Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 70

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Assalito da grave infermità in questo anno _Guglielmo re_ di Sicilia, stette languente per due mesi[2135], e chiamato a sè _Romoaldo arcivescovo_ di Salerno, che dilettavasi forte della medicina, arte allora di gran credito in quella città, ne ascoltò bene i consigli, ma seguitò poi a regolarsi a modo suo. Veggendosi poscia ridotto all'estremo, fatti chiamare nella sua camera i prelati, i baroni e i ministri della sua corte, dichiarò alla loro presenza per suo successore nel regno _Guglielmo II_ suo maggior figliuolo, al quale, per essere di età tuttavia incapace del governo, diede per tutrice e governatrice del regno la _regina Margherita_ sua moglie e madre del giovinetto re, assegnandole tre consiglieri di Stato. Dichiarò ancora principe di Capoa _Arrigo_ altro suo figliuolo; e dopo avere scusata la sua passata condotta, e pregati tutti della lor fedeltà verso la sua prole, nel mese di maggio cessò di vivere. _Septimo die intrantis mensis madii_, ha il testo di Romoaldo. Ma nel Necrologio casinense è notata la di lui morte _idibus maii_. I tanti sconcerti succeduti durante il suo regno per la sua disapplicazione[2136], lasciandosi egli reggere dalla canaglia dei suoi eunuchi, e per la sua crudeltà e mala condotta che gli tirò addosso tante ribellioni, fecero restare il suo nome in abborrimento e maledizione. Si applicò tosto la regina a guadagnarsi l'amore de' sudditi, col far aprire le carceri, richiamar dall'esilio un buon numero di nobili banditi o fuggiti, e minorar le gabelle. Non lasciarono veramente di fare un'irruzione sopra varie terre della Puglia[2137] i vecchi ribelli _Andrea conte_ di Rupecanina e _Riccardo_ dall'Aquila, dappoichè ebbero intesa la morte del re; ma con poco loro profitto, e finì in un fuoco di paglia il lor tentativo. Due giorni dopo la morte del padre, oppure più tardi, come vuole il Falcando, con gran solennità nella cattedral di Palermo fu coronato il nuovo re _Guglielmo II_, e somma comparve l'allegrezza del popolo, che sperava giorni più lieti sotto di lui; nè cotali speranze andarono fallite. Da lì a qualche tempo restò liberata la Sicilia da un mal arnese, cioè da Gaito Pietro eunuco, principal ministro e camerlengo di quella corte. Costui nato Saraceno, dopo aver preso il sacro battesimo, ritenne sempre in cuore l'antica sua superstizione; e natogli sospetto che gli emuli suoi tramassero contro la di lui vita, imbarcatosi una notte, e seco portando un gran tesoro, se ne fuggì al re di Marocco. _Manuello_ Comneno imperador de' Greci, dacchè seppe assunto al trono Guglielmo II, gli spedì ambasciatori per rinnovare il trattato di pace, e mosse anche parola di dargli per moglie l'unica sua figliuola. Fu ben confermata la pace, e andarono innanzi e indietro ambasciatori e lettere per trattare di quel matrimonio, ma nulla infine si conchiuse di questo per varii politici intoppi. Tornò in quest'anno nel mese di novembre in Italia l'_imperador Federigo_ con un fiorito esercito. Passò per la Val Camonica, perchè i Veronesi doveano aver preso e ben fortificato il passo della Chiusa, e venne ad accamparsi vicino a Brescia. Lo scrittor della vita di papa Alessandro dice[2138], che, quantunque egli avesse conceputo grand'odio contro i Lombardi, nè si fidasse di loro, pure, chiudendo in petto la sua fierezza, si mostrò amorevole e cortese verso chiunque si presentò all'udienza sua. Non così parla Sire Raul[2139], autore più informato di questi affari. Diede Federigo il guasto a molte castella e ville del Bresciano, sino alle fosse della città, e costrinse que' popoli a dargli sessanta ostaggi de' principali e più ricchi, i quali furono inviati a Pavia. Devastò ancora la pianura di Bergamo, e sen venne a Lodi, dove tenne un gran parlamento di Tedeschi e Lombardi. S'erano messi gli afflitti popoli della Lombardia in isperanza di sollievo per l'arrivo dell'Augusto sovrano[2140] e però a folla comparvero colà grandi e piccioli, chi colle croci in mano, e chi senza, chiedendo pietà. Esposero all'imperadore e a' suoi ministri ad una per una tutte le avanie finora patite; e sul principio parve ch'egli se ne condolesse forte, e fosse per farne risentimento. Ma i fatti dimostrarono che nulla curava di tali doglianze. Allora la povera gente scorata affatto, si vide come perduta, nè vi fu chi non credesse che l'imperadore fosse d'accordo con quegl'inumani uffiziali. Si trasferì poi Federigo da Lodi a Pavia, e quivi solennizzò la festa del santo Natale.

