque seguitò a trattar di concordia, facendone istanze a Federigo, e ordinando alle città collegate d'inviare a Mantova i loro plenipotenziarii, con isperanza che l'imperadore darebbe luogo a qualche convenevole aggiustamento[3050]. Spedì esso Augusto nel gennaio del presente anno alla corte pontificia il gran mastro dell'ordine teutonico, e Pietro delle Vigne, famoso suo cancelliere, e, in vece di mostrarsi inclinato ad accordo alcuno, raccomandava al papa di prestargli aiuto e favore per domare i Lombardi ribelli e ricettatori degli eretici[3051]. Trovavasi allora Federigo in gran fasto ed auge di fortuna, perchè avea quasi ridotto agli estremi _Federigo duca_ d'Austria (principe per altro degno di perdere tutto), con avergli portate le chiavi i cittadini della nobil città di Vienna. Gloriavasi pertanto di aver guadagnato all'imperio uno Stato che fruttava ogni anno sessanta mila marche d'argento, cioè l'Austria e la Stiria: vanti nondimeno che durarono ben poco, perchè tornato che fu l'imperadore in Italia, il duca rialzò il capo, e giunse nell'anno seguente a ricuperar tutto il perduto[3052]. Nella suddetta città di Vienna fece Federigo eleggere in quest'anno re de' Romani _Corrado_ suo secondogenito. L'atto d'essa elezione ci è stato conservato da frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[3053], da cui apparisce che non per anche ai soli sette elettori era riserbato il diritto dell'elezione. La città di Padova[3054] in questi tempi, priva di consiglio e di coraggio, non sapeva a qual partito appigliarsi. I sedici di Balìa, creati da quel consiglio, si scoprì che teneano segrete corrispondenze con Eccelino da Romano. Accortosene il podestà, ordinò bene che andassero a' confini a Venezia; ma eglino, senza passar colà, si ribellarono al comune di Padova. Nel febbraio venne a quella città per nuovo podestà Marino Badoero, che inviò tosto dugento cavalieri a Carturio, perchè corse voce che Eccelino e il conte Gaboardo aveano mira sopra Monselice[3055]. Non fu falsa la nuova. Arrivò l'armata imperiale verso il fine di febbraio a Carturio, ed espugnato quel luogo, mise ne' ferri tutta quella guarnigione (e v'erano ben cento nobili padovani), e poscia, passata a Monselice, ebbe a man salva quella nobil terra. Allora fu che Eccelino e il conte Gaboardo fecero venire a Monselice _Azzo VII_ marchese d'Este, per sapere s'egli voleva essere amico o nemico dell'imperadore. Veggendo il marchese che niun capitale potea più farsi di Padova, dove ogni di più s'aumentava il disordine, rispose che sarebbe ai servigi dell'imperadore, purchè niuna angaria s'imponesse alla sua gente nè a' suoi Stati. Ciò fatto, gl'imperiali conobbero d'avere oramai in pugno la città di Padova. Nè andò fallita la loro speranza. Trattarono coi loro corrispondenti padovani, e in fine tra per la paura dell'armi cesaree, e pel desiderio di riavere i loro prigioni, fu conchiuso in Padova di pacificamente ammettere gli uffiziali dell'imperadore. Infatti nel dì 25 di febbraio Eccelino col conte Gaboardo e con un corpo di truppe imperiali fece l'entrata in Padova, e fu osservato che quando egli arrivò alla porta, diede un bacio ad essa: il che dalla gente stolta fu interpretato in bene della città. Ne fu preso il possesso a nome dell'imperadore: il che inteso dal comune di Trivigi, si suggettò anche esso alle di lui arme vittoriose. Eccelino intanto facea lo schivo in Padova, ma niuna determinazione del consiglio valeva, se non veniva da lui approvata. Ricusò ancora l'uffizio di podestà, contentandosi di quel che più importava, cioè d'aver ottenuto da Federigo il vicariato della marca di Trivigi, ossia di Verona. E per isbrigarsi anche del conte Gaboardo, il consigliò di passare in Germania a ragguagliar l'imperadore di questi felici avvenimenti, fra' quali non è da tacere che anche _Salinguerra_ sottomise in questo oppure nel precedente anno a' voleri dell'imperadore la città di Ferrara[3056]. Nè stette molto Eccelino a dar principio alla sua memorabil tirannia in Padova, con richiedere ostaggi e mandar prigioni in Puglia ed altrove coloro che gli erano sospetti, e ch'egli credeva amici del marchese d'Este, trovando continuamente pretesti per accusar esso marchese, come sprezzatore degli ordini dell'imperadore. Poi circa il principio di luglio coll'esercito de' Padovanie Veronesi andò a mettere l'assedio al castello di San Bonifazio, dove fece un gran guasto di case coi mangani e coi trabucchi; ma senza poter far di più, perchè dentro v'era Leonisio figliuolo del conte Ricciardo, a cui, benchè di tenera età, non mancò il coraggio per una gagliarda difesa. Intanto i Lombardi s'erano impadroniti del castello di Peschiera.