Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 90

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Avea _Aldrovandino marchese_ d'Este colla prudenza, col valore e colla liberalità ridotta quasi tutta in suo potere la marca d'Ancona[2742]. Ma nel più bel fiore dell'età sua la morte il rapì, con essersi creduto che i conti di Celano trovassero la maniera di farlo attossicare. Fu questo un colpo di sommo svantaggio alla casa d'Este, perchè di maschi non restò in essa se non _Azzo VII_ marchese d'Este, che cominciò ad appellarsi anche marchese d'Ancona; ma in tenera età, nè capace per anche di gareggiar co' suoi maggiori nelle imprese che esigono gran cuore e senno. Conservò egli bensì gli Stati suoi aviti di Este, Rovigo e dell'altre terre poste in un felicissimo paese; ma da lì a qualche anno venne meno la sua autorità in Ferrara, perchè troppo vi crebbe quella del ghibellino Salinguerra, siccome dirò a suo tempo. Seppe questo volpone nell'anno presente con sì buone parole e promesse entrare in grazia di papa Innocenzo (probabilmente dopo la morte del marchese Aldrovandino), che ottenne da lui l'investitura delle terre che già furono della contessa Matilda, ne' vescovati di Modena, Reggio, Parma, Bologna ed Imola, con obbligarsi a servire in campagna coll'armi al pontefice. L'atto e giuramento suo, prestato nel dì 7 di settembre, si legge negli Annali ecclesiastici del Rinaldi[2743]. Andando innanzi, vedremo la fedeltà di costui ai sommi pontefici. Fu cagione la discordia insorta fra i Padovani e Veneziani, che i primi in quest'anno[2744] passassero con grandi forze e preparativi verso Chioggia, ed imprendessero l'assedio della torre di Baiba in tempo di autunno. Sopravvennero tali pioggie, che furono obbligati a ritirarsi. Diedero loro alla coda i Chioggiotti e Veneziani, e presero molti uomini, e non poco del loro equipaggio. Assediarono anche i Reggiani coi Cremonesi nell'anno presente il castello di Gonzaga, che era dei Mantovani[2745]. Ricorsero questi all'aiuto de' Veronesi, che non mancarono di uscire in campo con loro. La venuta di questa armata fece risolvere gli assedianti ad una pronta ritirata. Secondochè abbiamo da Ricordano Malaspina[2746], per morte data in Firenze a Buondelmonte de' Buondelmonti, entrò in quella città la divisione, e chi tenne alla parte dei Guelfi, e chi a quella de' Ghibellini. Ricordano fa un catalogo delle nobili famiglie che abbracciarono chi questa e chi quella fazione. Scrive Galvano Fiamma[2747] essere entrati ancora in questo anno i Milanesi ostilmente nella Lomellina de' Pavesi, con prendere per forza Garlasco, e menar via gran quantità di bestie e mobili. Aggiugne, che, avendo essi fatta lega con _Tommaso conte_ di Savoia, il quale personalmente venne con mille cavalli in loro aiuto, si portarono all'assedio di Casale di Sant'Evasio, terra nobile, che, venuta in loro potere nel dì 20 d'agosto, per aderire alle preghiere del popolo di Vercelli, fu da essi disfatta da' fondamenti. Andarono poscia anch'essi in favor d'esso conte nel Piemonte, ed obbligarono il marchese di Pimasio (se pure non è scorretto questo nome) a cercar accordo col conte di Savoia. Scrive il Sigonio[2748] che questo marchese fu quello di Monferrato. Mancò di vita nel giugno dell'anno presente, e non già nel precedente, come lasciò scritto Galvano Fiamma, _Sicardo_, uno de' più riguardevoli vescovi di Cremona, di cui è restata una Cronica[2749] da me data alla luce.

NOTE:

[2738] Abbas Ursperg., in Chron., Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae. Richard. de S. Germano, et alii.

[2739] Labbe, Concilior., tom. 11, P. I.

[2740] Godefridus Monachus, in Chron.

[2741] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2742] Roland., lib. 4, cap. 15. Monachus Patavinus, in Chron.

[2743] Raynaldus, in Annal. Eccles. ad hunc ann., num. 39.

[2744] Roland., lib. 1, cap. 14.

[2745] Paris. de Cereta, tom. 8 Rer. Ital.

[2746] Ricordano Malaspina, Istor., cap. 104.

