Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 94

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Era egli nel mese di giugno in essa terra di Borgo San Donnino, siccome costa da tre suoi diplomi[2877], spediti in favore della città di Modena. Nel primo conferma i suoi privilegii e diritti ad essa città, concedendole ancora la facoltà di batter moneta. Nel secondo annulla l'ingiusto laudo già proferito da Ubertino podestà di Bologna intorno ai confini tra il Modonese e Bolognese, con dichiarare minutamente essi confini con dei nomi, oggidì difficili ad intendersi, ma con apparir chiaramente che la potenza di Bologna col tempo usurpò non poco territorio al popolo di Modena. Il terzo è una conferma della concordia seguita fra i Modonesi e Ferraresi, Costituì l'imperadore suo legato in Italia _Tommaso conte_ di Savoia[2878]; ed avvenne che i popoli di Savona, di Albenga e di altri luoghi della riviera di Ponente, sottrattisi dall'ubbidienza de' Genovesi, si diedero al medesimo conte di Savoia, e gli giurarono fedeltà: il che sommamente turbò il popolo di Genova. Trovato che ebbe l'imperador Federigo sì mal disposti contra di lui gli animi di tante città di Lombardia, e di non aver seco forze da potersi far rispettare e temere, se ne tornò malcontento in Puglia. Quivi, scorgendo che era tempo di trattar soavemente col pontefice Onorio, ammise alle lor chiese gli arcivescovi e vescovi di Salerno, Brindisi, Consa, Aversa ed altri, già creati senza suo consentimento; ed insinuò al medesimo papa di voler lui per arbitro delle differenze che passavano fra la persona sua e le città lombarde. Niuna difficoltà ebbero le stesse città di rimettersi anch'elleno nel sommo pontefice; e però spedirono a Roma i lor deputati[2879]. Federigo del pari inviò colà per suoi plenipotenziarii gli arcivescovi di Reggio, di Calabria e di Tiro; e il gran mastro dell'ordine de' Teutonici. Sentenziò poscia il papa che Federigo concedesse il perdono alle città e persone collegate, e cassasse tutti i processi e le sentenze emanate contra di loro, e nominatamente quella dello Studio e degli scolari di Bologna; e facesse confermar tutto dal _re Arrigo_ suo figliuolo. Obbligò le città collegate a somministrar quattrocento uomini d'armi all'imperadore in sussidio di Terra santa; e che si restituissero tutti i prigioni, e che esse facessero pace colle città aderenti all'imperadore, con altre condizioni ch'io tralascio. Si accomodò a tutto Federigo per non potere allora di meno; ma covando nel medesimo tempo un fiero rancore, da lì innanzi andò ruminando le maniere di vendicarsi. E ben se l'immaginavano i Lombardi: perlochè seguitarono a vegliare e a fortificarsi per tutto quello che potesse occorrere. In questa occasione fu che i Bolognesi fabbricarono ai confini del Modonese[2880] Castelfranco, e i Modonesi all'incontro d'esso castello fabbricarono Castello Leone. Le Croniche di Bologna[2881] mettono la fondazion di questi castelli all'anno seguente. Passò a miglior vita in quest'anno nel dì 4 di ottobre il mirabil servo di Dio _san Francesco_ d'Assisi nella patria sua, con aver veduto in sua vita l'ordine suo già dilatato per tutta quasi la cristianità. Seguì nell'anno presente pace fra i nobili e popolari di Piacenza[2882]. E i Bolognesi mandarono a Mantova in servigio de' collegati lombardi[2883] ducento cinquanta cavalieri e cinquanta balestrieri, forse per sospetti che potesse calar gente di Germania, o per sopire qualche discordia in quella città. Dagli Annali di Asti[2884] abbiamo che in questi tempi cominciarono gli Astigiani a prestare ad usura in Francia e in altri paesi d'oltramonti, e vi fecero dei gran guadagni; ma col tempo di molti guai soffrirono nelle persone e nella roba. Questo iniquo e scandaloso traffico (ed è ben da notare) era in questi tempi il più favorito mestiere d'altri Lombardi; ma sopra gli altri vi si applicavano e in esso s'ingrassavano i prestatori ed usurai fiorentini, ed altri Toscani sparsi per Francia ed Inghilterra. Dal che, a mio credere, ebbe principio la potenza del popolo fiorentino. Di così pestilente costume ho io trattato altrove[2885]. Benvenuto da Imola ne' suoi Commenti sopra Dante[2886] scriveva circa il 1390, che anche a' suoi tempi gli Astigiani erano ricchissimi perchè tutti usurai.

