Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 97
[2955] Monachus Patavinus, in Chron.
[2956] Annales Mediol. Gualvanus Flamma, in Manip. Flor. Richardus de S. Germano, in Chron.
[2957] Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.
[2958] Chronic. Senense. Ricordano Malaspina, cap. 114 Giovanni Villani.
[2959] Ptolom. Lucensis, in Annal. brev.
[2960] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6.
[2961] Chronic. Cremonense, tom. 9 Rer. Italic.
[2962] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.
[2963] Godefridus Monachus, in Chron.
Anno di CRISTO MCCXXXIII. Indizione VI.
GREGORIO IX papa 7. FEDERIGO II imperadore 14.
Era sconvolta per interne sedizioni la città di Roma in questi tempi, e molti occupavano le terre della Chiesa romana[2964]. Implorò papa _Gregorio IX_ soccorso da _Federigo II_; ma egli, adducendo la non falsa scusa di dover accorrere in Sicilia, dove gli si erano ribellate alcune città, nulla accudì al bisogni del pontefice. Passò a questo fine in Calabria[2965], dove ammassò un buon esercito, ed intanto ordinò che si fortificassero il più possibile le fortezze di Trani, Bari, Napoli e Brindisi. Volle Dio che nel mese di marzo i Romani, scorgendo essere riposta la lor quiete e il maggiore lor bene nell'avere in Roma il sommo pontefice, s'indussero a spedire il senatore con alcuni nobili ad Anagni, dove facea allora la corte pontificia la sua residenza, per pregare il santo padre di voler tornarsene a Roma. Non mancarono cardinali che il dissuasero e contrariarono a sì fatta risoluzione; ma egli intrepido volle venire, e fu accolto con dimostrazioni di molto giubilo dal popolo romano. Allora fu ch'egli si accinse a calmar gli odii dei Romani e Viterbesi: al qual fine spedì a Viterbo _Tommaso cardinale_ per trattare di un'amichevol concordia. E questa infatti fu da lì a qualche tempo stabilita. Intanto Federigo Augusto, passalo in Sicilia con un vigoroso esercito, ridusse a' suoi voleri Messina, dove alcuni degli autori della sollevazione pagarono il fio del loro misfatto sulla forca, ed altri furono bruciati vivi. Catania, senza far opposizione, tornò alla di lui ubbidienza. Fu assediato il castello di Centoripi, e tuttochè, per la sua forte situazione in un dirupato monte e per la bravura dei difensori, facesse lunga difesa, pure infine fu obbligato alla resa. Da tal resistenza irritato Federigo, lo fece atterrare da' fondamenti, e gli abitanti, passali in un altro sito, fondarono a poco a poco una nuova città, a cui, per ordine dell'imperadore, fu posto il nome d'Augusta. In Puglia finalmente il castello di Introduco, dopo un penoso e lungo assedio, si arrese alle sue armi. Bertoldo e Rinaldo appellato duca di Spoleti, che vi si erano bravamente fin qui difesi, assicurali, uscirono fuori del regno. In questo anno ancora tornò alle mani d'esso imperadore la città di Gaeta, con restar privata delle vecchie sue esenzioni e del diritto di eleggere i suoi consoli, avendovi Federigo messi i suoi uffiziali, e costituita una dogana. Aveva egli promesso di ben trattare quel popolo, ma era principe che mai non perdonava daddovero, e guai a chi avea fallato. Per questo i Lombardi non s'indussero giammai a fidarsi di lui: gastigo ben dovuto a quei principi che non san perdonare, nè mantener la parola.
