Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 83
Racconta il continuatore di Caffaro che i Pisani, trovandosi in favorevole stato alla corte imperiale, seguitarono in questi tempi a recar insulti, danni e ingiurie ai Genovesi, e rifabbricarono anche, ad onta di essi, il castello di Bonifazio in Corsica, che divenne un nido di corsari, fingendo di non esserne eglino padroni. Non potendo più reggere a tali strapazzi il popolo genovese, spedì in Corsica con varii legni un corpo di combattenti, che a forza d'armi entrarono in Bonifazio, e vi si fortificarono. Presero dipoi varie navi pisane, ed altri danni inferirono a quella nemica nazione, della quale in questi tempi ci manca l'antica istoria. Spedirono anche i Genovesi _Bonifazio_ loro arcivescovo, e Jacopo Manieri lor podestà a Pavia all'imperadore, che prima di passare in Germania soggiornava nel monistero di San Salvatore fuori della città, per ricordargli le promesse lor fatte e confermate con un solenne diploma. Si accorsero in fine, nulla essere da sperare da un principe che niun conto faceva della sua fede. Dissi già che esso Augusto avea conceduto Crema al popolo cremonese. Anche nell'anno presente a dì 6 di giugno[2508] lo stesso imperadore Arrigo confermò ai medesimi Cremonesi col gonfalone l'investitura di tutti i loro Stati, fra' quali anche la terra di Crema era compresa. Ma perchè di questa erano in possesso i Milanesi per concessione e diploma di Federigo I Augusto padre del regnante, nè si sentivano essi voglia di cedere una sì riguardevol terra, restò fin qui ineffettuata la concessione d'Arrigo. Probabilmente cadde ancora in quest'anno un altro documento, da me dato alla luce[2509] colle note guaste, da cui apparisce che avendo Giovanni Lilò d'Hassia, messo e camerlengo dello imperadore Arrigo, mandato a prendere la tenuta d'essa Crema, non era stato ammesso il suo deputato, e però egli mette al bando dell'imperio i Cremaschi, Milanesi e Bresciani per tal disubbidienza. Quell'atto fu fatto in Cremona _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCXC, Indictione XIII, die Mercurii tertiodecimo intrante junio_. Ma conviene all'anno presente, in cui correa la INDIZIONE XIII; se non che il dì 13 di giugno non era in mercordi. Dalla Cronichetta Cremonese[2510] abbiamo che in quest'anno fu qualche guerra fra essi Milanesi e Cremonesi, e che restarono prigioni alquanti degli ultimi.
NOTE:
[2500] Conrad. Abbas Urspergens., in Chron.
[2501] Bullar. Casinens., tom. 2, Const. CCXVIII.
[2502] Arnol. Lubec, lib. 4, cap. 20.
[2503] Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.
[2504] Johann., de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2505] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom 6 Rer. Italic.
[2506] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2507] Sigon., de Regno Ital., lib. 15.
[2508] Antiquit. Italic., Dissert. XI, pag. 621.
[2509] Ibidem, Dissert. L.
[2510] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXCVI. Indizione XIV.
CELESTINO III papa 6. ARRIGO VI re 11, imperad. 6.
