Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 71

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Non potè contener le lagrime all'avviso di sì funesto successo il buon papa Alessandro. Tuttavia senza avvilirsi attese a premunir la città di Roma, e a procurar degli aiuti dal di fuori. Mosse la regina di Sicilia e il figliuolo _Guglielmo II_ a spedir le loro truppe, che giunte nella campagna di Roma, si diedero ad assediare un forte castello presediato da' Tedeschi. Secondo Acerbo Morena, pare che il giovinetto re venisse in persona a tale impresa; ma è cosa non sì facile da credere. Ora l'avviso della vittoria riportata dalle sue genti sotto Tuscolo, ma più questa mossa delle armi siciliane, furono i motivi che indussero Federigo a dismettere l'assedio d'Ancona a fine di trasferirsi verso Roma. Per mantener nondimeno il decoro, ed acciocchè non paresse che la ritirata venisse da paura, ammise dopo quasi tre settimane d'assedio ad un trattato d'accordo gli Anconitani, i quali si obbligarono di pagargli una gran somma di danaro, e per sicurezza del pagamento gli diedero quindici ostaggi. S'ingannò Ottone da San Biagio con altri, allorchè scrisse che Ancona si rendè all'imperadore. L'impazienza di Federigo era grande, nè volendo aspettare i lenti passi della fanteria, presa seco la cavalleria e l'Augusta sua moglie, a gran giornate marciò verso la Puglia. Alla nuova che si accostava l'imperadore, e sulla credenza ancora che con tutta l'armata egli venisse, si ritirarono ben prestamente dall'assedio del suddetto castello le soldatesche del re di Sicilia. Con tal fretta marciò Federigo, che raggiunse i fuggitivi al passo di un fiume, dove molti ne fece prigioni. Assediò e vinse un castello tolto dal re Guglielmo a Roberto conte di Bassavilla, con restituirlo poi ad esso conte. Arrivò sino al Tronto, mettendo a sacco e fuoco tutte quelle contrade. Sua intenzione pareva di passar più oltre; ma sì vigorose furono le istanze dell'antipapa Pasquale dimorante in Viterbo, per tirarlo a Roma, sì in virtù delle promesse a lui fatte, come anche per la speranza di cacciarne papa Alessandro, che Federigo con tutto l'esercito si mosse a quella volta, e nel dì 24 di luglio giunse a mettere il campo nel monte del Gaudio, appellato monte Malo dallo scrittor della vita di papa Alessandro, che racconta il di lui arrivo colà _XIV kalendas augusti_. Nulla più sospirava egli che d'impadronirsi della basilica vaticana; nè tardò a superar la cortina e il portico di san Pietro, con ispogliare e dar alle fiamme tutte quelle case. Ma nella vaticana non potè egli entrare, perchè fortificata e ben difesa dalla masnada di san Pietro, cioè dai soldati raccolti dai beni patrimoniali della Chiesa romana. Diedero i Tedeschi varie battaglie al sacro luogo per una continua settimana, sempre inutilmente, finchè riuscì loro di potere attaccar fuoco alla chiesa di santa Maria del Lavoriere, ossia della torre. Essendo questa contigua a san Pietro, poco mancò che le fiamme non penetrassero anche nella basilica. Mise nondimeno quell'incendio tal paura ne' difensori, massimamente veggendo essi di non potere sperar soccorso alcuno dalla città, che dimandarono di capitolare. Fu loro accordato di potersene andar salvi colle persone; e così san Pietro venne in potere di Federigo. Però nella seguente domenica arrivò l'antipapa Pasquale a cantar messa in quella chiesa, nella quale occasione coronò l'imperadore con un cerchio d'oro, insegna del patriziato. Fin dall'anno 1155, siccome abbiam veduto, aveva egli ricevuta la corona imperiale dalle mani di papa Adriano IV. Tuttavia volle (Acerbo Morena, che v'era presente, ce ne assicura) il piacere di riceverla di nuovo da quelle del suo idolo; funzione fatta nel martedì seguente, festa di san Pietro in Vincola. Fu coronata anche l'Augusta Beatrice; anzi che a lei sola fosse imposta l'imperial corona lo scrive l'autor della Cronica Reicherspergense[2153], parendogli molto strano che il già coronato imperadore si facesse coronar di nuovo. Altrettanto ha Gotifredo monaco di san Pantaleone ne' suoi Annali[2154]. Ciò fatto, si studiò l'imperador Federigo di guadagnare i grandi e il popolo di Roma[2155]: e siccome accortissimo principe propose, che se dava lor l'animo di fare che il pontefice Alessandro rinunziasse al papato, astrignerebbe anch'egli il suo papa Pasquale ad imitarlo: con che si verrebbe poi all'elezione di un terzo, ed egli darebbe la pace a tutti, senza più intricarsi nell'elezion de' pontefici. Esibiva eziandio di rilasciar tutti i prigioni. Parve questo un bel partito ai più de' Romani, i quali giunsero fino a dire che il papa era tenuto ad accomodarvisi, e a far anche di più per riscattare e salvare tante sue pecorelle; e il cominciarono a tempestar su questo. Ma Alessandro, dacchè si accorse dei segreti maneggi del popolo co' suoi nemici, dal palazzo lateranense s'era ritirato nelle forti case de' Frangipani, e poscia presso il colosseo, con ispedir quivi le cause spettanti alla Chiesa e allo Stato. Intanto il giovane re Guglielmo, giuntagli la notizia di quanto passava in Roma, mosso dal suo zelo per la salute del papa, spedì due ben corredate galee con gente e danaro assai, ed ordine di condurre in salvo il pontefice. Vennero su pel Tevere le due galee, e fatto sapere l'arrivo loro ad Ottone Frangipane, furono introdotti all'udienza del papa i sopracomiti. Sommamente obbligato si protestò Alessandro III all'amorevol pensiero del re siciliano; prese il denaro inviato; e credendo per allora non necessaria la sua partenza, rimandò le galee indietro con due cardinali, per trattar dei presenti affari colla corte di Sicilia. Poscia distribuì buona parte di quel danaro ai Frangipani e ai figliuoli di Pier Leone, per maggiormente animarli a star seco uniti; e il resto l'inviò ai custodi delle porte. Ma in fine si lasciarono piegare gli incostanti Romani dalle lusinghevoli proposizioni di Federigo, e volendo pur indurre il papa ad acconsentire, questi, accompagnato da alcuni de' cardinali, e travestito, segretamente uscì di Roma, e passando per Terracina, arrivò a Gaeta, dove ripigliò gli abiti pontificali. Di là poi si trasferì a Benevento, dove fu con grande onore accolto da quel popolo.

