Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 82

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Continuò ancora in quest'anno la confusione in Puglia e in Terra di Lavoro[2478]. Bertoldo generale dell'imperadore cogli altri uffiziali cesarei, coll'abbate di Monte Casino, che, dimentico dei canoni, era divenuto guerriero, e coi conti di Fondi e di Caserta, prese varie castella. Ingrossò l'armata con tutti coloro che teneano la parte dell'imperadore, di modo che quantunque venisse di qua del Faro il _re Tancredi_ con un grosso esercito, non lasciò di tener la campagna, anzi di andar a fronte dell'armata nemica a Monte Fuscolo. Erano inferiori molto di forze i cesarei; eppure si astenne Tancredi di venire a battaglia, perchè i suoi gli rappresentarono andarvi del suo onore, s'egli, essendo re, si cimentava con chi non era par suo. Assediò Bertoldo il castello di Monte Rodone. Una grossa pietra scagliata da un mangano lo stritolò. Nel generalato succedette a lui Corrado Moscaincervello, che, impadronitosi di quel castello, non lasciò vivo alcuno degli abitanti. All'incontro il re Tancredi riacquistò la rocca di sant'Agata, Aversa, Caserta ed altre terre; e sentendosi poi aggravato da febbri, si ridusse verso il fine dell'anno in Sicilia, dove restò trafitto da inesplicabil dolore per la morte che gli rubò sul fior degli anni il primogenito suo, cioè il re _Ruggieri_. Questo colpo quel fu che sul principio dell'anno seguente fece tracollar la sanità dell'infelice _Tancredi_, il qual tenne dietro al figliuolo, e riempiè di pianto la Sicilia tutta, ben prevedendo ognuno le sinistre conseguenze di perdite cotanto inaspettate. Lasciò egli sotto la tutela della regina _Sibilla_ sua moglie il secondogenito suo, cioè _Guglielmo III_, erede piuttosto di lagrimevoli disavventure, che della corona reale e di un bellissimo regno. Miracolo è che, secondo l'uso dei fallaci umani giudizii, niuno susurrò che questi principi fossero stati aiutati a sloggiare dal mondo. Siccome osserva il cardinal Baronio[2479], incitato _papa Celestino III_ in quest'anno da replicate forti lettere della regina d'Inghilterra _Eleonora_, madre del _re Riccardo_, che era prigione in Germania, finalmente s'indusse a minacciar le censure contra _Leopoldo duca_ d'Austria, e contra dello stesso _imperadore Arrigo_, se non mettevano in libertà il fatto prigioniere, con trasgredire i capitoli e giuramenti della crociata. Ho detto anche Arrigo Augusto, perchè anche egli volle essere a parte di quella preda, con aver fissata la massima di ricavarne un grossissimo riscatto. Adduceva egli quella gran ragione, che un re non dovea star nelle carceri di un duca, e però o colle minacce o colle promesse di parte del guadagno, fatte al duca medesimo, gliel trasse di mano, con divenir egli principale in quest'affare, e con accusare dipoi Riccardo di varii insussistenti reati, fra i quali entrò il preteso assassinamento del marchese Corrado. Fu dunque proposto a Riccardo, se bramava la libertà, un enorme pagamento di danaro. A queste disavventure del re inglese una più dolorosa si aggiunse, perchè _Filippo re_ di Francia, sentiti in tal occasione più vigorosi i consigli dell'interesse che dell'onore, uscì armato in campagna, e cominciò ad occupar gli Stati che Riccardo possedeva di qua del mare.