NOTE:

[2871] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.

[2872] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2873] Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.

[2874] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[2875] Godefridus Monachus, in Chron.

[2876] Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Ital.

[2877] Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 705, et XLVII, et XLIX.

[2878] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[2879] Richardus de S. Germano.

[2880] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[2881] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[2882] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2883] Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.

[2884] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[2885] Antiquit. Ital., Dissert. XVI.

[2886] Benvenut., tom. 1 Antiq. Ital.

Anno di CRISTO MCCXXVII. Indizione XV.

GREGORIO IX papa 1. FEDERIGO II imperadore 8.

Leggesi da me prodotto un diploma[2887], con cui _Federigo II_ Augusto nel dì primo di febbraio in quest'anno 1227 rimette in sua grazia ed assolve da ogni offesa a lui fatta le città di Milano, Piacenza, Bologna, Alessandria, Torino, Lodi, Faenza, Bergamo, Mantova, Verona, Padova, Vicenza, Trivigi, Cremona, il marchese di Monferrato, il conte di Biandrate, ed altri luoghi, affinchè la discordia non pregiudichi _al negozio della Terra santa_, specialmente cassando la costituzione sua, con cui aveva abolito lo Studio pubblico di Bologna. In Bologna appunto s'era ritirato _Giovanni_ di Brenna re di Gerusalemme, dacchè esso imperador Federigo, facendo valere i diritti di _Jolanta_ figliuola d'esso Giovanni, e moglie sua, l'uvea spogliato di quella parte del regno di Gerusalemme che restava libera dal giogo de' Saraceni. In quella città, secondo le Croniche di Bologna[2888], si fermò per sei mesi, nel qual tempo gli mori una figliuola partoritagli dalla regina _Berengaria_ sua moglie. Parve a tutti, e massimamente al pontefice _Onorio III_, un'insoffribil crudeltà quella di Federigo, di avere ridotto, per così dire, in camicia un principe di tanto valore e prudenza, di cui più che mai abbisognavano gl'interessi di Terra santa. Ne scrisse con fervore esso papa all'imperador Federigo[2889], esortandolo a qualche accordo, e a trattar meglio un sì degno suocero. Ma l'ambizioso ed interessato Federigo fece le orecchie sorde, nè un soldo, nè un ritaglio di Stati gli volle concedere. Il perchè, mosso a pietà il suddetto pontefice, generosamente diede ad esso re il governo di tutta la terra che è da Radicofani sino a Roma, con escluderne la marca d'Ancona, il ducato di Spoleti, Rieti e la Sabina. Questo tratto di paese abbracciava Acquapendente, Montefiascone, Montalto, Civitavecchia, Corneto, Perugia, Orvieto, Todi, Bagnarea, Viterbo, Narni, Toscanella, Orta, Amelia, ed altre terre e città. Intanto non cessava il buon papa di sollecitare in Lombardia e in Germania i soccorsi di Terra santa, figurandosi pure che Federigo avesse da compiere il voto con cui s'era tante volte obbligato alla spedizione d'Oriente. Ma mentre il buon pontefice è tutto intento a rimettere la pace fra i cristiani, e a promuovere l'impresa di Gerusalemme: eccoti la morte che viene a rapirlo nel dì 18 di marzo dell'anno presente[2890]. In luogo suo succedette _Ugolino_ cardinale e vescovo d'Ostia dei conti di Segna ed Anagni, parente del glorioso pontefice _Innocenzo III_. Concorrevano in questo personaggio molte delle più eminenti virtù che si possano desiderare nel visibil capo della Chiesa di Dio; e di gran pruove ne aveva egli dato dianzi in varie sue legazioni. Prese egli il nome di _Gregorio IX_, con giubilo universale del popolo romano, e nel dì 21 del suddetto mese solennemente consecrato andò a prendere il possesso della basilica lateranense. S'applicò egli ben tosto a dar compimento alla pace intavolata dal suo predecessore fra l'imperador Federigo II e le città collegate di Lombardia, e cominciò a sollecitar lo stesso imperadore per l'impresa di Terra santa. Mostravasi disposto Federigo al passaggio, giacchè si avvicinava il termine de' due anni, dopo i quali avea da muoversi[2891]. E per farlo ben credere, gravò di molte contribuzioni i suoi popoli, e non meno gli ecclesiastici. Nel mese di luglio arrivò di Germania _Lodovico langravio_ di Turingia con un esercito di crociati, e passò sino a Brindisi, dove era preparata la flotta per l'imbarco. Venne Federigo ad Otranto, e, lasciata quivi l'imperadrice, si portò a Brindisi, dove erano concorsi tutti i crocesignati sì di Germania e d'Inghilterra, che d'Italia, e fece allestire i vascelli da trasporto. Si trovò che di quell'esercito molti erano periti, ed altri s'erano infermati per li caldi della stagione, a' quali non erano usati i Tedeschi, ed anche per l'aria cattiva di Brindisi. Della lor perdita fu incolpato Federigo. Moltissimi per questo se ne tornarono indietro. Imbarcati i restanti, e mandatili innanzi, lo stesso Federigo col langravio entrò in nave nel dì 8 di settembre, e con esso lui arrivò ad Otranto. Quivi il langravio, caduto infermo, finì di vivere, e l'imperadore, sorpreso anch'egli da malattia, non potè proseguire il viaggio. In Roma fu presa questa per una finzione, e si mormorò forte di Federigo; anzi, come in tali casi avviene, giunsero fino a credere ch'egli col veleno si fosse sbrigato del langravio. Però papa Gregorio pien di sdegno e d'affanno per questi successi, senza commonitorio o citazione alcuna, dichiarò nel dì 29 del suddetto mese Federigo incorso nella scomunica, decretata ne' precedenti trattati.

