Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 73
Cercarono i Lucchesi e Genovesi collegati di tirar nella loro alleanza altri popoli, per poter con più fortuna rintuzzare i Pisani. Riuscì loro di guadagnare i Sanesi e Pistoiesi, e al conte Guido signor potente in Toscana. Fu ciò cagione che anche i Pisani stabilirono lega coi Fiorentini per quaranta anni avvenire. Gli Annali pisani, in vece di anticipar di un anno i successi di questi tempi per accomodarsi all'era pisana, che nove mesi prima dell'era volgare comincia l'anno nuovo, li pospongono di un anno: e però non si può stare alla cronologia d'essa storia. Abbiamo gli Annali genovesi in questo più esatti[2202]. Fabbricarono nel presente anno i Lucchesi coll'aiuto de' Genovesi Viareggio al mare. Verso l'autunno arrivò in Lombardia all'improvviso _Cristiano arcivescovo_ eletto di Magonza, inviato dall'imperador Federigo, per assistere agl'interessi dell'Italia, e massimamente della Toscana, che tuttavia teneva il partito imperiale. Passò egli intrepidamente per mezzo le città lombarde nemiche, ma con gran fretta; e valicando il fiume Tanaro presso Alessandria, si trasferì a Genova, dove per rispetto dell'imperadore fu onorevolmente accolto. Se l'ebbero forte a male i collegati lombardi, e però pubblicarono un bando che niuno avesse da condurre grani e altre vettovaglie a Genova: il che cagionò una gran carestia in quella città. Tornarono ancora in quest'anno essi Genovesi a condurre in Sardegna il _re Barisone_, sequestrato da essi per debiti, e pare che soddisfatti del loro avere, quivi il lasciassero a scorticare i suoi popoli per le colpe della sua vanità. Aveva l'imperadore Manuello Comneno cacciato da Costantinopoli i Pisani. In quest'anno venuto con essi a concordia, restituì loro i fondachi e il maltolto. Obbligossi egli di pagare per quindici anni avvenire al comune di Pisa cinquecento bisanti (monete d'oro) e due pallii, o un pallio ancora all'arcivescovo di Pisa. Vennero gli ambasciatori di lui a Pisa, e nel dì 13 di dicembre furono segnati i capitoli della concordia. Essendo mancato di vita _Guido arcivescovo_ di Ravenna[2203], succedette in quella chiesa _Gherardo_, il quale, al pari dei suoi antecessori usò il titolo di _esarco_, cioè di padron temporale di Ravenna e dell'esarcato, per le concessioni loro fatte dagl'imperadori. Papa Alessandro III con sua bolla data in Tuscolo gli confermò la superiorità sopra i vescovati di Bologna e Parma, per li quali forse era stata in que' tempi qualche controversia. Tolte furono ai Veneziani da _Stefano re_ d'Ungheria le città di Spalatro, Sebenico, Zara e Traù[2204]. Il doge _Vitale Michele_ ricuperò Zara. Ma contra de' Veneziani mosse maggior tempesta Manuello imperador de' Greci. Mostrossi egli tutto benevolo verso questa nazione, e l'invitò a passare in Levante colle lor merci, sicchè moltissimi uomini e navigli v'andarono sotto la buona fede. Poscia spediti gli ordini per tutto il suo imperio, nel dì 22 di marzo fece prendere tutti i legni e l'avere de' Veneziani. Portatane la nuova a Venezia, ne' generosi petti di que' cittadini tanto ardore di giusto risentimento s'accese, che in poco più di tre mesi parte prepararono, parte fabbricarono cento galee e venti navi da trasporto per portare la guerra in Grecia. Vi s'imbarcò lo stesso doge, e mossa nel mese di settembre la poderosa flotta, ricuperò per forza Traù, con darle poscia il sacco, e diroccarne una parte. Costrinse Ragusi a sottomettersi al dominio di Venezia. Passò dipoi a Negroponte, e imprese l'assedio di quella capitale. Fu allora dai Greci mossa parola di pace, e il comandante di quella città inviò persone apposta a Costantinopoli col vescovo d'Equilio, pratico della lingua greca, per parte de' Veneziani. Finchè venissero le risposte, portatosi il doge a Scio, s'impadronì di quella città e dell'isola tutta, e quivi determinò di svernare coll'armata: il che gli fu di gravissimo danno, siccome fra poco si dirà.
NOTE:
[2200] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2201] Puricell., Monum. Basilic. Ambr.
[2202] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.
[2203] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[2204] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXXII. Indizione V.
ALESSANDRO III papa 14. FEDERIGO I re 21, imper. 18.