Rapporta il cardinal Baronio[2141] una lettera scritta da esso Augusto ai cardinali: tale nondimeno è lo stile e il tenore di essa, che si può, senza timor di fallare, tenere per un'impostura di qualche dottorello, o monachetto scismatico di quell'età. Certo è bensì che il suddetto imperador di Costantinopoli inviò in questo anno a Roma Giordano Sebasto del suo imperio, figliuolo di Roberto già principe di Capoa[2142]. Portò egli dei gran regali a papa _Alessandro III_, e due proposizioni di grande importanza. Era la prima di riunir le due chiese latina e greca, discordi fra loro da gran tempo. L'altra, che il papa restituisse la corona dell'imperio romano agli Augusti greci, promettendo a questo fine mari e monti; cioè tanto oro ed argento, e tanta copia di truppe da ridurre all'ubbidienza l'Italia tutta. Troppo difficile affare, e degno di gran posatezza parve quest'ultimo al saggio pontefice; tuttavia, non volendo trascurar cosa alcuna, inviò coll'ambasciator suddetto in Levante il vescovo d'Ostia e il cardinale de' santi Giovanni e Paolo, principalmente per trattar della concordia, ed anche per iscorgere che fondamento si potea far de' Greci per l'altro negozio. Più che mai durando la gara tra i Pisani e Genovesi[2143] per cagion della Sardegna, in questo anno ancora accaddero rappresaglie di varie navi, e fecero i Pisani di molti prigioni. _Guglielmo marchese_ di Monferrato, non contento di tante terre e castella che l'Augusto Federigo sottopose alla di lui giurisdizione, mosse guerra anch'egli a Genova, e loro tolse le castella di Palodi e di Otaggio. Spedì per questo il popolo di Genova i suoi inviati all'imperadore Federigo, per rappresentargli l'aggravio lor fatto dal marchese, e ne riportarono poco buone parole. Inoltre davanti ad esso Augusto seguì un'altra fiera altercazione fra essi e quei di Pisa. Imperocchè era dianzi riuscito a Genovesi di rendersi tributarii in Sardegna i due giudicati d'Arborea e di Cagliari: laonde i Pisani, investiti di quell'isola da Federigo, fecero istanza perchè fosse interdetto a' Genovesi di mettervi piede. Reclamarono i Genovesi, pretendendo che la Sardegna appartenesse loro, dacchè ne cacciarono il re Musetto, e che l'imperadore non potesse investirne altri senza far loro torto. Addussero fra l'altre ragioni che costumavano in segno del lor dominio i Gaetani e Napoletani, ogni qual volta nell'andare in Sardegna o per mercatanzia, o per sale, s'incontravano in legni genovesi, di mandar loro uno scudo pieno di pesci, e due vasi di vetro pieni di pesce, e due barili di vino. Fu rimessa la lite alla curia imperiale, e intanto fu ordinato il rilascio de' prigioni genovesi, con grande schiamazzo de' Pisani. Venne a morte nel dì 28 di marzo in quest'anno nella città di Benevento _Oberto arcivescovo_ di Milano e cardinale[2144], e in luogo suo fu consacrato da papa Alessandro nel dì 8 di maggio _Galdino_ già arcidiacono della chiesa milanese, cardinale anch'esso, che per le sue rare virtù meritò poscia d'essere venerato qual santo.

NOTE:

[2135] Romualdus Salern., in Chron., Anonymus. Casinens.

[2136] Hugo Falcandus, in Hist.

[2137] Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.

[2138] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III.

[2139] Sire Raul, in Histor.

[2140] Idem, ibidem.

[2141] Acerb. Morena, Hist. Laudens.

[2142] Card. de Aragon., in Vit. Alexandri III.

[2143] Annal. Pisani. Caffar., Annal. Genuens., lib. 2

[2144] Acta S. Galdini apud Bolland. ad diem 18 april.