Eransi interamente dati i Pisani ai servigi dell'imperador Federigo[2156], verisimilmente per que' gran doni e vantaggi che, a guisa dei già conceduti a' Genovesi, dovette compartire anche a quest'altro popolo con un pezzo di pergamena, per l'ansietà di portare in breve la guerra, non solo contra de' Romani, ma anche in Puglia, Calabria e Sicilia; al qual fine abbisognava della loro flotta. Aveano essi Pisani giurata ubbidienza all'antipapa Pasquale. E perchè Villano loro arcivescovo non volle acconsentire a sì fatta abbominazion del santuario, fu costretto a fuggirsene e a ritirarsi nell'isola della Gorgona; e in luogo suo fu intruso in quella chiesa Benincasa canonico sul fine di marzo. Aveano anche prestato aiuto a Rinaldo arcivescovo di Colonia, per prendere Civitavecchia, prima ch'egli passasse a Tuscolo, ossia Tuscolano. Ora Federigo, benchè trattasse di ridurre i Romani a' suoi voleri colle buone, non lasciò per questo di prepararsi per adoperar la forza, se il bisogno lo portava. A questo fine richiese d'aiuto i Pisani, che gli spedirono dodici galee ben armate con due de' loro consoli; e queste dipoi entrate pel Tevere, e salite sino al ponte, infestavano non poco le ville dei Romani, ed impedivano ogni soccorso per quel fiume. Il popolo romano adunque per la maggior parte, tanto per ischivar gli ulteriori danni e pericoli, quanto perchè Federigo confermò il senato romano, ed accordò e quel popolo di molte esenzioni per tutti i suoi Stati, condiscese a quanto egli bramava, con promettere, fra l'altre cose, che _justitias suas_ (cioè dell'imperadore) _tam intra urbem, quam extra urbem juvabunt eum retinere_; e che terrebbono per papa l'antipapa Pasquale, se pure s'ha in ciò da credere al continuator del Morena; perciocchè da una lettera di Giovanni Sarisberiense fra quelle di san Tommaso Cantuariense si raccoglie che i Romani stettero saldi nell'ubbidienza di papa Alessandro III, nè di Pasquale si parla nel giuramento dei Romani rapportato nella sua Cronica da Gotifredo monaco di san Pantaleone presso il Freero. I Frangipani nondimeno e la casa di Pier Leone con altri nobili non consentirono a questo accordo. Mandò poscia Federigo a ricevere il giuramento di fedeltà da' Romani varii suoi deputati, fra' quali uno fu Acerbo Morena, continuatore della Storia di Ottone suo padre, uomo dabbene ed incorrotto, e diverso da tanti altri dell'armata imperiale, che viveano di sole rapine. Intanto venne Dio a visitare i peccati e l'alterigia dell'imperadore Federigo, principe che nulla meno meditava che di mettere in catene l'Italia tutta, e per politica andava fomentando il deplorabile scisma della Chiesa di Dio. Una improvvisa epidemia cagionata dall'aria di Roma, micidiale anche allora in tempo di state, se pur non fu una vera pestilenza, assalì intanto l'esercito di Federigo, e cominciò a mieterne le centinaia ogni giorno. La mattina erano sani, non arrivava la sera che si trovavano morti, di modo che si penava a seppellir tanta gente[2157]. Nè già sulla sola plebe de' soldati si stese questo flagello, comunemente attribuito alla visibil mano di Dio, ma ancora ai principi e signori più grandi d'essa armata. Vi perirono _Rinaldo_ eletto arcivescovo di Colonia, _Federigo duca_ di Suevia, ossia di Rotemburgo, figliuolo del già re Corrado e cugino germano dell'imperadore, i vescovi di Liegi, di Spira, di Ratisbona, di Verden e d'altre città, con assaissimi altri principi e nobili, fra' quali specialmente è da notare il _duca Guelfo_ iuniore, la cui morte fu compianta anche dagl'Italiani, perchè la di lui perdita fu cagione che si seccasse in lui questa linea di Estensi-guelfi, e che il duca Guelfo suo padre rinunziasse dipoi all'imperadore tutti i suoi Stati in Italia; del che ho assai favellato altrove[2158]. Per questa fiera mortalità di gente anche il suddetto Acerbo Morena istorico, nel tornare a casa portando seco il malore, nel dì 19 d'ottobre mancò di vita nei borghi di Siena, come s'ha dal suo Continuatore.

