Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 86

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Avevano intanto i Veneziani allestita la gran flotta promessa pel trasporto del preparato esercito; ma a muoverla s'incontrarono varie difficoltà, la maggior delle quali era, che mancava molto a compiere il pagamento accordato dai principi crociati. Il ripiego che si trovò, fu di obbligarsi i Franzesi e i Fiamminghi di dar mano ai Veneziani per ricuperare la città di Zara, loro occupata negli anni addietro dal re d'Ungheria. Fece dunque vela nel dì 8 di ottobre da Venezia l'armata navale, in cui s'imbarcò lo stesso doge Dandolo, benchè vecchio, e benchè quasi cieco; ed arrivò nel dì 10 di novembre a Zara. Cercarono quegli abitanti di rendersi, ma per mala intelligenza fu presa quella città e messa a sacco, con dividersi le ricche spoglie d'essa fra i conquistatori. Ne furono poi atterrate tutte le mura e fortificazioni, per levare ai cittadini la comodità di ribellarsi in avvenire. La troppo avanzata stagione consigliò l'armata a passare il verno in quelle parti. Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa prima impresa de' crociati, perchè fatta contra di _Arrigo re_ d'Ungheria, il quale aveva anche esso con Andrea suo fratello presa la croce, e perchè eseguita contro la precedente proibizione del medesimo papa, al cui giudizio s'erano rimessi gli Zaratini. Ne scrisse perciò delle gravi doglianze all'esercito de' crocesignati[2589], trattandoli come scomunicati, e loro comandando la restituzione di quella città. Ma Bonifazio marchese di Monferrato giudicò meglio di non lasciar correre la lettera pontificia, per timore che si sciogliesse in fumo tutta la spedizione. Essendo morto in quest'anno, oppure nel precedente, Marquardo arbitro della Sicilia, ed avendo prese le redini del governo Guglielmo Capperone, siccome dicemmo, ad onta dal papa, si formò contra di lui una fazione degli aderenti dello stesso Marquardo. Non lasciò Gualtieri gran cancelliere, già vescovo di Troia, di pescare in questo torbido. Maneggiossi egli colla corte di Roma, e, prestato giuramento di ubbidire ai comandamenti del pontefice, impetrò l'assoluzione della scomunica. Dopo di che passò in Sicilia, ed unissi cogli avversarii del Capperone, mostrandosi tutto attaccato alla santa Sede, quantunque non potesse più riavere le mitre perdute. Lo strepito della crociata fu cagione che in quest'anno si osservasse tregua dal più delle città. Contuttociò i Modenesi, non potendo digerire la vergogna della battaglia perduta nel precedente anno coi Reggiani, nel presente, chiamati in aiuto i Ferraresi e Veronesi coi lor carrocci (il che portava seco il maggior nerbo della gente di quelle città), passarono ostilmente all'assedio di Rubiera di là dal fiume Secchia; e coi mangani cominciarono a tormentar quella terra, e dare il guasto al paese, senza che potessero i Reggiani col soccorso dei Bolognesi impedir questi danni. Secondo le Croniche di Bologna[2590], Rubiera fu presa. Dell'assedio bensì, ma non dell'acquisto parlano gli Annali di Modena[2591]. E quei di Reggio[2592] scrivono che non fecero danno alcuno a quel castello. Cerio è che s'interposero Lupo marchese, podestà allora di Parma, e Guarizone ed Aimerico, amendue podestà di Cremona, per condurre a pace questi popoli sì animati l'un contra dell'altro. La pace fu conchiusa nella ghiara di Secchia nel dì 6 d'agosto, e giurata da Manfredi Pico podestà di Modena, e da Gherardo figliuolo di Rolandino bolognese, podestà di Reggio. Fu divisa l'acqua di Secchia, e rilasciati i prigioni. Lo strumento si vede da me dato alla luce[2593]. Abbiamo anche dalla Cronica Piacentina[2594] che in questo anno i Cremonesi e Parmigiani andarono all'assedio di Fiorenzuola, nobil terra de' Piacentini, senza sapersene l'esito.

