Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 76

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Con questo glorioso fine terminò lo scisma della Chiesa; al che specialmente dopo la mano di Dio contribuì assaissimo la prudenza e pazienza del buon papa Alessandro, che sempre si guardò dallo inasprir gli animi coi rigori, e colse in fine il frutto della sua mansuetudine. Il buon esito ancora di sì grande affare è dovuto all'inclita repubblica di Venezia, ne' cui rettori da tanti secoli passa come per eredità la prudenza e saviezza, essendosi mirabilmente adoperati que' nobili, e sopra gli altri il loro doge Ziani, affinchè si eseguisse la tanto sospirata riunione, con aggiungersi ancora questa alle tante glorie della città di Venezia. Alla verità delle cose fin qui narrate fecero poscia i tempi susseguenti varie frange con dire: che Federigo andò nell'anno 1176 coll'esercito suo ad Anagni, perseguitando papa Alessandro, il quale travestito se ne fuggì a Venezia, dove fu riconosciuto ed onorato: che esso Federigo passò fino a Taranto in cerca del papa: che una flotta di settantacinque galee da lui messa in ordine fu disfatta da' Veneziani, con restarvi prigione Ottone figliuolo di esso Augusto: che quando Federigo fu a' piedi del papa, mettendogli Alessandro il piè sulla gola, prorompesse in queste parole: _Super aspidem et basiliscum ambulabis,_ ec., e Federigo rispondesse: _Non tibi, sed Petro_. Ed è ben vecchio questo racconto. Andrea Dandolo circa l'anno 1340[2282] cita le storie di Venezia (se pur quella non è una giunta fatta a quel savio scrittore) e una leggenda di fra Pietro da Chioggia. Fra Galvano Fiamma[2283], contemporaneo del Dandolo, ne parlò anch'egli, di modo che divenne famosa questa relazione nelle storie de' susseguenti storici. E perciocchè il Sigonio e il cardinal Baronio dichiararono sì fatti racconti favole e solenni imposture; e lo stesso Sabellico prima d'essi avea assai fatto conoscere di tenerli per tali: don Fortunato Olmo monaco benedettino nell'anno 1629 con libro apposta si studiò di giustificarli con dar fuori un pezzo di storia di Obone Ravennate ed altre cronichette, e con addurre varie ragioni. Ma si tratta qui di favole patenti, e sarebbe un perdere il tempo in volerle confutare. Gli autori contemporanei s'hanno da attendere, e qui gli abbiamo, e gravissimi, in guisa tale che niuna fede merita la troppo diversa o contraria narrativa degli scrittorelli lontani da que' tempi. Che non si disse del duro trattamento fatto a Canossa da Gregorio VII al re Arrigo IV? Altrettanto e più sarebbe detto di papa Alessandro III con Federigo I, se fondamento avesse avuto tal diceria. Ma Alessandro fu pontefice moderatissimo, e però, secondo l'attestato del Cronografo Sassone[2284], Federigo dai cardinali _honestissime_, e dal papa _in osculo pacis suscipitur_. Per essere gloriosa la città e repubblica di Venezia, non v'ha bisogno di favole, bastando la verità per onor suo, essendo essa stata il teatro di sì memorabil pace, a cui con tanta prudenza, e con ispese e regali sommamente contribuì quel doge con altri nobili. Curioso è bensì un catalogo di tutti i vescovi, principi, abbati e signori che intervennero a quella gran funzione di Venezia colla nota della famiglia di cadauno, pubblicato dal suddetto Fortunato Olmo. Fra gli altri si veggono annoverati _Alberto ed Obizzo marchesi da Este con uomini cento ottanta_, cioè con accompagnamento superiore a quello della maggior parte degli altri principi che colà concorsero. E questi poi si truovano con altri principi registrati in varii diplomi dell'Augusto Federigo dati in Venezia nell'anno stesso, siccome ho io altrove dimostrato[2285]. Si partì poscia da Venezia Federigo, dopo aver baciati i piedi al sommo pontefice, e dato il bacio di pace a tutti i cardinali, e andossene a Ravenna, e di là a Cesena. Papa Alessandro anch'egli circa la metà di ottobre con quattro galee ottenute dai Veneziani, perchè già s'erano partiti i legati del re di Sicilia colle lor galee, si imbarcò, e giunse nel dì 29 d'esso mese a Siponto e presa la strada di Troia, Benevento e San Germano, con felicità e sanità arrivò ad Anagni verso la metà di dicembre; se non che in Benevento finì i suoi giorni _Ugo_ da Bologna cardinale, in Aversa _Guglielmo_ da Pavia vescovo di Porto, e _Manfredi_ vescovo di Palestrina in Anagni. Per attestato di Sire Raul, nel settembre di quest'anno un orribil diluvio, tale che di un simile non v'era memoria, si provò nelle parti del lago Maggiore, il qual crebbe sino all'altezza di dieciotto braccia (se pure, come io vo credendo, non è scorretto quel testo), e coprì le case di Lesa, con restare allagati dal fiume Ticino tutti i contorni, di maniera che dalla Scrivia s'andava sino a Piacenza in barca.