Atterrito da così tragico avvenimento l'imperador Federigo, frettolosamente decampò col resto dell'armata, e per la Toscana venuto a Pisa e a Lucca, continuò il viaggio alla volta di Lombardia. Ma nel voler valicare l'Apennino, trovò il popolo di Pontremoli ed altri Lombardi che gli vietarono per quelle montagne il passo[2159]. Se non era _Obizzo marchese_ Malaspina che l'affidò per le sue terre della Lunigiana, e gli diede il passaggio, si sarebbe trovato in pericolose angustie. Gran parte nondimeno del suo equipaggio si perdè per istrada. Verso la metà di settembre, e non già di dicembre, come per error de' copisti si legge presso Sire Raul, arrivò egli a Pavia, con avere perduto e ne' contorni di Roma, e nel viaggio per le malattie suddette, oltre a gran copia di soldati, più di due mila nobili, tra vescovi, duchi, marchesi, conti, vassalli e scudieri. Quivi nel dì 21 d'esso mese di quest'anno, e non già del 1168, come ha il testo del continuatore del Morena, mise al bando dell'imperio tutte le città congiurate di Lombardia, riserbando solamente Lodi e Cremona, senza che s'intenda il perchè di quest'ultima, e gittò in aria il guanto in segno di sfida. In vece de' _Cremonesi_, sospetto io che il continuatore di Acerbo Morena eccettuasse i _Comaschi_, perchè questi continuarono a tenere il partito di Federigo. Il qual poscia più fiero che mai coi Pavesi, Novaresi, Vercellesi, e coi marchesi _Guglielmo_ di Monferrato ed _Obbizzo_ Malaspina, e col conte di Biandrate cavalcò contro le terre de' Milanesi, con devastar Rosate, Abbiategrasso, Mazzenta, Corbetta ed altri luoghi. Accorsero allora a Milano i Lodigiani, i Bergamaschi e i Bresciani che erano in Lodi, e i Parmigiani e Cremonesi che si trovavano in guardia di Piacenza. Tornossene per questa mossa Federigo a Pavia; ma senza prendere fiato si voltò contra de' Piacentini, alle terre de' quali fece quanto male potè. Ingrossatisi per questo a Piacenza i collegati, erano per affrontarsi con lui, s'egli non si fosse prestamente ritirato a Pavia. Abbiamo nondimeno da una lettera di Giovanni Sarisberiense che seguì fra loro qualche baruffa colla peggio di Federigo, il quale_ in fugam versus est_, come si può vedere fra le lettere di san Tommaso Cantuariense. Nè già sussiste, come scrive il Sigonio, che Federigo andasse sotto Bergamo, e ne bruciasse i borghi. Tante forze egli non aveva. Venuto poscia il verno, si quetò il rumore delle armi in Lombardia.