[2747] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 104.

[2748] Sigonius, de Regno Ital., lib. 16.

[2749] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXVI. Indizione IV.

ONORIO III papa 1. OTTONE IV imperadore 8.

Le premure d'_Innocenzo III_ papa pel soccorso di Terra santa erano incessanti. Conoscendo egli quanto potesse influire al bene di quegli affari la potenza de' Genovesi e Pisani, provveduti di tanti legni e gente brava specialmente in mare[2750], si doleva forte della discordia e guerra che da tanti anni bolliva fra queste due nazioni. Determinò dunque di portarsi in persona in sito, dove potesse trattar di pace fra loro. Ma pervenuto a Perugia, quivi cadde malato, e l'infermità fu sì grave, che il rapì da questa vita nel dì 6 di luglio dell'anno presente. Mancò in lui uno de' più abili e gloriosi pontefici che sieno seduti nella cattedra di san Pietro: gran giurisconsulto, gran politico, che all'esperienza grande da lui mostrata nel governo spirituale aggiunse l'ingrandimento temporale della Chiesa romana, con procurar nello stesso tempo quello de' suoi parenti. Ma a questo insigne pontefice non mancarono censure, facili ad uscir della penna di chi si consiglia colla propria passione ed interesse. Ai grandi avvenimenti che furono sotto il suo pontificato, tra' quali specialmente è da riporre l'essere caduta in mano de' Latini la città di Costantinopoli con buona parte del greco impero, si dee aggiugnere la nascita di due insigni ordini religiosi, che illustrarono poi e tuttavia illustrano la Chiesa di Dio, cioè de' Predicatori, istituito da San Domenico, e dei Minori, fondato da san Francesco d'Assisi. Ci son di quelli che li credono confermati dal medesimo papa Innocenzo III; il che non mi sembra ben fondato. Nell'universale concilio lateranense IV, tenuto nel precedente anno, fu stabilito così al capo tredicesimo[2751]: _Nenimia religionum diversitas gravem in Ecclesia Dei confusionem inducat, firmiter prohibemus, ne quis de cetero novam religionem inveniat. Sed quicumque voluerit ad religionem converti, unam de approbatis assumat_. Però è ben vero che sotto Innocenzo ebbe principio l'uno e l'altro di questi due ordini sì benemeriti della Chiesa[2752], ma quello de' Predicatori non ebbe bisogno di conferma, perchè San Domenico scelse la regola de' canonici regolari, e per molto tempo que' religiosi ritennero il nome di canonici, assumendo col tempo quello di Predicatori. L'altro de' Minori, in considerazione della mirabil vita del suo istitutore, e delle sante sue regole, fu veramente approvato da papa _Onorio III_, del quale ora son per parlare. In luogo dunque del defunto _Innocenzo III_ fu nel seguente giorno eletto sommo pontefice Cencio cardinale de' santi Giovanni e Paolo, di nazione Romano, che, secondo le mie conghietture, quel medesimo fu che ci ha lasciato il libro de' censi della Chiesa romana, da me dato alla luce[2753]. Assunse il nome di _Onorio III_, pontefice anche egli di gran vaglia[2754], il quale fu poi consecrato nel dì 11 d'agosto. E perciocchè tuttavia durava la guerra de' Milanesi e Piacentini contra de' Pavesi, senza voler ascoltare consigli di pace, esso pontefice, in vigore di un decreto del suddetto concilio lateranense, scomunicò di nuovo i rettori di Milano e Piacenza, e pubblicò l'interdetto in quelle città. Diede ancora in governo al comune di Modena alcune delle terre, delle quali Salinguerra era stato investito dal suo predecessore.

