Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 80
Le calamità di Terra santa quelle furono che quetarono in questi tempi le differenze pullulate di nuovo fra i sommi pontefici e l'imperador Federigo. Cessarono le ostilità per molti anni continuate fra il re d'Ungheria e i Veneziani a cagion della Dalmazia. Si fece anche pace fra i re di Francia e d'Inghilterra. In somma la religione, che tante volte s'è veduta sotto i piedi dell'ambizione dei principi, questa volta restò in molti paesi al disopra: tanto rimasero sbalorditi e compunti i sovrani d'allora per la miserabil perdita di Gerusalemme, e per gli immensi progressi di Saladino. D'altro allora non si parlava se non di queste disavventure, e del loro rimedio. Aveva il pontefice _Clemente III_, siccome quegli a cui più che ad ogni altro stava a cuore il sussidio di Terra santa, spediti alle corti di tutti i principi della cristianità varii cardinali legati per promuovere questo importante affare[2422]. Comparvero due d'essi alla dieta generale tenuta dall'_imperador Federigo_ in Magonza verso la metà della quaresima; e perorarono così forte a nome del papa, che lo stesso Federigo Augusto prese la risoluzione di andar egli in persona alla testa di una armata in Levante. Già la pace regnava in Italia e Germania; lieve non era la soma de' peccati di questo imperadore, de' quali bramava egli di far penitenza con sagrificare il resto de' cadenti suoi giorni alla difesa del cristianesimo. Vi entrò anche il desiderio della gloria, perchè egli andando si teneva in pugno la liberazion di Terra santa. Però prese la croce egli, e coll'esempio suo trasse alla risoluzion medesima _Federigo duca_ di Suevia suo figliuolo, e una gran quantità di vescovi e principi. Fu dunque intimata la spedizione nell'anno prossimo venturo, e che intanto ognun si preparasse. Grandi guerre addietro erano state tra _Filippo re_ di Francia ed _Arrigo re_ d'Inghilterra. Guglielmo arcivescovo di Tiro, spedito dal papa, ed altri legati pontificii non solamente condussero que' due monarchi alla pace, ma gl'indussero ancora a prender la croce, e a promettere di passare in persona colle lor forze in Terra santa. Predicata parimente la crociata per tutte le altre provincie della cristianità, commosse i popoli alla sacra impresa. I primi a portar colà dei soccorsi furono gl'Italiani, chiamati dall'Abbate Urspergense _homines bellicosi, discreti, et regula sobrietatis modesti, prodigalitatis expertes, parcentes expensis, quum necessitas non incubuerit, et qui inter omnes gentes soli scripta legum sanctione reguntur_. Sotto nome d'Italiani sono qui compresi i Veneziani, i Lombardi, i Toscani e gli altri popoli di qua dal regno di Napoli. Imperciocchè quanto a _Guglielmo II_ re di Sicilia e di Puglia, spedì egli una flotta di dugento vele in soccorso della città di Tiro[2423], che unita a quella di _Corrado marchese_ di Monferrato liberò Tripoli dall'assedio di Saladino. Ma Sicardo[2424] con poca lode parla de' Siciliani. Essendo stato in questo mentre rimesso in libertà _Guido re_ di Gerusalemme da Saladino con varii nobili dianzi suoi prigionieri, egli si animò a nuove imprese, giacchè gli giunse in soccorso una flotta numerosa di Veneziani, sopra la quale era anche l'arcivescovo di Ravenna _Gherardo_ col vescovo di Faenza. A questo, secondo alcuni, s'unì l'altra de' Pisani, che era condotta dal loro arcivescovo _Ubaldo_. Imperocchè allo zelantissimo papa Clemente III riuscì in questo anno, col mezzo di due cardinali deputati, di rimettere la pace fra essi Pisani e i Genovesi, come costa da una sua bolla pubblicala dal Tronci[2425].