Fin qui il pontefice _Alessandro_ era dimorato fuor di Roma, perchè tuttavia il popolo, o, per dir meglio, il senato romano che avea provato il gusto di comandare, gli contrastava l'esercizio della giurisdizione ed autorità temporale dovuta ai sommi pontefici. Erano anche i Romani forte in collera contro del papa per la protezione ch'egli avea preso dei Tuscolani, popolo troppo odiato da essi per la vecchia nemicizia e per la memoria della sanguinosa sconfitta dell'anno 1167. Si trattò in quest'anno d'accordo. Indussero gli astuti Romani il pontefice a contentarsi che si spianassero le mura di Tuscolo[2205], promettendo essi in ricompensa di riguardarlo da lì innanzi come lor padre e signore, e di ubbidire a tutti i suoi comandamenti. Menarono poi le mani per atterrar quelle mura: dopo di che si scoprì la lor frode, con restare burlato il buon papa, perchè non mantennero punto la promessa fatta dal canto loro. Se ne crucciò altamente Alessandro; e giacchè altro non si potea, fece circondar di fossa e muro la torre di Tuscolo, e, lasciata ivi per sicurezza di quel popolo una buona guarnigion di cavalli e fanti, andò a stare ad Anagni, dove poi dimorò molto tempo. Romoaldo Salernitano quegli è che ci ha conservata questa notizia, la quale dal cardinal Baronio vien riferita all'anno 1168, ma verisimilmente fuori di sito. Nella Cronica di Fossanuova si legge[2206]: _Anno 1172, Indictione quinta, Alexander fecit finem cum Romanis, qui destruxerunt muros civitatis tusculanae mense novembri_. Questo autore lasciò nella penna l'inganno fatto dai Romani al papa; ma ne parla bene l'autor della vita di papa Alessandro, con dire[2207] che i Romani non permisero al papa di entrare in città, e di esercitarvi il suo pastorale uffizio: laonde egli si ritirò in Campagna di Roma, aspettando tempi migliori. Dopo avere ricevuto molte finezze da' Genovesi, passò _Cristiano arcivescovo_ eletto di Magonza, ed arcicancelliere dell'imperadore, a Pisa nel dì 3 di febbraio, ricevuto ivi parimente con molta magnificenza. Poscia convocati tutti i conti, marchesi e consoli delle città da Lucca sino a Roma, tenne un gran parlamento nel borgo di San Genesio, per quanto s'ha dagli Annali Pisani[2208], e quivi propose da parte dell'imperadore la pace fra' Genovesi, Lucchesi e Pisani. Il continuatore di Caffaro scrive[2209] che questo parlamento tenuto fu appresso Siena; ma forse furono due in diversi luoghi, o San Genesio era del Sanese. Sarebbono condiscesi i Pisani ad abbracciar la pace, se loro non fosse paruta troppo dura la condizione di restituir senza compenso alcuno tanti prigioni che aveano de' nemici. Però stando forti su questo, l'arcivescovo in un altro parlamento, certamente tenuto nelle vicinanze di Siena, mise i Pisani al bando dell'imperio, privandoli di tutti i privilegii, e delle regalie, e della Sardegna.
Leggesi negli Annali di Genova la lettera scritta da lui ai Genovesi, con avvisarli che nell'assemblea tenuta presso Siena, _in conspectu praefecti urbis Romanorum, et coram marchionibus anconitanis, Conrado marchione de Monteferrato, comite Guidone, comite Aldebrandino, et quamplurimis aliis comitibus, capitaneis, valvasoribus, consulibus, civitatum Tusciae, Marchiae, et vallis spoletanae, et superioris atque inferioris Romaniae, et infinita populi multitudine_, avea pubblicato il bando contra de' Pisani, con ordinare ad essi Genovesi di tener pronte cinquanta galee per l'ottava di Pasqua in servigio dell'imperadore. Ho rapportato questo passo, acciocchè il lettore comprenda quai popoli tuttavia aderissero al partito imperiale in Italia per questi tempi. Abbiamo in fatti dall'Abbate Urspergense[2210] che Federigo prima di passare in Germania, _quemdam Bideluphum ducem Spoleti effecit, Marchiam quoque Anconae, et principatum Ravennae Cunrado de Luzelinhart contulit, quem Italici Muscamincerebro nominabat, eo quod plerumque quasi demens videretur_. Tentarono poscia i Pisani coi Fiorentini di togliere San Miniato al presidio tedesco che ivi dimorava: perlochè l'arcicancelliere fu di pensiero di metter anche il popolo di Firenze al bando dell'imperio. Seguitarono inoltre le offese tra i Genovesi e Pisani. Mentre passava il verno nell'isola di Scio l'armata veneta[2211], aspettando pure risposte decisive di guerra o di pace da _Manuello imperador_ de' Greci, che dava quante buone parole si volevano, ma niuna conclusion del trattato: si cacciò la peste in quella flotta, e cominciò a fare un'orrida strage di gente. Per questo il doge _Vital Michele_ salpò per tornarsene a casa. Ma infierì nel viaggio più che mai la pestilenza, di modo che quella dianzi sì fiorita e possente armata arrivò a Venezia poco men che disfatta; e perchè colla venuta di tanta gente infetta s'introdusse anche nella città lo stesso micidial malore, molto popolo ne