NOTE:

[2276] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.

[2277] Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.

[2278] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.

[2279] Sigonius, de Regno Ital.

[2280] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.

[2281] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Cardinal. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[2282] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2283] Gualvanus Flamm., in Manipul. Flor.

[2284] Chronograph. Saxo apud Leibnitium.

[2285] Antichità Estensi, P. I, cap. 35. Antiquit. Ital., Dissert. XIX.

Anno di CRISTO MCLXXVIII. Indiz. XI.

ALESSANDRO III papa 20. FEDERIGO I re 27, imper. 24.

Incredibil fu l'allegrezza di tutta la Chiesa di Dio per la pace stabilita in Venezia fra il papa e l'imperadore. I Romani ne fecero anch'eglino festa[2286]; e considerando il grave danno che loro era venuto tanto nello spirituale che nel temporale per le passate discordie, e per la lontananza del vero pontefice, cominciarono seriamente a trattare di richiamar _papa Alessandro_ in Roma. Gli spedirono a questo fine un'ambasceria di sette nobili, pregandolo di ritornare alla sua città. Prima di farlo, volle il saggio pontefice che si acconciassero le differenze passate, e deputò _Arrigo vescovo_ d'Ostia, che con due altri cardinali ne trattasse coi senatori; ed egli intanto venne a Tuscolo per essere più vicino ai bisogni del negoziato. Dopo lunghi dibattimenti restò conchiuso che sussisterebbe il senato, ma con obbligazione di giurar fedeltà ed omaggio al papa, e di restituirgli la chiesa di san Pietro e tutte le regalie occupate. Nel giorno adunque 12 di marzo, festa di san Gregorio, con trionfale accoglimento del popolo entrò in Roma, e dopo aver visitata la basilica lateranense, andò a riposarsi nel contiguo palazzo; e celebrò dipoi la santa Pasqua con gran solennità. Nel mese d'agosto passò a villeggiare in Tuscolo, ossia Tuscolano[2287]. Quivi fu che nel dì 29 d'esso mese ebbe la consolazione di veder a' suoi piedi Giovanni abbate di Struma, già antipapa sotto nome di Callisto III. Costui dacchè intese riconciliato l'Augusto Federigo col pontefice, si ritirò a Viterbo, ostinato come prima nel suo proposito. Avvertitone l'imperadore, gli ordinò di ubbidire e di sottomettersi: altrimente l'avrebbe messo al bando dell'imperio. Spaventato da questo tuono, lasciò Viterbo, e si rifugiò in Monte Albano, ricevuto ivi molto cortesemente da Giovanni signore di quel castello, per isperanza di ricavarne molto oro da papa Alessandro. Ma ciò inteso da _Cristiano arcivescovo_ di Magonza, volò ad assediar Monte Albano, con dare il guasto alle viti e alle biade di quel distretto. Lasciata poi quivi gente sufficiente per tenere ristretto quel luogo, andò a prendere il possesso di Viterbo a nome del papa, e trovò il popolo ubbidiente, ma non già i nobili, che, fomentati da _Corrado_ figliuolo del marchese di Monferrato, si opposero coll'armi all'arcivescovo e al popolo; e perchè non poteano resistere alla plebe, implorarono l'aiuto de' senatori e del popolo romano. Nè mancarono questi, siccome gente ben presto dimentica de' suoi giuramenti, di accorrere in aiuto de' nobili; ed era per seguirne grande spargimento di sangue, se il saggio papa non avesse ordinato all'arcivescovo e al popolo di schivar la battaglia. Ma conoscendo l'antipapa Callisto la rovina de' proprii affari, finalmente tutto umiliato andò nel dì 29 di agosto a buttarsi a' piedi di papa Alessandro in Tuscolo, col confessare il suo peccato e chiedere misericordia. _Quem Alexander papa, ut erat pius et humilis, non objurgavit et reprehendit, sed secundum sibi innatam mansuetudinem benigne recepit_: sono parole di Romoaldo Salernitano, che poscia soggiugne: _Alexander papa eum, et in curia et in mensa sua honorifice habuit_. Abbiamo inoltre[2288] che il papa _eum postea rectorem Beneventi constituit_. Basta ciò a far conoscere qual credenza meriti chi inventò l'accoglimento indecente di Federigo Augusto in Venezia. Se il buon papa così amorevolmente trattò costui, che non avrà poi fatto ad un imperadore, e imperadore qual fu Federigo, ed essendo mediatrice la saviezza veneta, a cui stava a cuore anche l'onor d'esso Augusto? E ben pareva a tutti con ciò estinto affatto lo scisma, quando venne in pensiero ad alcuni disperati scismatici delle parti di Roma di far nascere un altro fantoccio col nome di papa. Ecco le parole di Giovanni da Ceccano[2289]: _Tertio kalendas octobris quidam de secta schismatica inito concilio Landum Sitinum elegerunt in papam Innocentium III, qui ab eisdem est consecratus_. Nella Cronica Acquicintina[2290] è scritto che costui era _de progenie illorum, quos Frangipanes Romani vocant_: il che difficilmente si può credere di quella così nobile e cattolica famiglia; e che un fratello di Ottaviano già antipapa gli diede ricovero in una sua fortezza in vicinanza di Roma.