Per la presa e distruzione di Montepulciano, fatta nell'anno addietro dai Sanesi[2966], il comune di Firenze adirato forte fece in quest'anno un grande sforzo affine di vendicarsene. Ricordano[2967] e Giovanni Villani[2968] ciò riferiscono all'anno seguente; ma Riccardo da San Germano[2969], la Cronica sanese e il Rinaldi[2970] ne parlano all'anno presente. Ora i Fiorentini misero l'assedio a Siena, e in vergogna de' Sanesi con un mangano gittarono entro la città un asino con altra carogna. Tornali poscia a Firenze, nel dì 4 del mese di luglio rifecero oste contra de' medesimi Sanesi; presero e disfecero Asciano, e quarantatrè altre castella e ville di quel territorio, con gravissimo danno d'essi Sanesi. Cagione fu ciò che, compassionando con paterno affetto papa Gregorio lo stato infelice di Siena, s'interpose per la pace, e a questo fine spedì a Firenze fra Giovanni da Vicenza dell'ordine de' Predicatori, uomo eloquentissimo, ed insigne missionario di questi tempi. Dimorava egli allora in Bologna, dove seguitato da innumerabil copia di contadini e cittadini, colle fervorose sue prediche fece infinite paci fra loro, moderò il lusso delle donne, con altri mirabili effetti della parola di Dio. Andò questo buon servo di Dio a Firenze; ma, per quanto facesse e dicesse, non potè smuovere quel comune dall'ostinato suo proposito contra de' Sanesi. Per questo il papa sottopose Firenze all'interdetto, e fece scomunicar i rettori di quella città. Bolliva intanto, anzi ogni dì più andava crescendo la discordia fra le città della marca di Verona. Se non v'ha difetto nella Cronica veronese di Parisio da Cereta[2971], ancora in quest'anno i Mantovani col loro carroccio, e coll'aiuto dei Milanesi, Bolognesi, Faentini e Bresciani, cavalcarono contra de' Veronesi, e bruciarono e guastarono molte lor ville, fra le altre Villafranca, Cona, Gussolengo, Seccacampagna, Piovezano, Palazzuolo ed Isolalta; il che fatto, si ridussero a casa. Ora colà ancora per ordine del sommo pontefice, e per motivo eziandio di spontanea carità, si portò il suddetto buon servo di Dio fra Giovanni da Vicenza. Tale era il concetto della sua virtù e mirabil facondia, che il popolo di Padova[2972] gli andò incontro, nel venire che egli faceva da Monselice, e, messolo sul carroccio, con gran divozione e giubilo l'introdusse in città. Predicò egli quivi e per le ville con indicibil concorso di gente; poscia se ne andò a Trivigi, Feltre e Belluno, e quindi a Vicenza e Verona, dove Eccelino da Romano coi Montecchi giurò di stare a quello che avesse ordinato il papa. Trasferissi inoltre a Mantova, e Brescia, predicando da per tutto la pace, facendo rimettere in libertà i prigioni, e correggendo a modo suo gli statuti delle città. Il che fatto, intimò un giorno, in cui si dovessero adunar tutte quelle città in un luogo determinato per far la pace generale. Scelse egli una campagna presso all'Adige, quattro miglia di sotto da Verona, e il giorno della festa di santo Agostino, cioè il dì 28 di agosto. Fu uno spettacolo mirabile il vedere in quella giornata comparire al sito prefisso i popoli di Verona, Mantova, Brescia, Vicenza, Padova e Trivigi coi lor carrocci. Vi comparvero ancora il patriarca di Aquileia, il marchese di Este, Eccelino e Alberico da Romano, i signori da Camino, e una gran moltitudine d'altre città, cioè di Feltre, Belluno, Bologna, Ferrara, Modena, Reggio e Parma, coi loro vescovi, tutti senz'armi, e la maggior parte a piedi nudi in segno di penitenza. Da tanti secoli non s'era veduta in un sol luogo d'Italia unione di tanta gente. Secondo lo scandaglio di Parisio, vi furono più di quattro cento mila persone. Frate Giovanni da un palco alto quasi sessanta braccia predicò a questa smisurata udienza, udito da tutti, e con esortar tutti a darsi il bacio di pace, e comandandolo anche a nome di Dio e del romano pontefice. Il che fu prontamente eseguito; ed egli appresso pubblicò la scomunica contra chiunque guastasse sì bell'opra; anzi, per maggiormente assodarla, propose il matrimonio del principe Rinaldo, figliuolo di _Azzo VII_ marchese d'Este, capo de' Guelfi, e Adelaide figliuola di Alberico fratello di Eccelino da Romano, capo de' Ghibellini: il che fu approvato e lodato da tutti. Lo strumento di questa pace l'ho io pubblicato nelle mie Antichità Italiane.
