Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 91
ONORIO III papa 4. Vacante l'imperio.
L'assedio di Damiata, fortissima ed importante città nell'Egitto, terminato fu in quest'anno dopo immense fatiche col costo d'infinito sangue di popolo battezzato, dall'esercito de' crociati, colla presa di quella città in faccia all'innumerabil esercito di Corradino sultano de' Saraceni nel dì cinque di novembre[2790]. Riempiè questa nuova d'immenso gaudio tutta la cristianità, e un tal acquisto produsse un incredibil tesoro e bottino a tutta quell'armata di cristiani. Racconta Godifredo monaco[2791] una particolarità confermata dall'Urspergense[2792], cioè che il sultano, per non perdere così cara città, aveva esibito ai cristiani di restituir loro il legno della vera croce, tutti i prigionieri, e di somministrar le spese per rimettere in piedi le mura da lui smantellate di Gerusalemme. _Insuper regnum hierosolymitanum totaliter restitueret, praeter Craccum, et Montem regalem, pro quibus retinendis tributum obtulit, quamdiu tregua duraret_. Ma il legato pontificio, i templari, ed altri rigettarono sì bella esibizione, spacciandola per una illusione e furberia del sultano; e sostenendo che quelle due sole fortezze erano bastanti ad inquietare continuamente Gerusalemme. Insomma stabilirono di voler prima conquistar Damiata, e poscia far trattato col sultano. Damiata fu presa, e niun trattato si fece dipoi. Non lasciava intanto papa _Onorio_[2793] di sollecitare il _re Federigo II_ ad eseguire il voto della croce da lui presa, per portare soccorso ai cristiani militanti in Egitto. Ed egli colle più belle lettere del mondo rispondeva di essere tutto acceso di voglia d'impiegar colà le sue forze in pro della cristianità, e il buon papa se lo credeva. La vera intenzione di Federigo, siccome col tempo si venne a conoscere era di cavar dalle mani del romano pontefice la corona dell'imperio: al che appunto egli arrivò nell'anno seguente, per quanto si vedrà. Nè voglio tacere che, per testimonianza di Jacopo da Vitry[2794], cardinale e scrittore contemporaneo, il mirabil servo di Dio san Francesco d'Assisi fu all'assedio di Damiata, ed ebbe coraggio di passare all'udienza del sultano, che, deposta la sua fierezza, l'ascoltò predicare della fede di Cristo. Ma veggendo il santo che niun frutto faceano le prediche sue con quegl'indurati Maomettani, se ne tornò in Italia. Crebbe in quest'anno la rottura fra i nobili e il popolo di Piacenza[2795], di maniera che toccò ai primi di uscire dalla città con tutte le loro famiglie. Ritiraronsi essi a Podenzano, dove, creato il loro podestà, cominciarono ad impedire che i contadini del distretto non andassero al mercato di Piacenza.
Fecero pace in quest'anno i Bolognesi[2796] col popolo di Pistoia. È da vedere il Sigonio[2797] che minutamente descrive gli atti di queste due città in occasione di questa pace. Durando ancora le nemicizie de' Faentini contra degl'Imolesi, i primi, assistiti dal popolo di Bologna, ostilmente procederono contro Imola. Mentre davano il guasto al paese, sopravvennero _Jacopo vescovo_ di Torino e _Guglielmo marchese_ di Monferrato, che andavano ambasciatori del re Federigo a Roma. Questi intimarono al podestà di Bologna di non molestar il popolo d'Imola, e di restituire il maltolto. Mostrò il podestà di non credere ch'essi fossero ministri di Federigo, al quale per altro tutto il popolo bolognese professava riverenza. Andò nelle smanie il vescovo, e, dopo aver messa Bologna al bando dell'imperio, in fretta se ne andò con Dio. Furono poi rimesse quelle differenze degl'Imolesi e Faentini nel medesimo podestà di Bologna. Nell'anno seguente capitato ad essa città di Bologna Anselmo da Spira legato di Federigo, avendolo i Bolognesi unto con unguento di mirabil efficacia, furono da lui assoluti. Era il marchese di Monferrato non solamente per vincolo di parentela, ma per affetto e per comunione d'interessi, attaccatissimo al re Federigo. Ed appunto racconta Benvenuto da San Giorgio[2798] che in quest'anno egli ottenne da esso re quattro castella situate sulle rive del Po, con diploma, che vien rapportato dal medesimo storico, dato _apud Spiram anno MCCXIX, nono kalendas martii, Indictione VII_. Ma forse circa questi tempi una fiera scossa patì l'insigne casa dei marchesi di Monferrato, perchè _Demetrio_ fratello del suddetto Guglielmo marchese, re di Tessalonica, ossia di Salonichi, e della Tessalia, fu dal greco _Teodoro Lascari_ spogliato di quel regno, e gli convenne tornare in Italia, e ricoverarsi nell'avito suo paese. Fra esso marchese Guglielmo e Andrea Delfino conte di Vienna e di Grenoble passarono delle controversie a cagione del castello e borgo di Brianzone. Furono queste nell'anno presente composte con aver data il marchese _Beatrice_ sua figliuola in moglie al Delfino, ed assegnatagli in dote quella terra. Da ciò si può arguire quanto ampiamente si stendesse allora il dominio de' marchesi di Monferrato, da' quali si diramarono senza fallo i marchesi di Saluzzo.