NOTE:

[2586] Vita Innocent. III. P. I, tom. 3 Rer. Ital. Albericus Monachus. Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Bernardus Thesaur., tom. 7 Rer. Ital.

[2587] Vita Innocentii III, num. 83.

[2588] Villharduinus, Sicard., in Chron. Dandul., in Chron. Niceta, in Chron. Abbas Urspergens., in Chron. Vita Innocentii III.

[2589] Innocentius III, lib, 5, Epist. 161.

[2590] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.

[2591] Annales Veteres Mutinens.

[2592] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[2593] Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.

[2594] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCIII. Indizione VI.

INNOCENZO III papa 6. Vacante l'imperio.

Strepitose furono le imprese fatte dai Latini in quest'anno, non già in servigio di Terra santa, come richiedeva l'impegno da lor preso, ma in favore del giovane _Alessio_, figliuolo del deposto imperadore _Isacco Angelo_[2595]. Passò a Zara il predetto principe Alessio, dove fu con onore accolto dal Dandolo doge di Venezia, e dal marchese di Monferrato; e loro fatte varie promesse, qualora l'aiutassero a ricuperare il perduto imperio, e con parte della flotta, essendo l'altra incamminata innanzi, dirizzò le prore verso l'Epiro. La città di Durazzo il ricevette come suo principe. Sbarcarono in Corfù, e quegl'isolani promisero di suggettarsi a lui, dappoichè avesse conquistata la città di Costantinopoli. Tale appunto in fine fu il disegno di que' principi per favorire quel fuggiasco principe, mossi dalle raccomandazioni del re Filippo di Germania, e dalla parentela del re di Francia, contratta coi greci Augusti, mercè delle nozze di _Agnese_ figliuola di _Lodovico re_ con _Alessio Comneno_; ma più per isperanza di ricavar danari e viveri, senza i quali non vedeano la maniera di arrivare in Soria o in Egitto, secondo il primo loro concerto. Vero è che il papa Innocenzo, informato delle mire d'essi, proibì loro per varie ragioni d'invadere gli Stati del greco Augusto; ma essi, figurandosi forse ch'egli così scrivesse per politica, e che internamente avrebbe caro il lor pensiero, seguitarono il lor viaggio fino a Costantinopoli. Ciò che ivi operassero, s'io volessi prendere a raccontarlo, mi dilungherei troppo dall'assunto mio. In brevi parole dirò, che fatta la chiamata ad Alessio Angelo, occupatore del trono imperiale, nè volendo egli cedere, ruppero i Latini la catena del porto: con che liberamente in quel porto entrarono tutte le lor navi. Per terra e per mare impiegarono sette giorni per espugnar la città. Nell'ottavo uscì Alessio fuori con trenta mila cavalli e infiniti pedoni, disposto a dar battaglia ai Latini; ma, veduta la lor fermezza, fece vista di differire al dì seguente il fatto d'armi; ma, venuta la notte, segretamente presa la fuga, si ritirò ad Andrinopoli. Rinforzò allora l'esercito latino gli assalti, ed entrò per forza in Costantinopoli, con molta strage de' Greci, e saccheggio dei loro averi. Cavato dalle carceri il cieco Isacco Angelo, fu riposto sul trono; e proclamato imperatore anche Alessio suo figliuolo, per cui la festa era fatta, nel mese di luglio solennemente ricevette la corona nel gran tempio di santa Sofia. Marciò poscia coll'esercito contra del fuggitivo Alessio suo zio ad Andrinopoli; lo sconfisse, e l'obbligò a cercarsi un più lontano ricovero. Non so io se prima o dopo quest'ultima azione succedesse ciò che sono per dire. Ossia che i Greci per l'antico odio, o per le fresche perdite, non sapendo soffrire i Latini, ne andassero di quando in quando uccidendo, come scrive Sicardo, oppure, come altri ha scritto, perchè una mano di Fiaminghi i Pisani volle dare il sacco alle case e alle moschee de' Saraceni abitanti di Costantinopoli: diedesi principio un dì ad una fiera mischia fra i Latini e Greci. Attaccato il fuoco ad alcune case, perchè soffiava forte il vento, si dilatò ampiamente per la città, e fece un orrido scempio d'innumerabili chiese, palagi e case. Gran bottino riportarono ancora i Latini da questo fiero accidente. Il resto lo accennerò all'anno seguente.