Vegnendo ora all'imperador Federigo, appena egli fu giunto nell'anno addietro a Cesena, che si accostò alla terra di Bertinoro[2291], e ai due cardinali, che erano stati già mandati dal papa a prenderne il possesso, fece istanza di prenderlo ed averlo egli, pretendendolo, a mio credere, come dipendenza della Romagna, di cui allora gl'imperadori erano padroni, senza che se ne udissero lamenti o proteste dei papi; ed anche perchè, secondo la legge da lui pubblicata in Roncaglia, non si potevano senza licenza sua lasciar feudi alle chiese. Risposero essi con tutta mansuetudine di non poter farlo senza ordine del papa. Altro non vi volle perchè Federigo intimasse immantinente la guerra, e, raunato l'esercito, si portasse sotto quel castello. Non vollero mettersi in difesa i due cardinali, e massimamente perchè v'erano dentro le fazioni de' Bulgari e de' Mainardi, l'una delle quali teneva per l'imperadore. Sicchè quell'inespugnabil castello (oggidì città episcopale) senza sfoderar la spada venne alle mani di Federigo; e benchè il papa gliene facesse delle doglianze con ammonizioni paterne, nulla si mosse egli dal proponimento suo. Non si sa per altro intendere come tanto l'imperadore che il papa pretendessero sopra Bertinoro, quando esso era della Chiesa di Ravenna, ed io ne ho rapportata l'investitura[2292], data nell'anno 1130 da _Gualtieri arcivescovo a Cavalcaconte conte_, i cui antecessori similmente ne erano stati investiti da essa Chiesa di Ravenna. Passò dipoi esso Augusto a Spoleti, e di là in Toscana. Truovasi negli Annali de' Genovesi[2293] che nel gennaio di quest'anno egli arrivò a Genova, dove era anche pervenuta nel dì innanzi l'Augusta sua consorte _Beatrice_, e nel dì seguente comparve il giovinetto re _Arrigo_ lor primogenito. Dopo essersi fermati alquanti giorni in quella città, sontuosamente regalati, se n'andarono. Galvano Fiamma scrive[2294] ch'egli venne a Milano; ma questo autore non è tale da poter noi riposare sulla sua parola ne' tempi lontani da lui. Ora, giacchè la tregua co' Lombardi non permetteva a Federigo di continuar il suo mestiere, che era quel della guerra[2295], determinò di passare in Borgogna. Nè fidandosi degl'Italiani[2296], ordinò a _Bertoldo duca_ di Zeringhen di venir di qua dalle Alpi con un buon corpo di truppe per iscortarlo. Passò dunque pel Monsenisio in Borgogna, e stando in Arles si