Abbiamo dalla Cronica Cremonese[2480] che fu guerra in quest'anno fra i Milanesi e Lodigiani. Aveano questi tirata una fossa dalla lor città sino al Lambro. Dovette ciò dispiacere ai Milanesi, i quali perciò venuti coll'esercito sul Lodigiano, la spianarono, bruciarono un tratto di paese, e condussero prigioni molti Lodigiani. Galvano Fiamma[2481] di ciò parla all'anno precedente, ma il Malvezzi[2482] ne scrive sotto il presente. Secondo questi autori, i Cremonesi collegati coi Lodigiani, e accampati nel territorio d'essi, si diedero a far delle scorrerie nel distretto di Milano. Uscirono in campagna anche i Milanesi, e diedero loro battaglia. Nel conflitto si sparse voce che venivano i Bresciani: laonde i Cremonesi pensarono più a fuggire che a combattere. Restò in mano de' Milanesi il loro carroccio. Ma son da ricevere con gran riguardo tali notizie, perchè Galvano Fiamma troppe altre cose narra o favolose, o accresciute oltre al dovere. Era stato podestà di Bologna nell'anno precedente _Gherardo_ degli Scannabecchi vescovo di quella città[2483], e con lode aveva esercitato quel principesco uffizio. Continuò anche nel presente; ma più non piacendo il governo suo, furono ivi di nuovo creati i consoli; e perchè il vescovo non volea dimettere il comando, si fece una sollevazione contra di lui, per la quale fu assediato il palazzo episcopale, colla morte di molti. Il vescovo, fuggito per una cloaca travestito, ebbe la fortuna di mettersi in salvo. Genova anch'essa provò i mali effetti della discordia civile[2484]. Tutto dì vi si commettevano omicidii e ruberie; e l'una famiglia dalla sua torre facea guerra all'altra. Durò questo infelice stato di cose fino all'anno seguente, in cui, fatto venir da Pavia Oberto da Olevano per loro podestà, questi, siccome persona di gran cuore e prudenza, diede buon sesto a tanti disordini. Era incorso nella disgrazia dell'imperadore Arrigo, e posto anche al bando dell'imperio, il popolo di Reggio di Lombardia, perchè avea costretto molti castellani dipendenti dall'imperio a giurar fedeltà e ubbidienza al loro comune: cosa praticata in questi tempi anche da altre città. Li rimise Arrigo in sua grazia nell'anno presente con diploma[2485] dato _Wirceburc XIV kalendas novembris, Indictione XI_ (indizione che non si doveva mutare nel settembre); ma con aver prima i Reggiani assoluto da' giuramenti que' vassalli imperiali, e restituiti i luoghi occupati. Passavano delle differenze fra i Bolognesi e Ferraresi. Furono in questo anno composte nel dì 10 di marzo nella villa di Dugliuolo, come costa dallo strumento da me pubblicato altrove[2486].

NOTE:

[2478] Richardus de S. German., in Chron. Anonymus Casinensis, in Chron.

[2479] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[2480] Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.

[2481] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 225.

[2482] Malveccius, Chron. Brixian., c. 71, tom. 14 Rer. Ital.

[2483] Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[2484] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.

[2485] Antiquit. Italic., Dissert. L.

[2486] Ibidem, Dissert. XLIX.

Anno di CRISTO MCXCIV. Indizione XII.

CELESTINO III papa 4. ARRIGO VI re 9, imperad. 4.