Sembra che nel presente anno per qualche disgusto ricevuto dai Romani, non mai quieti, _papa Innocenzo_ uscisse di Roma, e si ritirasse a Ferentino. _Nonis maji_, scrive Giovanni da Ceccano, _indignatione Romanorum dominus papa venit Ferentinum_[2596]. Lettere sue quivi scritte si leggono. Andò ad Anagni, dove, colto da una grave infermità, diede motivo alla voce ch'egli fosse morto[2597]. Fu questo un colpo mortale a _Gualtieri conte_ di Brenna, perchè su tali dicerie alcune città se gli ribellarono, e fra le altre Matera, Brindisi ed Otranto. Anche Baroli si sottrasse all'ubbidienza di Jacopo, cugino del papa, il quale ricuperò poi le città di Andria e di Minerbio. Inviò papa Innocenzo in Sicilia per suo legato _Gherardo cardinale_ di Santo Adriano suo nipote, con isperanza di dar pace a quegli affari, dappoichè Gualtieri gran cancelliere, e il Capperone, benchè nemici, si mostravano dispostissimi a voler quel solo che piacesse ad esso papa. Non corrisposero gli effetti alle parole. Il cardinale, dopo essere stato alquanti giorni in Palermo, si ritirò a Messina, per quivi aspettar le risoluzioni del pontefice zio. Prosperarono in quest'anno gli affari del _re Ottone_ in Germania[2598] con singolar piacere del papa che il proteggeva. Ma in Brescia si riaccese la pazza discordia[2599]. Dopo avere per qualche tempo i nobili covato il lor odio contro la plebe, e meditata vendetta per gli affronti e danni patiti in addietro, la eseguirono nel gennaio dell'anno presente, dimenticando i giuramenti della precedente pace. Tutti dunque in armi assalirono il basso popolo, che fece quella resistenza che potè. Ne uccisero molti, e più ne costrinsero a cercar colla fuga l'esilio. Racconta il Sigonio[2600] sotto quest'anno un gran movimento de' Bolognesi, incitati dalla ambizione, figliuola della potenza e grassezza, per islargare il lor territorio, con danno dei Modenesi; ma senza poter trarre alla loro lega i Cremonesi e Parmigiani collegati di Modena. Anzi, per evitare questa guerra, spedirono i Parmigiani a Bologna Matteo da Correggio lor podestà, e i Cremonesi i lor ambasciadori per pregare e consigliare il popolo di Bologna che si degnasse di rimettere in loro la cognizion di tali differenze. Rispose Guglielmo, podestà di Bologna, di non volere compromettersi nè in loro, nè in persone religiose. Il male è vecchio. Chi ha più forza, dee anche aver più ragione. Leggesi quest'atto nelle mie Antichità Italiane[2601].

NOTE:

[2595] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Villharduinus. Godefridus Monach. Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2596] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.

[2597] Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[2598] Godefridus Monachus, in Chron.

[2599] Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[2600] Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.

[2601] Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.

Anno di CRISTO MCCIV. Indizione VII.

INNOCENZO III papa 7. Vacante l'imperio.