Ora il re Guido con questo possente rinforzo deliberò di far l'assedio di Tolemaide, ossia di Accon, importante città marittima. Non giunse però la flotta pisana, secondo il suddetto Sicardo, alla città di Tiro, se non nell'anno seguente. In questo sì, trovandosi Tiro senza vettovaglie, l'indefesso _marchese Corrado_ inviò la sua flotta navale ad Azoto. Presa fu quella terra dai cristiani, fatto prigione l'ammiraglio di Saladino con cinquecento soldati, liberati molti fedeli dalla schiavitù. Ricco bottino e abbondanza di viveri fu riportata da quelle vittoriose navi a Tiro, e Corrado col cambio di quell'ammiraglio riebbe in libertà il _marchese Guglielmo_ suo padre. Perchè il mio argomento nol richiede, non mi stenderò io molto a narrar quelle strepitose avventure, bastandomi di solamente accennarle. A chi più ne desidera, non mancano libri che diffusamente trattano dalla guerra sacra. Mandò intanto l'imperadore Federigo in Levante a Saladino il conte Arrigo di Dedi con lettere, nelle quali gl'intimava la restituzion di Gerusalemme[2426]: altrimenti lo sfidava. Saladino se ne rise, e seguitò a fare il fatto suo, con impadronirsi in quest'anno di varie altre città. Con tutte le disgrazie di Terra santa non si calmarono in quest'anno le discordie tra i Piacentini e Parmigiani[2427]. Vennero questi due popoli ad un fatto d'armi, in cui restarono sconfitti i Parmigiani col _marchese Maroello_ Malaspina in valle di Taro. Ma rinforzati dipoi i Parmigiani dai Cremonesi, Modenesi e Reggiani, andarono all'assedio della torre di Seno e di Castelnuovo, e dopo tre giorni impadronitisi di quelle castella, le diruparono. Mosse intanto parola di pace col senato romano il pontefice Clemente; e siccome egli era lor concittadino, e i guai del cristianesimo venivano allora uditi come una gran predica dell'ira di Dio; così trovò quel popolo disposto all'accordo. Leggesi presso il cardinal Baronio[2428], e più compiuto nelle mie Antichità italiche[2429], lo strumento della concordia stabilita fra esso papa e i Romani nell'ultimo dì di maggio, ove si veggono restituite al pontefice romano tutte le regalie, ma con aver egli sacrificato allo sdegno implacabile de' Romani la città di Tuscolo troppo vicina a Roma, ed anche Tivoli, con aver conservato il medesimo senato, e accordate ad esso varie prerogative. Nulladimeno prima del suddetto strumento papa Clemente era venuto a Roma, ricavandosi ciò da una sua lettera scritta a _Guglielmo re_ di Scozia, e riferita dallo stesso Baronio, come data _Laterani tertio idus martii, pontificatus nostri anno primo_. Una sua bolla ancora s'ha nel Bollario Casinense, data _XVI calendas junii, Indictione VI, pontificatus anno primo_[2430]. Era stato spedito in Germania dai Cremonesi _Sicardo_ lor vescovo[2431] per impetrare la licenza di rifabbricare Castel-Manfredo. Senza poterla ottenere se ne ritornò. In sua vece i Cremonesi fondarono Castel-Leone, ossia Castiglione.
NOTE:
[2422] Abbas Urspergens., in Chron. Otto de Sancto Blasio, in Chron. Chronograph. Saxo, Godefrid. Monachus et alii.
[2423] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2424] Bernard. Thesaurar., Hist., cap. 170.
[2425] Tronci, Annal. Pisan.
[2426] Roger. Hovedenus, in Chron.
[2427] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2428] Baron., in Annalib. ad hunc annum.
[2429] Antiquit. Ital., Dissert. XLII, pag. 783.
[2430] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. CCVII.
[2431] Sicard., in Chron.
Anno di CRISTO MCLXXXIX. Indiz. VII.
CLEMENTE III papa 3. FEDERIGO I re 38, imper. 35. ARRIGO VI re d'Italia 4.