Dopo sì lunga prigionia, finalmente sul principio di febbraio di quest'anno fu rimesso in libertà _Riccardo re_ d'Inghilterra[2487]. Gli convenne pagare cento mila marche ossia libbre d'argento, e promettere altra somma all'_imperadore Arrigo_, che la terza parte ne diede a _Leopoldo duca_ d'Austria. In Inghilterra, per mettere insieme questo tesoro, che sembra quasi incredibile, furono venduti fino i calici sacri: laonde per tale avania Arrigo si tirò addosso il biasimo e la indignazione universale. Intanto giunse la nuova d'essere mancato di vita il _re Tancredi_ col figliuolo maggiore, e rimasto il regno di Sicilia in mano d'un re fanciullo, e sotto il governo di una donna, cioè della regina _Sibilia_, o _Sibilla_, sua madre. Che tempo propizio fosse questo per conquistare quegli Stati, più degli altri l'intese Arrigo Augusto; e trovandosi egli anche ben provveduto d'oro, gran requisito per chi vuol far guerra, s'affrettò a mettere insieme un possente esercito per la spedizion di Sicilia. Nel mese di giugno calò in Italia, e premendogli di aver sufficienti forze per mare alla meditata impresa, personalmente si trasferì a Genova, dove con larga mano regalò quel popolo di promesse in loro vantaggio. _Si per vos_, disse egli[2488], _post Deum, regnum Siciliae acquisiero, meus erit honor, proficuum erit vestrum. Ego enim in eo cum Teutonicis meis manere non debeo; sed vos et posteri vestri in eo manebitis. Erit utique illud regnum non meum, sed vestrum_. Con degli ampli privilegii ancora, ben sigillati, confermò loro questi monti d'oro. Non è dunque da stupire se i Genovesi fecero un grande sforzo di gente e di navi per secondare i disegni dell'imperadore. Portossi Arrigo anche a Pisa verso la metà di luglio, ed impetrò da quel popolo un altro stuolo di navi. Ho io dato alla luce un suo diploma[2489], emanato nell'anno precedente, in cui, oltre al confermare tutte le lor giurisdizioni e varii privilegii, concede anche loro in feudo la metà di Palermo, di Messina, di Salerno e Napoli, e tutta Gaeta, Mazara e Trapani: tutte belle promesse per deludere quei popoli poco accorti, ed averne buon servigio. In Pisa si trovarono i deputati di Napoli, che gli promisero di rendersi al primo arrivo dell'imperiale armata. Con questa dunque s'inviò egli per la Toscana alla volta della Puglia e di Terra di Lavoro[2490]. Piuttosto verso il principio che sul fine d'agosto arrivato colà, le più delle città corsero ad arrendersi. Atinio e Rocca di Guglielmo tennero forte. Capoa ed Aversa nè si renderono, nè furono assediate. Se si vuol credere ad Ottone da San Biagio[2491], che con errore ciò riferisce all'anno 1193, Arrigo, fatto dare il sacco a tutte le città della Campania e della Puglia, le distrusse, e massimamente Salerno, Barletta e Bari, con asportarne un immenso bottino. Ma della sovversione di tante città non parlando nè l'Anonimo Casinense, nè Riccardo da San Germano, benchè si potesse sospettare che tacessero per paura di chi allora comandava in Sicilia, pure non è credibile tutto quanto narra quello scrittore, specialmente stendendo egli queste crudeltà a tutte le città di quelle contrade. Fuor di dubbio è che Arrigo fece assediar Gaeta, e che colà nello stesso tempo arrivò la flotta de' Genovesi. Non volle quella città far lunga resistenza all'armi cesaree, e si rendè a Marquardo siniscalco dell'imperadore, a _Guglielmo marchese_ di Monferrato, e ad Oberto da Olevano podestà e generale de' Genovesi. Passò dipoi l'esercito e la flotta nella vigilia di san Bartolommeo a Napoli, città che si rendè tosto all'imperadore, e gli giurò fedeltà, siccome ancora Ischia, ed altre isole e terre. La rabbia maggiore dell'Augusto Arrigo intanto era contra de' Salernitani, per aver essi tradita l'imperadrice Costanza sua moglie. E però inviò il suddetto Guglielmo marchese ad assediar quella ricca e nobil città[2492]. Tuttochè quei cittadini facessero una valorosa difesa, pure non poterono lungamente resistere agli assalti del marchese, il quale poscia, per ordine di Arrigo, infierì contra d'essi, con levar la vita a moltissimi, permettere il disonor delle donne, imprigionare e tormentar altri, e bandire i restanti. Tutto fu messo a sacco, e poscia senza perdonare alle chiese, restò interamente smantellata la città che da lì innanzi non potè più risorgere all'antico splendore. Per la Calabria s'inoltrò l'esercito cesareo, e, passato il Faro, giunse a Messina, che tosto se gli diede. Che ciò accadesse sul fine di agosto si può argomentar dagli Annali di Genova, che dicono arrivata a Messina la lor flotta nel dì primo di settembre; tempo in cui quella città era già pervenuta alle mani dell'imperadore.

