Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 87
Molte altre prodezze e prese di ricche navi mercantili veneziane fatte da esso Arrigo conte di Malta, e l'aiuto da lui prestato al conte di Tripoli, si leggono negli Annali Genovesi. In questi tempi la pirateria, ossia il fare il corsaro, era un mestiere che non dispiaceva neppure a molti cristiani; e questo conte non era l'ultimo a praticarlo. All'udire i Genovesi, erano corsari i Pisani, e lo stesso nome veniva dato da altri ai Genovesi. Riuscì in quest'anno al popolo di Modena[2617] di ridurre con amichevol trattato i capitani, cioè i nobili padroni di terre e castella nel Frignano, a sottomettersi alla loro comunità, con divenir cittadini di Modena, promettere di abitar in essa città qualche mese dell'anno, e di militare, secondo le occorrenze, in aiuto del comune. Così il distretto di Modena ripigliò gli antichi suoi confini, e così andavano anche facendo le altre città libere d'Italia. Abbiamo da Gerardo Maurisio che in quest'anno _venit studium scholarium in civitate Vicentiae, et duravit usque ad potestariam domini Drudi_[2618], cioè sino all'anno 1209. Antonio Godio[2619] anche gli attesta che nell'anno presente _studium generale fuit in civitate Vicentiae, doctores que in contrata sancti Viti manebant_. I primi ad istituire lo studio delle leggi nel secolo undecimo o duodecimo furono i Bolognesi, e in quella sola città durò per molti anni questo ornamento, con essersi a poco a poco aggiunti anche i lettori di lettere umane, di filosofia e medicina. Mirando poi gli altri popoli quanto onore e vantaggio venisse a Bologna dal gran concorso degli scolari, s'invogliarono di nobilitar le loro città con somigliante studio. Ciò specialmente fecero anche i Modenesi e i Padovani: del quale argomento ho io trattato altrove[2620]. Era in questi tempi capo della fazion ghibellina in Ferrara _Salinguerra_ figliuolo di Torello. Capo della guelfa tanto in quella città, che per tutta la marca di Verona, era _Azzo VI marchese_ d'Este. Fra sì contrarii genii ed impegni troppo era difficile che lungamente durasse la concordia. In fatti, secondo la Cronica di Bologna[2621], nell'anno presente il marchese Azzo, non gli piacendo che Salinguerra avesse fortificata la Fratta, castello ne' confini dei suoi Stati, gliel prese e lo dirupò: il che fu principio delle tante dissensioni che seguirono poscia fra loro. La Cronica Estense[2622] parla di questo fatto all'anno 1189; ma fuor di sito, a mio credere, perchè solamente nell'anno seguente fra questi due emuli si accese la guerra. Essendo mancato di vita in Costantinopoli l'insigne doge di Venezia _Arrigo Dandolo_ nel dì primo di giugno, portatane la funesta nuova a Venezia, si venne nel dì 5 d'agosto all'elezione d'un nuovo doge, e questa cadde nella persona di _Pietro Ziano_[2623] conte d'Arbe, figliuolo del già doge _Sebastiano_.
NOTE:
[2613] Richardus de S. Germano, in Chron. Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2614] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Nicetas et alii.
[2615] Caffari, Annal. Genuens., tom 6 Rer. Ital.
[2616] Benvenuto da S. Giorgio, Storia del Monferrato.
[2617] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[2618] Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Ital.
[2619] Godius, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[2620] Antiquit. Italic., Dissert. XLIV.
[2621] Chron. Bononiense, tom. 17 Rer. Ital.
[2622] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2623] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCVI. Indizione IX.
INNOCENZO III papa 9. Vacante l'imperio.
