Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 84

Chapter 843,220 wordsPublic domain

Non tardò il generoso papa, giacchè più non v'era ostacolo, a ripigliare il dominio della _Marca d'Ancona_, nulla badando alle offerte, preghiere e larghe promesse che fece fargli _Marquardo_, già investito di quelle contrade dal predefunto Arrigo. A riserva d'Ascoli, vennero alle di lui mani Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano, Jesi, Sinigaglia e Pesaro: il che ci fa intendere di quale estensione fosse allora la _marca d'Ancona_, chiamata in altri tempi, ora di _Camerino_ ed ora di _Fermo_. In breve ancora ricuperò dalle mani di _Corrado_ Suevo, dianzi duca di Spoleti e conte d'Assisi, tutte quelle contrade; cioè il ducato di Spoleti, che abbracciava le città di Rieti, Spoleti, Assisi, Foligno e Nocera. E poscia tornarono in suo potere le città di Perugia, Gubbio, Todi e Città di Castello. Tentò ancora di ridurre sotto il suo dominio l'esarcato di Ravenna, Bertinoro e la terra del conte Cavalcaconte, con ispedir colà lettere e legati; ma non gli venne fatto, perchè l'arcivescovo di Ravenna tenne forte, allegando e mostrando le investiture imperiali, da lungo tempo addietro date di quel paese a' suoi antecessori e alla chiesa sua: il che fermò i passi alle pretensioni del papa. Nè lasciò indietro papa Innocenzo la ricerca e la ricuperazione dei beni della contessa Matilda; nel che provò non pochi intoppi e contraddizioni. Erano da un gran tempo malcontente degl'imperadori suevi le città della Toscana, cioè Firenze, Lucca, Pistoia, Siena ed altre; perchè laddove tante altre città di Lombardia godevano una piena libertà, nè sopra di loro aveano marchese o duca che esercitasse giurisdizione, elleno sole si trovavano maltrattate, prima da _Federigo_ Barbarossa, poi da _Arrigo_ suo figliuolo, ed ultimamente da _Filippo_ già dichiarato duca di Toscana, figliuolo anche esso del medesimo Federigo. Però, giacchè il vento era propizio coll'essere mancato l'imperadore Arrigo, la cui crudeltà e potenza facea star tutti col capo chino, si misero al forte, per non voler più sopra di loro ministro alcuno imperiale, senza pregiudizio nondimeno della sovranità cesarea. Strinsero dunque una lega collo stesso pontefice Innocenzo per sostenersi colle forze unite contro chiunque in avvenire volesse pregiudicare alla lor libertà. Simile era questa alla lega di Lombardia. I Pisani, siccome quei soli che in Toscana godevano di tutte le regalie, nè poteano guadagnar di più, essendo già attaccatissimi agl'imperadori, non vollero entrare in essa lega, che noi riguarderemo da qui innanzi per lega guelfa. Imperciocchè questo nome di _Guelfi_ e _Ghibellini_ originato, siccome accennai di sopra, dalle gare continue della casa de' duchi ed imperadori di Suevia discendenti dalla casa ghibellina degli Arrighi Augusti per via di donne, colla casa degli Estensi di Germania, duchi di Sassonia e Baviera, discendenti per via di donne dagli antichi Guelfi; questo nome, dissi, cominciò a prendere gran voga in Italia. Chi era aderente de' papi, per custodire la sua libertà, nè essere più conculcato dagli uffiziali cesarei, si dicea seguitar la parte o fazione _guelfa_. E chi aderiva all'imperadore, si chiamava di parte o fazion _ghibellina_. In quest'ultima si contavano per lo più que' marchesi, conti, castellani, ed altri nobili, che godeano feudi dell'imperio, per mantenersi liberi dal giogo delle città libere, le quali tuttodì cercavano di sottomettersi alla lor giurisdizione. Vi entravano ancora alcune città, che, oltre all'essere ben trattate dagli Augusti, aveano bisogno della lor protezione, per non essere ingoiate dalle vicine più potenti città. Tali furono Pavia, Cremona, Pisa ed altre. E massimamente presero piede, siccome andremo vedendo, queste due fazioni negli anni susseguenti, perchè risvegliossi più che mai la discordia fra le case suddette de' Guelfi e Ghibellini in Germania, a cagione dei due re che vedremo fra poco eletti, cioè di _Filippo duca_ di Suevia di sangue ghibellino, e di _Ottone IV_ procedente dai Guelfi. Ai quali poi succedette _Federigo II_ figliuolo di Arrigo VI, e perciò d'origine ghibellina, fra i quali e i romani pontefici e varie città d'Italia passarono sanguinose discordie; e chiunque a lui si oppose si gloriava d'essere del partito de' Guelfi. Che sconcerti, che guerre civili, che rovine producessero col tempo queste lagrimevoli e diaboliche fazioni, l'andrò accennando nella continuazion della storia: giacchè penetrò a poco a poco questo veleno nel cuore delle stesse città, rompendo la concordia de' cittadini e delle famiglie; dal che derivarono infiniti mali.