Determinò in quest'anno il _re Federigo II_ di chiamare in Germania l'unico suo figliuolo _Arrigo_, già dichiarato re di Sicilia, benchè fosse in tenera età, per ottenergli l'amore de' principi tedeschi, e forse anche per sospetto di qualche rivoluzione in Sicilia, durante la sua lontananza. Venne da Palermo questo fanciullo re, accompagnato dall'arcivescovo di Palermo, sino a Gaeta per mare. Ch'egli passasse per la Toscana e per Lucca, si può arguire dagli Atti del comune di Modena da me pubblicati[2755]. Imperciocchè Frogieri podestà di Modena cogli ambasciatori d'essa città, cioè con Gherardo Rangone, Aldeprando Pico ed altri, andò a riceverlo con un corpo d'armati sino allo spedale di San Pellegrino, che era l'ultimo luogo della giurisdizione di Modena, e condottolo per le montagne sino al ponte di Guiligua, il consegnò ivi agli ambasciatori di Reggio e di Parma. Anche la _regina Costanza_ sua madre per altra via s'incamminò verso la Germania. Le Croniche di Bologna[2756] e di Reggio[2757] attestano ch'ella passò per quelle città nell'anno presente. Riccardo da San Germano[2758] differisce l'andata sua sino all'anno 1218. Abbiamo poi da esso Riccardo che in quest'anno _Diopoldo duca_ di Spoleti, volendo passare travestito a cavallo di un asino in Puglia, tradito e scoperto, fu preso in vicinanza del Tevere, e consegnato al senatore di Roma, che il mise in prigione. L'onnipotente forza della pecunia servì poscia a liberarlo. Per quanto s'ha da Galvano Fiamma[2759], in quest'anno i Milanesi irritati per le censure pontificie, pretendendo che fossero nulle od ingiuste, maggiormente esercitarono la rabbia loro contra de' Pavesi. Presero e distrussero varie loro castella; misero l'assedio ad Arena (non già ad Arona, come sta scritto nel testo del Sigonio[2760]), ma non poterono averla. Tornarono anche a spogliar la Lomellina. Tace poi questo autore ciò che si legge nella Cronichetta di Cremona[2761]: cioè che il popolo cremonese, collegato de' Pavesi, neppur egli stette colle mani alla cintola in questi tempi. Col guasto e col fuoco distrusse le terre de' Milanesi e Cremaschi ne' contorni dell'Adda. Lo stesso danno recò a un tratto del Piacentino. Prese e smantellò Ponte Vico: se pure non è scorretto questo nome. Azzuffatosi poi l'esercito loro con quel dei Piacentini presso a Montile fra Ponte Vico e Piacenza, lo sconfisse, e molti prigioni condusse a Cremona. Gelò sì forte in quest'anno il Po, che le carra e le bestie vi passavano sopra, e seccarono perciò le viti. La Cronica di Piacenza[2762] conferma il danno recato da' Piacentini e Milanesi collegati al distretto di Pavia, coll'incendio di molte castella, e soggiugne in fine: _Eodem anno fuit praelium de Pontenurio_. Questa battaglia di Pontenura è spiegata dalla Cronica di Parma[2763]. Ivi dunque si legge che l'oste parmigiano andò sino a Ponte Nura sul Piacentino, e vi si fece una baruffa colla peggio d'essi Piacentini. Poscia nel dì 30 di settembre ebbero battaglia i Parmigiani con parte de' Piacentini, Lodigiani, Cremaschi e Milanesi vicino al medesimo ponte verso Fontana, e fecero molti prigioni: al qual combattimento intervennero pochi Cremonesi. Nelle Croniche di Bologna[2764], di Reggio[2765] e Cesena[2766] è scritto che in quest'anno nel dì 14 di giugno ebbero i Cesenati dai Riminesi una mala percossa, con lasciare in man loro mille e settecento prigionieri. Implorato l'aiuto dei Bolognesi, due mesi dappoi questi con grande sforzo di gente, rinforzati anche dalla cavalleria e dagli arcieri di Reggio, assediarono il castello di Sant'Arcangelo per sei settimane. La Cronica Bolognese racconta che lo presero per forza, con dare il guasto a tutto il paese intorno. Di questo acquisto non parla la Cronica di Reggio, più antica dell'altra, e neppur gli Annali di Cesena. Quel che è certo, costrinsero i Riminesi a rendere tutti i prigioni. Non par già certo che i Cesenati allora promettessero ubbidienza al comune di Bologna.

NOTE:

[2750] Martin. Polonus, Chron. Pontific.

[2751] Labbe, Concilior., tom. 11.

[2752] Antiquit. Ital., Dissert. LXV.

[2753] Antiquit. Ital., Dissert. LXIX.

[2754] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[2755] Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[2756] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.

[2757] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[2758] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2759] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 248.

[2760] Sigon., de Regn. Ital., lib. 16.

[2761] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.

[2762] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2763] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.

[2764] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[2765] Memoriale Potest. Regiens., tom. 3 Rer. Italic.

[2766] Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXVII. Indizione V.