fece coronare re di quelle contrade. Bernardo di Guidone[2297] mette questa coronazione nel dì _III nonas augusti_. Tenne poscia il parlamento di quel regno in Besanzone nella festa dell'Assunzion della Vergine. Era egli forte in collera contra di _Arrigo il Leone_ duca di Baviera e Sassonia (ne dirò le cagioni fra poco): e però sotto mano fece che _Filippo arcivescovo_ di Colonia cominciasse a muovergli guerra. Giunto che fu Federigo a Spira, andò il duca a rendergli i suoi rispetti, e a dolersi degli attentati dell'arcivescovo[2298]; ma benchè Federigo dissimulasse, pur fece abbastanza conoscere che covava dei cattivi pensieri contra di lui. Intanto non dormivano i Lombardi. Era ben uscito d'Italia Federigo, era fatta la tregua; contuttociò eglino sempre in sospetto non lasciavano di prendere le misure competenti per la difesa della lor libertà. Da un documento pubblicato dal Puricelli[2299], e scritto nel dì 15 di settembre dell'anno presente, si scorge che i rettori della Lombardia, Marca e Romagna tennero un congresso per loro affari nella città di Parma. I nomi loro son questi: _Guillelmus de Ossa de Mediolano, Ardizo confanonerius Brixiae, Amabeus Veronae, Obertus de Bonifacio Placentiae, Guillelmus de Mapello Pergamensis, Eleazarus Laudensis, Guidotus Reginus, Malvelius de Mantua, Pius Manfredi de Mutina, Albericus de Padua, Astulfus de Tarvisio, Rodulfus Bononiensis, Mainfredus de Parma_. Servirà ancora questa memoria a farci conoscere che la nobil casa de' Pii, una delle molte de' figliuoli di Manfredi, era di patria modenese. Nella breve Cronica di Cremona, da me data alla luce[2300], si legge che nell'anno 1177 i Cremonesi per la prima volta elessero il loro podestà, che fu Gherardo da Carpineta nobile reggiano, il quale finì ivi i suoi giorni nel 1180. _Post illum Manfredus Fantus de filiis Manfredi mutinensis, gener ipsius Girardi fuit potestas electus. Hic suo tempore Castrum Manfredum aedificavit, et illi nomen suum imposuit_. Dal che parimente intendiamo che i Pii, i Fanti, Pichi, ed altri _de' figliuoli di Manfredi_ erano di schiatta modenese. Circa questi tempi _Guglielmo II_ re di Sicilia[2301] spedì un'armata di cinquanta galee in soccorso dei cristiani d'Oriente, sommamente afflitti dalle forze di Saladino sultano d'Egitto. L'arrivo d'essa a Tiro con genti e vettovaglie fu la salute d'Antiochia e di Tripoli.