NOTE:
[2790] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Bernardus Thesaurar., tom. 7 Rer. Ital. Monachus Patavinus, et alii.
[2791] Godefridus Monachus, in Chron.
[2792] Abbas Urspergens., in Chron.
[2793] Raynaldus, Annal. Eccl.
[2794] Jacobus de Vitriaco, Hist. Orient.
[2795] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2796] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[2797] Sigonius, de Regno Ital., lib. 16.
[2798] Benvenut. de S. Giorgio, Stor. del Monferr., tom. 23 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXX. Indizione VIII.
ONORIO III papa 5. FEDERIGO II imperadore 1.
Con lettere efficacissime andava più che mai _papa Onorio_ spronando il _re Federigo_ alla spedizione di Terra santa, e al compimento del voto suo[2799]; e Federigo, che sapeva, quantunque giovane, tutta la quintessenza dell'astuzia, ne scriveva delle altre al papa le più rispettose, le più affettuose che mai si potessero immaginare, adducendo scuse e promettendo gran cose. Scrisse ancora lettere adulatorie al senato e popolo romano, coll'avvertenza di esortarli alla ubbidienza dovuta al sommo pontefice, al quale già notammo che avevano recato dei disgusti, e data occasione di ritirarsi fuor di Roma. Il ritardo di Federigo in Germania, a cui per altro un'ora parea mille anni di venire in Italia a ricevere la sospirata corona imperiale, proveniva dai maneggi ch'egli andava facendo per l'elezione del _re Arrigo_ suo figliuolo in re de' Romani e di Germania. E li faceva senza farne consapevole il papa, e senza ricercarne il di lui consenso, con aver poi con varie mendicate ragioni scusato il suo procedere. Seguì in fatti l'elezione suddetta, e Federigo fece credere al pontefice d'averne sospesa l'esecuzione, finchè questa venisse approvata dalla santa Sede. Sbrigato da così importante affare mosse Federigo di Germania, e con un fiorito esercito giunse a Verona, da dove nel dì 15 settembre spedì nuove lettere al papa. Se vogliam prestar fede a Galvano Fiamma[2800], fece istanza ai Milanesi per la corona di ferro. Essi gliela negarono. Più probabile è che, conoscendo il lor animo, risparmiasse a sè stesso un tale affronto. Essendo egli in San Leone vicino a Mantova _quintodecimo kalendas octobris_, diede un diploma in favore di _Azzo VII marchese d'Este_, comandando al popolo di Padova di non inquietare il marchese nel pacifico possesso e dominio d'Este, Calaone, Montagnana, e degli altri antichi Stati della casa d'Este[2801]. Passato dipoi per Modena e Bologna, di là nel dì 3 d'ottobre scrisse altre lettere al medesimo papa, tutte infiorate delle solite proteste dell'ingrandimento temporale della Chiesa romana, della filiale ubbidienza, e di altre tenerezze, che poco costano alla penna. Il pontefice, a cui forte premeva oltre all'altre cose solite promettersi dai novelli Augusti, che il regno di Sicilia e di Puglia, se si conferiva la corona dell'impero a chi ne era padrone, non venisse ad incorporarsi nello stesso imperio con danno esorbitante della Chiesa romana; ed inoltre sommamente desiderava che il nuovo imperadore impiegasse le forze sue in soccorso della cristianità in Egitto, o in Soria, volle prima assicurarsi di questi due punti. Federigo non vi fece difficoltà veruna. Però, continuato