Ma quanto durò questa concordia? Non più che cinque o sei giorni. Quel che è più, andò anche per terra il concetto della di lui santità, ch'era ben grande. Gherardo Maurisio scrive di aver co' suoi proprii orecchi inteso predicare i frati minori nella cattedral di Vicenza, che fra Giovanni avea risuscitato dieci morti. Non mancava gente che portava odio a questo sacro banditor della parola di Dio e della pace, perchè era inesorabile contro gli eretici. Nel mese di luglio n'avea fatto bruciar vivi in tre giorni settanta nella piazza di Verona tra maschi e femmine de' migliori cittadini di quella città. Altri poi cominciavano a malignare sopra le di lui intenzioni, pretendendo che tutte le sue mire fossero per abbassar la parte ghibellina, e che questo fosse un segreto concerto della corte di Roma contra di Federigo II imperadore. Ma quello che diede il crollo all'autorità e stima di fra Giovanni, fu ch'egli, ito a Vicenza sua patria, si fece dare dal popolo un'assoluta padronanza della città, tutta ad arbitrio suo: con che vi mise quegli uffiziali che a lui piacquero, e corresse o mutò gli statuti della città, e ne formò de' nuovi. Ito a Verona, anche ivi si fece eleggere signore della città; volle ostaggi per sicurezza di sua persona; volle in sua mano il castello di San Bonifazio, Ilasio, Ostiglia e le fortezze della città. I Padovani, che facevano prima da padroni in Vicenza, corsero colà, e vi accrebbero la lor guarnigione. Tornato frate Giovanni colà, e trovata questa novità, volle far valere la sua autorità contra chi se gli opponeva; ma in furia ritornarono a Vicenza i Padovani, e, dato di piglio all'armi contra di lui e della sua fazione, infine presero lui con tutta la sua famiglia, e il cacciarono in prigione nel dì 3 di settembre. Rilasciato da lì a pochi giorni, se ne tornò a Verona, nè trovò più ubbidienza, di modo che mise in libertà fra poco tempo gli ostaggi, restituì al conte Ricciardo il castello di San Bonifazio, e infine se ne tornò a Bologna, convinto dell'instabilità delle cose umane, e pentito di avere oltrepassato i termini del sacro suo ministero. Così ripullulò la discordia come prima fra quei popoli; anzi parve che si scatenassero le furie per lacerar da lì innanzi tutta la Lombardia. Il credito de' frati predicatori e minori era incredibile in questi tempi per tutte le città. In alcune aveano anche parte ne' governi. Però nell'anno presente desiderando i frati minori di metter fine alle dissensioni vertenti fra i nobili e popolari di Piacenza[2973], così efficacemente si maneggiarono, che le parti fecero compromesso di tutte le lor differenze in fra Leone dell'ordine loro. Questi diede da lì a poco il laudo, assegnando la metà degli onori della repubblica agli uni, e l'altra metà agli altri, e col bacio della pace ordinò che si confermasse la sentenza sua. Anche in Modena[2974], per le prediche del buon servo di Dio fra Gherardo dell'ordine de' Minori, si fecero moltissime paci fra il popolo della città. Ma febbri sì maligne non si sradicavano punto con questi innocenti rimedii. Pochissimo durò la calma in Piacenza, ed alteratisi di nuovo gli animi, la nobiltà si ritirò alle sue castella; con che si riaccese la guerra. Predicando