Anno di CRISTO MCLXVII. Indizione XV.

ALESSANDRO III papa 9. FEDERIGO I re 16, imper. 13.

Celebre e memorando è quest'anno nella Storia d'Italia per le strepitose avventure che succederono. Avea l'_imperadore Federigo_ mandato avanti con un corpo di truppe Rinaldo, eletto arcivescovo di Colonia e arcicancelliere d'Italia, uomo fatto più per gl'imbrogli secolareschi, che per maneggiare il pastorale, affinchè riducesse i contorni di Roma all'ubbidienza dell'antipapa Pasquale[2145]. Tra la forza e i regali ridusse Rinaldo ai suoi voleri molte di quelle terre e città; quelle che fecero resistenza, la pagarono con patire saccheggi, incendii od altre calamità figliuole della guerra. Nè solamente fuori di Roma fece egli de' progressi, ma studiossi con profusione d'oro di guadagnare in Roma stessa partito. E perciocchè, come scrive l'autor della vita di papa _Alessandro III_, con servirsi di un detto degli antichi, _Roma, si inveniret emtorem, se venalem praeberet_; non furono pochi i Romani che, adescati dalla pecunia, giurarono fedeltà all'antipapa Guido da Crema e all'imperadore contra di ogni persona. Non mancava il buon papa Alessandro con paterne ammonizioni di esortar tutti alla concordia, alla fedeltà e alla difesa della patria, offerendo ancora il danaro necessario per questo; e davano essi buone parole, ma camminavano con doppiezza, volendo piacere all'una e all'altra parte, infedeli nello stesso tempo a tutte e due. Intanto l'Augusto Federigo nel dì 11 di gennaio si mosse da Lodi colla imperadrice e coll'armata alla volta di Roma[2146]. Arrivò sul Bolognese, dove, in vendetta della morte data già al suo ministro Bozzo, diede il guasto sino alle porte della città, e ridusse quel popolo a dargli cento ostaggi, che furono mandati sotto buona scorta a Parma, e a pagare sei mila lire di moneta di Lucca. Passò dipoi a Imola, Faenza, Forlì e Forlimpopoli, e in quelle contrade si fermò sino a San Pietro, esigendo da que' popoli e dagli altri della Romagna grosse contribuzioni di danaro. Non si sa il motivo perch'egli facesse quivi sì lunga dimora, non accordandosi ciò col costume di un principe sì focoso e diligente. Finalmente sul principio di luglio marciò verso la città di Ancona, e ne intraprese l'assedio. Era questa città in quei tempi ubbidiente e suddita a _Manuello imperador_ de' Greci, e contuttochè gli costasse di molto il mantenere tale acquisto, pure se ne compiaceva, lusingandosi che potesse un dì quel piccolo nido riuscire di gran vantaggio alle mire non mai interrotte sopra l'Italia. Ora i cittadini, sì perchè animati dai Greci, e perchè restava ad essi libero il mare, nè mancavano buone fortificazioni alla lor terra, si accinsero con vigore alla difesa. Fece Federigo fabbricar varie macchine di guerra, e succederono varii conflitti con vicendevoli perdite, usale in simili contrasti.