Gran mutazione di cose succedette in Costantinopoli nell'anno presente. Non sapeano i Greci mirar di buon occhio il nuovo loro imperador _Alessio_[2602], perchè s'era servito de' Latini a salire sul soglio con tanto loro obbrobrio e danno. Insorse ancora lite fra esso Alessio e i Latini a cagion delle paghe promesse ai medesimi, il compimento delle quali si andava troppo differendo. Perciò la nobiltà greca elesse imperadore un certo _Costantino_, e il popolo ne elesse un altro, cioè _Alessio_ soprannominato Murzulfo; nè solamente l'elesse, ma il fece anche coronare Augusto. Questo crudele mise tosto le mani addosso al giovane Alessio Augusto; e cacciatolo in prigione, o col veleno, o in altra guisa il levò dal mondo. Poco stette a tenergli dietro _Isacco Angelo_ suo padre, vinto dal dolore, oppure aiutato da altri ad uscire di questi guai. Questi avvenimenti funesti quei furono che fecero prendere allora, se pur non vi pensavano prima, una risoluzione all'armata latina d'impadronirsi di Costantinopoli, e di piantarvi il loro dominio. Il Continuatore di Caffaro[2603] vorrebbe farci credere che finto fu il disegno di que' principi cristiani di passare in Terra santa; e il vero essere stato fin sul principio quello di sottomettere al loro comando l'imperio de' Greci. Assalirono dunque con battaglia di terra e di mare quella regal città. Murzulfo dopo qualche difesa, considerando la bravura altrui e il pericolo proprio, si ritirò in salvo fuori della città; laonde in fine i cittadini capitolarono la resa nel mese di marzo, la quale non si sa intendere perchè fosse seguitata dal sacco di quell'augusta città, per cui tutti i soldati arricchirono, e da altri eccessi e disordini, di cui è capace in tali congiunture la sfrenata licenza della gente di guerra. Quetati i rumori, fu proposto nel consiglio di que' vittoriosi principi di eleggere un imperador latino, e il più degno fu creduto Baldovino conte di Fiandra. Poscia, secondo i patti, fu fatta la division dell'imperio. Ai _Veneziani_ toccò la quarta parte, consistente in varie provincie, isole e città, specificate tutte ne' documenti aggiunti alla Cronica di Andrea Dandolo[2604], e inoltre la facoltà di eleggere il patriarca latino di Costantinopoli. Questo onore toccò per quella volta a _Tommaso Morosino_. A _Bonifazio marchese_ di Monferrato in sua parte fu confermato il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, coll'isola di Candia. Agli altri signori furono concedute in feudo altre provincie e terre. Prima di questi sì strepitosi avvenimenti il pontefice _Innocenzo III_, o prevedendo, o sapendo cosa andassero macchinando i principi crociati, avea con varie lettere e minaccie cercato di rimuoverli dal danneggiare l'imperio greco, perchè di cristiani. Mostrossi anche in collera per tale conquista; ma da saggio se la lasciò passare ben tosto, perchè sotto di lui era accaduto un sì gran cambiamento di cose, vantaggioso non poco alla santa Sede e alla Chiesa latina, con cui, volere o non volere, non tardarono ad accordarsi i Greci, da che Dio avea cotanto umiliato la loro superbia.