il viaggo, felicemente giunse a Roma, dove nel dì 22 di novembre fu solennemente coronato imperadore insieme con _Costanza_ sua moglie nella basilica di san Pietro per mano di papa Onorio, con gran concorso e pace del popolo romano. Nello stesso giorno il nuovo imperador Federigo[2802] pubblicò nel Vaticano un famoso editto contro gli eretici manichei ossia patarini, che allora quasi per tutte le città di Italia, o pubblicamente o segretamente viveano, e similmente in favore della libertà degli ecclesiastici. Fece dono di qualche Stato alla Chiesa romana, e le restituì i beni della contessa Matilda. Alberico monaco[2803] vi aggiugne una particolarità: cioè ch'egli _papam per manum validam Romani introduxit, jam ab ea per septem menses exclusum, et Romanos eidem reconciliavit_. Per conto dell'impresa di Terra santa, di nuovo prese la croce dalle mani di _Ugolino cardinale_ vescovo d'Ostia, con obbligarsi di spedire nel prossimo venturo marzo un gagliardo soccorso ai crocesignati, e di passar fra pochi mesi anche egli in Palestina, allegando di non poter farlo allora, perchè avea dei ribelli in Puglia, e i Saraceni in Sicilia da domar prima. Nel dì 26 di novembre si trovava Federigo tuttavia presso Roma, dove confermò i privilegii ad _Arrigo vescovo_ di Bologna, ciò apparendo dal diploma rapportato dal Ghirardacci[2804]. Passò dipoi a San Germano, magnificamente accolto ivi da Pietro abbate di Monte Casino[2805]. _Mensam Campsorum, et jus sanguinis, quod usque tunc habuerat concessione imperatoris Henrici ecclesia casinensis, recipit ab eodem_. Crede il padre abbate Gattola[2806] che Federigo confermasse questi due diritti all'insigne monistero casinense. Voglia Dio che Riccardo non dica il contrario: cioè che il primo regalo fatto da Federigo II ai Casinensi non fosse quello di levar loro quel gius. Così seguita a scrivere Riccardo, che esso Augusto tolse ed uni al dominio regale Suessa, Teano e la Rocca di Dragone, che godeva il conte Ruggieri dall'Aquila. Poscia s'incamminò a Capoa, dove in un gran parlamento pubblicò le assise, cioè venti costituzioni pel buono stato e governo del regno, e formò la _corte capuana_.
Abbiamo dai Continuatori di Caffaro[2807] che, saputasi dai Genovesi l'arrivo in Italia di Federigo, gli spedirono Rambertino dei Bonarelli da Bologna lor podestà, con molti nobili, sperando di riportarne molti vantaggi, per le larghe promesse lor fatte con varie lettere da esso principe. Il trovarono fuor di Modena, il seguitarono fino a Castel San Pietro, dove, sfoderati i lor privilegii, il supplicarono per la conferma d'essi. Appena volle egli confermar una parte di quello che apparteneva all'imperio, scusandosi di nulla poter concedere intorno al regno di Sicilia, se non dappoichè fosse giunto colà, e promettendo, secondo il suo solito, di voler far molto: il che come fosse ben eseguito lo vedremo in breve. Voleva che i Genovesi l'accompagnassero alla coronazion romana; ma se ne sottrassero questi con allegare di non poter farlo senza licenza del consiglio di Genova, e di non aver mai usato il loro popolo d'inviare a quella funzione. Così, ottenuto il congedo, malcontenti se ne tornarono a casa. Per la guerra che durava fra i Reggiani e Mantovani, in quest'anno[2808] i