Per le crudeltà loro usate dall'imperadore Arrigo andavano tutto di i Siciliani e Pugliesi, massimamente di nazione normanna, meditando rivoluzioni; e verisimilmente accaddero non poche sollevazioni e sconcerti in quelle contrade, delle quali ci dan qualche barlume, ma non già una chiara notizia, gli antichi storici. A tali avvisi lo spietato Arrigo (ne è incerto il tempo) fece cavar gli occhi agi' innocenti ostaggi che erano in Germania, fuorchè a _Niccolò arcivescovo_ di Salerno. Or mentre si trovava esso Arrigo in Germania, fu gagliardamente sollecitato da papa _Celestino III_ a portare soccorsi in Terra santa. Ci è permesso di credere che si prevalesse egli di questa occasione per muovere i popoli della Germania a prendere l'armi, col fine di valersene egli prima a gastigare i popoli di Sicilia e Puglia, siccome avea fatto nell'anno 1194, in cui sappiamo ch'egli si servì d'alcune migliaia di pellegrini crociati, che erano in viaggio verso la Soria, per conquistar la Puglia e Sicilia. Infatti raunò una possente armata. Ma prima di muoversi alla volta d'Italia, tenne una general dieta[2511], in cui tanto si adoperò, che indusse que' principi ad eleggere re de' Romani e di Germania il suo figliuolo _Federigo II_, ancorchè appena giunto all'età di due anni, e non per anche battezzato. Ciò fatto, venne in Italia. Egli si truova in Milano _secundo idus augusti_, come consta da un suo diploma, dato, nell'anno presente, presso il Puricelli[2512]. Poscia il vediamo in Piacenza _VI idus septembris_, ciò apparendo da un altro suo diploma pubblicato dal Campi[2513]. Da tre altri, che si leggono nel Bollario Casinense[2514], impariamo ch'egli era in Monte Fiascone _XIII kalendas novembris_, e in Tivoli _XVI kalendas decembris_. Per attestato di Giovanni da Ceccano[2515], nell'ultimo giorno di novembre arrivò a Ferentino, e vi dimorò sette giorni, mostrando, secondo il suo finto animo, pensieri di pace e di equità. Se n'andò poscia a Capoa, nelle cui prigioni trovò il valoroso, ma sfortunato _Riccardo conte_ di Acerra, che poco prima, nel voler fuggire per prevenir l'arrivo d'esso Augusto, tradito da un monaco bianco, cadde nelle mani di Diopoldo uffiziale cesareo[2516]. Il fece giudicare, e poi tirare a coda di cavallo pel fango di tutte le piazze, e finalmente impiccar per li piedi, finchè morisse; nè il suo cadavero fu rimosso dalla forca, se non dappoichè giunse la nuova della morte d'esso Augusto nell'anno seguente. Dopo la festa del Natale s'incamminò verso la Sicilia. Essendo in questo mentre mancato di vita senza figliuoli _Corrado_ suo fratello duca di Alemagna, ossia di Suevia[2517], diede quel ducato all'altro suo fratello _Filippo_, dianzi dichiarato duca di Toscana, e mandollo a prenderne il possesso: il che fu da lui volentieri eseguito, con tener una corte solenne in Augusta nell'agosto dell'anno presente. Abbiamo ancora da Riccardo di San Germano che Arrigo, prima di giugnere in quelle contrade, anzi stando in Germania, avea spedito il vescovo di Vormacia per suo legato in Italia. Andò questo prelato a Napoli col guerriero abbate di Monte Casino, e con molte squadre di soldati italiani e tedeschi, _et imperiale implens mandatum, Neapolis muros et Capuae funditus fecit everti_. Per assicurarsi di quel regno, altro ripiego non volle adoperar questo Augusto, che quello del rigore e terrore, duri maestri del ben operare. Coi benefizii e non colla crudeltà si guadagnano i cuori de' popoli.
Ebbero in quest'anno i Genovesi per loro podestà Drudo Marcellino[2518], uomo di petto, che con vigore esercitò la sua balia, non la perdonando a malfattore alcuno, e gastigando tutta la gente inquieta; talchè rimise in buono stato quella sì discorde città. Fra l'altre sue prodezze, perchè molti cittadini contro i pubblici divieti aveano fabbricate torri altissime, delle quali poi si servivano a far guerra ai lor vicini nemici, intrepidamente le fece abbassare, riducendole tutte alla misura d'ottanta piedi d'altezza. La continuata dissensione e guerra che in questi tempi bolliva fra essi Genovesi e Pisani, dispiacendo al paterno cuore di papa _Celestino