perì. Rigettata la colpa di tanti mali sopra il doge, insorse col tempo contra di lui un tumulto, per cui nel ritirarsi dal palagio restò mortalmente ferito; poscia finì di vivere nel dì 27 di marzo, oppur di maggio dell'anno presente, se pur non fu nell'anno seguente. Restò eletto in di lui luogo _Sebastiano Ziani_. Venne in quest'anno il giovinetto re di Sicilia _Guglielmo II_ in Puglia, e fino a Taranto[2212], credendosi che si avessero ad effettuar le sue nozze concertate con una figliuola del greco imperadore Manuello. Ma restò deluso dai Greci. Assai di ciò disgustato, passò a Capoa e a Salerno, e di là se ne tornò a Palermo, menando seco Arrigo suo minor fratello, già creato dal padre principe di Capoa, il qual diede fine ai suoi giorni in quest'anno nel dì 16 di giugno. Abbiamo anche dalla Cronica di Piacenza[2213] che i Piacentini, Milanesi, Alessandrini, Astigiani, Vercellini e Novaresi fecero un fatto d'armi presso il castello di Mombello col marchese di Monferrato, e lo sbaragliarono, con inseguire per sei miglia i fuggitivi.
NOTE:
[2205] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2206] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2207] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[2208] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.
[2209] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
[2210] Abbas Urspergensis, in Chron.
[2211] Dandul., in Chronic.
[2212] Anonymus Casinens., in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron.
[2213] Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXXIII. Indizione VI.
ALESSANDRO III papa 15. FEDERIGO I re 22, imper. 19.
Fece in quest'anno _papa Alessandro_, mentre dimorava in Segna, la canonizzazione di _san Tommaso arcivescovo_ di Cantorberì. _Federigo imperadore_ in Germania andava disponendo sè stesso e quei nazionali per calare di nuovo in Italia con grandi forze, voglioso di domare i Lombardi, e già era intimata la spedizione per l'anno seguente 1174[2214]. Arrivarono circa questi tempi alla corte d'esso Augusto gli ambasciatori del Soldano di Babilonia, che gli presentarono dei rari e preziosi regali, e poi discesero a chiedere una figliuola dell'imperadore per moglie del figliuolo del medesimo Soldano, con esibirsi il Soldano d'abbracciar col figliuolo e con tutto il suo regno la religion cristiana, e di rendere tutti i prigioni cristiani. L'imperadore trattenne per un mezz'anno questi ambasciatori, e loro permise di visitar le città della Germania, e d'informarsi ben dei riti del paese. Credane quel che vuole il lettore. Per me tengo la proposizione attribuita a quei legati per una vana diceria del volgo, al veder in corte uomini di diversa credenza venuti sì di lontano. Non son facili da smuovere i Maomettani; e quand'anche il Sultano avesse avuta tal disposizione, come potea promettersi de' sudditi suoi? La sua testa avrebbe corso troppo pericolo. Sarà ben vero ciò che scrive Romoaldo Salernitano[2215]: cioè che _Cristiano arcivescovo_ di Magonza mandò nell'anno seguente persona apposta a _Guglielmo II_ giovane re di Sicilia, offerendogli in moglie una figliuola del suddetto imperador Federigo, e di stabilir buona pace ed amicizia fra loro. Ma il re Guglielmo (o, per dir meglio, i suoi consiglieri) riflettendo all'arti di Federigo, che si studiava di dividere i collegati, per poterli più facilmente divorar tutti, non potè indursi ad abbandonar papa Alessandro, e diede per risposta che non potea dar mano ad una pace, da cui restassero esclusi i suoi confederati. Informato di ciò Federigo, se l'ebbe molto a male; ma da lì a qualche tempo quella stessa sua figliuola cessò di vivere. Udivansi intanto in Lombardia i gran preparamenti che facea l'imperadore, per calar di nuovo in Italia; il che serviva di continuo stimolo a queste collegate città per ben premunirsi, con istrignere le vecchie alleanze e farne delle nuove[2216]. A questo fine si tenne in Modena nell'anno presente nel dì 10 di ottobre un parlamento, a cui intervennero i cardinali _Ildelbrando_ e Teodino, e il vescovo di Reggio _Albericone_; nel distinguere i quai nomi non adoperò la solita sua diligenza il Sigonio; mentre, in far menzione di tal atto dice che il papa spedì da Anagni a Modena _Hildeprandum Crassum episcopum mutinensem_ (non era egli più vescovo di questa città) _et Albergonum cardinalem utrumque_. V'intervennero ancora i consoli _di Brescia, Cremona, Parma, Mantova, Piacenza, Milano, Modena, Bologna,_ e _Rimini_. Fu ivi confermata la _società e lega di Lombardia_, con obbligarsi cadauna delle parti di non far trattato nè pace con Federigo imperadore senza il consentimento di tutti, e di non riedificare la terra di Crema senza permissione degli altri collegati. Ho io dato alla luce questo documento, preso dall'archivio della comunità di Modena.