primi, avendo in aiuto i Parmigiani e Cremonesi, andarono all'assedio del castello di Gonzaga, tenuto dai Mantovani. In vigor della lega contratta coi Mantovani, in soccorso d'essi volarono i Modenesi. Portò la buona sorte che l'arcivescovo di Maddeburgo, legato dell'Augusto Federigo, arrivò a Modena, dove, chiamati con plenipotenza i deputati di amendue le città, facendo valere la sua autorità, stabilì pace fra loro. Abbiamo parimente dall'antica Cronica di Reggio[2809] che in quest'anno nel dì 16 di giugno uniti insieme i Mantovani, Veronesi, Ferraresi e Modenesi, presero il castello del Bondeno, probabilmente ai Reggiani, il distretto de' quali una volta si stendeva fino colà. Circa questi tempi[2810] il popolo di Trivigi diede il guasto alle diocesi di Ceneda, Feltre e Belluno, ed uccise i vescovi delle due ultime città. Per l'atrocità di questi fatti il pontefice Onorio fulminò le censure contra di loro, e li minacciò di peggio, se nel termine di un mese non riparavano i danni e restituivano l'ingiustamente occupato. Erano que' vescovi padroni delle loro città. A tali notizie una altra ne aggiugne Rolandino[2811] storico padovano: cioè che i Veneziani per timore che i Trivisani si unissero co' Padovani, co' quali seguitava tuttavia la nimicizia, nata nella congiuntura del giuoco di Triviso, fecero lega con essi Trivisani. Ciò saputosi da _Bertoldo patriarca_ d'Aquileia (giacchè anch'egli si sentiva maltrattato da essi Trivisani), per avere un buon appoggio, in quest'anno elesse di farsi cittadino di Padova, e di giurare di far quello che facessero i Padovani: al qual fine mandò a fabbricare a sue spese alcuni bei palagi in Padova. Servì l'esempio suo, perchè i vescovi di Feltre e di Belluno prendessero anch'essi la cittadinanza di Padova. Infatti, avendo il popolo di Trivigi in quest'anno portata la guerra ad alcune terre del patriarca, i Padovani, usciti in campagna coll'esercito loro, si portarono sotto Castelfranco terra di Trivigi: e questo sol movimento bastò a far tornare i Trivisani di galoppo a casa. Andò in quest'anno il popolo di Piacenza[2812] oltre al fiume Trebbia, e bruciò Campo Maldo di sotto, che era de' nobili fuorusciti. S'attrupparono, a tal avviso, i nobili, e raggiunti i popolari vicino alla Trebbia, li misero in isconfitta. Molti se ne affogarono nel fiume; circa seicento fanti rimasti prigioni, furono condotti, parte nelle carceri di Fiorenzuola, parte in quelle di Castello Arquato.
NOTE:
[2799] Raynald., Annal. Eccl.
[2800] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 254.
[2801] Antichità Estensi, P. I, cap. 41.
[2802] Godefr. Monach. Richardus de S. Germano. Monach. Palavinus, Chronicon. Austral et alii.
[2803] Albericus Monachus, in Chronic.
[2804] Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 5.
[2805] Richardus de S. Germano.
[2806] Gattola, Access. ad Istor. Casinens., P. I.
[2807] Caffari, Annal. Genuens., lib. 5, tom. 6 Rer. Ital.
[2808] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[2809] Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[2810] Raynald., in Annal. Eccles.
[2811] Roland., Chron., lib. 2, cap. 1.
[2812] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXXI. Indizione IX.
ONORIO III papa 6. FEDERIGO II imperadore 2.
