Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 95

Chapter 953,435 wordsPublic domain

[2905] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[2906] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[2907] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.

[2908] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[2909] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCCXXIX. Indizione II.

GREGORIO IX papa 3. FEDERIGO II imperadore 10.

Fece in quest'anno gran guerra _Giovanni re_ di Gerusalemme alla Puglia colle forze che gli avea dato papa _Gregorio IX_. Ne descrive tutte le particolarità Riccardo da San Germano[2910]. A me basterà di darne un breve trasunto. L'esercito pontificio, che si chiamava chiavisegnato, poichè portava per divisa le chiavi della Chiesa, sotto il comando di un sì prode generale, entrato nel mese di marzo in Puglia, dopo la presa di varie terre e castella, arrivò a Gaeta, e, costretta quella città alla resa, vi spianò il castello che l'imperadore con grande spesa vi avea poc'anzi fabbricato. Prese le terre di Monte Casino, il monistero, San Germano ed altri luoghi in que' contorni. Fondi, Arce e Capoa tennero saldo, e i conti d'Aquino, ben provvedute le lor terre, stettero forti nella fedeltà verso di Federigo. Pure Aquino, Sora, a riserva del castello, e le città d'Alife e di Telesa ed Arpino si renderono all'armi pontificie, che passarono ad assediar Caiazzo e Sulmona. Furono in questi tempi, per ordine di Rinaldo duca di Spoleti, cacciati fuor del regno tutti i frati minori, perchè si dicea che portavano lettere papali ai vescovi delle città, esortatorie, acciocchè inducessero gli uomini a rendersi alla Chiesa romana. Sparsero ancora voce che _Federigo II_ era morto. Furono esiliati per questo anche i monaci casinensi. E tale era la guerra che faceva papa Gregorio in Puglia all'imperador _Federigo_, per la quale implorò soccorsi da tutte le città della lega di Lombardia[2911], mosse la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, la Svezia ed altri paesi a mandar danari e gente per questa guerra, ed eccitò anche delle ribellioni in Germania contra d'esso Federigo. Tuttavia minore non fu quell'altra guerra che nello stesso tempo egli fece a Federigo in Levante. Giunto ad Accon, ossia ad Acri, nel settembre dell'anno precedente, esso Augusto fu bensì ricevuto con tutto onore dal patriarca, clero e popolo, ma insieme con protesta di non poter comunicare con lui, se prima non otteneva l'assoluzion della scomunica dal papa. Andò poscia in Cipri, e spedì i suoi ambasciatori al sultano di Egitto, per richiedere amichevolmente il regno di Gerusalemme, come Stato appartenente a suo figliuolo _Corrado_, perchè nato da _Jolanta_ legittima erede d'esso regno. Prese tempo il sultano a rispondere per mezzo de' suoi ambasciatori. Intanto arrivarono due frati minori con lettere del papa, nelle quali proibiva al patriarca e ai tre gran mastri degli ordini militari, l'ubbidire a Federigo, e comandava di trattarlo da scomunicato. Però, allorchè volle muovere l'esercito per marciare contra de' Saraceni, trovò i cavalieri templarii ed ospitalieri che non voleano militar sotto di lui. Bisognò che Federigo inghiottisse molti strapazzi, e che si accomodasse in fine ai lor voleri, contentandosi che l'impresa si facesse non in nome suo, ma in quello di Dio e della repubblica cristiana. Andò a Joppe, e