Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 96
Negli Annali di Genova è scritto[2935] che in quest'anno gli Alessandrini, stanchi della guerra co' Genovesi, fecero un compromesso, e fu sentenziato che Capriata restasse al comune di Genova. Anche i popoli d'Asti e d'Alba, Arrigo marchese del Carretto, ed altri compromisero le lor differenze nel comune di Genova: il che diede fine alle lor guerre. Si andavano intanto dilatando per le città d'Italia gli eretici paterini, catari, poveri di Lione, passaggini, giuseppini ed altri, che in fine tutti erano schiatte di manichei. Non v'era quasi città dove di costoro non si trovasse qualche brigata. Specialmente in Brescia le storie dicono che la lor setta avea preso gran piede. Roma stessa non ne era esente, nè Napoli. Ora in quest'anno Raimondo Zoccola Bolognese podestà di Piacenza[2936] fece bruciar molti di costoro. Altrettanto si andava facendo in altre città. E nel mese di febbraio in essa città di Piacenza _fuit ludus imperatoris, et Papiensium, et Regiensium, et patriarchae in burgo et in platea sancti Antonini_. Do ad indovinare ai lettori ciò che significhino queste parole. Quanto a me, vo sospettando che fosse uno spettacolo pubblico, in cui si rappresentava Federigo imperadore coi Pavesi e Reggiani, e col patriarca, suoi aderenti, forse non con molto onore. I Parmigiani in quest'anno[2937] andarono in servigio de' Piacentini a dare il guasto al territorio di San Lorenzo e di Castello Arquato, luoghi detenuti dai nobili fuorusciti di Piacenza. Fecero parimente oste essi Parmigiani a Pontremoli contra dei marchesi Malaspina. Il Guichenon[2938] racconta a quest'anno che il popolo di Torino si sottrasse all'ubbidienza di _Tommaso conte_ di Savoia, e si diede a _Bonifazio marchese_ di Monferrato. Il conte, messa insieme un'armata, si avvicinò a Torino, disfece il soccorso che gli Astigiani conducevano agli assediati; nè parendogli propria la stagione per continuar l'assedio, lasciò bloccata quella città, e se n'andò in Savoia. Questo scrittore, giacchè gli mancavano gli antichi storici, si suol servire di moderni, l'autorità dei quali non di rado è poco sicura. Noi già vedemmo all'anno 1226 che Torino, siccome città libera, entrò nella lega di Lombardia, e fu anche posta coll'altre al bando dell'imperio da Federigo II imperadore, in tempo che Tommaso conte di Savoia era uno de' suoi più favoriti. Nè può stare che gli Astigiani, per quanto s'è veduto di sopra, menassero soccorsi a quella città, quando penavano a difendere sè stessi da' Milanesi. Nè so io credere che Torino venisse in potere del marchese di Monferrato. Nulla ne seppe Benvenuto da San Giorgio. E se fosse caduta nelle mani del marchese, principe sì potente, quella bella preda, avrebbe saputo ben custodirla. Fu anche guerra nell'anno presente in Toscana[2939]. I Fiorentini uniti cogli Aretini, Pistoiesi, Lucchesi, Pratesi ed Urbinati, oppure Orvietani, andarono con possente esercito e col carroccio contro ai Sanesi. Disfecero da venti loro castella, ed arrivarono fino alle porte di Siena, guastando tutto il paese. Nel dì 9 di luglio i Sanesi animosamente uscirono armati alla porta di Camollia, ed attaccarono la zuffa; ma soperchiati dalle troppo superiori forze de' nemici, rimasero sconfitti; e i Fiorentini menarono prigioni circa mille ducento e settanta d'essi. Ricordano Malaspina e Giovanni Villani suo copiatore mettono questo fatto sotto l'anno 1229. Gli altri autori concordemente ne parlano sotto il presente[2940].
NOTE:
[2921] Vita Gregor. IX, P. I, tom. 3 Rer. Italic. Richardus de S. Germano.
[2922] Godefrid. Monachus, in Chronico.
[2923] Card. de Aragon., Vita Greg. IX, P. I, tomi. 3 Rer. Ital.
[2924] Richardus de S. Germano, in Chronic.
[2925] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[2926] Alberic. Monachus, in Chronic.
[2927] Roland., Chron., lib. 3, cap. 1.
[2928] Monac. Palavinus, in Chron.