Intanto è da dire che _Filippo_ duca di Suevia nell'anno precedente fu chiamato in Italia dall'imperadore _Arrigo_ suo fratello, con disegno ch'egli conducesse in Germania il picciolo _Federigo II_, eletto già dai principi tedeschi re de' Romani, per farlo coronare[2542]. Arrivò Filippo sino a Monte Fiascone, e non già a Falcone, vicino a Viterbo, dove ricevette l'avviso dell'immatura morte del fratello Augusto. Allora, senza più mettersi pensiero del nipote Federigo, ed unicamente ruminando i proprii vantaggi, voltò strada per tornarsene in Germania. Talmente erano esacerbati gli animi degl'Italiani contra de' Tedeschi pel governo barbarico di Federigo I e di Arrigo VI suo figliuolo, che dovunque passò Filippo, sia per la Toscana, sia per le altre città, fu maltrattato e in pericolo della vita, e restarono uccisi anche alcuni de' suoi cortigiani. Giunto in Germania, cominciò i suoi maneggi per essere eletto re, e gli venne fatto. Il buon uso del danaro e delle promesse, e la protezione di _Filippo re_ di Francia operarono che moltissimi principi della Germania, niun caso facendo del giuramento prestato nell'elezione del fanciullo Federigo, il proclamassero re. Dopo di che fu egli coronato non già in Aquisgrana, ma in Magonza; nè dall'arcivescovo di Colonia, ma da quello di Tarantasia; cose tutte contro il rituale. All'incontro _Riccardo re_ d'Inghilterra, entrato anch'egli in questa briga, si studiò di promuovere _Ottone_, figliuolo del già duca di Sassonia e Baviera _Arrigo Leone_, estense-guelfo, e di _Matilda_ sua sorella, che era allora duca di Aquitania e conte del Poitù. Confessa Arnoldo da Lubeca che Riccardo impiegò, per vincere il punto, settanta mila marche d'argento, troppo dispiacendogli l'esaltazione di Filippo, fratello di chi con tanta indegnità avea fatto mercato della di lui persona. In somma da _Adolfo arcivescovo_ di Colonia e da' suoi suffraganei, da _Arrigo duca_ di Lorena, dal vescovo d'Argentina, e da alcuni altri vescovi, abbati e conti, di numero nondimeno inferiore agli elettori dell'altro, fu esso _Ottone IV_ eletto re de' Romani, e coronato dipoi in Aquisgrana. Arnoldo da Lubeca e Ottone da San Biagio scrivono che a questa elezione intervenne anche _Arrigo conte_ palatino del Reno, fratello maggiore di esso Ottone, tornato in fretta da Terra santa. Ma Ruggieri Hovedeno[2543] e Federigo monaco[2544] raccontano ch'egli arrivò dipoi, e sostenne gl'interessi del fratello, con essersi ad Ottone uniti i vescovi di Cambray, Paderbona ed altri, e i duchi di Lovanio e Limburgo, e il landgravio di Turingia ed altri. Ebbe anche mano nell'elezion di Ottone IV _Innocenzo III_ papa, perchè egli era di una casa stata sempre divota della santa Sede, e casa che, per la sua parzialità verso i papi, avea perduti i ducati di Baviera e Sassonia. Il perchè egli favorì la di lui elezione, e riprovò quella di Filippo Suevo, allegando che questi era stato scomunicato da papa _Celestino III_ per varie usurpazioni fatte dianzi degli Stati della Chiesa romana, e rammentando gli eccessi commessi dal padre e dal fratello suo. Lo scisma di questi due re si tirò dietro in Germania di molte guerre, turbolenze e danni infiniti, de' quali parlano gli storici tedeschi.