NOTE:

[2286] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.

[2287] Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.

[2288] Anonymus Casinensis, tom. 4 Rer. Italic.

[2289] Johan. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.

[2290] Apud Pagium, in Crit. Baron., ad hunc an.

[2291] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.

[2292] Antiquit. Ital., Dissert. XI, pag. 633.

[2293] Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.

[2294] Gualv. Flamma, in Manipul. Flor.

[2295] Otto de S. Blasio, in Chron.

[2296] Godefridus Monachus, in Chron.

[2297] Bernard. Guidonis, in Vit. Alexandri III.

[2298] Arnold. Lubec., Chron. Slav., cap. 24 aut 29.

[2299] Puricell., Monum. Basilic. Ambr., n. 573.

[2300] Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Ital.

[2301] Anonym., Hist. Hierosolymit.

Anno di CRISTO MCLXXIX. Indizione XI.

ALESSANDRO III papa 21. FEDERIGO I re 28, imper. 25.

Per saldare affatto le piaghe lasciate dal lungo scisma nella Chiesa di Dio, lo zelantissimo _papa Alessandro_ avea intimato un concilio generale nell'anno presente (e non già nel 1180, come alcuno ha creduto) sul principio di marzo nella basilica lateranense[2302], coll'intervento di più di trecento arcivescovi e vescovi, e di una sterminata moltitudine d'altri ecclesiastici e laici. Vi furono fatti ventisette canoni, ne' quali fu riformata la disciplina ecclesiastica; provveduto alla simonia; scomunicati gli eretici albigensi (ancor questi erano manichei), che si andavano sempre più dilatando in Tolosa e ne' suoi contorni; e dato buon sesto a molte chiese che aveano patito non poco durante lo scisma. Al medesimo concilio, secondochè scrisse Roberto dal Monte[2303], intervenne ancora _Burgundio pisano_, uomo in questi tempi dottissimo non meno nella latina che nella greca lingua. Delle di lui fatiche letterarie accuratamente ha parlato il celebre padre don Guido Grandi abbate camaldolese, e pubblico lettore di Pisa. Due diete in questo anno tenne l'imperador Federigo in Germania, l'una in Wormazia, l'altra in Maddeburgo; e cercando pur le vie di sfogar la sua vendetta contra di _Arrigo il Leone_ duca di Sassonia e di Baviera, invitò quanti principi potè a muovere delle querele, e fino accuse di tradimento dell'imperio contro di lui. Perlochè il citò a rispondere in giudizio[2304]. Il duca, poco fidandosi de' consiglieri e giudici dell'imperadore, non volle comparire. Ottenne da Federigo un'udienza privata, e si studiò di placarlo nella miglior maniera che potè. Gli disse Federigo che il consigliava di pagare cinque mila marche alla sua camera; che in questa maniera il farebbe rientrare nella grazia de' principi. Parve dura al duca una tal dimanda, e senza volerne far altro, se n'andò. Gli costò ben caro il non essersi appigliato a questo consiglio. Tornò l'arcivescovo di Colonia a portar la guerra ne' di lui Stati; e il duca sopportò con pazienza anche questo nuovo insulto senza fargli resistenza. Sono parole di Gotifredo monaco di san Pantaleone a questo anno: _Christianus moguntinus episcopus capitur a Marvio Ferrei Montis_[2305]. Scorretta è la parola Marvio, e facilmente s'intende che lo storico avrà scritto _Marchione_. Ma in che luogo e perchè questo arcivescovo fosse preso dal marchese di Monferrato, questo restò nella penna dello scrittore. Roberto dal Monte ne parla fuor di sito, cioè all'anno 1180, se pur egli non usò l'era pisana. Abbiam veduto all'anno precedente che questo guerriero arcivescovo per guadagnarsi l'affetto del papa, contra di cui avea tanto operato in addietro, fece guerra alla nobiltà di Viterbo, che non volea sottomettersi al dominio temporale del papa. Erano sostenuti que' nobili da _Corrado_ figliuolo del marchese di Monferrato, e in lor soccorso venne ancora l'oste de' Romani. Seguitando quella rissa, l'arcivescovo di Magonza dovette restar prigione del suddetto Corrado. Ma per buona ventura Buoncompagno, storico di questi tempi, qui ci somministra lume, con dire[2306] che _Conradus Marchio Montisferrati cum praefato cancellario_ (cioè col suddetto Cristiano arcivescovo) _commisit praetium juxta Camerinum, in quo eum super quadam rupe prope arcem, quae dicitur Pioragum, cepit, ipsumque apud Aquampendentem detinuit non modico tempore catenis ferreis religatum. Exivit demum de carcere, et quum consuetam duceret vitam, mors eum Tusculani conclusit. Et tunc illum poenituit de commissis, quum non potuit amplius lascivire_. Parleremo a suo tempo della morte di questo scandaloso prelato.