Dopo tanta opposizione fatta fin qui da Diopoldo conte tedesco a papa _Innocenzo III_ in Puglia, costui finalmente cercò di rimettersi in grazia d'esso pontefice[2624], con promettergli una totale ubbidienza e sommissione, e specialmente per gli affari del governo del regno di Sicilia. Fu dunque chiamato a Roma, ed ottenuta che ebbe l'assoluzion dalle scomuniche, con licenza del sommo pontefice se ne tornò a Salerno. Sperava Innocenzo col braccio di questo ministro di ristabilir la pace, e insieme la sua autorità nella corte reale di Palermo. Passò infatti Diopoldo, secondo l'Anonimo Casinense[2625], in quest'anno, oppure, come ha Riccardo da san Germano, nell'anno seguente in Sicilia; e tanto si adoperò con Guglielmo Capperone, che l'indusse a consegnare il giovinetto _re Federigo_ nelle mani del cardinale legato. Ma Diopoldo si trovò ben presto tradito. Fu sparsa voce ch'egli con sì belle apparenze era dietro ad impossessarsi del re, e ad atterrare lo stesso Capperone e Gualtieri gran cancelliere, che cozzavano da gran tempo fra loro. Fondata, o immaginata che si fosse dai malevoli una tal diceria, la verità è che, avendo Diopoldo preparato un convito per solennizzare la pace fatta, contra di lui fu svegliata una sedizione, in cui preso, egli andò a far delle meditazioni in prigione. Ma non vi si fermò molto, perchè ebbe chi Io aiutò a fuggire; e fortunatamente uscito di Palermo, si ricoverò di nuovo a Salerno. Allora il gran cancelliere giunse ad aver in suo potere il re Federigo. Circa questi tempi _Bonifazio marchese_ di Monferrato fu coronato re di Tessalia; ed abbiamo dal Continuatore di Caffaro[2626] che in Genova furono armate quattro galee per condurre a Costantinopoli una figliuola d'esso marchese, destinata in moglie ad _Arrigo_ di Fiandra, nuovo imperador latino in quelle parti. Proseguiva con calore l'astio e la guerra fra i due competitori nel regno germanico, cioè tra Filippo di Suevia e Ottone estense-guelfo[2627]. Ebbe una rotta in quest'anno il _re Ottone_: il che indusse il popolo di Colonia ad accomodarsi col re Filippo. Trovossi allora Ottone a mal termine, e, portatosi a Brunsvich, dopo aver dato buon sesto a' suoi affari, passò in Inghilterra a chiedere soccorso al _re Giovanni_ suo zio, e vi fu ricevuto con grande onore sì dal re, come da tutti i baroni. Dopo esservisi trattenuto per qualche tempo, se ne tornò in Germania, portando seco un gagliardo rinforzo di danaro. Verso questi tempi i nobili, che soli governavano Brescia[2628], vennero fra loro alle mani, e si sparse molto sangue: il che fu cagione che fu richiamata in città quella plebe che n'era stata cacciata. Ma poca durata in quella sconvolta città ebbe la pace. Sorse Alberto conte di Casalalto, che aspirava al comando sopra gli altri, e si venne all'armi. Coi suoi aderenti fu forzato a fuggirsene dalla città, e continuò dipoi la guerra civile. Essendo mancato di vita in questo anno _Filippo_ arcivescovo di Milano, in luogo suo venne eletto _Uberto da Pirovano_, il quale, secondo le pruove addotte dal signor Sassi[2629], fu insieme cardinale della santa romana Chiesa. Terminò ancora i suoi giorni _Alberto_ arcivescovo di Ravenna, ed ebbe per successore _Egidio_ vescovo di Modena[2630]. Entrò in quest'anno la discordia anche nella città di Verona. _Bonifazio conte_, figliuolo di _Sauro_ conte di San Bonifazio, che era chiamato conte di Verona, non già perchè la governasse allora, ma perchè era discendente dagli antichi conti, o, vogliam dire, governatori perpetui di quella città, siccome del partito de' Guelfi, ebbe controversie[2631] coi Monticoli, ossia Montecchi, potenti cittadini di Verona, di partito contrario. Nel di 14 di maggio venute alle mani queste due fazioni, seguì un fiero conflitto; e soccombendo i Monticoli, si sottrassero colla fuga al pericolo di peggio. Furono in questa occasione bruciate le case loro, le botteghe de' mercatanti e le case dei nobili dalla Carcere e di Lendenara.
NOTE:
[2624] Richardus de S. Germano.
[2625] Anonymus Casinens., in Chron.
[2626] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4, tom. 6 Rer. Ital.
[2627] Godefridus Monachus, in Chron. Alberic. Monachus, in Chron.
[2628] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2629] Saxius, in Not. ad Sigon., de Regno Ital.
[2630] Annal. Veter. Mutin., tom, 11 Rer. Ital. Rubens, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2631] Paris. de Cereta, Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCVII. Indizione X.
INNOCENZO III papa 10. Vacante l'imperio.