[2929] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[2930] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2931] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 163.
[2932] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.
[2933] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[2934] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.
[2935] Caffari, Annal. Genuens.
[2936] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2937] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[2938] Guichenon, Histoire de la Mais, de Savoye, tom. 1.
[2939] Chron. Bononiens. Chron. Senense.
[2940] Ptolom. Lucens., in Annal. Eccl.
Anno di CRISTO MCCXXXI. Indiz. IV.
GREGORIO IX papa 5. FEDERIGO II imperadore 12.
Tanto il pontefice _Gregorio_, quanto l'imperador _Federigo_[2941], mirando con incredibil dispiacere i progressi che andava facendo l'eresia de' paterini e di altre sette di manichei per l'Italia, pubblicarono rigorosissimi editti contra di questi pestilenti uomini che infestavano la Chiesa cattolica. Circa questi tempi nella città di Perugia[2942], in cui la nobiltà e il popolo per cagion del governo aveano in addietro avute non poche risse e liti fra loro, la discordia tramontò gli argini, e toccò ai nobili l'uscir di città. Si diedero poi questi a far quanto di male potevano al territorio; e il popolo anche egli faceva altrettanto e peggio contra di essi. Con paterno zelo accorse papa Gregorio al bisogno dell'afflitta città, con ispedir colà il cardinal _Giovanni dalla Colonna_, il quale con tal efficacia si adoperò, che, calmato il furor delle parti, ridusse in città una buona somma di danaro per la riparazion dei danni. In questo anno parimente contro la mente del pontefice i Romani fecero oste a' danni de' Viterbesi nell'aprile e nel maggio, e obbligarono quei di Montefiascone di dar sicurtà di non prestar loro aiuto. Prese dipoi l'imperador Federigo la protezion di Viterbo, e vi spedì Rinaldo da Acquaviva suo capitano con un buon corpo di milizie per difesa di quella città. Dovette essere il papa che fece questo trattato, ed impegnò Federigo in favor de' Viterbesi; imperocchè i Romani, dacchè n'ebbero l'avviso, imposero, in odio del papa, una grave contribuzione di danaro alle chiese di Roma. Cadde in quest'anno dalla grazia di Federigo _Rinaldo_, appellato duca di Spoleti, quel medesimo che tanto avea fatto per lui in danno della Chiesa romana. Federigo fu de' più accorti e maliziosi principi che mai fossero. Probabilmente gli nacque sospetto che costui tenesse segrete intelligenze colla corte di Roma[2943]; e infatti s'impegnò forte il papa per la sua liberazione. Ora Federigo, preso il pretesto di fargli rendere conto della passata amministrazione del regno, nè potendo Rinaldo trovar cauzione idonea, il fece imprigionare, con ispogliarlo di tutti i suoi beni; dal che prese motivo Bertoldo di lui fratello di ribellarsi e di fortificarsi in Intraduco. In quest'anno ancora pubblicò esso imperadore la determinazion sua di tenere una dieta del regno d'Italia in Ravenna, la qual città era allora governata dall'arcivescovo di Maddeburgo, conte della Romagna, e legato imperiale di tutta la Lombardia. Ora, desiderando egli che v'intervenisse anche il _re Arrigo_ suo figliuolo coi principi della Germania, pregò il pontefice Gregorio d'interporre i suoi uffizii, affinchè le città collegate di Lombardia non impedissero la venuta del figliuolo e dei Tedeschi in Italia. Non lasciò il papa di scrivere per questo; ma sì egli che i Lombardi, assai conoscendo il naturale finto ed ambizioso di Federigo, e poco fidandosi di lui, seguitarono a star cogli occhi aperti, e in buona guardia per tutti gli accidenti che potessero occorrere.