III_, cagion fu ch'egli inviasse a Genova per suo legato _Pandolfo cardinale_ della basilica de' dodici Apostoli, per trattar di pace. Fra i deputati dell'una e dell'altra città alla presenza di lui si tenne un congresso in Lerice sul principio d'aprile. Questo, per cagion della vicina Pasqua, si sciolse senza frutto, e fu rimesso ad altro tempo. Prevalendosi di tal dilazione i Pisani, segretamente spedirono in Corsica uno stuolo di navi, credendosi di poter levare il castello di Bonifazio ai Genovesi, ma lo ritrovarono ben guernito. A questo rumore accorsero ancora i Genovesi con una bella armata di mare, e andarono a sbarcare e a postarsi in Sardegna nel giudicato di Cagliari, di cui era allora padrone il _marchese Guglielmo_ (di qual casa, io non so dire). Raunò questo marchese un esercito di Sardi, Catalani e Pisani, per isloggiare i Genovesi; ma ne riuscì tutto il contrario. Fu messo in fuga coi suoi, e la sua bravura gli costò l'incendio del suo palagio e d'altri ancora. Dopo di che i Genovesi se ne tornarono a Bonifazio. Tentarono un'altra volta i Pisani d'assediar quel castello, ma indarno. Vennero anche a battaglia le flotte pisana e genovese, ma con poco divario nella perdita. A quest'anno il Sigonio[2519] e il Rossi[2520] riferiscono il matrimonio di _Azzo V_, figliuolo di _Obizzo marchese_ di Este con _Marchesella_ degli Adelardi. Ho io provato[2521] che molto prima di questi tempi dovettero accader queste nozze: nozze di somma importanza per la linea estense d'Italia, perchè aprirono alla nobilissima casa dei marchesi estensi la porta per signoreggiare in Ferrara[2522]. Abbiam veduto di sopra all'anno 1174 qual fosse la potenza e riputazione di Guglielmo Adelardi, soprannominato della Marchesella, per cui valore fu liberata Ancona dall'assedio. Egli era principe della fazion guelfa in Ferrara; giacchè erano nate e andavano crescendo le fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini. Salinguerra figliuolo di Taurello, ossia Torello, era il capo dell'altra fazione. Morto egli, e mancato parimente di vita Adelardo suo fratello, e rimasta erede dell'immensa loro eredità Marchesella figliuola di Adelardo, fu questa sposata al suddetto Azzo estense, acciocchè egli sostenesse il partito de' Guelfi in quella città. Da lì innanzi i marchesi d'Este, signori del Polesine di Rovigo, di Este, Montagnana, Badia, e d'altre nobili terre, cominciarono ad aver abitazione in Ferrara, e a far figura di capi della fazion guelfa non solo in essa città, ma anche per tutta la marca di Verona, di modo che lo stesso era dire la _parte marchesana_, che la _parte guelfa_.
NOTE:
[2511] Godefridus Monachus, in Chron.
[2512] Puricellius, Monument. Basilic. Ambros.
[2513] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 2.
[2514] Bullar. Casinens,, Constit. CCXX, et seq.
[2515] Johannes de Cercano, Chron. Fossaenovae.
[2516] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2517] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2518] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2519] Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.
[2520] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 6.
[2521] Antichità Estensi, P. I, cap. 36.
[2522] Richobald., in Pomario.
Anno di CRISTO MCXCVII. Indizione XV.
CELESTINO III papa 7. ARRIGO VI re 12, imperad. 7.
Le più strepitose avventure dell'anno presente furono in Sicilia; ma per disavventura non han voluto raccontarle per qualche politico riguardo gli antichi scrittori italiani di quelle parti, che erano sudditi di _Federigo II_ Augusto, figliuolo di _Arrigo VI_ imperadore. Più ne han parlato gli scrittori inglesi e tedeschi, ma non senza mio timore ch'essi lontani ingannati dalle dicerie, possano ingannare ancor noi. Scrive adunque Arnoldo da Lubeca[2523] che, giunto in Sicilia l'Augusto Arrigo, vi fu occupato da molte traversie e battaglie, perciocchè constava del tradimento dell'imperadrice _Costanza_ sua moglie, e degli altri nobili di quelle contrade. Perciò, raunata gran gente a forza di danaro, d'essi congiurati ben si vendicò, dopo averli fatti prigioni. A colui che era