Era in grande auge di gloria e di potenza _Bonifazio marchese_ di Monferrato, perchè re di un bel regno, cioè di Salonichi e della Tessalia. All'udire[2632] che i Saraceni aveano assediata Satalia, benchè non di sua giurisdizione, non potè contenersi il suo valore dall'accorrere in aiuto de' cristiani. Ma, venuto a battaglia con quegl'infedeli, ferito da una saetta avvelenata, diede gloriosamente fine alla sua vita. Restarono di lui due figliuoli maschi, _Guglielmo_, che fu marchese di Monferrato, e _Demetrio_, a cui toccò la corona del regno tessalico. Soggiornava in Salerno il conte Diopoldo[2633], mal soddisfatto de' suoi emuli che governavano la Sicilia, e probabilmente anche della corte di Roma. Insorsero dissapori fra lui e i Napoletani, e si venne a decidere col ferro la loro contesa. Rimasero disfatti i Napoletani, con gravissima loro perdita di gente. Fra gli altri prigioni vi restò Giffredo da Montefuscolo, che era loro generale. Essendo prevaluta in Verona la fazione de' Guelfi, per fortificarla maggiormente si studiarono essi di avere per loro podestà in quest'anno _Azzo VI marchese_ d'Este: uffizio ben volentieri accettato da lui, perchè l'andare per podestà nelle città libere d'allora si chiamava _andare in signoria_, cioè andar a fare il principe in quelle città[2634]. Unitosi dunque col _conte Bonifazio_ da San Bonifazio, nobile e potente signore tanto in Verona che nel suo distretto, cominciò il marchese ad esercitar con vigore il suo governo. Ma i Montecchi esiliati, ai quali troppo dispiaceva la patita depressione, collegatisi col marchese _Bonifazio d Este_, zio d'esso Azzo, e alieno da lui per liti civili, e con Eccelino da Onara, padre del crudele Eccelino, e non già del conte Bonifazio da San Bonifazio, come per qualche errore de' copisti si legge nella Cronica di Parisio da Cereta[2635], furtivamente introdotti una notte in Verona, costrinsero il marchese Azzo ad abbandonar la città. Allora fu che anche _Salinguerra_, capo de' Ghibellini in Ferrara, scopertosi intrinseco amico di Eccelino, cacciò da quella città tutti gli aderenti del marchese Azzo, e senza lasciar più luogo a lui, cominciò a farla da signore di Ferrara. Ma che non andasse impunita l'insolenza di costoro, lo vedremo all'anno seguente. Ritirossi il marchese alla terra della Badia, e negli altri suoi Stati, dove attese a far gente. Parla di questo fatto anche la Cronica Estense[2636], con aggiugnere che Salinguerra prese in quest'anno ai Ravennati la grossa terra d'Argenta, e, consegnatala alle fiamme, se ne tornò trionfalmente a Ferrara con assaissimi prigioni. Fin l'anno addietro _papa Innocenzo III_, che vedea in gran declinazione gli affari del _re Ottone_ in Germania, ricevute che ebbe lettere di gran sommessione dal _re Filippo_[2637], siccome personaggio provveduto di una buona bussola per sapere con vantaggio navigare secondo i venti, cominciò a parlar dolce con esso Filippo; e, spediti in quest'anno in Germania due cardinali legati, diede ordine che si trattasse di pace. V'ha chi scrive[2638] essersi questa conchiusa con obbligarsi il re Filippo di dare una sua figliuola per moglie al re Ottone col ducato della Suevia. Altri niegano che seguisse accordo alcuno; e giacchè non si potè ottener altro, i legati stabilirono una tregua d'un anno, e fecero depor l'armi a Filippo. Ciò non ostante[2639], papa Innocenzo diede mano ad un accomodamento proprio con Filippo, disposto a dargli la corona dell'imperio, tuttochè avesse già riconosciuto Ottone per legittimo re de' Romani. Racconta Corrado abbate Urspergense d'avere inteso da persone veridiche che Filippo si guadagnò l'animo del pontefice colla promessa di concedere in moglie a Riccardo fratello d'esso papa, già fatto conte, una sua figliuola, e di dargli in dote la Toscana, Spoleti e la marca d'Ancona. Probabilmente queste furono dicerie de' fautori del re Ottone, oppure di coloro che facilmente fanno gl'interpreti de' gabinetti de' principi. Per altro non dimenticò mai questo pontefice, in mezzo ai pubblici affari, i privati della propria casa. Sparsasi poi per l'Italia la nuova del favorevol ascendente del re Filippo, non perde tempo _Azzo VI marchese _ d'Este ad inviar deputati in Germania, per ottener la conferma delle appellazioni della marca di Verona, cioè di Verona, Vicenza, Padova, Trivigi, Trento, Feltre e Belluno, e l'investitura di cinque ville poste nel territorio di Vicenza, per sè e per la principessa _Alisia_ sua moglie. Leggonsi questi due diplomi, spediti in Argentina _XIV kalendas julii_, nelle Antichità Estensi[2640]. Un altro diploma, con cui Filippo concede in feudo a _Tommaso conte_ di Savoia nel dì primo di giugno alcune castella, mentre stava in Basilea, si legge presso il Guichenon[2641].