Abbiamo poi dagli Annali Pisani[2217], che avendo i Lucchesi, fiancheggiati da un buon esercito, rimesso in piedi il castello di Motrone, il popolo di Pisa, uscito in campagna, li mise in fuga, e distrusse il nuovo edifizio. Poscia nel dì 27 di giugno _Cristiano arcivescovo_ di Magonza, pentito di averla presa contra de' Pisani, li liberò dal bando. Il che fatto, trasferitosi a Pisa nel primo giorno dì luglio (se pure all'anno presente appartiene questo avvenimento), tenne ivi un parlamento, in cui comandò che cessasse la guerra fra quel popolo e i Fiorentini dall'una parte, e i Lucchesi dall'altra; e che si restituissero i prigioni, con deputar nello stesso tempo persone, le quali si studiassero di terminar tutte le altre differenze, e di stabilir fra que' popoli una buona pace. Furono rilasciati i prigioni; ma iti i consoli di Pisa e gli ambasciatori fiorentini coll'arcivescovo al borgo di San Genesio, quivi, perchè non vollero acconsentire ad alcune proposizioni di poco onore e molto danno delle loro città, l'arcivescovo proditoriamente li fece prendere ed incatenare. Quindi unito coi Lucchesi, Sanesi e Pistoiesi, e col conte Guido, si mise in punto per correre ai danni del territorio pisano. A questo avviso fumanti di collera i Pisani e i Fiorentini uscirono in campagna, e fecero fronte alla meditata irruzione. Passarono anche i Pisani per fare una diversione sul territorio di Lucca, dando il guasto sino a Ponsampieri e a Lunata: il che servì a far correre i Lucchesi alla propria difesa. Ma allorchè questi furono al ponte di Fusso, assaliti dai Pisani nel dì 19 d'agosto, rimasero sconfitti. Seguitò poi l'arcivescovo Cristiano coi Lucchesi a far guerra in Toscana; e i Genovesi nel settembre tolsero a' Pisani il castello dell'isola di Pianosa, e lo smantellarono affatto. Questo fatto negli Annali Genovesi vien riferito al precedente anno[2218]: il che mi fa dubitare se appartenga quanto ho tratto qui dagli Annali Pisani all'anno presente, o pure all'antecedente. Da essi Annali Genovesi altro non si vede registrato sotto quest'anno, se non la guerra incominciata prima da _Obizzo marchese_ Malaspina e da _Moroello_ suo figliuolo, contra de' Genovesi, con aver questi assediato e ricuperato il castello di Passano che s'era ribellato. Anche il Tronci[2219] rapporta all'anno 1172 i suddetti avvenimenti. Seguitavano in questi tempi le città di Lombardia a farsi render ubbidienza dalle terre e castella già concedute in feudo dagl'imperadori a varii nobili, per reintegrare i loro distretti e contadi, che ne' tempi addietro erano rimasti troppo smembrati. Nè da questo loro empito andavano esenti i vescovi e monisterii. Ne abbiamo un esempio nell'anno presente, in cui il popolo di Modena costrinse varie comunità della montagna sottoposta alla badia di Frassinoro[2220] a promettere di pagar tributo a Modena, e di militar sotto ai consoli di essa città in occasion di guerra. Altrettanto faceano anche le altre città, ingrandendo il lor territorio e distretto colle terre e castella loro tolte ne' secoli addietro o dalla forza de' nobili, o dai privilegii dei re ed imperadori.
NOTE:
[2214] Godefridus Monachus, in Chron.