Durò anche nel presente anno la rabbiosa guerra fra i Pisani e i Genovesi[2160], perseguitandosi i loro legni per mare a tutto potere. Furono fatti progetti di pace, e rimesse le differenze in dieci per parte; ma senza che animi tanto alterati potessero punto accordarsi. Intanto il regno di Sicilia era agitato dalle gare di que' baroni e da varie fazioni[2161], che tutte cercavano di superiorizzare durante la minorità del re _Guglielmo II_. Le città di Messina e di Palermo tumultuarono, e contribuì ad accendere quel fuoco _Giovanni cardinale_ Napoletano, uomo sol fatto per ismugnere danaro; e per gli suoi vizii biasimato dal Baronio. Queste dissensioni minutamente descritte si leggono nelle storie di Ugone Falcando e di Romoaldo Salernitano. Mi dispenso io dal riferirle per amore della brevità. Si trasferì in quest'anno a Venezia in abito da pellegrino, e di là venne a Milano il novello arcivescovo di quella città _Galdino_[2162] nel dì 5 di settembre, con infinita consolazion del suo popolo. Portò egli seco il titolo e l'autorità di legato apostolico: il che servì a maggiormente corroborare ed accrescere la lega delle città lombarde contra di Federigo. Infatti ho io pubblicato i patti d'essa lega, stabiliti nel dì primo di dicembre[2163], obbligandosi cadauno di difendere _civitatem Venetiarum, Veronam et castrum et suburbia, Vicentiam, Paduam, Trivisium, Ferrariam, Brixiam, Bergamum, Cremonam, Mediolanum, Laudum, Placentiam, Parmam, Mantuam, Mutinam, Bononiam_, ec. con varii patti, il più considerabile de' quali è l'obbligarsi alla difesa ed offesa _contra omnem hominem, quicumque nobiscum facere voluerit guerram aut malum, contra quod velit nos plus facere, quam fecimus a tempore Henrici regis usque ad introitum imperatoris Friderici_. Sotto nome di Arrigo porto io opinione che si debba intendere Arrigo quarto fra i re, terzo fra gl'imperadori, perchè sotto di lui vo credendo incominciata la libertà di molte città di Lombardia, che andò poi crescendo finchè arrivò alla sua pienezza; e questa abbiamo dipoi veduta come annichilata dal terrore e dalla fortuna dell'imperadore Federigo.

NOTE:

[2145] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[2146] Acerb. Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic. Sire Raul, tom. 6 Rer. Ital.

[2147] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2148] Acta S. Galdini, apud Bolland. ad diem 18 april.

[2149] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[2150] Otto de S. Blasio in Chron.

[2151] Acerbus Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.

[2152] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[2153] Chron. Reicherspergens.

[2154] Godefr. Monach., in Annal.

[2155] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.

[2156] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[2157] Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Otto de S. Blasio. Godefrid. Monachus apud Freherum.

[2158] Antichità Estensi, P. I, cap. 31.

[2159] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Continuat. Acerbi Morenae.

[2160] Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Italic.

[2161] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Hugo Falcandus, Histor. Sicul.

[2162] Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Act. S. Galdini apud Bollandist. ad diem 18 april.

[2163] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.

Anno di CRISTO MCLXVIII. Indizione I.

ALESSANDRO III papa 10. FEDERIGO I re 17, imper. 14.