quivi attese a fortificar quel castello disfatto, rendendolo piazza di gran polso, e lo stesso fece con altre castella sulla via di Gerusalemme. Ma eccoti sul più bello arrivare un sottil naviglio che gli porta l'avviso d'essere tutto in confusione il regno di Puglia per l'invasione dell'armi pontificie. Allora Federigo a nulla più pensò che a sbrigarsi dalla Palestina per accorrere ai bisogni e pericoli del suo regno; e, stringendo, come potè, il trattato di concordia col sultano, accettò quella capitolazione che piacque al Saraceno di dargli. Consistè questa in pochi articoli. Gli cedeva il sultano le città di Gerusalemme, Betlemme, Nazarette, Sidone, con altre castella e casali, e con facoltà di poterle fortificare, e riserbandosi solamente la custodia del tempio di Gerusalemme, ossia il santo Sepolcro, con restar nondimeno libero tanto ai Saraceni che ai Cristiani il farvi le lor divozioni. Stabilissi anche una tregua di dieci anni, e la liberazion di tutti i prigioni. Andò poscia Federigo a prendere il possesso di Gerusalemme: e strana cosa dovette pur parere il ritrovarsi ivi già intimato dal patriarca l'interdetto, se Federigo capitava colà. Contuttociò l'imperador si portò alla visita del santo Sepolcro; e giacchè niuno si attentò a coronarlo, posò egli la corona sul sacro altare, e poi, presala colle sue mani, se la mise in capo. Non potrà di meno di non istringersi nelle spalle chi legge sì fatte vicende. Dopo di che, tornato Federigo al mare con due ben armate galee, frettolosamente e con felicità di viaggio arrivò a Brindisi in Puglia nel maggio dell'anno presente. Divolgatasi la capitolazione da lui fatta col sultano, fu strepitosamente riprovata in corte di Roma, chiamato egli un vile e traditore, perchè avesse lasciato in man dei cani il venerato Sepolcro di Cristo, senza voler far caso che Federigo per necessità avea ricevuta la legge da chi, se avesse voluto, potea negargli tutto; e massimamente perchè il sultano era ben informato di quanto operava il pontefice sì in Puglia che in Palestina contra di Federigo, e sapea la discordia che passava fra esso imperadore e il patriarca e l'esercito cristiano. Ed è per altro certissimo che Gerusalemme restò in mano de' cristiani, e che assaissime migliaia d'essi andarono a piantarvi casa, e pacificamente vi abitarono da lì innanzi sotto il comando degli uffiziali dell'imperadore. Io per me chino qui il capo, nè oso chiamar ad esame la condotta della corte di Roma in tal congiuntura, siccome superiore ai miei riflessi, bastandomi di dire che, secondo l'Abbate Urspergense[2912], fece gran rumore per la cristianità la contradizione praticata dal pontefice all'impresa di Federigo in Levante. Anche Riccardo da San Germano[2913] lasciò scritto: _Verisimile videtur, quod si tunc imperator cum gratia ac pace romanae Ecclesiae transisset, longe melius et efficacius prosperatum fuisset negotium Terrae sanctae_. Per la partenza poi di Federigo andò anche in malora quel poco ch'egli avea guadagnato in Palestina, e specialmente perchè il patriarca, e gli ospitalieri e templarii, dacchè egli si fu partito, apertamente si rivoltarono contra di lui. Non si può leggere senza patimento la storia di questa maledetta discordia, piena d'invettive e calunnie dall'una parte e dall'altra, e, quel che è peggio, di tanti guai de' popoli e danno della cristianità. Io senza fermarmi passo innanzi.