Questi vittoriosi progressi furono allora turbati da un accidente occorso fra i Genovesi e i Pisani. L'odio fra queste due emule nazioni, originato dalla gara dell'ambizione, e più da quella dell'interesse, era passato in eredità; e si potea ben con tregue e paci frenare, ma per poco tornava a divampare in maggiori incendii. Appena si trovarono le lor flotte a Messina, che vennero alle mani, e nel lungo conflitto molti dei Pisani vi restarono o morti o feriti. Per questo gli altri Pisani, che erano nella città, corsero al fondaco de' Genovesi, e gli diedero il sacco, con asportarne molto danaro. Altrettanto fecero alle case dove si trovarono de' Genovesi, molti ancora de' quali furono fatti prigioni. Ciò inteso dai Genovesi, che stavano nelle navi, infuriati corsero a farne vendetta sopra le galee pisane, e tredici ne presero, con tagliare a pezzi molti de' Pisani. S'interpose Marquardo imperial siniscalco, e riportò dalle parti giuramento di restituire il maltolto, e di non più offendersi. Eseguirono la promessa i Genovesi. Poco o nulla ne fecero i Pisani, che godeano miglior aura alla corte; anzi fecero nuovi insulti per le strade ai Genovesi, e presero una lor ricca nave che veniva di Ceuta. Per tali affronti e danni morì di passione il podestà e generale de' Genovesi Oberto da Olevano. Allorchè si seppe in Palermo la resa di Messina, la regina _Sibilla_ si fortificò nel palazzo reale, e il fanciullo _re Guglielmo_ si ritirò nel forte castello di Calatabillotta. Allora i Palermitani spedirono all'imperadore Arrigo, invitandolo alla lor città. Così l'Anonimo Casinense. Ma, secondo gli Annali Genovesi, pare che i Palermitani resistessero un tempo, e si facessero pregare per ammetterlo. Intanto i Genovesi accorsero in aiuto di Catania, che s'era data all'imperadore, e trovavasi allora assediata dai Saraceni abitanti in Sicilia, siccome fautori della fazion di Tancredi, e la liberarono. Presero poi per forza la città di Siracusa. Tengo io per fermo che l'Anonimo Casinense e Riccardo da San Germano per politica parlarono pochissimo di questi affari, che pur furono sì strepitosi, mettendo un velo sopra molte iniquità e crudeltà di Arrigo. Non mancò egli di addormentare con graziosissime promesse i Palermitani[2493]. Il magnifico di lui ingresso in quella città ci vien descritto da Ottone da San Biagio[2494]. Ma perchè conobbe dura impresa l'impadronirsi del regal palazzo, e del castello di Calatabillotta, mandò alcuni suoi ministri a trattare colla regina Sibilla, con cui, secondo il suo costume, fu liberalissimo di promesse: cioè impegnò la sua parola di concedere a Guglielmo di lei figliuolo la contea di Lecce, e di aggiugnervi il principato di Taranto; condizioni che furono da lei abbracciate, perchè già vedea disperato il caso di potersi sostenere. Diede dunque sè stessa e il figliuolo in mano di Arrigo, il quale non sì tosto fu padrone del palazzo regale, che lo spogliò di tutte le cose preziose, e lasciò il sacco del resto ai soldati. Secondo gli scrittori moderni siciliani, Arrigo si fece coronare re di Sicilia nella cattedral di Palermo. Non truovo io di ciò vestigio alcuno presso l'Anonimo Casinense, nè presso Riccardo da San Germano. Ne parla bensì Radolfo da Diceto, che il dice coronato nel dì 23 di ottobre. Rocco Pirro rapporta un suo diploma, dato _Panormi III idus januarii, Indictione XIII, anno MCXCV_[2495], dove, parlando della chiesa di Palermo, dice: _In qua ipsius regni coronam primo portavimus_. Ma falla esso Pirro in iscrivere che tal coronazione seguì nel dì 30 di novembre dell'anno 1195. Se il diploma da lui poco fa accennato, e dato nel dì 11 di gennaio dell'anno 1195, la suppone già fatta, come differirla al novembre dell'anno medesimo? Oltre di che, nel novembre del 1195 Arrigo non era più in Sicilia. Sicchè egli dovette esser coronato in Palermo o nell'ottobre o nel novembre del presente anno 1194. Neppure sussiste il dirsi da Rocco Pirro che l'imperadrice Costanza ricevette anche essa la corona in tale occasione. Abbiamo da Riccardo da San Germano che in quest'anno _imperatrix Exii civitate Marchie filium peperit nomine Fredericum mense decembri in festo sancti Stephani_. Non era ella dunque giunta per anche in Sicilia, e da Jesi non si potè partir così presto, come ognun comprende.