A _Roberto_ imperador latino di Costantinopoli era succeduto _Baldovino_ suo figliuolo in età non per anche atta al governo. Veggendo i principi latini di quell'imperio la necessità di avere un qualche valoroso principe per loro capo da opporre alla potenza de' Greci[2944], che ogni dì più cresceva, presero la risoluzion di dare in moglie al fanciullo Augusto una figliuola di _Giovanni di Brenna_, già re di Gerusalemme, con dichiarar lui vicario e governator dell'imperio, sua vita natural durante. Gli diedero anche il titolo d'imperadore: il che si ricava dalle lettere di papa Gregorio. Tutto lieto Giovanni per così bell'ascendente, venne a Rieti ad abboccarsi col papa, e ad impetrar il suo aiuto[2945]. Spedì anche a Venezia per aver tanti vascelli da condur seco mille e dugento cavalli e cinquecento uomini d'armi. Preparato il tutto, ed imbarcatosi, e ricuperate nel viaggio alcune provincie, felicemente arrivò a Costantinopoli, dove, per attestato ancora del Dandolo, fu coronato imperadore. Si provò in quest'anno un terribil flagello di locuste in Puglia. Federigo, attentissimo a tutto, dopo avere in questo medesimo anno pubblicate molte sue costituzioni pel buon governo del suo regno, ordinò sotto varie pene che cadauno la mattina prima della levata del sole dovesse prendere quattro tumoli di sì perniciosi insetti, e consegnarli ai ministri del pubblico, che li bruciassero: ripiego utilissimo, e da osservarsi in simili casi, non ignoti a' giorni nostri. Passò nell'anno presente a miglior vita _Antonio da Lisbona_ dell'ordine de' minori[2946], di cui abbiam parlato di sopra. Tornato egli da Verona, si elesse per sua abitazione un luogo deserto nella villa di Campo San Pietro, diocesi di Padova, con essersi fabbricata una capannuccia sopra una noce, dove si pasceva della lettura del vecchio e nuovo Testamento, con pensiero di scrivere molte cose utili al popolo cristiano. Dio il chiamò a sè nel dì 13 di giugno, con restare di lui un tal odore di santità, comprovata da molti miracoli, che nell'anno seguente papa Gregorio IX, trovandosi nella città di Spoleti, l'aggiunse al catalogo de' santi.
A proposito di Spoleti, non si dee ommettere che _Milone vescovo_ di Beauvais, di cui s'è favellato di sopra, costituito governatore di quel ducato dal papa[2947], non fu ricevuto da quel popolo. Il perchè raunato un esercito, si portò a dare il guasto al distretto di Spoleti: il che nondimeno a nulla giovò per far chinare il capo agli Spoletini. Sommamente premeva ai Padovani[2948] e ad _Azzo VII_ marchese d'Este la liberazione del conte Ricciardo da San Bonifazio, e degli amici carcerati in Verona dalla parte ghibellina. Però fu spedito in Lombardia Guiffredo, ossia Giuffredo da Lucino Piacentino podestà di Pavia, a trattarne coi rettori della lega lombarda. Con tal occasione i Padovani confermarono di nuovo essa lega. Ciò fatto, dall'un canto il popolo di Padova col suo carroccio, e i Mantovani anch'essi col loro marciarono sul territorio di Verona. Tra per questo movimento ostile, e per gli efficaci uffizii dei rettori di Lombardia, finalmente s'indussero i Ghibellini veronesi a mettere in libertà il conte Ricciardo cogli altri prigioni: il che ottenuto, se ne tornarono gli eserciti alle loro città. Cotanto ancora si maneggiarono i suddetti rettori, che nel dì 16 di luglio seguì pace fra esso conte e i Montecchi suoi avversarii, nel castello di San Bonifazio: pace nulladimeno simile all'altre di questi tempi, cioè non diverse dalle tele de' ragni. Gli storici di Milano[2949] scrivono, che volendo i Milanesi far vendetta della morte del loro capitano Uberto da Ozino, inviarono l'esercito loro sotto il comando di Ardighetto Marcellino a danni del marchese di Monferrato coi rinforzi loro somministrati dalle città di Piacenza, Alessandria e Novara. Formarono un ponte sul Po, presero il naviglio del