Giunto che fu in Puglia Federigo, non lasciò di spedire ambasciatori al papa, chiedendo pace, ed esibendosi pronto a far quello ch'egli ordinasse. Nulla poterono essi ottenere. Raunò allora Federigo le sue forze, con valersi ancora dei Tedeschi crociati ritornati di Levante, e di un gran corpo di Saraceni cavati da Nocera. Nel settembre venne a Capoa, e portossi a Napoli per aver soccorso di gente e di danaro. Intanto Giovanni re di Gerusalemme, vedendo venire il mal tempo, lasciato andare l'assedio di Caiazzo, si ritirò a Teano. Federigo ricuperò Alife, Venafro ed altre terre; poscia San Germano, e le terre della giurisdizione di Monte Casino, Presenzano, Teamo, la rocca di Bantra, Arpino ed altri luoghi. Sora, avendo voluto aspettar la forza, fu presa e data alle fiamme nella festa dei santi Simone e Giuda di ottobre. Intanto fra il senato e popolo romano e l'imperadore passavano lettere e messaggeri di buona armonia. Questi prosperosi successi dell'armi di Federigo fecero in fine che il pontefice cominciò a prestar orecchio ad un trattato di concordia, per cui specialmente si adoperava il gran mastro dell'ordine teutonico. Pensarono i Bolognesi in quest'anno di rifarsi delle perdite fatte nell'anno precedente nella guerra coi Modenesi[2914], e, con gli aiuti di varie città loro collegate composto un potente esercito, col carroccio si portarono all'assedio di San Cesario, castello de' Modenesi. Secondo il Sigonio[2915], nol presero; ma le vecchie Croniche dicono di sì, e che lo distrussero. Non erano per anche mossi di là, che si videro a fronte l'esercito de' Modenesi, Parmigiani e Cremonesi, risoluto di menar le mani. Si azzuffarono in fatti le due armate, e durò il combattimento d'avanti il vespro fin quasi a mezza notte a lume di luna. Fecero ogni sforzo i Bolognesi contra il carroccio de' Parmigiani, e poco vi mancò che nol prendessero: il che veniva allora riputato per la più gloriosa di tutte le imprese. Ma i Cremonesi dall'un canto, e dall'altro i Modenesi così vigorosamente gl'incalzarono, che finalmente li misero in rotta, e diedero lor la caccia fin quasi alle porte di Bologna. Restò in potere de' vincitori tutto il loro campo colle tende, carra, buoi e bagaglio. Fu rotto e cacciato in un fosso il loro carroccio, perchè nacque contesa fra i Parmigiani e Modenesi, pretendendolo cadauna delle parti. Una gran copia di prigioni fu condotta a Modena e Parma, e i Parmigiani trassero alla lor città molte manganelle, ossia petriere, prese in tal occasione, e per gloria le posero nella lor cattedrale. Le Croniche di Bologna han creduto bene di accennar la battaglia, ma con tacerne l'esito sinistro per loro. Alberico monaco de' Tre Fonti[2916], storico di questi tempi, ampiamente anch'egli descrive questa battaglia e vittoria. Non contenti di ciò i Modenesi, voltarono con un nuovo alveo il fiume Scultenna, ossia Panaro, addosso alle campagne de' Bolognesi, con lor gravissimo danno. Pertanto dispiacendo al pontefice Gregorio IX gli odii e le gare di queste città, spedì ordine a _Niccolò vescovo_ di Reggio di Lombardia, che in suo nome s'interponesse per la concordia. Non fu egli pigro ad eseguir la commessione, e gli riuscì di stabilire fra i Modenesi e Bolognesi una tregua d'otto anni colla restituzion de' prigioni, ed altre condizioni, che si leggono presso il Sigonio, il quale dagli atti pubblici le estrasse. Godè in quest'anno la marca di Verona un'invidiabil pace. I Piacentini[2917] fecero oste contro la città di Bobbio, venticinque miglia lungi dalla loro città, e fu costretto quel popolo a prestar giuramento di fedeltà a Piacenza Il conte di Provenza nell'anno presente[2918] col braccio d'alcuni traditori s'impadronì della città di Nizza e delle sue fortezze. Resistè un pezzo parte de' cittadini, ed ebbe anche qualche soccorso da' Genovesi; ma in fine dovette soccombere; e il conte restò in pieno potere di quella città. Venne in quest'anno a morte _Pietro Ziani_ doge di Venezia, dopo ventiquattr'anni di governo[2919], Prima che egli morisse, fu eletto doge _Jacopo Tiepolo,_ ed avendo fatta una visita all'infermo predecessore, fu ricevuto con disprezzo, ma colla virtù dissimulò tutto. Abbiamo dal Sigonio[2920] che nel dì 2 di dicembre in Milano fu riconfermata la lega delle città di Lombardia. V'erano presenti i deputati de' Padovani e Veronesi; ma non apparisce che giurassero come gli altri.