Nella festa di san Giorgio di questo anno, cioè nel dì 23 d'aprile, _Federigo imperadore_ diede principio alla sua spedizion verso Oriente, conducendo seco il suo figlio _Federigo_ (e non già Corrado, come pensò il padre Pagi) duca di Suevia, con assaissimi altri principi, e circa trenta mila cavalli, oltre alla fanteria. Arnoldo da Lubeca[2432] fa qui una sparata grande, con dire, che giunto Federigo al fine dell'Ungheria, si trovò avere un esercito di cinquanta mila cavalli, e di altri cento mila combattenti. Sicardo[2433] non gli dà se non novanta mila soldati, fra' quali dodici mila cavalli. Passò Federigo per l'Ungheria, ben accolto da quel re e dalla regina sua moglie, e sofferti molti incomodi per la Bulgheria, poi s'inoltrò verso la Romania. Avendo conceputo dei sinistri sospetti di questa poderosa armata _Isacco Angelo_ imperador de' Greci, fra il quale ancora, se vogliam credere ad alcuni autori, e Saladino sultano de' Saraceni passava stretta intelligenza ed amicizia, trattenne e maltrattò il vescovo di Munster e il conte di Nassau, ambasciatori a lui inviati; e spedì soldatesche per impedire il passaggio di Federigo Augusto, il cui figliuolo Federigo, principe di raro valore, sbaragliò chiunque se gli oppose. Diede per questo l'armata tedesca il sacco dovunque passò; ma finalmente lasciati in libertà gli ambasciatori, e dati dal greco imperadore gli ostaggi richiesti, si quetò il rumore. Furono nondimeno cagione cotali sconcerti che l'armata imperiale dovette svernare in Grecia, ma senza mai fidarsi de' Greci, che sotto mano manipolavano la rovina de' Latini. Se lo imperador Federigo non veniva dissuaso da' suoi principi, voleva ben egli farne vendetta con mettere l'assedio a Costantinopoli. Erasi intanto riaccesa la guerra tra _Filippo re_ di Francia ed _Arrigo re_ di Inghilterra[2434]. Tanto si adoperarono allora _Giovanni_ da Anagni cardinale legato della santa Sede, e varii arcivescovi e vescovi, che in fine si ristabilì nella vigilia di san Pietro la pace fra loro: laonde cominciarono a prepararsi per compiere il voto di Terra santa. Ma venuto a morte da lì a poco il re Arrigo, a lui succedette nel regno _Riccardo_ già duca d'Aquitania, suo primogenito, il qual poscia prese l'impegno d'eseguir ciò che il re suo padre, prevenuto dalla morte, avea lasciato imperfetto. Essendo già concorsa a Tiro da tutte le parti d'Italia una tal copia di combattenti, che non potea più capire in Tiro, e nascendo ogni dì dei disordini, _Guido re_ di Gerusalemme condusse questo popolo all'assedio di Tolemaide, ossia di Accon, o di Acri, a cui fu dato principio nel mese d'agosto. Sicardo scrive che v'intervenne coi Pisani il loro arcivescovo, legato apostolico, e vi arrivò anche una grossissima nave fabbricata dai Cremonesi, e ben armata di loro gente. Giunservi ancora molti legni de' Genovesi[2435] con buona copia di combattenti, desiderosi di segnalarsi in quelle contrade per la fede cristiana. Ma non andò molto che l'esercito de' fedeli mutò faccia, perchè di assediante divenne assediato. Colà accorse Saladino con una formidabil armata, e piantò il campo contra de' cristiani, i quali perciò si trovarono ristretti fra la città e il nemico esercito, e in un miserabile stato. Evidente si scorgeva il pericolo di restar quivi tutti vittima delle sciable nemiche: sì picciolo era il numero loro in confronto dell'innumerabil oste de' Saraceni[2436], se non che all'improvviso comparvero dalla Frisia e dalla Danimarca cinquanta vascelli, e trentasette dalla Fiandra, che sbarcarono un buon rinforzo di gente e di viveri, e rincorarono a maraviglia il campo cristiano, il quale seguitò costantemente a tenere il suo posto, ancorchè ogni dì convenisse aver l'armi in mano, e difendere dagli assalti nemici le linee e i trincieramenti, coi quali s'erano fortificati.