marchese, e le castella di Buzzala, Castiglione, Ostia, Ciriale e Civasso. All'assedio di quest'ultima terra, colpito da una saetta il lor capitano, terminò le sue imprese colla morte; e questo bastò perchè si ritirasse a casa l'armata milanese. La venuta dell'imperador Federigo a Ravenna, e l'aver chiamato in Italia il re Arrigo suo figliuolo coll'armata tedesca, ingelosì sì fattamente i popoli collegati di Lombardia, che, raunato un parlamento in Bologna, giudicarono maggior sicurezza della lor libertà l'opporsegli, che il fidarsi delle di lui parole. Ad istanza di Federigo, il sommo pontefice inviò dipoi per suoi legati in Lombardia _Jacopo vescovo_ cardinale di Palestrina, e _Ottone cardinale_ di San Nicolò in Carcere Tulliano, con incombenza di trattar di pace. Non passò quest'anno senza disturbi civili in Piacenza[2950]. Ne fu cacciato Guiffredo da Pirovano Milanese lor podestà. Fu dipoi concordato che la metà degli onori del governo si conferisse ai nobili, e l'altra al popolo; il che fece rinvigorire gli antichi odii fra loro. Abbiamo dai Continuatori di Caffaro[2951] che Federigo con sue lettere fece intendere al comune di Genova la dieta generale del regno ch'egli avea determinato di tenere per la festa d'Ognissanti in Ravenna, con ordinare che vi mandassero i lor deputati. Si trovò l'imperadore prima di novembre in quella città; ma restò differita sino al Natale la dieta per cagione che i Lombardi non permettevano di passare in Italia ai principi dello imperio. Vennero poi alcuni d'essi principi travestiti par istrade non guardate, temendo dappertutto insidie da essi Lombardi. Per attestato di Riccardo da San Germano, tenuta fu la dieta suddetta in Ravenna con gran magnificenza; e la Cronichetta di Cremona ci fa sapere che Federigo vi comparve colla corona in capo. In tal congiuntura fece egli un giorno pubblicare un editto, comandando sotto rigorose pene che niuna delle città fedeli al suo partito potesse prendere podestà dalle città collegate contra di lui. Ebbero un bel dire i Genovesi di avere eletto Pagano da Pietrasanta Milanese per loro podestà, nè poter essi recedere dal giuramento prestato: nulla valsero le loro scuse e ragioni. Tornati poscia a casa i deputati suddetti, vi fu gran dibattimento per questo nel loro consiglio; ma infine vinse il partito di chi voleva quel podestà per l'anno prossimo, e fu anche eseguito. Nè vo' lasciar di riferire ciò che ha il Sigonio[2952], il quale l'avrà preso da qualche vecchia storia. Cioè che Federigo diede un singolare spasso ai popoli in Ravenna, coll'aver condotto seco un lionfante, dei leoni, de' leopardi, de' cammelli, e degli uccelli stranieri, che, siccome cose rare in Italia, furono lo stupore di tutti. Nulla di ciò ha il Rossi nella Storia di Ravenna.
NOTE:
[2941] Raynald., in Annal. Eccles.
[2942] Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX.
[2943] Raynaldus, in Annal. Eccles.
[2944] Dandul., in Chron., tom. 11 Rer. Ital.
[2945] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2946] Rolandin., Chron., lib. 3, cap. 5.
[2947] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2948] Roland, lib. 3, cap. 6. Paris de Cereta. Chron. Veron. Monachus Patavinus, et alii.
[2949] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 264. Annales Mediolanenses, tom. 16, Rer. Ital.
[2950] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.
[2951] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[2952] Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.
Anno di CRISTO MCCXXXII. Indizione V.
GREGORIO IX papa 6. FEDERIGO II imperadore 13.