NOTE:

[2910] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2911] Raynaldus, Annal. Eccles. ad hunc annum, num. 38 et seq. Matthaeus Paris, Hist.

[2912] Abbas Urspergens., in Chron.

[2913] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2914] Annales Veter. Mutinens. tom. 11 Rer. Ital. Chronicon Parmense, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Italic. Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[2915] Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.

[2916] Alberic. Monachus, in Chron.

[2917] Chron. Placent. tom. 16 Rer. Italic.

[2918] Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[2919] Dandul., in Chronic. tom. 12 Rer. Italic.

[2920] Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.

Anno di CRISTO MCCXXX. Indizione III.

GREGORIO IX papa 4. FEDERIGO II imperadore 11.

Nel primo giorno di febbraio del presente anno un'orribile inondazione del Tevere recò immensi danni alla città di Roma e ai contorni[2921]; affogò molte persone e bestie, menò via una prodigiosa quantità di grani, botti di vino e mobili; ed avendo lasciato un lezzo fetente con dei serpenti per le case, ne sorse poi una mortale epidemia nel popolo. Servì questo flagello a far ravvedere il senato e popolo romano degli aggravii ed ingiurie fatte al sommo pontefice _Gregorio IX_, che per cagion d'esse fin qui s'era fermato in Perugia; e però, spediti a lui il cancelliere e Pandolfo della Saburra con altri nobili, il pregarono di voler tornarsene a Roma. Sul fine dunque di febbraio comparve colà papa Gregorio, accolto con tutta riverenza ed onore da quel senato e popolo. Nella Vita d'esso papa vien riferito questo suo ritorno all'anno seguente. Riccardo lo mette nel novembre del presente. Intanto andava innanzi il trattato già intavolato di pace fra esso pontefice e _Federigo_, il quale ricuperò in questo mentre varie altre sue terre. Mediatori principali erano _Leopoldo duca_ d'Austria[2922], principe che in questo medesimo anno terminò la sua vita in San Germano nel dì 28 di luglio; e _Bernardo duca_ di Moravia, gli arcivescovi di Salisburgo e Reggio di Calabria, ed Ermanno gran mastro dell'ordine dei Teutonici. Fu per questo tenuto un congresso in San Germano, dove intervennero _Giovanni cardinale_ vescovo sabinense, e _Tommaso cardinale_ di Santa Sabina, legati pontificii, dove si smaltirono molte difficoltà. La principale era la restituzion delle città di Gaeta e Santa Agata, pretese da Federigo, laddove il papa intendea di ritenerle in suo dominio. Finalmente, dopo essere andati innanzi e indietro più volte i pacieri, nel dì 9 di luglio in San Germano fu conchiuso l'accordo, con obbligarsi Federigo di rimettere ogni offesa a chiunque avea prese l'armi contra di lui tanto in Italia che fuori; e di restituire alla Chiesa qualunque Stato che i suoi avessero occupato, ed a varii particolari le lor terre, e da non mettere più taglie ed imposte all'uno e all'altro clero. Doveansi eleggere arbitri per decidere entro