Intanto, dacchè si videro i Siciliani liberi dall'odiato imperadore Arrigo VI per l'inaspettata sua morte, si diedero a sfogar la rabbia loro contra de' Tedeschi che erano in quell'isola. Il che vedendo l'imperadrice _Costanza_, che aveva assunto il governo di quel regno e la tutela del figliuolo _Federigo Ruggieri_, con farlo venire da Jesi (dove era stato lasciato sotto la cura de' conti di Celano e di Copersano[2545], ovvero, come altri scrive, della duchessa di Spoleti), e con farlo coronare dipoi, ordinò che uscissero di Sicilia le truppe straniere: risoluzione che per allora mise in calma gli animi alterati di quei popoli. E tanto più perchè ella, scoperte le trame e le mire di _Marquardo_, già duca di Ravenna e marchese d'Ancona, il dichiarò nemico del re e del regno, e volle che tutti il trattassero come tale. Inviò poscia ambasciatori a papa Innocenzo[2546], per ottenere l'investitura pontificia degli Stati al fanciullo Federigo. Tentò allora la corte di Roma di profittar di questa occasione per abbattere quella che oggidì si chiama la monarchia di Sicilia, benchè si creda che Adriano e Clemente papi avessero conceduti que' privilegii. Su questo si disputò lungamente. Mossesi l'imperadrice a spedire anche _Anselmo arcivescovo_ di Napoli a Roma, sperando miglior mercato dalla di lui eloquenza. Ma più di lui sapeano parlare i ministri pontificii; e però convenne accettar l'investitura (cosa di troppa premura in quelle circostanze) con quelle leggi che piacquero al papa, cioè _capitulis illis omnino remotis_, e con obbligazione di ricevere nella corte di Sicilia _Ottaviano vescovo_ e cardinale ostiense, come legato della santa Sede. Ma questa investitura arrivò in Sicilia in tempo che l'imperadrice era passata all'altra vita. Certo è che la medesima finì di vivere nel dì 27 di novembre, dopo aver dichiarato balio ossia tutore del re suo figliuolo papa Innocenzo III, ed ordinato che durante la di lui minorità si pagassero ogni anno trenta mila tarì per tal cura ad esso pontefice, oltre a quelli ch'egli spendesse per difesa del regno. L'educazione del re fanciullo fu lasciata agli arcivescovi di Palermo, Monreale e Capoa. Non mancò in questi tempi papa Innocenzo di procurare con vigorosi e caritativi uffizii la liberazione di _Sibilia_, già moglie di Tancredi re di Sicilia, detenuta prigione in Germania colle figliuole. Posta in libertà, oppure aiutata a fuggire, si rifuggì essa in Francia, dove maritò la sua primogenita con _Gualtieri conte_ di Brenna, di cui avremo a parlare andando innanzi. V'ha chi crede che _Guglielmo_ suo figliuolo, già dichiarato re dal padre, fosse morto. Nè si può negare che l'autor della vita di Innocenzo III e Giovanni da Ceccano lo scrivono. Se con certezza, nol so. Imperocchè Ottone da San Biagio racconta che Arrigo, dopo averlo fatto accecare (altri hanno scritto che solamente il fece eunucare), il condannò ad una perpetua prigionia in una fortezza de' Grigioni. _Qui ubi ad virilem aetatem pervenit, de transitoriis desperans, bonis operibus, ut fertur, aeterna quaesivit. Nam de activa translatus coacte, contemplativae studuit, utinam meritorie_. In questo anno i Milanesi stabilirono pace col popolo di Lodi. Lo strumento d'essa, da me dato alla luce, fu[2547] scritto _in civitate Laude, anno dominicae Incarnationis millesimo centesimo nonagesimo nono, die lunae V calendas januarii, Indictione secunda_. Il dì 28 di dicembre dell'anno presente cadde in lunedì; e però scorgiamo che in Lodi si cominciava l'anno nuovo nel Natale, oppure nel dì 25 del precedente marzo alla maniera pisana; e che l'indizione si mutava nel settembre. Abbiamo da Rolandino[2548] che in quest'anno i Padovani coll'aiuto di _Azzo VI marchese_ d'Este loro collegato andarono all'assedio della terra di Carmignano, una delle migliori del Vicentino, e a forza d'armi se ne fecero padroni. Antonio Godio[2549] mette questo fatto sotto l'anno seguente. Altri testi lo riferiscono al precedente. Dopo di che i Veronesi venuti in soccorso de' Vicentini, fecero gran danno e paura ai Padovani, siccome ho detto nell'anno antecedente.