Nel gennaio dell'anno presente attese l'imperador _Federigo_ in Ravenna a segreti maneggi per domare, se era possibile, le città lombarde confederate contra di lui. Suoi intimi consiglieri furono Eccelino da Romano e Salinguerra da Ferrara, capi de' Ghibellini; nè mancarono essi di attizzarlo contra di _Azzo VII_ marchese d'Este, capo de' Guelfi, il quale non si lasciò già vedere alla corte. Poi dopo la seconda domenica di quaresima s'imbarcò esso Augusto per andare ad Aquileia[2953], e quivi abboccarsi col re suo figliuolo, giacchè questi non s'era voluto arrischiare a passar per la Valle di Trento, dove erano prese le Chiuse. O fosse di sua spontanea volontà, oppure che qualche burrasca di mare l'obbligasse a cangiar cammino, egli passò per Venezia, dove fu magnificamente accolto, e concedè varie esenzioni nel regno di Puglia e di Sicilia a quel popolo. Visitò la basilica di san Marco, e vi lasciò dei superbi regali ornati d'oro e di pietre preziose. Un suo diploma dato in Venezia nel marzo di quest'anno si legge nel Bollario Casinense. Passò dipoi ad Aquileia, dove il _re Arrigo_ suo figliuolo venne a trovarlo con alcuni principi di Germania. E quivi celebrò la santa Pasqua. È da stupire come Ricobaldo storico ferrarese[2954], il quale asserisce d'essere stato presente nell'anno 1293 in Padova alla miracolosa guarigione di un muto nato, alla tomba di santo Antonio, e però fiorì nel secolo presente, scrivesse che nel precedente anno Federigo imprigionò esso suo figliuolo. Altrettanto s'ha dal Monaco Padovano[2955] più antico di Ricobaldo. Noi vedremo che ciò succedette solamente nell'anno 1235. Notano gli storici milanesi[2956] che i legati già spediti dal papa per trattar della pace coi Lombardi andarono per trovar Federigo in Ravenna. Egli, saputa la lor venuta, se n'andò a Venezia. Colà si portarono anch'essi, ed egli, prima che arrivassero, passò ad Aquileia. Perciò, credendosi burlati o sprezzati da lui, se ne tornarono, senza far altro, al papa. Si trasferì dipoi Federigo circa la festa dell'Ascensione per mare in Puglia, e nel cammino prese alcuni corsari che infestavano l'Adriatico. Due cattive nuove gli giunsero in quest'anno. L'una fu, che Giovanni da Baruto occupò in Soria l'importante città d'Accon, ossia d'Acri, che era d'esso imperadore. Il maresciallo Riccardo, lasciato ivi per governarla, andò contra di lui, e restò sconfitto. L'altra fu, che nel mese d'agosto il popolo di Messina, trovandosi angariato da Riccardo da Montenegro giustiziere per l'imperadore, fece nel mese suddetto una sollevazion contra di lui; e l'esempio di questa città servì per far tumultuare anche Siracusa, Catania, Nicosia ed altre terre di Sicilia. Era duro sopra i popoli il governo di Federigo; la voleva d'ordinario contro le loro borse, e per poco si veniva al confisco. Di belle leggi andava egli pubblicando; ma le sue gabelle, dazii, contribuzioni ed angherie faceano gridar tutti. In quest'anno ancora i Romani, più che mai accaniti contro la città di Viterbo, uscirono in campagna, e, dopo aver dato il guasto al paese, se ne tornarono a casa. Ma venne fatto anche ai Viterbesi di prendere per tradimento un castello appellato Vetorchiano, che era de' Romani; ed avuto che l'ebbero, non tardarono a smantellarlo tutto. N'ebbero gran rabbia i Romani; e siccome attribuivano al pontefice Gregorio la colpa di tutto, come quegli che non voleva lasciar distruggere Viterbo; così, mentre egli soggiornava in Rieti, mossero l'armi loro per fargli dispetto, e giunsero sino a Montefortino, con disegno di assalire la Campania romana ubbidiente ad esso papa. Per fermar questo loro attentato, papa Gregorio spedì loro tre cardinali suoi deputati, che conchiusero un accordo con esso popolo romano; e convenne sborsare una buona somma di danaro, acciocchè se ne ritornasse a casa quell'armata sì poco rispettosa al suo legittimo signore. Trattò in quest'anno il papa di pace fra l'imperadore e le città collegate di Lombardia: al qual fine queste ultime inviarono i loro agenti ad esso papa, mentre dimorava in Anagni; ma nulla si dovette conchiudere, per le diffidenze che passavano fra le parti.