Perchè intanto durava in Lombardia la guerra fra i Piacentini e Parmigiani[2437], _Pietro_ e _Siffredo_ cardinali legati della santa Sede s'interposero, e fecero seguir pace tra loro, compresovi il marchese Malaspina. Una terribil mutazione di cose accadde nel presente anno in Sicilia, che riuscì anche di sommo danno all'Italia tutta e all'armi cristiane in Levante. Nel dì 16 di novembre[2438] venne a morte _Guglielmo II_ re di Sicilia, soprannominato il Buono, in età di soli trentasei anni, principe pio, principe glorioso, e padre de' suoi popoli, i quali perciò in dirotti pianti si sciolsero, non tanto per la perdita del bene presente, quanto per la previsione de' mali avvenire, perch'egli non lasciava dopo di sè prole alcuna. Secondo le promesse e i patti del matrimonio di _Costanza con Arrigo VI re_ di Germania e d'Italia, dovea succedere nel regno essa Costanza. Scrive ancora il Cronografo Acquicintino[2439] che Guglielmo prima di morire dichiarò suo figliuolo ed erede il medesimo re Arrigo. Ma si sa dall'Anonimo Casinense[2440] ch'egli morì senza far testamento. Certo non è da mettere in dubbio che Costanza fosse stata dinanzi riconosciuta per erede presuntiva di quella corona, mentre sappiamo che lo stesso Tancredi, a cui toccò il regno, avea con altri giurata fedeltà alla medesima regina Costanza. Ma i Siciliani abborrivano di andar sotto di principe straniero, che, per cagion degli altri suoi Stati, poteva trasportare altrove la corte. Apprendevano ancora come duro e barbarico il governo dei Tedeschi d'allora; nè s'ingannavano. Però somma fu la confusione di que' vescovi, conti e ministri in tal congiuntura. Scrive il suddetto Anonimo che dopo la morte del re vennero alle mani i cristiani coi Saraceni abitanti in Palermo (e ve n'era ben qualche migliaio), in guisa che degli ultimi fu fatta grande strage, e il resto venne obbligato a ritirarsi ad abitar nelle montagne. Il perchè non si sa. Trovavasi in grave perplessità quella corte, e convocato il parlamento de' baroni, _Gualtieri arcivescovo_ di Palermo, per cui opera erano seguite le nozze di Costanza con Arrigo, sostenne il loro partito[2441]. Ma il gran cancelliere Matteo da Salerno prevalse coll'altro, il quale, giacchè vi restava un rampollo maschio de' principi normanni, a questo credea dovuta la corona, per benefizio ancora del regno. Vi si aggiunse ancora l'autorità e il maneggio, se non palese, almeno segreto della corte di Roma, affinchè non si unissero quegli Stati in chi era re d'Italia e doveva essere imperadore; e tanto più vi s'interessò il pontefice, dacchè senza riguardo della sua sovranità altri volea disporre di quel regno. Fu dunque spedita gente a Lecce a chiamar _Tancredi conte_ di quel paese, col notificargli la risoluzione presa di volerlo per re. Era Tancredi figliuolo di _Ruggieri duca_ di Puglia, cioè del primogenito del re Ruggieri, ma nato fuor di matrimonio da una nobil donzella, che molti nondimeno crederono sposata da lui. Sotto il re Guglielmo fu detenuto prigione. Fuggitone si ricoverò in Costantinopoli. Dopo la morte d'esso re zio se ne tornò in Puglia, ben veduto dal re _Guglielmo II_ suo cugino, la cui morte aprì a lui l'adito alla corona. E n'era degno per le sue belle qualità, perchè signore d'animo sublime e di molta prudenza[2442], e che alle virtù politiche accoppiava ancora un amor distinto alle lettere, e sapeva anche le matematiche, l'astronomia e la musica: cosa rara in questi tempi. Ma al di lui merito mal corrispose la fortuna, siccome vedremo.
NOTE:
[2432] Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 29. Chron. Reicherspergense.
[2433] Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2434] Radulph. de Diceto, Imag. Histor.
[2435] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.
[2436] Bernardus Thesaur., Hist., cap. 171.
[2437] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[2438] Richardus de S. Germano.
[2439] Chron. Acquicinctinum apud Pag.
[2440] Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Italic.
[2441] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2442] Hugo Falcandus, in Chron.
Anno di CRISTO MCXC. Indizione VIII.
CLEMENTE III papa 4. ARRIGO VI re di Germania e d'Italia 5.