In quest'anno _Gualtieri conte_ di Brenna, collegato con Jacopo conte di Tricarico e con Ruggieri conte di Chieti, prese Terracina. Assediato poi dal conte Diopoldo e dai Salernitani, e ferito da una saetta, restò privo d'un occhio; ma al soccorso di lui si affrettarono i due conti suddetti, e il liberarono. Tutto ciò abbiamo da Riccardo da San Germano[2605], il quale aggiugne che il soprascritto Diopoldo fu ignominiosamente coi suoi cacciato di Salerno. Profittando i Pisani delle discordie che bollivano in Sicilia, trovarono maniera d'impossessarsi della città di Siracusa, con obbligare a ritirarsi molti di que' cittadini, e fin lo stesso vescovo e i di lui fratelli[2606]. Ciò udito da' Genovesi, tra per l'odio antico contra de' Pisani, e perchè da _Arrigo VI_ Augusto era stata loro assegnata in dominio quella città, vennero in parere di levarla ai Pisani. Unitesi dunque varie loro navi ed armatori nell'isola di Candia, si portarono a Malta, e tirarono con esso loro in lega _Arrigo conte_ di quell'isola, valoroso signore, che in persona con varie galee e colla sua gente accorse alla meditata impresa. Nel dì 6 d'agosto arrivarono sotto Siracusa, e cominciarono le offese contra dei difensori, e dopo sette giorni a forza d'armi v'entrarono, con tagliare a pezzi assaissimi Pisani, e rimettere in casa il vescovo co' suoi fratelli. Ritennero per sè quella città, e il lasciarono un governatore che la reggesse a nome della repubblica di Genova, se pur non gliela diedero in feudo. Ma in Genova una fiera tempesta di mare affondò varie loro navi mercantili, con gravissimo danno di merci e danari. Vi fu anche una sedizione d'alcuni cittadini contro del podestà, che, colla mediazione di persone religiose e d'altri savii, si sopì ben presto. Anche in Piacenza la divisione entrò fra gli ecclesiastici e laici di quella città[2607], e toccò ai primi, siccome inferiori di forze, col loro vescovo _Grimerio_ di abbandonare la città; e tuttochè papa Innocenzo fulminasse le censure contro gli autori di tali eccessi, per tre anni e mezzo stettero quegli ecclesiastici esclusi dalla città. Era stato in addietro lo studio delle città libere quello di sottomettere al loro imperio i castellani e nobili che godeano feudi indipendenti dalle città, con ampliare il loro distretto per quanto poterono. Si rivolsero poi contra de' vescovi, abbati ed altri ecclesiastici, parendo loro che possedessero troppe giurisdizioni e beni in pregiudizio del comune: e, senza rispettare i sacri canoni, gli andarono spogliando di molte terre e di varii diritti, e mettendo talvolta anche delle taglie sopra i loro stabili. Ciò che fece Piacenza, si truova in altri anni praticato da altre città; perciocchè l'esempio è un efficace maestro del mal fare. La nuova della presa di Costantinopoli sparsa per Italia cagione fu che circa mille Cremonesi[2608] presero il viaggio verso colà, sulla speranza d'arricchire anch'essi alle spese de' Greci. Erano già vicini i Bolognesi e i Modenesi a romperla[2609]; e bisogna ben credere che il popolo di Modena si sentisse debole di polso; imperocchè sul principio di gennaio giunse a compromettere le differenze che vertivano cogli avversarli, nello stesso podestà di Bologna, ch'era Uberto Visconte. Ciò che doveva aspettarsene, avvenne. Nel dì 9 di maggio proferì egli il laudo, che stendea i confini del Bolognese sino alla Muzza, con patente ingiustizia. Se ne lagnarono forte i Modenesi; ma, per non potere di più, chinarono la testa, e sofferirono i colpi della contraria fortuna. Noi vedremo ritrattato lo stesso laudo da _Federigo II_ Augusto all'anno 1226. Cercarono poi essi di rifarsi contra de' capitani e castellani del Frignano, viventi in libertà in quelle montagne che dai Liguri Friniati presero il nome: il che diede motivo ai Parmigiani di accorrere col loro carroccio alla difesa di que' popoli. Crema in quest'anno[2610] restò tutta consumata dal fuoco. Non si era per anche ammogliato _Azzo VI_ marchese d'Este. L'anno fu questo, in cui egli solennizzò le sue nozze con _Alisia_, figliuola di Rinaldo principe d'Antiochia, che portò nella famiglia estense il nome di Rinaldo, una ricca dote e un nobilissimo parentado. Imperciocchè una sorella fu maritata[2611] in _Manuello Comneno_ imperador de' Greci, e un'altra, per nome _Agnese_, divenne moglie di _Bela re_ d'Ungheria. Di questo matrimonio, siccome ancora d'altri atti spettanti ad esso marchese, ho io parlato nelle Antichità Estensi[2612].

NOTE:

[2602] Pipinus, in Chron. Bononiens., tom, 9 Rer. Ital. Sicard., in Chron. Godefridus Monachus, in Chron.

[2603] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Italic.

[2604] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2605] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2606] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4.

[2607] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[2608] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.

[2609] Annales Veteres, Mutinens., tom. 11, Rer. Ital.

[2610] Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor.

[2611] Alberic. Monachus, Trium Font., in Chron.

[2612] Antichità Estensi, P. I, cap. 39.

Anno di CRISTO MCCV. Indizione VIII.

INNOCENZO III papa 8. Vacante l'imperio.