stato creato re contra di lui, fece conficcare in capo una corona con acutissimi chiodi; altri nobili condannò alla forca, al fuoco e ad altri supplizii. Poscia in un pubblico parlamento perdonò a chiunque aveva avuta mano in quella cospirazione, e _talibus alloquiis multam gratiam illius regni invenit, et de cetero terra quevit_. Che l'imperadrice Costanza mirasse di mal occhio le crudeltà del marito contra de' poveri siciliani, e massimamente del sangue normanno, si può senza fatica credere, perchè era nata in Sicilia, e Normanna di nazione, e si riconosceva anche obbligata alla famiglia di Tancredi, perchè sì generosamente rimessa da lui in libertà. Finalmente suo era quel regno, e non del marito, nè potea piacerle ch'egli lo distruggesse col macello di tanta nobiltà, e con votarlo di tutte le ricchezze per portarle in Germania. Ma non è mai credibile che, avendo ella un figliuolo, potesse consentire che altri si mettesse in testa quella corona. Par dunque più probabile che l'imperadrice fosse in sospetto al marito Augusto d'aver parte in quelle sollevazioni, ma non già ch'ella ne restasse convinta. E però convien sospendere la credenza in parte di quello che scrive Ruggieri Hovedeno[2524], storico inglese, e perciò nemico d'Arrigo, con dire che Arrigo prese i magnati della Sicilia, e parte ne imprigionò, parte dopo varii tormenti fece morire. Aveva dianzi dato il ducato di Durazzo e il principato di Taranto a Margarito, ossia Morgaritone, grande ammiraglio. Questa volta il fece abbacinare ed eunucare. Per le quali inumanità l'imperadrice Costanza fece lega colla sua gente contra dell'Augusto consorte; e, venuta a Palermo, prese i tesori dei re suoi antenati; dal che incoraggiti i Palermitani, uccisero gran copia di Tedeschi. L'imperadore fuggendo si racchiuse in una fortezza, con pensiero di ripatriare, se gli veniva fatto; ma i suoi nemici gli aveano serrati i passi. Credane ciò che vuole il lettore. Sicardo storico italiano[2525], e allora vivente, scrive che Margaritone fu accecato da Arrigo nell'anno 1194, e non già nel presente. Che in Sicilia fossero e congiure e rumori o nel precedente, o nel corrente anno, ammettiamolo pure. Ma che Arrigo, ito colà con un'armata di sessanta mila combattenti fosse ridotto in quello stato, non ha molto di verisimile. Meno ne ha che la imperadrice a visiera calata impugnasse il marito. Riceva dunque il lettore come meglio fondato il racconto di Gotifredo monaco, di cui sono le seguenti parole all'anno presente: _Imperator in Apulia moratur. Ibi quosdam principes, qui in necem ejus conspirasse dicebantur, diversis poenis occidit. Rumor etiam de eo ac de imperatrice Constantia varia seminat, scilicet quod ipse in variis eventibus praeventus, etiam in vitae periculo saepe constitutus sit; quod imperatricis voluntate semper fieri vulgabatur_[2526]. Quetati i rumori della Sicilia, e riconciliato l'imperadore Arrigo colla moglie, allora egli permise che la gran flotta de' pellegrini, desiderosi di segnalarsi in Terra santa, sciogliesse le vele, con aggiugnervi egli alcune delle sue squadre, e dar loro per condottiere _Corrado vescovo_ di Wirtzburgo suo cancelliere. Andarono, fecero alquante prodezze in quelle parti; più ancora n'avrebbono fatto, se non fosse giunta la morte dell'imperadore, che sbandò tutti i principi tedeschi, volendo ciascuno correre a casa, per intervenire all'elezion del nuovo Augusto. Succedette essa morte nella seguente forma, che si ha da Riccardo da San Germano[2527]. Fece Arrigo venire a sè l'imperadrice Costanza sua moglie, e mentre essa era nel palazzo di Palermo, Guglielmo castellano di Castro-Giovanni si ribellò all'imperadore. Portossi in persona Arrigo all'assedio di quella fortezza, e, quivi stando, fu preso da una malattia, a cagion della quale condotto (per quanto s'ha da Giovanni da Ceccano[2528] e dall'Hovedeno[2529]), a Messina, quivi terminò i suoi giorni nella vigilia di san Michele, cioè nel dì 28 di settembre. Altri dicono nella festa di san Michiele, altri nel dì quinto d'ottobre, e negli Annali Genovesi[2530] la sua morte è riferita nell'ultimo dì di settembre.