nell'ottobre di quest'anno frate Orlando da Cremona dell'ordine de' Predicatori nella piazza d'essa città di Piacenza, ecco una truppa di eretici dar di piglio a sassi e spade, con ferire mortalmente esso predicatore e un monaco di San Savino. Furono presi costoro ed inviati a Roma. Anche in Milano[2975] quel podestà Oldrado da Lodi cominciò a far bruciare gli eretici. Ne resta tuttavia la memoria in marmo nella piazza del Broletto, ossia de' Mercatanti, leggendosi sotto l'effigie sua fra l'altre parole ancor queste:
_CATHAROS, VT DEBVIT, VXIT._
Andò anche a Parma[2976] il suddetto fra Gherardo da Modena, uomo di santa vita, ed assaissima gente indusse alla pace, con emendare eziandio gli statuti della città, e far assolvere tutti gli sbanditi. Colà inoltre comparve fra Corneto dell'ordine de' Predicatori, che colla sua pia eloquenza si tirava dietro tutto il popolo; e tanto i nobili che i plebei, uomini e donne per divozione portavano terra affin di empiere una borra, ossia luogo basso, dove si fermavano l'acque, presso alla chiesa de' Predicatori. Tutto ciò serva a far conoscere i costumi di questi tempi. Il Guichenon[2977] mette la morte di _Tommaso conte_ di Savoia, principe di gran senno e valore, nel dì 20 di gennaio di quest'anno. Io truovo nella Cronica di Alberico Monaco[2978] ch'egli mancò di vita nell'anno precedente, benchè egli ne torni a parlare all'anno 1234. Succedette a lui _Amedeo IV_ suo primogenito. Ho io inoltre creduto che esso Guichenon prendesse abbaglio nel favellare della prima moglie di _Azzo VII_ marchese di Este, la quale senza dubbio figliuola fu di esso conte Tommaso, e madre della beata _Beatrice I_ d'Este[2979]. Ebbe questo principe quindici figliuoli, nove maschi e sei femmine. L'una d'esse fu contessa di Provenza, e madre di Leonora regina d'Inghilterra. Tra i figliuoli Amedeo fu vescovo di Morienna; Guglielmo eletto vescovo di Valenza; Bonifazio eletto vescovo di Bellai, e poscia arcivescovo di Cantorberì; e Filippo eletto arcivescovo di Lione. Tommaso colle nozze di Giovanna contessa di Fiandra acquistò quel principato, ma ne restò dipoi spogliato. I principi carichi di molti figliuoli aveano allora gran cura d'incamminarli per la via ecclesiastica, acciocchè venissero provveduti di nobili e lucrose dignità in questa milizia.
NOTE:
[2964] Raynald., in Annal. Eccles.
[2965] Richardus de S. German., in Chron.
[2966] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.
[2967] Ricordanus Malaspina, in Chron.
[2968] Giovanni Villani.
[2969] Richardus de S. Germano.
[2970] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[2971] Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2972] Roland., lib. 3, cap. 7. Gherardus Maurisius, Hist. Anton., Chron. Veronense.
[2973] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.
[2974] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2975] Gualvanus Flamma, in Manip. Flor. Corio, Istoria di Milano.
[2976] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2977] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[2978] Albericus Monachus Trium Fontium, in Chron.
[2979] Antichità Estensi, P. I, cap. 40.
Anno di CRISTO MCCXXXIV. Indizione VII.
GREGORIO IX papa 8. FEDERIGO II imperadore 15.