NOTE:

[2540] In Vita Innocentii III, num. 5.

[2541] Innocent. III, lib. 1, Epist. 577.

[2542] Otto da S. Blasio. Abbas Urspergens. Godefridus Monachus. Arnoldus Lubecensis.

[2543] Rogerius Hovedenus.

[2544] Fridericus Monach.

[2545] Richardus de S. Germano, in Chron.

[2546] Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[2547] Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.

[2548] Rolandin., Histor., lib. 1, cap. 8.

[2549] Godius, in Histor., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCXCIX. Indizione II.

INNOCENZO III papa 2. Vacante l'imperio.

Benchè molti odiassero in Sicilia, Puglia e Calabria il picciolo _re Federigo II_, prole di chi avea spogliato quel regno di tante vite e di tanti tesori; pure s'erano essi quetati al riflettere che loro tornava meglio l'avere un re proprio, e massimamente dappoichè pareva ch'egli non potesse aspirare alla Germania, del cui dominio disputavano allora _Filippo_ ed _Ottone_. Ciò non ostante, sopravvennero a quel regno altri non pensati guai, che l'afflissero molto e per lungo tempo[2550]. Marquardo, cacciato dalla marca d'Ancona, si ridusse in Puglia, nè sì tosto ebbe intesa la morte dell'imperadrice _Costanza_, che, raunato un esercito di Tedeschi e d'altri suoi aderenti e scapestrati, sfoderò la sua pretensione di voler assumere il baliato, cioè la tutela del fanciullo Federigo, a lui lasciata dall'imperadore Arrigo VI nell'ultimo suo testamento. Era costui anche animato e spronato con occulta intelligenza dal _re Filippo_ zio paterno di Federigo. Passò dunque, dopo aver prese alcune castella, ad assediare la città di San Germano sul principio di quest'anno, e impadronitosene, l'abbandonò al sacco de' suoi, per animarli a maggiori imprese. La guarnigione dei soldati con buona parte de' cittadini ebbe la fortuna di potersi ritirare a Monte Casino[2551]. Fu per otto dì assediato quel sacro luogo dal Marquardo, e forse giugnea costui a compiere le sue sacrileghe voglie, se la mano di Dio non rompeva i suoi disegni. Era nel dì 15 di gennaio, festa di san Mauro abbate, sereno il cielo. Sorse all'improvviso un fiero temporale, misto di vento, gragnuola e pioggia, che rovesciò tutte le tende degli assedianti, i quali, forzati a cercare scampo colla fuga, lasciarono indietro tutto lo equipaggio, e inseguiti perderono anche molta gente. Papa _Innocenzo III_, attentissimo