d'un anno il punto controverso di Gaeta e di Santa Agata. Fu poi dopo l'esecuzion del trattato assoluto esso imperadore dalle censure nella festa di santo Agostino di agosto, e si fecero dappertutto grandi allegrezze per questa pace. Ed oh si fossero due anni prima avute queste medesime disposizioni, e Federigo con più umiliazione, e il pontefice con più indulgenza si fossero portati l'un verso l'altro: che gli affari di Terra santa sarebbono camminati meglio, e si sarebbe risparmiata un'iliade di molti guai, uno de' quali fra gli altri fu notabilissimo; cioè l'avere in tal congiuntura non già avuta la nascita, ma bensì ricevuto un considerabile accrescimento e un'aperta professione le maledette fazioni de' Guelfi aderenti al papa, e de' Ghibellini parziali dell'imperadore. Abbiamo dalla Vita di papa Gregorio[2923], ch'egli spese in questa guerra cento venti mila scudi, e Federigo si obbligò di rimborsarlo. Altri hanno scritto che assunse di pagargli cento venti mila once d'oro. Più, o meno che fosse, Federigo se ne dimenticò dipoi, nè gli pagò un soldo. Passò il pontefice alla villeggiatura d'Anagni, e colà invitò l'imperadore[2924]. Comparve egli con magnifico accompagnamento, e si attendò fuori della città nel dì primo di settembre. Nel dì seguente incontrato dai cardinali e dalla nobiltà, si portò alla visita del papa; e, deposto il manto, prostrato a' suoi piedi, riverentemente glieli baciò, e, dopo breve colloquio, andò a posare nel palazzo episcopale. Nel giorno appresso il papa, che abitava nel palazzo paterno, l'invitò seco a pranzo, ed amendue con tutta magnificenza assisi alla stessa tavola, deposto ogni rancore, almeno in apparenza, svegliarono nuova allegrezza negli assistenti. Dopo di che tennero fra lor due, colla presenza del solo gran mastro dell'ordine teutonico, un lungo ragionamento intorno a' proprii affari. Nel seguente lunedì, congedatosi Federigo dal pontefice, se ne tornò nel regno, dove non seppe contenersi dal trattar male i popoli di Foggia, Castelnuovo, San Severino, ed altri di Capitanata, che ne' passati torbidi si erano ribellati[2925]. Ma Riccardo da San Germano pare che metta questo fatto prima della pace. All'incontro il papa sbrigato da questa guerra, e tornatosene a Roma, attese a fabbricar palagi e spedali. Era venuto in Italia _Milone vescovo_ di Beauvais Franzese con quello di Chiaramonte, conducendo seco un buon corpo di truppe franzesi in aiuto del papa, le quali, o non giunsero a tempo alla danza o furono rimandate[2926]. Trovavasi per questo sforzo Milone aggravato da grossi debiti. Il sommo pontefice per sollevarlo gli diede il governo del ducato di Spoleti e della marea di Guarnieri, ossia d'Ancona: con che egli in tre anni inpinguò la sua borsa. Ma ritornandosene egli dopo quel tempo in Francia, i vicini Lombardi, informati del ben di Dio ch'egli portava seco, gli tesero delle imboscate, nelle quali perdè più di quel che avea guadagnato. Alberico Monaco è quegli che racconta il fatto.