Non poche vessazioni ebbe in questo anno papa _Gregorio_ dal senato e popolo romano[2980]. Tutto dì andavano questi cercando d'ampliare la loro autorità in pregiudizio di quella del sommo pontefice, con occupare i di lui diritti temporali, e stendere la mano anche agli spirituali, imponendo aggravii agli ecclesiastici, e traendoli al loro foro. Fu astretto di nuovo il pontefice a ritirarsi da Roma a Rieti[2981]; perlocchè, maggiormente saliti in orgoglio i Romani, spedirono nella parte della Toscana suddita del papa e nella Sabina alcuni nobili per farsi giurare fedeltà da que' popoli, ed esigerne i tributi. Tutti questi sconcerti ebbero verisimilmente origine dall'implacabil loro odio contra di Viterbo, che passò contra dello stesso papa, perchè il vedevano contrario ai lor disegni di soggiogare quella città. Diedesi pertanto il pontefice a procacciar que' mezzi che convenivano per reprimere gl'irriverenti e ribelli Romani. Scrisse lettere per tutta la cristianità a principi e vescovi per ottener soccorso di gente e di danaro, e cominciò a raunar quante milizie egli poteva. Informato di questi movimenti _Federigo_ imperadore[2982], venne in Puglia, e all'improvviso nel mese di maggio comparve a Rieti a visitar papa Gregorio, e ad offerirsi pronto al servigio e alla difesa sua; e gli presentò anche il suo secondogenito _Corrado_, che seco avea condotto. Gradì il pontefice l'esibizione, e concertò con lui le operazioni da farsi. L'autore della Vita d'esso papa tratta da finzioni tutti questi passi di Federigo. Io non entro a giudicar del cuore dei principi, tuttochè assai persuaso che doppio fosse quel di Federigo. Solamente so ch'egli col cardinal _Rinieri_ passò a Viterbo per animar quel popolo; e che poscia, per consiglio del medesimo cardinale, intraprese l'assedio di Respampano, castello ben guernito di gente e di viveri dai Romani, che fece una gagliarda difesa. Vi stette sotto per lo spazio di due mesi; e, veggendo che non v'era apparenza di poterlo nè espugnare nè condur colle buone alla resa, nel settembre se ne tornò in Puglia. Tutto ciò fu attribuito a tradimento e ad intelligenza coi Romani, i quali, udita ch'ebbero la ritirata di Federigo, andarono a rinforzar di viveri quella terra. Intanto papa Gregorio, che era passato a Perugia, avea scritte lettere alle città della lega di Lombardia, affinchè non si formalizzassero, nè s'ingelosissero della sua amicizia con Federigo, perchè così portava il bisogno de' proprii affari senza pregiudizio dei loro. Anzi le esortò a non impedir la calata di truppe tedesche, le quali doveano venire in aiuto suo, consigliando ancora d'inviar deputati per trattar di concordia coll'imperadore. Avvenne dipoi che i Romani, portati dal loro mal talento, uscirono per andare, secondo il lor costume, a dare il guasto al territorio di Viterbo. Erano restati al servigio del papa molti Tedeschi dati dall'imperadore, amatori dell'ecclesiastica libertà, e ben disposti alla difesa di quella città. Godifredo Monaco[2983] scrive che l'imperadore _milites in civitate Viterbio collocavit_; cosa che non fu osservata dal Rinaldi. Lo stesso vien confermato da Matteo Paris[2984], il qual poi magnifica di troppo la seguente battaglia e vittoria. Costoro, gente brava, avendo incoraggito il popolo di Viterbo, arditamente uscirono contra de' baldanzosi Romani, e diedero loro una buona lezione con isconfiggerli, ucciderne e farne molti prigioni. Nè qui si fermò il corso della vittoria. Passarono anche nella Sabina, e ridussero di nuovo quelle terre all'ubbidienza del sommo pontefice. E pure niun merito di ciò ebbe Federigo, e si continuò a gridare contra di lui. Mentre dimorava in Rieti esso papa Gregorio[2985], canonizzò _san Domenico_, istitutore dell'ordine de' Predicatori, nel dì 3 di luglio del presente anno. Stando poscia in Perugia, con lettere circolari infiammò i principi e le città della cristianità al soccorso di Terra santa, dove andava sempre più peggiorando lo stato dei cristiani per le discordie di loro stessi. Ne aveva dianzi trattato ancora coll'imperador Federigo, il quale mostrò prontezza a quell'impresa.