a questi affari, siccome quegli che era risoluto di difendere il re Federigo alla sua cura commesso, mise anch'egli insieme un buon esercito, per distornare i progressi di Marquardo, che mostrò di pentirsi, e tanto seppe fare, che indusse il papa ad assolverlo dalle censure, nè stette poi molto a tradirlo. O prima o dopo questa simulata concordia fece costui varie scorrerie per la Puglia; mise a sacco la città d'Isernia; prese, o tentò d'occupar varie altre terre; e si ridusse infine a Salerno, città affezionata al suo partito. Aveva egli con precedente trattato indotti i Pisani a fornirlo di una buona flotta di legni, e questi appunto li trovò preparati in Salerno, quantunque papa Innocenzo, con iscrivere a Pisa più lettere, si fosse studiato di divertire quel popolo dall'aiutar questo perfido. Imbarcatosi dunque esso Marquardo su questa armata, fece vela alla volta della Sicilia, dove era desiderato e aspettato dai Saraceni, abitanti tuttavia con libertà di coscienza e di rito in quell'isola, per timore che il papa si servisse di questa favorevol congiuntura per iscacciarli fuori del regno. L'avea ben preveduta questa lor ribellione Innocenzo, e ne avea scritto anche ad essi per tenerli in dovere; ma a nulla servì. Che l'andata di Marquardo in Sicilia succedesse nel novembre di quest'anno, lo raccolgo da una lettera d'esso pontefice[2552], scritta a tutti i conti e baroni di Sicilia _VIII kalendas decembris_. E però non sussiste ciò che scrive Odorico Rinaldi[2553], con dire che riuscì in quest'anno a Marquardo di occupar Palermo col palazzo regale, mediante una composizione seguita col conte Gentile di Palear, lasciato ivi custode del re Federigo da Gualtieri gran cancelliere del regno. Vero è che ciò si legge nella Cronica di Riccardo da San Germano; ma ciò è detto fuor di sito, e forse questa è una giunta fatta da qualche ignorante alla sua Cronica. Tale fors'anche è il leggersi quivi poco innanzi che Diopoldo conte, cioè la man destra di Marquardo, _a Guilielmo Casertae comite captus est, et quamdiu vixit, eum tenuit vinculatum. Sed, eo mortuo, Guilielmus filius ejus, accepta filia ejus in uxorem, liberum dimisit illum_. Bisognerà ben dire che quel conte di Caserta mancasse presto di vita, perchè noi troviam da lì a poco lo stesso Diopoldo in armi. Ciò che veramente succedette in Sicilia, lo diremo all'anno seguente.