E qui si noti la nascita di questo principe, che fu poi _Federigo II imperadore,_ della cui nascita, e del luogo dove Costanza Augusta il partorì molte favole si leggono presso gli storici lontani da questi tempi. V'ha anche disputa intorno all'anno della sua nascita. Ma, oltre al suddetto Riccardo, l'Anonimo Casinense[2496] e Alberto Stadense[2497], il fanno nato nel fine dell'anno presente, perchè il loro anno 1195, cominciato nel dì della Natività del Signore, abbraccia la festa di santo Stefano di quest'anno 1194. Finalmente nella vita d'Innocenzo III papa[2498] troviamo che i principi in Germania nell'anno 1196 elessero re Federigo II _puerum vix duorum annorum, et nondum sacri baptismatis unda renatum_: il che ci assicura doversi riferire all'anno presente la nascita d'esso Federigo. Qual fosse la coscienza ed onoratezza dell'imperadore Arrigo VI lo scorgeremo ora. Dopo aver tanto speso e faticato per lui i Genovesi, richiesero il guiderdone loro promesso, cioè il possesso di Siracusa e della valle di Noto[2499]. Andò Arrigo per qualche tempo allegando varie scuse, e pascendo quel popolo di varie speranze. La conclusione finalmente fu, che non solamente nulla diede loro del pattuito, ma levò ad essi ancora tutti i diritti e privilegii goduti da loro sotto i re precedenti in Sicilia, Calabria, Puglia, e in altri luoghi. Proibì sotto pena della vita ai Genovesi il dar nome di console ad alcuno in quelle parti. Anzi minacciò d'impedir loro l'andar per mare, e giunse fino a dire che distruggerebbe Genova. Il continuatore di Caffaro non potè contenersi dal chiamarlo un nuovo Nerone, per così orrida mancanza di fede. Certo è che neppure i Pisani riportarono un palmo di terra in Sicilia, e sparvero agli occhi ancora di questi gli ampli Stati che si leggono promessi loro nel diploma di sopra accennato. E pur poco fu questo. Nel giorno santo di Natale tenne un solenne parlamento di tutto il regno in Palermo, e quivi cacciò fuori delle lettere, credute dai più di sua invenzione, dalle quali appariva una cospirazione formata contra di lui da alcuni baroni del regno. Dopo di che fece mettere le mani addosso a moltissimi vescovi, conti e nobili, e cacciar in prigione anche la stessa vedova regina Sibilla, ossia Sibilia, e il figliuolo Guglielmo, fintamente da lui proclamato conte di Lecce e principe di Taranto, dimenticando il bell'atto del re Tancredi, che gli avea restituita la moglie Costanza, e mettendosi sotto i piedi la fede e le promesse date alla regina e al figliuolo. Alcuni d'essi baroni furono accecati, altri impiccati, altri fatti morir nelle fiamme, e il resto mandato e condotto in Germania in esilio. Anche Ottone da San Biagio fa menzione di queste crudeltà, accennate parimente da Giovanni da Ceccano e da Innocenzo III papa in una sua lettera, prevedute ancora da Ugo Falcando sul principio della sua Storia, che dovettero fare un grande strepito per tutta l'Europa. Fece fino aprire il sepolcro di Tancredi e del figliuolo Ruggieri, e strappar loro di capo la corona regale. Sicardo, vescovo allora di Cremona, e parziale d'Arrigo, scrive che i Siciliani se la meritarono, per aver tese insidie allo imperadore. Ma sarebbe convenuto accertarsi prima se sussisteva la congiura; poichè per conto dell'aver eglino preferito Tancredi a Costanza contra del loro giuramento, non aveano essi operato ciò senza l'approvazione del romano pontefice, al quale apparteneva il disporre di quel regno, come di feudo della santa Sede. Vuole il padre di Pagi che non sussista tanta barbarie dell'Augusto Arrigo in Sicilia, citando in pruova di ciò Giovanni da Ceccano. Ma questo medesimo autore è buon testimonio dell'inumanità d'Arrigo VI.

NOTE:

[2487] Roger. Hovedenus, Guillelm. Neubrig., Abbas Urspergens. et alii.

[2488] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.

[2489] Antiquit. Ital., Dissert. L.

[2490] Richardus de S. Germano. Anonymus Casinens. Johann. de Ceccano, Chron.

[2491] Otto de S. Blasio.

[2492] Radulph. de Diceto, Imag. Histor.

[2493] Johann. de Ceccano, Richardus de S. Germano.

[2494] Otto de S. Blasio, in Chron.

[2495] Pyrrhus, Chronolog. Reg. Sicil. et in Notit. Ecclesiast. Panor.

[2496] Anonymus Casinens., in Chron.

[2497] Albert. Stadens., in Chron.

[2498] Vita Innocentii III, num. 19.

[2499] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.

Anno di CRISTO MCXCV. Indizione XIII.

CELESTINO III papa 5. ARRIGO VI re 10, imperad. 5.