Abbiamo dal continuatore di Acerbo Morena che l'Augusto _Federigo_ quasi per tutto il verno dell'anno presente andò girando, con dimorare ora nelle parti di Pavia, ora in quelle di Novara, ora di Vercelli, del Monferrato e d'Asti. Ma veggendo sempre più declinare i suoi affari, e trovandosi come chiuso in Pavia, e sempre in sospetto che i pochi rimasti a lui fedeli il tradissero, un dì di marzo all'improvviso segretamente si partì, _et in Alemaniam per terram comitis Uberti de Savogia, filii quondam comitis Amadei, qui et comes dicitur de Morienna, iter arripuit_: così si legge negli antichi manoscritti. Questo _Uberto_, chiamato dal Guichenon _Umberto_, è uno de' progenitori della real casa di Savoia; e quantunque ritenesse il nome di _conte di Morienna_, pure in varii strumenti ha il titolo ancora di _marchese_; e di qui parimente si scorge ch'egli era principe di molta potenza, e che per andare in Borgogna si passava per li di lui Stati. Fra le lettere di san Tommaso arcivescovo di Cantuaria[2164], una se ne legge di Giovanni Sarisberiense, riferita anche dal cardinal Baronio[2165], dalla quale si ricavano varie particolarità. Cioè che Federigo non vedendosi sicuro in Pavia, per aver fatto cavar gli occhi ad un nobile di quella città, e sapendo che già i Lombardi mettevano insieme un'armata di venti mila soldati, lasciati in Biandrate trenta degli ostaggi lombardi, passò nel Monferrato, dove, per la fidanza che aveva in _Guglielmo marchese_ di quella contrada, per le di lui castella distribuì gli altri ostaggi. Poscia andò qua e là sempre di sospetto, non osando di pernottare più di due o tre giorni nel medesimo luogo. Frattanto il marchese trattò _cum cognato suo comite mauriensi_, (leggo _mauriennensi_), _ut imperatorem permitteret egredi, promittens ei non modo restitutionem ablatorum, sed montes aureos, et cum honore et gloria imperii gratiam sempiternam_. Poscia raccolti gli ostaggi, e accompagnato da soli trenta uomini a cavallo, andò sino a Santo Ambrosio fra Torino e Susa; e la mattina per tempo rimessosi in viaggio, quando fu presso a Susa barbaramente fece impiccare uno degli ostaggi, nobile bresciano, incolpandolo d'aver maneggiata l'unione dell'esercito che il cacciava dall'Italia. Sire Raul[2166] scrive che Federigo _nono die martii suspendit Zilium de Prando obsidem de Brixia juxta Sauricam_ (forse era scritto _Secusiam_) _dolore et furore repletus, quod Mediolanenses, Brixienses, Laudenses, Novarienses, et Vercellenses obsederant Blandrate, et inde abiit in Alamanniam_. Aggiugne, che arrivato a Susa cogli altri ostaggi, i cittadini presero l'armi, e gli tolsero questi ostaggi, mostrando paura di essere rovinati dai Lombardi, se lasciavano condurre per casa loro fuori d'Italia quei nobili, massimamente dopo aver egli tolto poco fa di vita un d'essi, uomo potente e generoso, con tanta crudeltà. Accortosi Federigo del mal tempo che correva per quelle parti, anzi, se è vero ciò che ha Ottone da San Biagio[2167], avvertito dal suo albergatore che que' cittadini meditavano d'ucciderlo, avendo lasciato nel letto suo un Artmanno da Sibeneich che il rassomigliava, travestitosi da famiglio e con altri cinque suoi famigli mostrando di andare innanzi a preparar l'alloggio per un gran signore suo padrone, continuò il viaggio per istrade alpestri e dirupate, finchè giunse in Borgogna, dove di gravi minacce fece a que' popoli; e dipoi passò in Germania, con trovar ivi non poche turbolenze, e molti che l'odiavano. Sarebbe da desiderare che le antiche storie ci avessero lasciate notizie più copiose della real casa di Savoia, perciocchè non bastano le moderne a darci de' sicuri e sufficienti lumi. Abbiam veduto all'anno 1155 che Federigo probabilmente avea tolto degli Stati anche ad Umberto conte di Morienna; ma quali non sappiamo. Nella lettera suddetta del Sarisberiense è scritto che Federigo prometteva ad esso conte _restitutionem ablatorum_; ma quali Stati fossero a lui tolti non apparisce. Il Guichenon[2168], che dimenticò di parlare all'anno presente, di questo passaggio di Federigo per la Savoia, e dell'avvenimento di Susa, scrive che Federigo irritato contra d'esso Umberto pel suo attaccamento a papa Alessandro III, diede in feudo ai vescovi di Torino, di Morienna, di Tarantasia, di Genova, ec. quelle città. Veggasi ancora l'Ughelli[2169], che rapporta un diploma d'esso Federigo in favore del vescovo di Torino, e le liti poi sopravvenute. Quel che è certo, brutta scena fu quella dell'uscita di Federigo imperadore, dico, al cui cenno dianzi tremavano tutte le città italiane, e che già per decisione dei vanissimi dottori di que' tempi, era stato dichiarato _padrone del mondo_, si vide in fine ridotto a fuggirsene vergognosamente d'Italia sotto un abito di vil famiglio _contra imperatoriam dignitatem_, come dice Gotifredo Monaco[2170], tardi conoscendo che più colla clemenza e mansuetudine, che colla crudeltà ed alterigia, si suol far guadagno, e che per voler troppo, bene spesso tutto si perde.