Di ciò informato Federigo, inviò a Roma gli arcivescovi di Reggio, di Calabria e di Bari, e Rinaldo chiamato duca di Spoleti, e il conte Arrigo di Malta a portar le sue scuse e ragioni, con sostener vera la malattia sopraggiuntagli, con chiamar Dio in testimonio di questo. Dio appunto, scrutatore de' cuori, sa quello che veramente fu. A buon conto, il pontefice, valutate per nulla quelle giustificazioni, rinnovò nel dì di san Martino la pubblicazione della scomunica contra di lui, e ne diede avviso con sue lettere a tutta la cristianità. Federigo anch'egli venuto a Capoa, di là spedi a tutti i principi cristiani un manifesto pungente, in cui si studiava di giustificar la sua condotta[2892], e con varie invettive di far conoscere indebite quelle censure. Nè contento di ciò, mandollo anche a Roma, e lo fece pubblicamente leggere nel Campidoglio, con licenza del senato e popolo romano, a cui cominciò a far di molte carezze. Inviò eziandio delle circolari, con intimare un gran dieta in Ravenna nel marzo dell'anno seguente. Ed affinchè il mondo non credesse che per paura e con inganno egli si fosse ritirato dal passaggio in Levante, pubblicò dappertutto che l'intraprenderebbe nel prossimo venturo maggio. Ma siccome s'era egli di già guadagnato il concetto di principe doppio, non avea corso questa sua moneta se non presso la gente troppo buona. Intanto la scomunica e discordia suddetta apri la porta ad innumerabili disordini e scandali, che per lungo tempo sconvolsero tutta l'Italia. Succedette in quest'anno gran mutazione in Verona. Siccome di sopra accennammo, era diviso quel popolo in due fazioni, l'una aderente a _Riccardo conte_ di San Bonifazio, e chiamavasi la parte del marchese, cioè del marchese di Este, ossia guelfa; e l'altra era la ghibellina de' Montecchi, aderente a _Salinguerra_ di Ferrara e ad Eccelino da Romano[2893]. Se l'intesero i Montecchi con Eccelino, allora abitante in Bassano. Costui, mossa insieme quanta gente potè, con essa marciò per istrade disastrose e non praticate di Valcamonica, per ghiacci e nevi, coll'arrivare all'improvviso a Verona[2894]. Ivi, dato all'armi, fecero prigione il podestà, cioè Guiffredo da Pirovano milanese; restò anche cacciato dalla città il conte Riccardo coi nobili del suo partito i quali si rifugiarono chi a Mantova, chi a Padova e chi a Venezia. Fu creato podestà di Verona il suddetto Eccelino, che non istette molto ad atterrar tutti i palagi e case del conte Riccardo e de' suoi partigiani; ed è quello stesso che poscia per le sue crudeltà divenne sì rinomato in tutta l'Italia. Questo fu il vero principio di quella grandezza, a cui a poco a poco andò egli salendo. Non so io dire se in quest'anno medesimo oppure nel seguente succedesse anche una rivoluzion di governo nella città di Vicenza[2895]. Alberico fratello di Eccelino aveva in quella città la sua fazione, e veggendola maltrattata dal podestà, che era Albrighetto da Faenza, nemico de' fratelli da Romano, ne meditò la vendetta. Comunicato il suo disegno ad Eccelino, questi colle forze dei Veronesi andò diritto a Vicenza, dove, levato rumore, ognun trasse all'armi, e si fece più d'un combattimento nella città. Ancorchè i Padovani venissero in soccorso della parte guelfa, pure, arrivato che fu Eccelino, con grande strage mise in rotta i Padovani, e convenne ch'essi co' Guelfi uscissero di Vicenza. Alberico vi fu fatto podestà; e in questa maniera tanto Verona che Vicenza presero il partito de' Ghibellini, con grave abbassamento della parte del marchese, ossia della guelfa. In quest'anno i Bolognesi, che pur voleano attaccar guerra coi Modenesi[2896], fabbricarono le castella di Crevalcore, di Budrio, di Serravalle, ed altre ai confini del Modenese. Cominciarono anche ad assalir le terre modenesi del Frignano, e vi fu qualche zuffa. Condussero poscia l'esercito sotto il castello di Bazzano spettante a Modena; ma poco vi profittarono. Fecero in quest'anno i Genovesi tutto il loro sforzo d'armi per terra e per mare[2897], affine di ricuperare le ribellate città di Albenga e Savona, animati all'impresa dal saggio lor podestà Lazzaro di Gherardino Giandone da Lucca. Arrivato il loro esercito sotto Savona, con tal empito e bravura superò le fortificazioni esteriori fatte da quel popolo, che fu astretto ad implorar misericordia. Di là fuggi co' suoi Savoiardi _Amedeo conte_ di Savoia, figliuolo del conte Tommaso. Anche Albenga mandò a capitolare. Frappostisi poi gli ambasciatori di Milano per terminar la discordia che restava fra essi Genovesi e gli Astigiani dall'una parte, e gli Alessandrini e i Tortonesi dall'altra, fatto fu compromesso di quelle differenze nel comune di Milano, il qual poi diede il suo laudo, con poco piacere nondimeno de' Genovesi.