Un gran passaggio di cristiani si fece nella primavera di quest'anno alla volta della conquistata Damiata. Per attestato di Jacopo da Vitry[2813], cardinale e vescovo di Accon, ossia di Acri, vi arrivarono fra gli altri _Arrigo da Settala_ arcivescovo di Milano, e i vescovi di Faenza (come ha Bernardo il Tesoriere[2814], e non già di Genova, come il Vitry), di Reggio e di Brescia. Vi giunsero ancora i legati dell'imperador Federigo, portando nuove ch'egli in persona verrebbe. _Aderat et Italiae militia copiosa_. Noi sappiamo dall'annalista Rinaldi[2815], che papa _Onorio III_ cominciò a far di gravi doglianze contra dell'imperador Federigo, perchè non avesse adempiuta la promessa di mandar un gagliardo soccorso ai cristiani guerreggianti in Egitto. Ma certa cosa è ch'egli con buon animo fin qui soddisfece all'impegno preso col papa; perciocchè spedì colà una flotta di quaranta galee ben armate[2816], sotto il comando di _Arrigo conte_ di Malta, il più bravo e sperimentato capitano di mare che allora ci fosse, accompagnato da Gualtieri di Palear suo gran cancelliere. Non so io dire se in questo stuolo sieno comprese otto galee condotte dal conte Matteo di Puglia, che Jacopo da Vitry e Bernardo Tesoriere scrivono esser giunte di luglio a Damiata, dopo aver preso in viaggio due navi corsare de' Saraceni. Sembra ancora ch'egli somministrasse legni pel trasporto del duca di Baviera, che, affrettato da esso Augusto, con gran copia di nobiltà e di soldatesche della Germania approdò a Damiata. Era già insorta discordia, specialmente per la signoria di Damiata, soffiando l'interesse e l'ambizione nel cuor di molti, più che l'amor della religione, fra _Giovanni re_ di Gerusalemme e _Pelagio_ Portoghese, cardinale, vescovo d'Albano e legato pontificio, uomo testardo, a cui viene da alcuni attribuita la rovina degli affari della cristianità in Oriente. Prese il re alcuni pretesti, e si ritirò ad Accon; e intanto il legato scomunicò i di lui aderenti. Trovandosi poi questo legato con una sì fiorita armata, che Godifredo monaco[2817] fa ascendere a quasi dugento mila persone, ma che di gran lunga minore vien asserita da altri, non volendo stare in ozio, propose di far qualche grande impresa. Trovò che le milizie non si volevano muovere senza avere alla testa un generale di sperienza, cioè il suddetto re Giovanni, parendo loro che un cherico, benchè d'altissima dignità, non fosse atto a maneggiar il baston del comando. Perciò il legato fu costretto a pregare il re che tornasse, promettendo di pagargli cento mila bisanti che gli dovea. Venuto il re, e tenutosi consiglio di guerra, fu egli di parere che si avesse da andare a dirittura a rifabbricar Gerusalemme, e a riacquistar quel regno: cosa allora facile, e che avrebbe potuto agevolar dipoi altre conquiste in Egitto[2818]. Il legato, che si credea miglior mastro di guerra, volle nel mese di luglio che si marciasse alla volta del Cairo, città capitale dell'Egitto. Il sultano non lasciò in questi tempi di far nuove proposizioni di pace, se gli si restituiva Damiata, con offerire la restituzion de' prigioni e del regno di Gerusalemme, a riserva della fortezza del Krach, e di pagar le spese per la riparazion delle smantellate città, e una tregua di trenta anni. Tutta l'armata cristiana acconsentiva; il solo legato Pelagio ruppe il trattato, e volle guerra. Gotifredo monaco e Bernardo Tesoriere ci assicurano di questo fatto. Finiamola con dire, che, inoltratasi l'armata de' crociati, il sultano le tagliò la strada per cui da Damiata aveano da venir le vettovaglie, ed aprì varie bocche del Nilo, che maggiormente ristrinsero i Cristiani, di maniera che affamati, e senza modo di uscire di quel labirinto, necessitati furono a chieder pace al Saraceno. Per ottenerla convenne cedere Damiata colla vicendevol restituzion de' prigioni. Tale esito ebbe l'ostinazion del legato: dopo di che di male in peggio andarono da lì innanzi gli affari di Terra santa. A nulla servì in tal occasione la flotta spedita a Damiata dall'imperador Federigo, ossia perchè, siccome ha il Continuator di Caffaro, non sapendo l'esercito cristiano l'arrivo di essa, non se ne prevalse; oppure perchè i Saraceni le impedirono il poter continuare il viaggio pel Nilo. Quel che è certo (e l'abbiamo da Riccardo da San Germano), il gran cancelliere _Gualtieri vescovo_ di Catania, ed _Arrigo conte_ di Malta, condottieri della medesima, per giusto timore d'essere gastigati dall'Augusto Federigo, l'uno, cioè Gualtieri, se ne fuggì a Venezia, dove poi terminò i suoi giorni; e l'altro, cioè Arrigo, tornato in Sicilia, e preso, restò spogliato della sua contea di Malta. Ma il suddetto Continuatore degli Annali di Genova scrive che egli perdè Malta solamente nell'anno 1223, per sospetti d'intelligenza coi Saraceni di Sicilia ribelli. Oltre di che, il troveremo all'anno 1227 di nuovo in grazia di Federigo.