Venuta la primavera, l'_imperador Federigo_ rimise in viaggio l'esercito suo, ed arrivato a Gallipoli[2443], trovò quivi un'immensa quantità di legni piccioli e grandi, preparati, affinchè potesse passar l'Ellesponto, dall'imperador greco, premuroso di levarsi d'addosso un'armata sì potente, che il teneva in continue gelosie e timori. Verso il fine di marzo valicò essa armata lo stretto in cinque giorni. Tenne la vanguardia Federigo duca di Suevia, la retroguardia l'Augusto Federigo suo padre. Di gravi incomodi cominciò a patire questo esercito; passato che fu in Asia, per le segrete mine dei Greci; ma peggio avvenne, allorchè giunse nelle terre de' Turchi e del sultano d'Iconio, perchè mancavano i viveri per gli uomini e per li cavalli; e scopertasi nemica quella gente, non passava giorno che non si avesse a combattere. Arrivarono ad Iconio, nè potendo aver per danari vettovaglia, ordinò Federigo che si espugnasse quella città: il che fu eseguito con incredibil bravura e strage de' Turchi. Rifugiossi il sultano nel castello, e si ridusse allora a dar dei viveri, benchè a caro prezzo. Di là passò l'imperadore in Armenia, dove trovò buona accoglienza e miglior mercato. Arrivato poscia al fiume Salef, che scorre per deliziose campagne, essendo il caldo grande, volle _Federigo_ bagnarsi in quell'acque, ma in esse sventuratamente lasciò la vita, chi dice, perchè annegato nuotando, e chi perchè il soverchio freddo dell'acqua l'intirizzì laonde dopo poche ore mancò di vita. Succedette la morte sua nel dì 10 di giugno. Altri scrivono nel dì 12, ma senza fondamento, perchè fu in domenica, e questa cadde nel dì 10 suddetto. Non può negarsi: uno de' più gloriosi principi che abbiano governato l'imperio romano fu _Federigo I Barbarossa_, alle cui lodi, espresse da varii autori, nulla ho io da aggiugnere. Non mancarono già fra molte sue virtù moltissimi vizii e difetti considerabili, tali ancora che la memoria di lui resterà sempre in abbominazione presso degli Italiani. Ma non si può negare, egli almeno coll'ultima sua piissima risoluzione compiè la carriera del suo vivere gloriosamente, e con dispiacere universale, perchè niuno era più a proposito di lui per umiliar la fortuna di Saladino: tanto era il suo valore e il suo credito anche in Oriente. Il duca _Federigo_ suo figliuolo, valorosissimo principe[2444], prese il comando dell'armata rimasta in una grave costernazione; la condusse fino ad Antiochia, dove per l'intemperanza del vivere quasi tutta perì, in maniera che egli giunse con pochi all'assedio di Accon, ed ivi terminò anch'egli la vita nel principio dell'anno seguente. Seguitava intanto l'assedio di Accon, assedio de' più famosi che mai si sieno intesi, e vi succederono varii fatti d'armi, tutti degni di storia, ma non convenevoli alla mia, che ha altra mira. A me basterà di accennare qualmente in una giornata campale, che i cristiani vollero azzardare, restarono sconfitti dall'esercito di Saladino; e che ciò non ostante continuarono essi a ristringere quella città, tuttochè bloccati da Saladino. Entrata la carestia nel campo cristiano, cagione fu che ne perissero ben sette mila. Giunse anche una flotta saracena nel porto di Accon, che ridusse a maggiori angustie l'accampamento de' cristiani; ma il valoroso marchese di Monferrato _Corrado_, portatosi a Tiro, e tornato con uno stuolo di navi, prese i legni nemici carichi di vettovaglie, che servirono al bisogno de' cristiani. Tuttavia disperati pareano questi affari, quando nell'anno seguente giunsero colà i re di Francia e d'Inghilterra, che fecero mutar faccia alle cose, siccome diremo.
Intanto è da sapere che questi due monarchi avendo preparata cadauno una gran flotta, coll'accompagnamento d'assaissimi principi, fecero vela verso l'Oriente. Abbiamo dal continuatore di Caffaro[2445] che _Filippo Augusto re_ di Francia arrivò nel dì primo d'agosto in Genova. Colà parimente nel dì 13 d'esso mese giunse _Riccardo re_ d'Inghilterra, il quale, dopo essersi abboccato col re Filippo, continuò tosto il suo viaggio. Sul fine d'esso mese approdarono amendue a Messina, dove con grandi finezze e regali furono accolti da Tancredi, che nel gennaio di quest'anno era stato coronato re di Sicilia col consenso del romano pontefice. Dopo la sua esaltazione avea atteso Tancredi ad assicurarsi della Puglia[2446], dove non mancavano baroni e città, o malcontenti per invidia della di lui fortuna, o aderenti alla regina Costanza, fra' quali specialmente _Ruggieri