NOTE:

[2887] Antiquit. Ital., Dissert. XLVI, pag. 909.

[2888] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[2889] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[2890] Richardus de S. Germano. Albert. Stadens. Matthaeus Paris. et alii.

[2891] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2892] Abbas Urspergens., in Chron.

[2893] Roland., lib. 2, cap. 8.

[2894] Chronic. Veronense, tom. 8 Rer. Ital

[2895] Gerard. Mauritius, Hist. Antonius Godius, Chronic.

[2896] Annales Vetns. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[2897] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXXVIII. Indizione I.

GREGORIO IX papa 2. FEDERIGO II imperadore 9.

Era forte irritato l'imperador _Federigo_ per la scomunica contra di lui fulminata da papa _Gregorio_, che anche nell'anno presente fu confermata nel giovedì santo, colla giunta di assolvere dal giuramento di fedeltà i di lui sudditi, massimamente quei di Puglia e di Sicilia[2898]. Però studiossi di farne vendetta, e guadagnò sotto mano molti nobili romani, e specialmente i Frangipani, acciocchè fossero per lui contra del papa. Aveano essi per cagion di Viterbo delle liti col medesimo pontefice. Scoppiò la loro congiura nel terzo dì dopo Pasqua, e, sollevatosi il popolo, tali ingiurie ed insolenze commisero, che fu obbligato Gregorio a levarsi di Roma. Andò a Rieti, dove, intendendo che Federigo facea contribuir anche gli ecclesiastici pel passaggio in Terra santa, spedi lettere, con ordine di non pagare un soldo. Passò dipoi a Spoleti, e andò a fissare il suo soggiorno in Perugia. Partorì l'imperadrice _Jolanta_ in quest'anno in Andria di Puglia al marito Augusto un principe maschio, a cui fu posto il nome di Corrado; ma ella stessa morì di quel parto, compianta da tutti. Nell'aprile Federigo, raunati tutti i prelati e i baroni del regno in Baroli, esposta la sua risoluzione di passar oltremare, fece una specie di testamento, in cui dichiarò suo successore ed erede il _re Arrigo_ suo primogenito, e, in mancanza di lui, il secondogenito _Corrado_. Venuto poscia l'agosto, andò a Brindisi, dove era unita la sua flotta, e quivi si imbarcò, ma non con quell'apparato che conveniva ad un par suo ed era stato da lui promesso; e, sciolte le vele al vento, navigò fino ad Accon, ossia Acri, dove finalmente sbarcò. Aveva egli premesso nell'anno addietro Riccardo suo maresciallo con cinquecento cavalieri, ed inviate lettere al soldano, portale dall'arcivescovo di Palermo; e il soldano gli avea mandato in dono un elefante, alcuni cammelli ed altri preziosi regali. Non senza maraviglia dei lettori scrive il Rinaldi[2899] che papa Gregorio IX spedì messi a Federigo per farlo ravvedere; ma ch'egli, più ostinalo che mai, continuò in mal fare, saldo restando nella disubbidienza. Sicchè si considerò delitto in lui non essere andato otre mare, e delitto ancora l'andarvi. Il pretendere Federigo che vera e non finta fosse la