NOTE:
[2632] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2633] Anonymus Casinens., in Chron. Richardus de S. Germano.
[2634] Roland., lib. 1, cap. 9. Gerard. Maurisius, tom. 8 Rer. Ital.
[2635] Parisius de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Italic.
[2636] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.
[2637] Arnold. Lubec., lib. 7, cap. 6.
[2638] Abbas Urspergens., in Chron.
[2639] Arnol. Lubec., Chron., lib. 7, cap. 6. Albert. Stad., ad annum 1207.
[2640] Antichità Estensi, P. I, cap. 39.
[2641] Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 3.
Anno di CRISTO MCCVIII. Indizione XI.
INNOCENZO III papa 11. Vacante l'imperio.
Già il tutto era disposto per la riconciliazione ed esaltazione del _re Filippo_; già avea egli spedito i suoi ambasciatori a PAPA INNOCENZO III per la confermazione dei capitoli accordati coi legati apostolici: quando un funesto accidente scompigliò e rovesciò tutti questi disegni[2642]. Soggiornava il re Filippo in Bamberga, raunando un potente esercito contra del _re Ottone_, oppur contra di _Waldemaro re_ di Danimarca, collegato d'esso Ottone. Trovandosi alla sua corte Ottone palatino conte di Witelspach, uomo facinoroso, sdegnato con esso Filippo per alcune cagioni, e specialmente per non aver potuto impetrare da lui in moglie _Cunigonda_ di lui figliuola, benchè ne fossero seguiti gli sponsali o le promesse: nel giorno in cui s'era Filippo fatto salassare ad amendue le braccia, chiese udienza per parlargli. Ammesso nella camera del re, sguainato il ferro, con un sol colpo vibrato alla testa, lo stese morto a terra. Sbrigato poi con altri colpi da chi voleva arrestarlo, e salito co' suoi nei preparati cavalli, felicemente si mise in salvo. Quest'orrido eccesso, commesso nel dì 21 di giugno, oppure nel seguente, si tirò dietro la detestazione di tutti, e massimamente del re Ottone, che nulla ebbe che fare nella risoluzion presa da questo assassino. Tornò bensì in vantaggio di esso Ottone l'altrui iniquità; perciocchè, tenuta una dieta ad Alberstad, quivi con unanime consenso dei principi fu di nuovo eletto re de' Romani e di Germania. Poscia in un altro più solenne parlamento congregato in Francoforte nella festa di san Martino, non solamente ricevette le regali insegne, ma conchiuse ancora un altro importante affare, cioè di prendere in moglie _Beatrice_ figliuola dell'ucciso re Filippo, la quale gli portò poi in dote trecento cinquanta castella, e gli altri allodiali della casa di Suevia, quasichè per nulla si contasse allora _Federigo II re_ di Sicilia, nipote d'esso Filippo. Così per tutta la Germania rifiorì la pace e la tranquillità; e papa Innocenzo, dopo aver detestato l'assassinio fatto a Filippo, rivolse tutto il suo studio e le sue carezze in favore del re Ottone. Attese dal suo canto anche Ottone a guadagnarsi gli animi de' principi già suoi avversarii, con rinunziare particolarmente alle pretensioni sue sopra quegl'immensi Stati, de' quali era stato spogliato a' tempi di Federigo Barbarossa il duca _Arrigo Leone_ suo padre.