Cominciò a sconcertarsi in questo anno la marca di Verona[2927]. Essendo stato chiamato per podestà di essa città Matteo de' Giustiniani nobile veneto, richiamò egli tutti i nobili che il suo antecessore avea mandato a' confini. Capo della fazion guelfa era _Ricciardo conte_ di San Bonifazio, che, tornato a Verona, fu ben accolto dal podestà. Ingelosita di ciò la parte ghibellina, appellata de' Montecchi, con intelligenza di Eccelino da Romano e di Salinguerra dominante in Ferrara, un dì fatta sollevazione, mise le mani addosso al conte Ricciardo, e cacciollo in prigione con alquanti de' suoi. Il resto de' suoi amici usci di città; lo stesso Giustiniani podestà ne fu cacciato; e la podesteria fu appoggiata a _Salinguerra_, che corse colà da Ferrara. Anche Eccelino, udita questa nuova, precipitosamente volò a Verona per accrescer legna al fuoco[2928]. Ridottasi la parte del conte al castello di San Bonifazio, elesse per suo podestà Gherardo Rangone da Modena, personaggio di gran senno e valore. Questi col deposto Giustiniani ricorse a Stefano Badoero podestà di Padova, il quale, raunato il consiglio, ascoltò le loro querele: querele tali, che mossero a compassione tutto il popolo di Padova; di maniera che si prese tosto la risoluzione di aiutar con braccio forte la parte del conte. Inviarono ambasciatori a Verona, che parte con amichevoli, e parte con minacciose parole fecero istanza per la liberazione del conte. Nulla poterono conseguire[2929]. Però usci in campagna nel mese di settembre l'armata padovana col carroccio, con _Azzo VII_ marchese d'Este e coi Vicentini; ed ostilmente entrata nel Veronese, s'impadronì di Porto, di Legnago e del ponte dell'Adige, dai quali luoghi scapparono in fretta Eccelino, Salinguerra e i Veronesi che erano accorsi alla difesa. Diedero poscia i Padovani il guasto al circonvicino paese; distrussero la villa della Tomba, presero Bonadigo, e colla forza costrinsero il castello di Rivalta alla resa. Ciò fatto se ne tornarono a Padova. Neppure per questi danni s'indussero i Veronesi a mettere in libertà il conte Ricciardo. Era circa questi tempi capitato a Padova frate Antonio da Lisbona dell'ordine dei minori, religioso di santa vita, di molta letteratura, mirabil missionario e predicatore della parola di Dio. Gli amici del conte e del marchese d'Este, a' quali più che agli altri stava a cuore la prigionia d'esso conte, si avvisarono d'inviar a Verona questo insigne religioso, sperando che la di lui eloquenza potrebbe ottenere ciò che non era riuscito coll'armi. Andò il santo uomo, impiegò quante ragioni e preghiere potè coi rettori della lega lombarda, con Eccelino, con Salinguerra e coi lor consiglieri; ma sparse le parole al vento, e ritornossene a Padova coll'avviso solo della pertinacia de' Veronesi. La cronica Veronese aggiugne che anche i Mantovani col loro carroccio fecero un'irruzione sul Veronese, presero e distrussero il castello di Cola, diedero il sacco e il fuoco a Travenzolo, alla Motta dell'Abbate, all'isola de' Conti, che or si chiama la isola della Scala, e a molte altre ville del Veronese: il tutto per favorire il conte Ricciardo. Notano gli Annali antichi di Modena[2930] che anche la milizia dei Modenesi andò in soccorso de' Mantovani contra de' Veronesi. Ebbero i Milanesi[2931] guerra in quest'anno col marchese di Monferrato in favore degli Alessandrini, e, se si ha da prestar fede ai loro storici[2932], coll'avere assediato ed anche preso il castello di Bombaruccio nel Monferrato (Mongravio è detto negli Annali di Genova), misero tal paura in cuore a quel marchese, che giurò di star da lì innanzi ai voleri del comune di Milano[2933]. Il che fatto, passarono sul territorio d'Asti, e vi diedero il guasto fino a due miglia lungi da quella città. Anche la Cronica d'Asti[2934] confessa questo gran danno inferito da' Milanesi al territorio astigiano, con aggiugnere che ciò seguì fra la festa di san Giovanni Batista e di san Pietro, e che i Milanesi v'andarono assistiti di gente da ventitrè amiche città. I Genovesi spedirono un buon soccorso ad Asti. Poscia fece il popolo di Milano guerra in Piemonte contra del conte di Savoia e di que' marchesi, e, in onta d'essi, fabbricò il Pizzo di Cunio, dove si ritirarono quei di Saviliano e di San Dalmazio, troppo aggravati dal conte di Savoia. In una scaramuccia restò preso da esso conte, o dai marchesi, Uberto da Ozimo, generale de' Milanesi, che fu poi crudelmente levato di vita. Diede fine ai suoi giorni nel dì 16 di settembre _Arrigo da Settala_ arcivescovo di Milano, in cui luogo fu concordemente eletto _Guglielmo da Rozolo_ nel dì 14 d'ottobre, che fu uomo di gran vaglia.