sua infermità, e che perciò ingiusta fosse la scomunica, cagione fu ch'egli dispettosamente serrò gli orecchi alle esortazioni del pontefice, e senza voler chiedere assoluzione, cercò di compiere il suo voto. Ora certo è che egli in quest'anno passò verso Terra santa, e vi passò senza avere ottenuta la liberazion dalla scomunica, con lasciare in Puglia e Sicilia Rinaldo, chiamato duca di Spoleti, balio ossia governatore generale del suo regno, siccome persona di cui molto si fidava. Circa questi tempi il popolo romano[2900], uscito in campagna, diede il guasto al territorio di Viterbo, e s'impadronì del castello di Rispampano. Non lasciarono i Viterbiesi di fare anche essi quel maggior male che poterono ai Romani. Andò papa Gregorio nel mese di luglio da Perugia ad Assisi, dove celebrò la canonizzazione di _san Francesco_ istitutor de' minori, e tornossene dipoi a Perugia, dove la presenza sua servì a quetar le civili discordie di quel popolo. Torna poi lo stesso Riccardo da San Germano a parlar all'anno seguente della medesima canonizzazione, come di funzione allora fatta. A quell'anno ancora ne parlano gli Annali antichi di Modena[2901]. Abbiam dal medesimo storico che, lasciato dall'imperador Federigo per governator generale del regno, essendosi ribellati i signori di Popplito, fece esercito contra di loro, e li spogliò di tutte le lor terre. Quindi, o perchè scoprisse che la corte romana tenea mano a quelle ribellioni, oppure facea preparamenti per invadere la Puglia, ovvero per sua propria malignità, o per ordini segreti di Federigo, il quale per altro sostenne col tempo di non aver ciò comandato, se con verità, Dio lo sa; Rinaldo, dico, dall'un canto entrò coll'armi nella marca d'Ancona, e Bertoldo suo fratello fece un'irruzione su quel di Norcia. Udito ciò, papa Gregorio pubblicò la scomunica contra di Rinaldo; e veggendo ch'egli non desisteva per questo dal far progressi nella Marca, essendo giunte le sue armi fino a Macerata, determinò di ripulsar la forza colla forza, e di metter mano all'armi temporali. Inviò dunque contra di Rinaldo _Giovanni re_ di Gerusalemme, unito al _cardinal Giovanni_ dalla Colonna, con un buon esercito di cavalieri e fanti. E perciocchè non bastava a farlo ritirare dagli Stati della Chiesa, mise insieme un'altra armata, alla testa di cui pose Tommaso da Celano e Ruggieri dall'Aquila, già banditi da Federigo, con disegno di portar la guerra nel cuore del regno. Spedì anche a Milano[2902] e all'altre città di Lombardia per aver soldati. I Milanesi gli mandarono cento cavalieri; trenta i Piacentini. Riuscì in quest'anno ad Eccelino da Romano[2903] di prendere con frode il castello di Fonte, cogliendo in esso anche Guglielmo figliuolo di Jacopo da Campo San Pietro. Fattene doglianze a Padova, quel popolo diede all'armi, e col carroccio e con poderoso esercito andò fin sotto Bassano, avendo per lor podestà e capitano Stefano Badoero Veneziano.