Per vendicarsi dell'affronto ricevuto nell'anno addietro in Verona dagli emuli suoi, _Azzo VI, marchese_ d'Este[2643] congregò un potente esercito di Lombardi, Romagnuoli e della marca di Verona, e massimamente ebbe in suo aiuto il comune di Mantova. Con queste forze entrato in Verona, s'impadronì di qualche fortezza. In aiuto della fazione contraria dei Montecchi accorse Eccelino da Onara, soprannominato poi il Monaco, con un buon corpo di gente. Vennero anche i Vicentini fino alle porte, per desiderio di metter pace; ma guerra vi fu, e si venne a battaglia nella Braida di Verona, in cui, dopo ostinato combattimento e strage di molti, la vittoria si dichiarò in favore del marchese. Fuggirono i Montecchi, e si fecero forti nelle rocche di Garda e di Peschiera. Le lor torri e case in Verona furono diroccate, e da lì innanzi il marchese Azzo col conte di San Bonifazio signoreggiò, finchè ebbe vita, in quella città. Ho ben io raccontato questo avvenimento sotto l'anno presente colla scorta di Rolandino[2644]. Ma Parisio da Cereta[2645] mi par più degno di fede, perchè scrittor veronese, e non men antico dell'altro. Questi lo riferisce all'anno 1207, e ci assicura che quel conflitto accadde nel dì 29 di settembre, festa di san Michele. Scrive ancora Rolandino che il suddetto Eccelino, padre del crudele Eccelino, restò prigione del marchese, che il trattò con gran cortesia ed onorevolezza, e infine, donatagli la libertà senza riscatto, il fece nobilmente accompagnare fino a Bassano. E quivi Rolandino prorompe in lode di questi tempi, ne' quali sì buon trattamento si faceva ai nemici prigionieri, laddove cinquanta anni dappoi ogni sorta di crudeltà si cominciò a praticar contra di essi. Gherardo Maurisio, scrittore parzialissimo della casa d'Eccelino, scrive ch'egli ebbe la fortuna di salvarsi co' suoi dopo la rotta suddetta; e che avendo poi il marchese Azzo messo l'assedio alla fortezza di Garda, e ridottala a tale, che già alla guarnigione erano mancati i viveri, Eccelino con alcune schiere d'armati raunati in Brescia comparve all'improvviso sotto Garda, e la fornì di vettovaglie per un anno: sicchè fu obbligato il marchese a ritirarsi. All'incontro abbiamo dal poco fa mentovato Parisio che Garda fu presa dal marchese, e condotti prigioni ad Este quei difensori: il che vien anche asserito da Andrea Dandolo[2646].
Qui non si fermò l'attività e il valore del marchese d'Este. Venuto a Ferrara con grande sforzo di genie, ne cacciò _Salinguerra_ capo de' Ghibellini. E allora fu che il popolo di Ferrara, per mettere fine alle interne sue turbolenze, determinò di mettersi nelle braccia d'un solo, e di proclamare per suo signore il marchese. Fu eseguito il pensiero, e data a lui una piena balia sopra quella città e suo distretto con uno strumento che si legge nelle Antichità Estensi[2647]. Di questo suo dominio in Ferrara abbiamo anche la testimonianza di Gherardo Maurisio. Negli Annali antichi di Modena[2648] è scritto che Salinguerra, cacciato da Ferrara, si ricoverò in Modena. E merita riflessione che il predetto marchese Azzo fu il primo, per quanto io sappia, che acquistasse principato in città libere per volere de' cittadini, acciocchè cessassero gli abbominevoli effetti delle fazioni e guerre civili: il che servì poscia d'esempio ad altre per fare lo stesso. Venivano allora così fatti principi considerati come capi delle repubbliche, perchè tuttavia restava il nome e l'autorità d'esse repubbliche. La lega fatta dallo stesso marchese colla città di Cremona, nelle suddette Antichità Estensi si può leggere. E d'un'altra stabilita col popolo di Ravenna parla Girolamo Rossi[2649]. Ricuperò ancora il marchese la fortezza di Peschiera, e quivi caduti nelle sue mani i Montecchi, li mandò nelle carceri d'Este. A quell'assedio intervennero i Veronesi e Mantovani coi loro carrocci. Truovasi poi nei suddetti Annali di Modena che in questo anno il popolo modenese andò in aiuto de' Mantovani, perchè loro si era ribellata Suzara. Secondo la Cronica di Reggio[2650], all'assedio di quella terra furono i Mantovani, il marchese d'Este, i Modenesi e Cremonesi. Ma