ONORIO III papa 2. OTTONE IV imperadore 9.

Venne in quest'anno a Roma _Pietro conte_ d'Auxerre, pretendente della corona imperiale di Costantinopoli[2767]. Ogni di più andavano prevalendo agli odiati Latini i Greci, che aveano per loro capo Teodoro Comneno. Nel dì 9 d'aprile fu egli con gran gloria e solennità coronato imperadore d'Oriente da papa _Onorio III_ nella chiesa di san Lorenzo. Confermò questo efimero Augusto a _Guglielmo marchese_ di Monferrato, e a _Demetrio_ di lui fratello il regno di Salonichi, tuttavia posseduto da questi principi. Io punto non mi affaticherò a seguitare gl'infelici suoi passi in Oriente. Passò pel Mediterraneo in quest'anno una possente crociata di cristiani incamminata verso l'Egitto; e _Andrea re_ d'Ungheria con altri principi e con un copiosissimo esercito marciò anch'esso a quella volta. Non ommise diligenza veruna in tempi di tanto bisogno papa _Onorio_ per rimettere la pace fra i popoli dell'Italia. A questo fine, per attestato del Continuatore di Caffaro[2768], inviò a Genova _Ugolino_ cardinale e vescovo d'Ostia, che fu poi papa Gregorio IX, personaggio di raffinata prudenza, per condurre quel popolo a far pace coi Pisani. S'obbligarono i Genovesi di stare a quello che avesse decretato il pontefice. Altrettanto fecero i Pisani: il che aprì la strada, dopo tanti anni di guerra, alla concordia fra quelle due emule città. Abbiamo ancora dal medesimo scrittore contemporaneo che in quest'anno, _ob multas discordias, quae vertebantur inter civitates Lombardiae, quum multae religiosae personae se intromitterent de pace et concordia componenda, tandem auxilio Dei inter Papiam, Mediolanum, Placentiam, Terdonam et Alexandriam pax firma fuit, et firmata mense junii_. Restò bensì viva la guerra fra essi Milanesi e Cremonesi. Leggesi nella Cronica di Cremona[2769] che nell'anno presente i Cremonesi, assistiti di forze dai Parmigiani, Reggiani e Modenesi, andarono a fronte dell'esercito milanese, il quale col rinforzo dei Piacentini, Comaschi, Novaresi, Vercellini ed Alessandrini, era giunto fin presso a Zenevolta. La loro comparsa produsse il mirabil effetto d'indurre i Milanesi a ritirarsi in fretta. Ascoltisi ora Galvano dalla Fiamma là dove scrive[2770] che in quest'anno i Milanesi col carroccio andarono sul Cremonese, s'impadronirono di Ruminengo e di Zenevolta, presero il carroccio de' Cremonesi, fecero anche prigione il vescovo di Cremona con innumerabili Cremonesi. Mandò il podestà di Cremona a minacciarli, ma non osò uscire della città. Dopo altri fatti l'armata milanese passò ai danni de' Parmigiani. E finalmente i Pavesi per la terza volta giurarono di ubbidire ai Milanesi. Noi non siam tenuti a credere tutto a Galvano Fiamma, adulatore non rade volte della patria sua. Merita ben più fede il Cronista Piacentino[2771], il quale, dopo aver detto che i Piacentini coi lor collegati furono a dare il guasto al territorio di Cremona, aggiugne che i Pavesi dall'una parte, e i Milanesi e Piacentini dall'altra fecero compromesso delle lor differenze nel podestà di Piacenza, il quale sentenziò che i Milanesi rilasciassero Vigevano ai Pavesi per dieci anni, e che ai Piacentini restassero alcune ville. Negli Annali vecchi di Modena[2772] è bensì scritto che nell'anno presente riuscì ai Bolognesi di prendere al comune di Modena le castella di Bazzano, San Cesario e Nonantola, e di sottomettere tutta la Romagnuola; ma fuor di sito è una tal memoria, essendo succeduti tal fatti molto più tardi.