Più non ci essendo chi tenesse in briglia le emule città di Lombardia, ed ita per terra la dianzi forte lega de' Lombardi, ripigliarono esse più che prima le armi l'una contro dell'altra. Fra i Parmigiani e Piacentini gran discordia era insorta a cagione di Borgo San Donnino. Apparteneva quella nobil terra, non so ben dire se alla città di Parma, oppure ai marchesi Pelavicini (oggidì Pallavicini) in questi tempi. Arrigo VI Augusto ultimamente l'aveva impegnata ai Piacentini per due mila lire imperiali. Guerra ne venne per questo. Abbiamo da _Sicardo vescovo_ di Cremona[2554], allora vivente, che nel presente anno, e fu di maggio, con grande sforzo di gente si portarono essi Piacentini all'assedio del borgo suddetto. Negli Annali Piacentini[2555] e Bresciani[2556] ciò è riferito all'anno precedente. Ma è più sicuro l'attenersi a Sicardo, con cui va d'accordo la Cronica di Parma[2557]. In aiuto de' Piacentini accorsero i Milanesi, Bresciani, Comaschi, Vercellini, Astigiani, Novaresi ed Alessandrini. Ebbero i Parmigiani dalla loro parte le forze de' Cremonesi, Reggiani e Modenesi. Il Malvezzi nella Cronica di Brescia scrive[2558] che anche i Pavesi e i Bergamaschi inviarono gente in favore di Parma. Per alquanti giorni durarono le offese dei collegati contra di Borgo San Donnino; ma indarno, perchè stava alla difesa di quella terra un buon corpo di animosi combattenti: il che indusse i Piacentini e collegati e battere la ritirata. Allora i Parmigiani in armi coi lor confederati diedero alla coda dell'armata nimica, e la fecero camminar di buon trotto sino ai confini di Piacenza. Quivi i Piacentini e Milanesi, voltata faccia, s'affrontarono con chi gl'incalzava. Duro fu il combattimento, da cui si sbrigarono con gran perdita i primi; e maggiore ancora sarebbe stato il danno, se non giugnevano a tempo i Bresciani in loro aiuto. Circa dugento cavalieri piacentini rimasero prigioni, e furono condotti nelle carceri di Parma. Scrivono ancora gli antichi storici che i Piacentini uniti ai Milanesi andarono coll'oste a Castelnuovo di bocca d'Adda, e v'ebbero cattivo mercato. Se questo sia un fatto diverso dall'altro, nol so dire. Negli Annali di Piacenza è riferito sotto un differente anno. Credo ben falso che di quel castello s'impadronissero, come lasciò scritto Galvano Fiamma[2559]. Sicardo e i suddetti Annali di Piacenza dicono il contrario. Abbiamo inoltre dal medesimo Sicardo che in quest'anno _Veronenses Mantuanos discumfecerunt, ex eis innumeram multitudinem captivantes_. Il che vien confermato da Parisio da Cereta[2560], il quale notò il luogo del conflitto, cioè _in capite pontis Molendinorum de Mantua_, oggidì Ponte Molino. E questi aggiugne che nell'anno presente andarono gli stessi Veronesi a fabbricare il castello d'Ostiglia sul Po. Nè si dee tralasciare che papa Innocenzo III, avvertito della rabbiosa gara che passava fra i Piacentini e Parmigiani a cagion di Borgo San Donnino, scrisse lettere all'abbate di Lucedio, _V kalendas maii_[2561], incaricandolo di unirsi coll'arcivescovo di Milano e coi vescovi di Vercelli, Bergamo, Lodi, ec., per indurre a concordia questi popoli, con adoperar le scomuniche contra de' renitenti. Da essa lettera apparisce che i medesimi popoli _universam Lombardiam commoverunt ad arma, et alteri cum universis fautoribus suis, alteris et omnibus eorum complicibus generale proelium indixerunt_. Secondochè scrive Ottone da San Biagio[2562], passarono in quest'anno dall'Italia in Germania, venendo da Terra santa, _Corrado arcivescovo_ di Magonza e _Bonifazio marchese_ di Monferrato, con commessione avuta dal papa di trovar ripiego allo sconvolgimento della Germania per l'elezione e guerra dei due re Filippo ed Ottone. Riuscirono inutili i lor negoziati, perchè Ottone troppo abborriva il depor le insegne regali.

NOTE:

[2550] Innocentius III, lib. I, Epist. 557 et seq.

[2551] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae. Richardus de S. Germano.

[2552] Innocentius III, lib. 2, Epist. 221.

[2553] Raynaldus, in Annal. Eccl. ad hunc annum.

[2554] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2555] Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.

[2556] Chron. Brixianum, tom. 14 Rer. Ital.

[2557] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[2558] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[2559] Gualvan. Flamm., in Manip. Flor., cap. 235.

[2560] Parisius de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

[2561] Innocent. III, lib. 2, Epist. 39.

[2562] Otto de S. Blasio, in Chron.

Anno di CRISTO MCC. Indizione III.

INNOCENZO III papa 3. Vacante l'imperio.