Dopo avere _Arrigo Augusto_ sfogato in parte il suo crudel talento contra gli aderenti del fu re Tancredi, venne in Puglia, dove tenne un gran parlamento di baroni. Trovavasi nella corte di Sicilia _Irene_ vedova del giovane _re Ruggieri_ figliuolo di _Tancredi_. La trovò assai avvenente _Filippo_ fratello dell'imperadore; e forse pensando egli che questa principessa potesse anche portar seco dei diritti d'importanza, per essere figliuola d'un greco imperadore, la prese per moglie[2500] di consentimento di Arrigo, che allora gli diede a godere il ducato della Toscana, e i beni della fu contessa Matilda. Vedesi presso il Margarino[2501] un diploma d'esso Filippo coi titoli suddetti, spedito in san Benedetto di Polirone nel dì 31 di luglio, trovandosi egli in quel monistero. Dopo aver tenuto in Puglia il parlamento suddetto, ed inviata l'imperadrice in Sicilia, prese Arrigo la strada di terra, per tornarsene in Germania. Convengono tutti gli scrittori in dire ch'egli per mare e per terra mandò in Germania innumerabili ricchezze; tutte spoglie de' miseri Siciliani e del regale palazzo di Palermo. Arnoldo da Lubeca scrive[2502] ch'egli _reperit thesauros absconditos, et omnem lapidum pretiosorum et gemmarum gloriam, ita ut oneratis centum sexaginta somariis_ (cavalli o muli da soma) _auro et argento, lapidibus pretiosis, et vestibus sericis, gloriose ad terram suam redierit_. Bella gloria al certo guadagnata con tanti spergiuri, coll'ingratitudine, colla barbarie, e con lasciare in Sicilia un incredibil odio e mormorazione contra della sua persona. Oltre ad assaissimi baroni prigionieri, ed oltre agli ostaggi di varie città, fra' quali fu l'arcivescovo di Salerno, seco egli menò la sfortunata regina Sibilla con tre figliuole e col figliuolo Guglielmo, e li tenne poi sotto buona guardia chiusi in una fortezza. Crede il padre Pagi[2503] che Arrigo solamente nel Natale dell'anno presente imperversasse contra de' Siciliani, e poscia se ne tornasse in Germania. Ma Giovanni da Ceccano[2504] parla del Natale dell'anno precedente. Ed Arrigo in quest'anno venne a Pavia, e di là passò in Germania, come si ha dagli Annali genovesi[2505] e da altri autori. Girolamo Rossi[2506] cita un suo diploma dato in Vormazia _IV kalendas decembris, Indictione XIIII, anno Domini MCXCV_. L'indizione è quivi mutata nel settembre. Anche il Sigonio accenna un suo diploma, _dato VII kalendas junias apud burgum sancti Donnini, anno MCXCV, regni Siciliae primo_[2507]. Lasciò esso Arrigo per suo vicario, ossia per vicerè nel regno di Sicilia il vescovo d'Ildeseim già suo maestro, che fra tanti suoi studii non dimenticò quello di far danaro per quanto potè. In quest'anno il celebre _Arrigo Leone_, già duca di Sassonia e Baviera, della linea estense di Germania, terminò i suoi giorni in Brunsvic, città restata a lui con altre adiacenti dopo il terribil naufragio di sua grandezza. Ma in questo medesimo anno essendo morto _Corrado conte_ palatino del Reno, zio paterno dell'Augusto _Arrigo_, succedette ne' di lui Stati Arrigo, uno de' figliuoli di esso Arrigo Leone, perchè marito dell'unica figliuola del medesimo Corrado: sicchè in qualche maniera tornò a rifiorire in Germania la potenza de' principi estensi-guelfi. Nè si dee tacere che l'imperadore Arrigo suddetto in quest'anno creò e confermò duca di Spoleti _Corrado_ Moscaincervello, e dichiarò duca di Ravenna e marchese d'Ancona _Marquardo_. È considerabile lo strumento di concordia seguita fra lui e il popolo di Ravenna, di cui Girolamo Rossi ci ha conservato la memoria. Da esso apparisce che anche Ravenna si governava in repubblica, ed avea il suo podestà, e giurisdizione, e rendite; ma doveano al duca restar salve le regalie, _quas imperator, et ipse Marchoaldus in civitate Ravennae et ejus districtu habere consuevit_. La terza parte di Cervia apparteneva ad esso Marquardo o Marcoaldo, un'altra all'arcivescovo, e un'altra al comune di Ravenna, che partivano insieme le intrate massimamente del sale.