Attese in quest'anno esso imperadore a vendicarsi di chi in Puglia avea prese l'armi contra di lui, o veniva da lui creduto indebito possessor de' suoi Stati. Levò Sora ed altri luoghi a _Riccardo_ fratello d'_Innocenzo III_, con pretendere che esso Innocenzo nel tempo della di lui fanciullezza avesse abusato della sua autorità in danno di lui. Non meritava papa Innocenzo un trattamento sì fatto ne' suoi parenti, dopo aver tanto operato per sostener Federigo fanciullo in Sicilia, e per fargli ottenere il regno di Germania: il che fu un sicuro gradino alla corona dell'imperio. Obbligò Federigo parimente _Stefano cardinale_ di Santo Adriano a rilasciar la rocca d'Arce. Spogliò delle lor terre _Tommaso conte_ di Celano e il conte di Molise. Ricuperò Boiano, e, ad istanza de' Tedeschi, rimise in libertà il _conte Diopoldo_, ma con torgli Alife, Caiazzo ed Acerra. Di quest'ultima città investì Tommaso conte d'Aquino, con dichiararlo ancora gran giustiziere della Puglia. Scrivono inoltre alcuni che fece morir qualche vescovo stato in addietro ribello. Certamente con varie pene li maltrattò. Ora tanti baroni abbassati tutti si riducevano a Roma, con far ivi di gravi doglianze al papa contra di Federigo, il quale all'incontro si lamentava del pontefice[2819], perchè faceva buon accoglimento a chiunque era in disgrazia sua. Il papa infatti cominciò, o pur seguitò maggiormente ad alterarsi contra di lui; ed imputando a lui tutte le disgrazie succedute in Oriente, uscì in questo medesimo anno in minaccie di scomunica, se egli non dava compimento al voto di Terra santa. Dopo aver disposte le cose di Puglia, passò poi Federigo in Sicilia, e tenuto in Messina un general parlamento del regno, pubblicò ivi alcuni regolamenti pel buon governo d'esso. Per far pruova i Genovesi di che metallo fossero le belle promesse lor fatte nell'anno precedente[2820], spedirongli nel presente per loro ambasciatori Oberto da Volta, Sorlaone Pevere e Uberto da Novara. La ricompensa de' tanti servigii a lui prestati, fu, ch'egli tolse loro e al conte alemanno lor vassallo il possesso e il governo di Siracusa; li spogliò del palazzo di Margaritone, già grande ammiraglio, donato ai medesimi tanti anni prima; e gli obbligò a pagare, al par degli altri, tutti i diritti delle dogane per l'introduzione ed estrazione di merci; dimodochè se ne tornarono a Genova, non so se bestemmiando, certo non benedicendo la generosità di questo imperadore. E di questo passo camminava Federigo, chiudendo gli occhi e le orecchie a tutto, purchè ben assodasse la sua potenza in Sicilia, ed impinguasse l'erario suo. Ch'egli in quest'anno venisse a Genova, lo scrisse bensì il Sigonio[2821], ma non colla sua solita accuratezza. Il Continuator di Caffaro parla della di lui venuta a Genova nell'anno 1212, e non già d'un'altra nell'anno presente, in cui egli non si mosse dal regno. Erasi ribellata la città di Ventimiglia ai Genovesi negli anni addietro. Con potente oste procederono essi in questo anno contra di quel popolo, il quale venne bensì all'ubbidienza, ma nel dì seguente si rivoltò. Fecero i Genovesi delle mirabili fortificazioni intorno a quella città; e, lasciatala da ogni intorno bloccata, ridussero a casa l'esercito. L'anno fu questo, in cui, secondo Galvano dalla Fiamma[2822], cominciò la discordia a spargere il suo veleno fra i nobili e popolari della città di Milano. Nascevano tutte queste civili divisioni nelle città libere d'Italia dall'ambizione, ossia dal soverchio desiderio degli onori. Aveano i popolari la lor parte nel governo, nè sapeano sofferire che i nobili ambissero i migliori uffizii, le ambascerie ed altri posti o più onorevoli o più lucrosi. Quindi le doglianze, e infine si dava di piglio all'armi. Non potendo resistere i nobili alla possanza degli avversarii, convenne loro uscir della città colle lor famiglie. Ma non già ne usci l'arcivescovo _Arrigo da Settala_, come scrive il suddetto Fiamma, perchè noi l'abbiam veduto in questi tempi crocesignato in Damiata.