Questa mossa di gente fu cagione che la repubblica di Venezia spedisse ambasciatori per trattar di concordia, e che la lite fosse rimessa nel lor consiglio. Fecero istanza i Padovani per riavere il castello, come era di dovere col fanciullo Guglielmo. Eccelino non volle far altro, e convenne che gli ambasciatori se ne tornassero a Venezia malcontenti. Erasi fatto monaco, e facea una vita da ipocrita, Eccelino da Onara, padre del suddetto Eccelino da Romano e di Alberico, con iscoprirsi infine eretico paterino. Questi scrisse tosto ai figliuoli che si accomodassero, perchè non poteano per anche competere colla possanza de' Padovani. Per questo, e per le esortazioni di varii amici, finalmente s'indusse il superbo giovane Eccelino a rilasciare, ma con aria di dispetto, l'occupato castello. Poco appresso, fatto egli cittadino di Trivigi, seppe commuovere quel popolo contra dei vescovi di Feltre e Belluno, in guisa che occupò ad essi quelle piccole città. I Padovani, de' quali erano raccomandati quei vescovi, spedirono ambascerie per distorre i Trivisani da quella oppressione. Poichè ne riportarono solamente delle arroganti risposte, chiamati in aiuto loro il patriarca d'Aquileia ed _Azzo marchese_ d'Este, e formata una bell'armata, marciarono fin sotto le mura di Trivigi, prendendo e saccheggiando varie terre. Finalmente, per interposizione di _Gualla vescovo_ di Brescia, legato della santa Sede, e dei rettori della lega di Lombardia, tanto si picchiò, che i Trivisani restituirono Feltre e Belluno, e tornò la tranquillità in quelle parti. Non così avvenne ai Modenesi[2904]. Perchè essi tenevano la parte dell'imperador Federigo, i Bolognesi fecero un grosso esercito, con cui si unirono i rinforzi spediti dalle città di Faenza, Imola, Forlì, Rimini, Pesaro, Fano, Milano, Brescia, Piacenza, Forlimpopoli, Cesena, Ravenna, Ferrara, Firenze, e da altre città lombarde[2905]. Assediarono essi Bolognesi il castello di Bazzano, che era de' Modenesi, nel dì 4 di ottobre. Presero il castello di Vignola nel dì 10 d'esso mese. Ma qui si fermò la loro fortuna. Uscirono in campagna anche i Modenesi con tutte le forze de' Parmigiani[2906] e Cremonesi. Forzarono alla resa il castello di Piumazzo, e lo distrussero nel dì 14 del mese suddetto. Dopo avere in faccia de' nemici introdotto in Bazzano un buon rinforzo di gente e di viveri, nel dì 15 diedero il guasto al territorio bolognese sino al fiume Reno. Allora i Bolognesi presso Santa Maria della Strada attaccarono una battaglia, in cui fu molta mortalità dall'una parte e dall'altra. Nella Cronichetta di Cremona[2907] è scritto che i Bolognesi furono rotti, e molti prigioni menati a Cremona. Altrettanto ha la Cronica di Parma, da cui ancora impariamo che in tal congiuntura furono liberati molti prigioni modenesi, ed essere durato il combattimento dalla mattina sino alla notte. Finalmente i Bolognesi nel dì 14 di novembre[2908] abbandonarono l'assedio di Bazzano, con lasciar ivi tutte le lor macchine militari. Venne dipoi l'esercito bolognese sino a Castelvetro, e quivi succedette un altro fatto d'armi in cui di nuovo ebbe la peggio, e i Modenesi condussero molti prigioni alla loro città. In quest'anno[2909] parimente _Bonifazio marchese_ di Monferrato cogli Astigiani fece guerra agli Alessandrini e al popolo di Alba, aiutato con gente e danaro dai Genovesi. Colla mediazione de' Milanesi si quetò quella discordia.

NOTE:

[2898] Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Richardus de S. Germano, in Chron.

[2899] Raynald., Annal. Eccl.

[2900] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2901] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[2902] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 261.

[2903] Roland., Chron., lib. 2, cap. 9.

[2904] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.