Ma insorsero poi nuovi nuvoli che annientarono tutte le buone disposizioni[2986]; imperocchè incominciò ad aversi in Italia sentore che il _re Arrigo_, figliuolo dell'Augusto Federigo II, dimorante in Germania, macchinava ribellione contra del padre. Godifredo Monaco chiaramente lasciò scritto sotto quest'anno che[2987] _rex Heinricus Lombardiae conventum quorumdam principium habuit, ubi a quibusdam nefariis consilium accepit, ut se opponeret imperatori patri suo: quod et fecit: Nam ex tunc coepit solicitare quoscumque potuit minis, prece, et pretio, ut sibi assisterent contra patrem, et multos invenit_. Fra quelli che entrarono in questa congiura, non si può mettere in dubbio che non vi fossero i Milanesi colle città confederate contra di esso Federigo, siccome tentati da esso re Arrigo; se pure da essi Milanesi non venne la prima scintilla di questo fuoco. Certo dovettero contribuire ad avviluppare l'incauto giovane colle lor promesse di farlo re d'Italia; laonde egli tirò innanzi la tela, che andò poi a strascinarlo nell'ultimo precipizio. Dagli Annali di Milano[2988], il cui autore mostrò di averne veduto il documento, abbiamo che in quest'anno Manfredi conte di Corte Nuova, podestà di Milano, con due giudici, a nome del comune, _juraverunt fidelitatem Henrico regi Romanorum filio Friderici Roglerii imperatoris. Et tunc facta est liga fortis inter ipsum Henricum et Mediolanenses, ad petitionem papae contra imperatorem patrem suum. Et promiserunt ei dare Mediolanenses coronam ferream in Mediolano, quam patri suo dare numquam voluerunt_. Anche Galvano Fiamma[2989], facendo menzione di questo fatto all'anno 1231, cioè fuor di sito, scrive che _Henricus rex Alamanniae cum Mediolanensibus composuit ad petitionem domini papae_. L'autore anonimo della Vita di papa Gregorio IX con tante esagerazioni della perfidia di Federigo contra del pontefice porgerebbe anch'egli motivo di sospettare che esso Gregorio avesse tenuta mano a questo trattato. Ma l'indegnità del fatto e la saviezza dello stesso pontefice abbastanza ci possono persuadere la falsità di tal diceria. Oltre di che, se menomo indizio di ciò avesse trovato l'imperadore, che doglianze, che schiamazzi non avrebbe fatto? egli che sì spesso prorompeva in querele contra dei papi. In fine, siccome diremo, il medesimo papa aiutò Federigo a smorzar questo incendio. Il Monaco Padovano[2990] anche egli, con errore di cronologia, raccontando all'anno 1231 che i Milanesi fecero lega col suddetto re Arrigo contra di suo padre, soggiugne (e questo è più da credere) che lo sconsigliato giovane tramò contra del padre, _ideo quia videbatur, quod imperator plus eo puerum Conradum diligeret et foveret_. Abbiamo dai suddetti storici milanesi[2991], che avendo l'imperadore inviati in quest'anno a Cremona un lionfante, ed alcuni cammelli e dromedarii in segno del suo amore, saputosi ciò dai Milanesi, Piacentini e Bresciani, uscirono coll'esercito e coi lor carrocci in campagna fino a Zenevolta. Ivi attaccata battaglia coi Cremonesi, li fecero dare alle gambe. Secondo gli Annali di Modena[2992], questo fatto d'armi fu grande, perchè in aiuto de' Cremonesi si trovarono i Parmigiani, Reggiani, Pavesi e Modenesi. La Cronica di Parma[2993] ci assicura che si combattè con gran vigore, ma senza vittoria d'alcuna delle parti; e che nello stesso dì dopo il vespro si fece una tregua fra loro. Presero anche i Milanesi nel mese di luglio i condottieri mandati dall'imperadore con quelle bestie; ma le bestie scamparono, e felicemente giunsero a Cremona. Fecesi anche in Milano una scelta de' più bravi giovani, con appellar quella la Compagnia de' forti, ossia de' gaiardi, che s'impegnò alla difesa del carroccio. Capo ne fu Arrigo da Monza, soprannominato Mettefuogo, uomo di forza smisurata ed eccellente in armi, il quale dicono che fu podestà in varie città, e senatore di Roma.