Ma giacchè s'è fatta menzione di un figliuolo del marchese di Monferrato, esige quella nobilissima casa italiana che io qui accenni alcune illustri sue parentele, per le quali si rendè essa tanto celebre non meno in Occidente che in Oriente. Il marchese di Monferrato, di cui s'è più volte udito il nome di sopra, aderente costantissimo di Federigo Augusto, era _Guglielmo_, principe di gran senno e valore. Questi, per attestato di Sicardo[2307], fu stretto parente d'esso Federigo, perchè ebbe per moglie _Giuditta_ sorella di _Corrado III_ re di Germania e d'Italia, che gli procreò cinque figliuoli maschi, cioè _Guglielmo, Corrado, Bonifazio, Federigo e Rinieri_. Avvenne, che ito in Terra santa _Guglielmo_ il primogenito, soprannominato _Longaspada, Baldovino_ il Lebbroso re di Gerusalemme, innamorato della di lui gagliardia, bravura ed avvenenza, doti unite ad una grande nobiltà, gli diede per moglie _Sibiglia_ sua sorella, e la contea di Joppe in dote. Da Bernardo Tesoriere[2308] egli vien chiamato _Bonefacii illustris marchionis Montisferrati filius_, ma con errore. Sicardo ne sapea più di lui. Morì Sibiglia poco più di un anno dipoi, con avergli generato un figliuolo, a cui fu posto il nome di _Baldovino_. Questi, dopo la morte di esso re Baldovino suo zio materno, fu dichiarato re di Gerusalemme, ma mancò di vita in tenera età. Anche _Manuello_ Comneno imperador di Costantinopoli, pel gran credito in cui era in questi tempi la casa di Monferrato, fece sapere al marchese Guglielmo seniore, che gli mandasse uno de' suoi figliuoli, perchè desiderava di dargli una sua figliuola, cioè _cira Maria_, ossia _donna Maria_, per moglie, cioè quella stessa che fu promessa dianzi a _Guglielmo II_ re di Sicilia, ma che egli non potè poi avere, e neppur potè ottenere l'Augusto Federigo per _Arrigo_ suo primogenito. In que' tempi due figliuoli d'esso Guglielmo marchese, cioè _Corrado e Bonifacio_, erano ammogliati. _Federigo_ vestiva l'abito clericale, e poi fu creato vescovo d'Alba. Colà dunque mandò Guglielmo il minore de' suoi figliuoli, cioè Rinieri, giovane di bellissimo aspetto, a cui l'Augusto greco diede la destinata moglie, e per dote la corona del regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, porzione la più nobile di quell'imperio dopo Costantinopoli, perciocchè l'altiera figliuola, per testimonianza di Roberto dal Monte[2309], protestò di non voler marito che non fosse re. Furono celebrate quelle nozze con gran solennità, per attestato di Guglielmo Tirio[2310]. Benchè Roberto ne parli all'anno 1180, si scorge nondimeno appartenere questo fatto all'anno presente, perchè succeduto nell'anno del concilio III lateranense. Benvenuto da san Giorgio scrive[2311] che Giordana, sorella del suddetto Rinieri, fu data in moglie ad Alessio imperadore, figliuolo del suddetto Manuello Comneno imperadore. Ma è contraria alla storia una tal notizia, perchè Alessio in età di tredici anni, e in questo medesimo anno, prese unicamente per moglie _Agnese_ figliuola di _Lodovico VII_ re di Francia, la quale sopravvisse al marito. Del resto le prodezze de' principi della casa di Monferrato in Levante tali furono, che il nome loro con gloria penetrò dappertutto. Nel dì 13 d'aprile dell'anno 1178, secondochè scrive il Dandolo[2312], terminò i suoi giorni _Sebastiano Ziani_ degnissimo doge di Venezia, ed ebbe per successore _Aureo_, ossia _Orio Mastropetro_, eletto dai voti concordi del popolo. Ma seguitando a dire il Dandolo che _eodem anno Alexander papa lateranense congregavit concilium_, ed essendo certo che tenuto fu in quest'anno esso concilio, può nascere sospetto che al presente, e non al precedente anno appartenga la morte dell'un doge e la creazione dell'altro. Se si ha a credere alle storie di Bologna[2313], la città d'Imola in quest'anno fu presa dai Bolognesi, che ne spianarono le fosse, e ne condussero in trionfo le porte a Bologna. Ma ciò non s'accorda nel tempo con altre storie.

NOTE:

[2302] Labbe, Concilior., tom. 10. Baron., in Annal. Eccl. Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.

[2303] Robert. de Monte, in Chron.

[2304] Arnold. Lubec., in Chron. Slav., cap. 24 aut 29.

[2305] Godefr. Monach., in Chron.

[2306] Buoncompagn., de obsidione Ancon., cap. 25, tom. 6 Rer. Ital.

[2307] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2308] Bernard. Thesaurar., de acquisit. Terr. sanct., cap. 138.

[2309] Robert. de Monte, in Chron.

[2310] Guillelm. Tyrius, lib. 22, cap. 4.

[2311] Benvenuto da S. Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[2312] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2313] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCLXXX. Indizione XIII.

ALESSANDRO III papa 22. FEDERIGO I re 29, imperad. 26.