Abbiamo da Parisio da Cereta, autore della Cronica antica di Verona[2957], che nel dì 14 d'aprile Eccelino da Romano, soggiornando in Verona, fece prigione Guido da Rho podestà di quella città, e i suoi giudici con tutta la famiglia. Dopo di che mandò a prendere da Ostiglia un uffiziale dell'imperador Federigo, che non mancò di portarsi a quella città. Da lì a pochi giorni comparvero ancora colà il conte del Tirolo e due altri conti con cento cinquanta uomini a cavallo e cento balestrieri, che presero il possesso di Verona a nome dell'imperadore. Ricuperarono poi il castello di Porto, e rifabbricarono quel di Rivalta. Allora i Mantovani, amicissimi della parte del conte Ricciardo da San Bonifazio, e di fazione guelfa, ripresero l'armi contra dei Veronesi, ed usciti in campagna col loro carroccio, presero il castello di Nogarola, bruciarono varie ville del distretto veronese, cioè Ponte Passero, Fragnano, Isolalta, Poverano, l'isola della Scala, ed altre non poche. I partigiani del conte abbandonarono Nogara, con darla alle fiamme. Eccelino da Romano coi Veronesi, avendoli colti nella terra di Opeano, li mise in rotta, e ne fece prigionieri non pochi. Poi circa il fine d'ottobre i Mantovani diedero il sacco alla villa di Cereta. Dall'altra parte i Padovani s'impadronirono di Bonadigo, e totalmente lo distrussero. Altrettanto fecero alla villa della Tomba. Venne anche in lor potere il castello di Rivalta. Temo io che questi fatti nella Cronica di Parisio sieno fuori di sito, perchè somigliano quei che ho narrato all'anno 1230; se non che dalle lettere dell'imperador Federigo si sa che egli si lamentava, perchè quasi sotto i suoi occhi, mentre era in Ravenna, le città lombarde aveano fatta oste contra de' suoi fedeli. Seguita a scrivere Parisio che in quest'anno Azzo VII marchese d'Este, e Ricciardo conte di San Bonifazio, portatisi in aiuto di Biachino e Guezello da Camino, nel dì 27 di luglio attaccarono battaglia col popolo di Trivigi, e il misero in rotta, con far molti prigioni, i quali furono condotti nelle carceri del marchese a Rovigo. Allora si mosse Eccelino con cento uomini d'armi e con cento balestrieri in soccorso de' Trivisani; ma null'altro succedette dipoi. Presero in quest'anno i Sanesi[2958], condotti da Gherardo Rangone da Modena lor podestà, nel dì 28 di ottobre la terra di Montepulciano, e ne disfecero tutte le mura e fortezze. Era quel popolo collegato co' Fiorentini; per la qual cosa essi Fiorentini andarono a oste sopra i Sanesi, con dare il guasto a parte del loro territorio, e prendere a forza d'armi il castello di Querciagrossa, i cui abitanti furono condotti nelle carceri di Firenze. Avendo i Lucchesi[2959] assediata Barga insieme coi Fiorentini, ebbero una spelazzata dai Pisani, Bargheggiani e Cattanei della Garfagnana. Avvertito l'imperador Federigo che i Genovesi[2960], non ostante il divieto lor fatto, aveano preso per lor podestà Pagano da Pietrasanta Milanese, diede ordine che dovunque si trovassero persone e robe di Genovesi, fossero prese: il che fu eseguito. Gran tumulto nacque per ciò in Genova. Chi teneva per l'imperadore, e chi voleva che si entrasse nella lega di Lombardia contra di lui. Ma Federigo, meglio pensando che non gli tornava il conto a disgustare un popolo sì allora potente in mare, dopo qualche tempo ordinò che tutto fosse loro restituito. Grave danno in quest'anno recarono anche in Lombardia le locuste, che divoravano tutte l'erbe delle campagne: flagello continuato anche ne' due seguenti anni. Dalla Cronichetta di Cremona[2961] abbiamo che nel popolo di quella città si rinvigorì la divisione, e fu guerra civile fra loro. Andarono essi Cremonesi in servigio de' Bolognesi: a qual fine, non so. Fecero anche oste contra de' Mantovani, bruciarono parecchi luoghi di quel contado, e presero e distrussero il ponte che i Mantovani tenevano sul Po. In Milano[2962] si crearono sette capitani, cadaun de' quali comandava a mille soldati a cavallo, e giurarono tutti di sostenere la lor libertà contra dell'imperadore, e piuttosto di morire in campo che di fuggire. Mandò in quest'anno il sultano d'Egitto a donare a Federigo Augusto un padiglione di mirabil lavoro[2963], il cui valore si fece ascendere a più di venti mila marche d'argento. Vi si vedeva con ammirabil artificio il corso del sole e della luna, co' suoi determinati spazii, indicanti con sicurezza l'ore del giorno e della notte. Fu esso risposto in Venosa nel tesoro regale. E Federigo poscia nel dì 22 luglio ad un solenne convito invitò gli ambasciatori d'esso sultano e del Vecchio della Montagna, principe de' popoli detti Assassini. Teneva Federigo buona corrispondenza con costui; e voce comune correva che uno de' sudditi d'esso Vecchio, per ordine del medesimo imperadore, avesse nell'anno precedente tolto di vita _Lodovico duca_ di Baviera, caduto in disgrazia d'esso Augusto.
NOTE:
[2953] Godefridus Monachus, in Chron. Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2954] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.