Diedero in quest'anno principio i crociati alle lor imprese in Egitto. Gran copia di Veneziani, Genovesi e Pisani, e d'altre città d'Italia intervenne a quella gloriosa impresa. Dalle memorie che rapporta il Rinaldi[2773] si scorge che _Guglielmo marches_e di Massa (e perciò di casa Malaspina) era stato padrone del giudicato di Cagliari in Sardegna. Morto lui, una sua figliuola ereditò quegli Stati, e ne prese il possesso di consenso de' popoli _suscepto baculo regali, quod est signum confirmationis in regnum_. Da lì a non molto, per mettere fine alle guerre che erano state in addietro fra quel giudicato e l'altro di Arborea, ella sposò il giudice d'essa Arborea, oggidì Oristagni. I Pisani, che pretendevano il dominio della Sardegna, giunti colà un giorno con una squadra di navi, obbligarono la marchesana di Massa e il marito a giurar loro fedeltà, e a prendere da essi l'investitura col gonfalone. Col tempo i Pisani cominciarono ad usurpar quelle giurisdizioni, e a farla quivi da padroni assoluti: per lo che la marchesana fece ricorso a papa Onorio, implorando il suo aiuto. Per attestato del Dandolo[2774], in questo anno il patriarca d'Aquileia, per delegazione del papa, rimise pace fra i Veneziani e Padovani, che erano in rotta per l'accidente occorso nel giuoco di Trivigi. Ma Rolandino[2775] non s'accorda con questa notizia, scrivendo egli che anche nell'anno 1220 durava la nemicizia fra quelle due repubbliche. Siccome costa dalle bolle da me date alla luce[2776], in quest'anno papa _Onorio III_ diede l'investitura della marca di Guarnieri, cioè di Ancona, ad _Azzo VII_ marchese d'Este, benchè giovinetto, coll'annoverare cadauna città di quella marca.

NOTE:

[2767] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae. Richard. de S. Germano, in Chron. Raynaldus, Annal. Eccl.

[2768] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.

[2769] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.

[2770] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 250.

[2771] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.

[2772] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[2773] Raynaldus, Annal. Eccles. ad hunc ann.

[2774] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2775] Roland., Chron., lib. 2, cap. 1.

[2776] Antichità Estensi, P. I, cap. 42.

Anno di CRISTO MCCXVIII. Indizione VI.

ONORIO III papa 3. OTTONE IV imperadore 10.

Dopo Pasqua cadde infermo in un suo castello chiamato Hartzburg l'imperadore _Ottone IV_; ed, aggravandosi il male[2777], con gran compunzione di cuore e molte lagrime chiese l'assoluzione dalla scomunica, la quale, dopo aver egli promesso di stare a quanto gli fosse ordinato dal sommo pontefice, gli fu conceduta dal vescovo d'Ildeseim. Ricevuti poscia i sacramenti con tutta divozione, terminò la sua vita nel dì 19 di maggio. Gotifredo monaco[2778] la mette al dì 15 di quel mese. Il Continuatore di Caffaro[2779] _uno die ante Ascensionem Domini_, cioè nel dì 23 di maggio. Ma il Meibomio sta per la prima sentenza. Ne dovette ben intendere il _re Federigo_ la morte senza rammarico. Una grande scossa fu questa alla nobilissima linea degli Estensi in Germania, perchè sbrigato da questo competitore esso re Federigo tolse il palatinato del Reno ad _Arrigo_ fratello del defunto Ottone, senza far caso d'un accordo stabilito con lui, nè dell'avergli esso Arrigo consegnate le insegne dello imperio dopo la morte del fratello. Venne perciò a restar quella casa coi soli Stati di Brunsvic, tuttavia da lei posseduti, coll'accrescimento ai nostri giorni d'altri paesi, e della corona della gran Bretagna. Che in questo anno seguisse la pace tra i Genovesi e Pisani, lo raccoglie il Rinaldi[2780] da un diploma pontificio. Di questo parlano gli Annali di Genova solamente all'anno precedente, e sono scritti da autori contemporanei. Abbiamo bensì da essi Annali che in un congresso tenuto in Parma fra i deputati di Venezia e quei di Genova restò conchiusa una pace di dieci anni fra quelle due repubbliche. Lasciò scritto Riccardo da San Germano[2781] che nell'anno presente d'ordine del _re Federigo II_, Diopoldo duca di Spoleti fu preso da Jacopo da San Severino. Dovettero i non mai quieti Romani inquietare in quest'anno il buon _papa Onorio_. Nel mese di giugno si portò egli alla villeggiatura di Rieti. Nell'ottobre seguente andò a Viterbo, e di là a Roma, _sed quum propter Romanorum molestias esse Romae non posset, coactus est Viterbium remeare_.