conte_ d'Andria. Diede il comando dell'armi a _Riccardo conte_ di Acerra suo cognato; e questi parte colla dolcezza, parte colla forza tirò all'ubbidienza di Tancredi quasi tutta la Puglia e Terra di Lavoro. Intanto _Arrigo VI_ re di Germania e d'Italia si disponeva per far valere le ragioni della regina _Costanza_ sua moglie, ma non con quella fretta che avrebbono desiderato i suoi parziali. Mandò ben egli Arrigo Testa suo maresciallo con un corpo d'armata che, unitosi col conte d'Andria, prese molti luoghi in Puglia, lasciando dappertutto segni di crudeltà per li continui saccheggi. Ma ingrossato l'esercito del re Tancredi, ed entrate le malattie e la penuria de' viveri nel nemico esercito, il comandante tedesco si ritirò, lasciando in ballo il conte d'Andria, che si rifugiò in Ascoli. Ad assediarlo in quella città venne il conte d'Acerra, e un dì sotto buona fede chiamato fuor delle porte esso conte d'Andria, proditoriamente il fece prendere, e poi tagliargli la testa. Col tempo anche la città di Capua, dianzi favorevole alla regina Costanza, abbracciò il partito del re Tancredi: con che poco o nulla restò che nol riconoscesse per suo sovrano. Ma un più pericoloso affare ebbe Tancredi in casa propria. Appena fu giunto al porto di Messina il re inglese Riccardo, che mosse varie pretensioni contra d'esso Tancredi; cioè che gli desse cento navi promesse dal re Guglielmo al re Arrigo di lui padre, per valersene nel passaggio di Terra santa. Pretese eziandio che gli fosse rimandata la _regina Giovanna_ sua sorella e vedova del _re Guglielmo II_, e insieme o restituita la dote, o assegnato per essa un stato competente. Perchè si tardava a soddisfarlo, Riccardo principe ferocissimo mise mano all'armi, e colla forza s'impossessò di due fortezze situate fuor di Messina. Ciò veduto da' Messinesi, non tardarono a cacciar fuori di città quanti Inglesi vi si trovarono. E ne sarebbe seguito peggio, se, frappostosi il re di Francia, ch'era approdato anch'egli a Messina, non avesse calmata l'ira di Riccardo, e trattato di aggiustamento. Ma non andò molto che, portata a lui una falsa nuova che i Messinesi macchinavano contra di lui, alla testa dei suoi egli ostilmente prese una porta di quella città[2447]; fece macello di quanti cittadini gli vennero all'incontro, e piantò le sue bandiere sopra le mura. O perchè si smorzasse la sua collera, o perchè prevalesse il parere de' suoi consiglieri, uscì della città. Venne poscia ad accordo con Tancredi, il quale si obbligò di pagare venti mila oncie d'oro per la dote della vedova regina, e di provvedere a Riccardo alquante navi pel viaggio di Terra santa. Restò ancora conchiuso che Tancredi darebbe una sua figliuola in moglie ad _Arturo duca_ di Bretagna, nipote d'esso re Riccardo, con dote di ventimila oncie d'oro. Nè mancaron motivi di discordia fra gli stessi due re di Francia e d'Inghilterra; ma il franzese, più moderato e saggio dell'altro, sopportò tutto per non disturbare il piissimo suo disegno di soccorrere i cristiani in Terra santa. Fu in questa occasione che, ad istanza del re Riccardo, fu chiamato a Messina _Gioachino_ abbate cisterciense del monistero florense, tenuto allora in gran concetto di probità, e di profetizzar l'avvenire[2448]. Interrogato egli se si libererebbe Gerusalemme, rispose che non era per anche giunto il tempo di questa consolazione. Hanno combattuto e combattono tuttavia gli scrittori, chi trattando esso abbate Gioachino da impostore, e fin da eretico, e chi tenendolo per uomo d'esemplarissima vita, di buona credenza e santo. Veggasi il padre Pagi a quest'anno. A me nulla appartiene l'entrare in sì fatto litigio. In quest'anno i Genovesi elessero per loro primo podestà Manigoldo nobile bresciano, che diede principio con vigore al suo governo in quella troppo disunita e tumultuante città[2449]. Per quanto s'ha dalla Cronica Estense[2450], nell'anno presente guerra fu fra i Ferraresi e Mantovani, e si venne alle mani nella terra di Massa, distretto ferrarese. Toccò ai Mantovani il voltare le spalle.
NOTE:
[2443] Niceta Choniates. Godefridus Monachus. Chron. Reichersperg. Sicardus, in Chron.
[2444] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2445] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.
[2446] Richardus de S. Germano, in Chron. Anonymus Casinens.
[2447] Hovedenus, in Chron.
[2448] Idem, in Annalib.
[2449] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[2450] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.