Voce corse ch'egli morisse attossicato dalla moglie, a cui si attribuiscono tutte le traversie patite dal marito; ma Corrado abbate Urspergense la giustifica di tal taccia con dire: _Quod tamen non est verisimile. Et qui cum ipso_ (Augusto) _eo tempore erant familiarissimi, hoc inficiabantur. Audivi ego id ipsum a domno Conrado, qui postmodum fuit abbas praemonstratensis, et tunc in saeculari habitu constitutus, in camera imperatoris exstitit familiarissimus_[2531]. Non so io qual fede meriti l'Hovedeno, allorchè scrive che Arrigo morì scomunicato da papa _Celestino III_ per non avere restituito il danaro indebitamente estorto a _Riccardo re_ d'Inghilterra, e perciò proibì il papa che se gli desse sepoltura in luogo sacro, tuttochè l'arcivescovo di Messina molto si adoperasse per ottenerlo. Aggiugne che lo stesso arcivescovo venne da Roma per questo, e di tre cose fece istanza. La prima, che fosse permesso il seppellire esso Augusto: al che rispose papa Celestino di non poterlo concedere senza consentimento del re d'Inghilterra, e restituito prima il maltolto. La seconda, che facesse ritirare i Romani che aveano assediato Marquardo nella marca di Guarnieri, cioè d'Ancona: il che dovette succedere dopo la morte dell'imperadore. E la terza, che permettesse la coronazione del piccolo Federigo in re di Sicilia. Sono sospetti gli scrittori inglesi in parlando di questo imperadore. Nondimeno anche Galvano Fiamma[2532] lasciò scritto che egli morì scomunicato. Quel ch'è più, vedremo che anche papa Innocenzo III il pretese scomunicato da esso papa Celestino. Forse implicitamente si pretendea incorso Arrigo nella scomunica per la violenza usata al re d'Inghilterra; ma che espressamente fossero fulminate contra di lui le censure, non si truova in altre memorie d'allora. All'incontro Ottone da san Biagio, dopo aver notata la morte d'Arrigo in Messina, soggiugne: _Ibidem cum maximo totius exercitus lamento cultu regio sepelitur_[2533]. Sono ancora di Sicardo storico e vescovo, allora vivente, le seguenti parole: _Anno Domini MCXVCII reversus imperator in Italiam, in Sicilia mortuus est et sepultus_[2534]. E l'Abbate Urspergense discorda bensì nel luogo della sepoltura, ma questa ce la dà per certa, scrivendo[2535]: _Henricus imperator obiit in Sicilia, et in ecclesia panormitana magnifice est sepultus_; nè alcun di essi parla di scomunica. Comunque sia, la morte di questo Augusto fu sommamente compianta dai Tedeschi, che l'esaltano forte, per avere stesi i confini dell'imperio, e portati dalla Sicilia in Germania immensi tesori; ma all'incontro essa riempiè d'allegrezza tutti i popoli della Sicilia, e d'altri paesi d'Italia, che l'aveano provato principe crudele e sanguinario, nè gli davano altro nome che di tiranno. Odasi Giovanni da Ceccano[2536]:
_Omnia cum papa gaudent de morte tyranni._ _Mors necat, et cuncti gaudent de morte sepulti,_ _Apulus, et Calaber, Siculus, Tuscusque, Ligurque._
Certo è che la morte di questo principe portò una somma confusione nella Germania, e si tirò dietro un fiero sconvolgimento e una gran mutazione di cose anche in Italia, siccome andremo vedendo. Per lume intanto di quel che poscia avvenne, considerabile è una notizia a noi conservata dall'autore della vita di Innocenzo III papa[2537]. Scrive egli che dopo la rotta data, siccome vedremo, nell'anno 1200 a Marquardo marchese di Ancona, si trovò fra' suoi scrigni il testamento del suddetto imperadore _Arrigo VI_, con bolla d'oro, che ora si legge stampato da me e da altri. In esso ordinava egli che _Federigo Ruggieri_ suo figliuolo riconoscesse dal papa il regno di Sicilia; e mancando la moglie e il figliuolo senza erede, esso regno tornasse alla Chiesa romana. Che se il papa confermasse al figliuolo Federigo l'imperio, in ricompensa si restituisse alla Chiesa stessa tutta la terra della contessa Matilda, a riserva di Medicina e di Argelata sul Bolognese. Ordinò ancora a Marquardo, _ut ducatum ravennatem, terram Brictinori, marchiam Anconae recipiat a domino papa, et romana Ecclesia, et recognoscat etiam ab eis Medisinam et Argelata._ E mancando egli senza eredi, vuole che quegli Stati restino in dominio della suddetta Chiesa. Una parola non vi si legge del ducato di Spoleti. Solamente vi si dice che sia restituita al papa tutta la terra da Monte Paile sino a Ceperano, siccome ancora Monte Fiascone. Secondochè abbiamo da Parisio da Cereta[2538], i Veronesi in questo anno attaccarono battaglia coi Padovani, assistiti da _Eccelino da Romano_, e da _Azzo marchese_ d'Este, e li sconfissero colla morte di molti. Questo Eccelino, per soprannome il Monaco, fu padre del crudele _Eccelino da Romano_. Di questo fatto parla ancora Gherardo Maurisio[2539], con dire che i Vicentini dopo una gran rotta loro data dai Padovani e dal suddetto Eccelino, per cui restarono prigionieri più di due mila d'essi, ricorsero per aiuto ai Veronesi, i quali con sì formidabil armata entrarono nel Padovano, guastando e bruciando sino alle porte di Padova, che atterriti i Padovani, altro ripiego non ebbero per liberarsi da questo turbine, che di restituire tutti i prigioni: il che fatto, ebbe fine la guerra. Ma questo avvenimento da Rolandino vien riferito all'anno seguente, e in altri testi all'anno 1199. Un documento da me prodotto nelle Antichità italiane forse ci fa vedere tuttavia _duca di Toscana Filippo_ fratello dell'imperadore Arrigo. Esso fu scritto nell'anno 1196 nel dì 30 d'agosto, correndo l'_Indizione XV_. Ma perchè tale indizione spetta all'anno presente, però, o ivi dovette essere l'anno 1197, ovvero s'ha da scrivere Indictione XIV, e sarà veramente l'anno 1196.