Non avendo più che temere dalla parte di Pavia i Milanesi, dopo aver unito alle armi sue quelle degli stessi Pavesi, de' Vercellesi, Novaresi, Tortonesi, Comaschi, Alessandrini, Lodigiani e Cremaschi, vennero fino a Borgo San Donnino, con disegno di farne un regalo ai Piacentini[2782]. Trovarono quivi accampato l'esercito dei Cremonesi, Parmigiani, Reggiani e Modenesi; e però, delusi delle loro speranze, voltarono verso il Po. Arrivati verso Ghibello, i Cremonesi coi lor collegati comparvero anche essi colà, e nel dì 6 di giugno presentarono loro la battaglia. Durò questa dalla nona fino alla notte, e vi restarono sconfitti i Milanesi. Molti d'essi furono condotti nelle carceri di Cremona. La Cronica di Parma[2783] ha che questo fatto d'armi seguì nel primo giovedì di giugno, e che i Reggiani non arrivarono a tempo: laonde passò in proverbio _il soccorso dei Reggiani_. L'autore della Cronica Piacentina altro non dice[2784], se non che seguì fra loro in quest'anno una gran battaglia, e che i Milanesi s'impossessarono di Busseto. Ma il vigilantissimo papa Onorio III, cui troppo dispiacevano gli odii sanguinarii di questi popoli[2785], spedì anche ad essi _Ugolino vescovo_ di Ostia e di Velletri suo cardinale legato. Tale fu la di lui eloquenza e destrezza, che gli venne fatto di metter pace fra i Milanesi e Piacentini dall'una parte, e i Cremonesi e Parmigiani dall'altra. Ascoltiamo ora anche Galvano Fiamma[2786], il quale fuor di sito, cioè all'anno 1219, scrive che, usciti in campagna i Milanesi coi lor collegati, nel dì 6 di giugno presero il castello di Santa Croce. E nel dì 17 di luglio assediarono i Cremonesi, Parmigiani, Reggiani e Modenesi in un luogo inespugnabile appellato Gibello, e si venne ad un fatto d'armi, in cui molti perirono dall'una e dall'altra parte. Nel giorno appresso presero Busseto con trenta e più luoghi de' Cremonesi. Ma alle preghiere degli ambasciatori di Bologna, che erano venuti a far pace, si ritirarono dal Cremonese. Se Cremona possedesse allora tanti luoghi di qua dal Po nol saprei dire. Ma Galvano quasi nulla parla della pace suddetta, e neppur ben conobbe chi la maneggiò. Così si andavano mordendo a guisa di cavalli sfrenati, e consumando le città della Lombardia fra loro; ma il peggio era, quando s'introduceva la matta discordia fra gli stessi abitatori d'una città. In quest'anno appunto, in occasione della guerra suddetta, entrò la divisione fra i nobili e il popolo di Piacenza; e prevalendo, come per lo più succedeva, la forza del popolo, questo vergognosamente cacciò dal suo governo il podestà, che era allora Guido da Busto Milanese[2787]. Peggio ne avvenne dipoi, siccome vedremo. Ci riferiscono gli Annali di Cesena[2788] che in questo anno i Faentini uniti coi Cesenati assediarono Imola. Temo io che agli anni seguenti appartenga questa notizia, giacchè si aggiugne che nell'anno seguente i Bolognesi la presero: il che accadde più tardi. E tanto più perchè il Sigonio[2789] scrive che in quest'anno i Forlivesi fecero guerra più che mai ai Faentini, i quali, veggendosi al disotto, implorarono l'aiuto de' Bolognesi. Vollero questi tentar prima se la loro autorità potea bastare ad estinguere quella guerra senza metter mano all'armi. Spediti dunque ambasciatori a Forlì, fecero istanza che fosse compromessa nel loro podestà ogni contesa di quelle città. E così fu fatto. E il podestà pubblicò tosto una tregua, per conoscere con più agio i motivi delle loro discordie.

NOTE:

[2777] Albert. Stadens., in Chron.

[2778] Godefridus Monachus, in Chron.

[2779] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.

[2780] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.

[2781] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2782] Chronic. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.

[2783] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[2784] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2785] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.

[2786] Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 252.

[2787] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2788] Annales Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[2789] Sigon., de Regno Ital., lib. 16.

Anno di CRISTO MCCXIX. Indizione VII.