Terminò in quest'anno _Gualtieri conte_ di Brenna la carriera del suo vivere[2613]. Passava il suo valore in temerità. Essendo consigliato da chi gli volea bene di aver più guardia a sè stesso, diede una risposta da Guascone, con dire prosuntuosamente che i Tedeschi armati non oserebbono di assalire Franzesi disarmati. Non andò molto che ne fece la pruova. Aveva egli messo l'assedio al castello di Sarno, entro cui rinserrò il conte Diopoldo, e se ne stava con poca guardia. Accortosene Diopoldo, una mattina per tempo co' suoi in armi andò a fargli una visita, ma non da amico; e trovato lui co' suoi, che nudi agiatamente dormivano fra le morbide piume, ne fece un macello. Il conte ferito da più saette e lancie, condotto prigione nel castello, da lì a pochi giorni spirò l'anima, lasciando gravida la moglie sua, chiamata da Rocco Pirro Alteria, o Albiria, figliuola del già re Tancredi, la quale, dopo aver partorito un figliuolo, in cui fu ricreato il nome del padre, passò alle seconde nozze con Jacopo conte di Tricarico. _Giovanni conte_ di Brenna suo fratello fu dipoi creato re di Gerusalemme. Sbrigatosi Diopoldo da questo bravo avversario, e tornatosene vittorioso a Salerno, dove teneva in suo potere la torre maggiore, prese molti Salernitani, e come traditori li punì a suo talento. Infausto riuscì l'anno presente anche ai Latini signoreggianti in Costantinopoli[2614]. Portatosi lo imperador _Baldovino_ all'assedio di Andrinopoli, fu quivi preso vivo dai Bulgari, e poi barbaramente ucciso. In luogo suo fu alzato al trono _Arrigo_ suo fratello. Per attestato del Continuatore di Caffaro[2615], _Bonifazio marchese_ di Monferrato e re di Tessaglia, ossia di Salonichi, si portò all'assedio di Napoli di Malvasia e di Corinto, dove tuttavia signoreggiava quell'Alessio che tirannicamente aveva usurpata la corona del greco imperio. Il fece prigione colla moglie e col figliuolo, e li mandò in una nave di Porto Venere sino a Genova. Di ciò avvisato _Guglielmo marchese_ suo figliuolo, corse immantenente a Genova, e, presi questi illustri prigionieri, seco li condusse in Monferrato. Confessa nulladimeno Sicardo vescovo di Cremona che in quest'anno il suddetto marchese Bonifazio _a Graecis et Blachis_ (Bulgari erano costoro) _multa passus est_; e che la fortuna nell'anno presente favorevole fu ai Greci, contraria ai Latini. In quest'anno ancora, conoscendo il suddetto marchese di non poter tenere l'isola di Candia, ne fece vendita ai Veneziani per mille marche d'argento, e tanti poderi, che rendessero dieci mila perperi di entrata ogni anno. Lo strumento si legge presso Benevento da San Giorgio[2616]. Si rodevano intanto i Pisani per cagion di Siracusa, tolta loro da' Genovesi, e per ansietà di ricuperarla, fecero in quest'anno un grande armamento, ed ebbero soccorso dal conte Rinieri e da altri Toscani. Con queste forze andarono a mettere l'assedio a Siracusa, e la strinsero per tre mesi e mezzo. Mossesi allora _Arrigo conte_ di Malta con quattro galee ben armate, e, venuto a Messina, vi trovò alcune navi de' Genovesi, ed altre ne unì per soccorrere quella città. Dichiarato generale di quella flotta, da Messina passò alla volta di Siracusa. Gli vennero incontro i Pisani con dodici galee ed altri legni, ed attaccarono battaglia, ma con lor danno; perchè, a riserva di cinque galee di Lombardi che presero la fuga, l'altre vennero in potere de' Genovesi. Uscito anche di Siracusa Alemanno conte di quella città, diede addosso ai Pisani ch'erano in terra, e li mise in rotta, con prendere le bandiere, tende e bagaglio del campo loro. Succedette questo fatto nel lunedì avanti alla Natività del Signore.