NOTE:
[2523] Arnold. Lubec, Chron., lib. 5, cap. 2.
[2524] Rogerius Hovedenus, Annal.
[2525] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2526] Godefridus Monachus, in Chron.
[2527] Richardus de S. Germano, in Chron.
[2528] Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2529] Rogerius Hovedenus.
[2530] Caffari, Annal. Genuens., lib. 4.
[2531] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2532] Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.
[2533] Otto de S. Blasio, in Chron.
[2534] Sicard., in Chron.
[2535] Abbas Urspergens., in Chron.
[2536] Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2537] Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2538] Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[2539] Mauris., Hist., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXCVIII. Indizione I.
INNOCENZO III papa 1. Vacante l'imperio.
Venne a morte papa _Celestino III_ nel dì 8 di gennaio, _VI idus januarii_ dell'anno presente, e fu seppellito il corpo suo nella basilica lateranense. A lui succedette nella cattedra di san Pietro Lottario, figliuolo di Trasmondo conte di Segna, cardinale de' santi Sergio e Bacco, che prese il nome d'_Innocenzo III_, e riuscì uno de' più insigni e gloriosi pontefici che s'abbia mai avuto la Chiesa di Dio; e al quale eterne obbligazioni professa specialmente la romana, al cui ingrandimento non meno nel temporale che nello spirituale egli assaissimo contribuì mercè delle prospere congiunture, e più ancora dell'elevatezza dell'ingegno suo[2540]. Era egli allora in età di soli trentasette anni, ma maturo di senno e ornato delle scienze, studiate in Roma, in Parigi e in Bologna. Nella di lui vita è scritto che fu eletto nel dì 8 di gennaio, _sexto idus januarii_. Ma, o papa Celestino dovette morire un giorno prima, o egli esser eletto un giorno dopo; perciocchè sappiamo che non si veniva all'elezione se non dappoichè era stata data sepoltura all'antecessore; e questo pio cardinale _apud basilicam constantinianam voluit decessoris exequiis interesse_. Fu poi consecrato papa nella festa della cattedra di san Pietro, cioè nel dì 22 di febbraio. Trovò egli smantellato il patrimonio della Chiesa romana, perchè il poco fa defunto _imperadore Arrigo_ avea occupato tutto quasi fino alle porte di Roma, a riserva della Campania, in cui nondimeno era esso Augusto più temuto che il papa. Trovò ancora che niun ostacolo restava alla sua autorità dalla parte degl'imperadori per le ragioni che addurrò fra poco. Una delle sue prime imprese dopo la consecrazione fu questa: _Petrum urbis praefectum ad ligiam fidelitatem recepit, et per mantum, quod illi donavit, de praefectura eum publice investivit, qui usque ad id tempus juramento fidelitatis imperatori fuerat obligatus, et ab eo praefecturae tenebat honorem_. Leggesi il di lui giuramento fra le lettere d'esso papa Innocenzo[2541]: notizia degna di osservazione per la conoscenza de' tempi addietro e di quelli che succederono, perchè spirò qui l'ultimo fiato l'autorità degli Augusti in Roma, e da lì innanzi i prefetti di Roma, il senato e gli altri magistrati giurarono fedeltà al solo romano pontefice.