[2215] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2216] Antiquit. Italic., Dissert. XLVIII.
[2217] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2218] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Ital.
[2219] Tronci, Annali Pisani.
[2220] Antiquit. Ital., Dissert. XIX.
Anno di CRISTO MCLXXIV. Indizione VII.
ALESSANDRO III papa 16. FEDERIGO I re 23, imper. 20.
Dopo aver l'_imperadore Federigo_ tenuta una solennissima dieta in Ratisbona verso il fine di maggio[2221], nella quale con sacrilega prepotenza fece deporre _Adalberto_ legittimo arcivescovo di Salisburgo, e sostituirne un altro, attese ad unire un potentissimo esercito, con isperanza una volta di conculcar tutte le città della Lombardia. Gli faceano continue premure i Pavesi e il marchese di Monferrato, perchè venisse. Adunque circa la festa di san Michele di settembre, come ha il continuatore di Caffaro[2222], ossia _IV calendas octobris_, come ha Sire Raul[2223], per la Borgogna e Savoia calò in Italia, seco avendo il re di Boemia, e non pochi altri principi di Germania. Occupò Torino ed altre circonvicine città, che spontaneamente se gli renderono. Arrivato a Susa, da dove è da credere che fossero fuggiti tutti quegli abitanti, sfogò la sua collera contro le loro case[2224], riducendo quella città in un mucchio di pietre; non già perchè que' cittadini, come taluno ha scritto, seguitassero le parti di papa Alessandro, ma perchè nella sua fuga dall'Italia aveano a lui tolti gli ostaggi, e ridotto lui a fuggirsene travestito per timore di peggio. Passò di là alla città d'Asti, e per otto giorni l'assediò[2225]. Quel popolo, contuttochè fosse stato premunito dalla lega con assai gente e buoni ingegneri, pure spaventato chiese ed ottenne buona capitolazione, con rinunziare alla lega lombarda. Riserbava Federigo il suo furore contro la città d'Alessandria, nata ad onta sua, e che avea preso quel nome per far dispetto a lui. Perciò rivolse tutto il suo sforzo contro quella città, spintovi ancora dal marchese di Monferrato, che coi Pavesi accorse a quell'assedio, e ne fece sperar facile la conquista. Nel dì 29 di ottobre si cominciò dunque ad assediarla; si spiegarono tutte le macchine di guerra, nè si lasciò indietro tentativo alcuno per vincere. Ma si trovarono sì risoluti i cittadini alla difesa, che quantunque fosse quella città, per così dire, bambina, e, secondo Gotifredo Monaco[2226], non peranche cinta di mura, ma solamente provveduta di una profonda fossa (il che viene asserito dall'autore della vita d'Alessandro III[2227]), pure nulla vi profittò l'esercito imperiale. Lascerò considerare ad altri che capitale debba farsi dell'Urspergense, allorchè scrive di Alessandria: _Erat tamen circumdata fossatis et muris firmissimis_. Federigo, principe di costanza mirabile nelle sue imprese, benchè le piogge avessero allagata quella pianura, pure determinò di passare piuttosto il verno sotto quella città nelle tende, che di ritirarsi a più agiati quartieri. Se vogliamo credere al Sigonio[2228], i Milanesi, Piacentini, Bresciani e Veronesi, ciascun popolo col proprio carroccio, vennero in quest'anno a postarsi tra Voghera e Castiggio, per dar soccorso all'assediata città. Alla vista del loro ardire non potendosi contener l'imperadore, venne ad attaccar con esso loro battaglia: _Verum acie pulsus vix incolumis Clastidium recepit_. Niun fondamento trovo io di questo fatto d'armi e di tal vittoria de' collegati nelle antiche storie, le quali anzi insegnano il contrario. Nè sussiste, come vuole esso Sigonio, che in quest'anno i Cremonesi e Tortonesi si ritirassero dalla lega di Lombardia per paura di Federigo. Molto meno poi si regge in piedi l'opinione del Puricelli[2229], che i Pavesi fossero dianzi entrati in essa lega. Costantissimi furono sempre essi nel partito di Federigo. Nella prefazione all'opuscolo di Buoncompagno, da me dato altrove alla luce[2230], fidatomi al testo di Sicardo vescovo di Cremona che vivea in questi tempi, scrissi che l'assedio d'Ancona seguì nell'anno 1172. Ora meglio disaminato questo punto di storia, credo fallato quel testo, e doversi riferire tale impresa all'anno presente, Romoaldo Salernitano[2231], scrittore contemporaneo, ne parla sotto questi tempi, e gli Annali Pisani[2232] più chiaramente ci additano quest'anno.