sopraggiunti i Reggiani coi loro collegati, si sciolse quell'assedio. Quali fossero questi collegati, si raccoglie dagli Annali di Modena, nei quali è scritto sotto il presente anno: _Bononienses cum suo carroccio. Imolenses, et Faventini iverunt in servitio Regiensium per burgos civitatis Mutinae_. Ed ecco come in questi tempi erano sempre in armi e in moto i popoli della Lombardia, per opprimersi o difendersi l'un l'altro. La lor libertà era un gran bene, ma insieme un gran male la loro ambizione ed inquietudine. Se crediamo agli storici moderni della Sicilia, Inveges, Pirro ed altri, il pontefice _Innocenzo III_ nell'anno presente per mare si portò a Palermo, e vi arrivò nel dì 30 di maggio, per dar sesto agli affari del re Federigo. Sono favole, fondate, a mio credere, sopra una lettera d'esso papa, in cui dice d'essere _entrato nel regno_. Ma questa sua entrata altro non vuol dire, se non ch'egli andò a Sora, ricuperata con altre terre in quest'anno dalla tirannide degli uffiziali tedeschi, delle quali creò egli conte _Riccardo_ suo fratello. Poscia se n'andò a San Germano e a Monte Casino. Questo è tutto quello che di lui raccontano l'autore anonimo della sua Vita[2651], l'Anonimo Casinense[2652] e Riccardo da San Germano[2653]. Se il pontefice avesse fatto un viaggio fino in Sicilia, siccome avvenimento tanto più considerabile, non l'avrebbono taciuto quegli autori. Aggiungasi che esso Riccardo storico e Giovanni da Ceccano[2654] minutamente descrivono i passi di questo pontefice, con dire ch'egli nel dì 16 di giugno, uscito di Roma, andò ad Anagni, poscia a Piperno, al monistero di Fossanuova, e nel dì 23 d'esso mese a San Germano, dove tenne un parlamento coi baroni del regno per aiuto del re _Federigo_, e per la pace di quelle contrade. Che luogo dunque resta all'immaginato suo viaggio in Sicilia?
Racconta Galvano Fiamma[2655] che in quest'anno i Milanesi, udita l'esaltazione di Ottone IV re, non più dubbiosa, gli spedirono ambasciatori fino a Colonia, pregandolo di venire a ricevere la corona del regno d'Italia. Duranti le discordie passate fra la nobiltà e la plebe di Brescia, era venuta alle mani de' Cremonesi la terra di Ponte Vico. Vollero i Bresciani ricuperarla, e la strinsero d'assedio. Si mossero bensì i Cremonesi, con avere in aiuto il marchese d'Este; ma sopraggiunti i Milanesi collegati de' Bresciani, misero in rotta il campo cremonese, con far prigionieri quattrocento de' loro uomini a cavallo; e Ponte Vico tornò in potere de' Bresciani. Nella Cronichetta di Cremona[2656] è scritto di Assagito da San Nazario, potestà in quest'anno di Cremona: _Hic suo tempore cepit Pontevicum, et suo tempore perdidit_. Aveva _Arrigo conte_ di Malta[2657] fiancheggiato dai Genovesi, tolta ai Veneziani l'isola di Creta, ossia di Candia, nell'anno 1206. Inviarono in quest'anno i Veneziani una flotta contra di lui; ma furono rotti, e restò prigione Rinieri Dandolo loro ammiraglio. L'insigne storico veneto Andrea Dandolo[2658] differentemente parla di questi affari: cioè che nell'anno 1206 fu spedito Rinieri Dandolo con una armata di galee trentuna, il quale prese Leone Vetrano corsaro genovese con galee nove di suo seguito; dal che nacque guerra fra i Genovesi e Veneziani. Impadronissi ancora il suddetto Rinieri di Corfù, Modone, Corone, Atene e d'altri luoghi. In questi tempi Arrigo chiamato Pescatore, conte di Malta, colle forze de' Genovesi mise piede in Candia, coll'impadronirsi di molto paese. Nell'anno 1207 l'armata veneta giunta colà, ricuperò la capitale dell'isola, e mise in fuga il Maltese, con prendergli quattro navi. Nell'anno presente, uscito in campagna esso Rinieri Dandolo contra d'alcuni ribelli, ferito da una saetta in un occhio, terminò i suoi dì, e fu seppellito nella città di Candia. Seguitò poi la guerra coi Genovesi; ma pare che l'isola di Candia restasse interamente sotto il dominio veneto. Ebbero anche i Veneziani il possesso di Negroponte e di Cefalonia, ed infeudarono quei paesi per lor minore fastidio ad alcuni nobili.
NOTE:
[2642] Arnold. Lubecensis, lib. 7, cap. 14. Otto de S. Blasio. Abbas Urspergens. Godefridus Monachus.