Intanto dacchè fu partito l'imperadore dalla Lombardia, Arrigo conte di Des, lasciato governatore in Pavia, perchè verisimilmente subodorò i segreti maneggi delle città lombarde, nel mese di marzo dimandò e volle cento ostaggi del popolo milanese, cinquanta de' quattro borghi, e altrettanti de' forensi. Da lì a qualche tempo crescendo i sospetti, ne volle altri dugento, che tutti mise nelle carceri di Pavia, e fece anche istanza di danari. Allora l'infelice popolo milanese giunto ai termini della disperazione, al vedersi si maltrattato ed oppresso, diede ascolto a chi proponeva di unirsi in lega con altre città, per iscuotere l'insoffribil giogo tedesco. Fecesi dunque un congresso, a cui intervennero i Cremonesi, Bergamaschi, Mantovani, Bresciani e Ferraresi; e senza dubbio vi si contò ancora qualche inviato della lega della marca di Verona. Quivi, rammentati gli aggravii e le crudeltà che tuttodì pativano per l'insaziabilità e indiscretezza de' ministri cesarei, determinarono di voler piuttosto morire una volta con onore, se occorresse, che di viver con tanta lor vergogna e miseria sotto chi si dimenticava d'essere lor principe, e principe cristiano. Una lega dunque fu stabilita fra loro, con obbligarsi, sotto forte giuramento, di difendersi l'un popolo l'altro, se l'imperadore o i suoi uffiziali volessero da lì innanzi recar loro ingiuria o danno senza ragione, _salva tamen imperatoris fidelitate_, clausola nondimeno che nulla dovea significare secondo i bisogni. Fu specialmente convenuto il giorno d'introdurre i dispersi Milanesi nell'abbattuta e abbandonata loro città, e di star ivi finchè quel popolo si fosse messo in istato di potervi sussistere da sè solo. Erano stati finora i Cremonesi de' maggiori nemici che avesse Milano, e de' più fedeli che potesse vantar Federigo. È da credere che si movessero a mutar massima dal vedere, e fors'anche dal provar eglino il duro trattamento e l'alterigia de' ministri imperiali sulle città lombarde, e temere col tempo di una somigliante fortuna. Sicardo, che pochi anni dappoi fu vescovo di Cremona, e scrisse una Cronica da me in buona parte data alla luce[2147], si lagna non poco di questa risoluzion del suo popolo, perchè a' suoi dì i Milanesi divenuti potenti, e dimentichi de' benefizii, angustiavano forte la città di Cremona: quasichè in quest'anno essa città avesse fabbricato un martello che dovea poi schiacciare il capo a lei. Ma anche i saggi provveggono al bisogno d'oggi, come possono il meglio, rimettendo poi alla provvidenza di Dio il resto, giacchè niuno vi è che arrivi con sicurezza a leggere nel libro dell'avvenire.

Erano i Milanesi in una somma costernazione, perchè veniva minacciata la distruzione de' loro borghi, e i Pavesi ne lasciavano correre la voce; laonde per quattro settimane stettero come in agonia tra i pianti e le grida; e chi a Como, e chi a Novara, a Pavia, a Lodi trasportava i suoi pochi mobili, perchè di dì in dì aspettavano l'ultimo eccidio. Quando nel felicissimo dì 27 d'aprile comparvero le milizie bresciane, cremonesi, bergamasche, mantovane e veronesi, che introdussero quel popolo nella desolata città, con immenso gaudio di tutti[2148]. Che menassero tosto le mani per alzar terra, e valersi delle reliquie dell'antico muro, e serrarsi in casa, ben giusto è il crederlo. Riportata questa nuova all'imperador Federigo, benchè altamente se ne cruciasse il suo cuore, pure mostrò di non curarsene punto. Ed allorchè i collegati videro la città ridotta in istato di competente difesa, si ritirarono per attendere a guadagnar Lodi. Sussistendo questa città sì attaccata al servigio dell'imperadore, niuno di quei popoli si vedeva sicuro. Però trattarono di tirarla nella lega: e perchè i Lodigiani a niun patto volevano staccarsi dal servigio imperiale dopo i tanti beneficii ricevuti da Federigo, si venne alla forza. Fu assediata quella città dai Milanesi e dagli altri alleati nel dì 17 di maggio: seguirono varii combattimenti; fu dato il guasto al paese, e adoperate tante minacce, che finalmente s'indusse quel popolo, per non poter di meno, ad entrar nella lega, _salva imperatoris fidelitate_. Passarono i collegati al castello di Trezzo, fortezza di gran polso, perchè cinta di un muro e di una torre che non avea pari in Lombardia. Quivi era riposto un gran tesoro dell'imperadore, come in luogo di somma sicurezza. Tanto nulladimeno lo strinsero e batterono colle macchine di guerra, che il presidio tedesco, a riserva del governatore, fu astretto alla resa, salva la lor vita e libertà. Messo a sacco quel castello, fu poi consegnato alle fiamme ed interamente distrutto. Tali notizie le abbiamo da Acerbo Morena, autore lodigiano e contemporaneo; il perchè o non sussiste ciò che scrisse Radevico all'anno 1159 della distruzion di quel castello oppure convien immaginare che fosse rifatto dipoi. Portato questo spiacevole avviso all'imperadore, ne provò allora un immenso dispiacere; ma impegnato nella guerra contra d'Ancona e di Roma, altro per allora non potè fare che legarsela al dito.

Avvenne in questo mentre che il popolo romano concepì, o, per dir meglio, rinnovò l'odio antico contra quei di Tuscolo e di Albano, perchè li vedea inclinati o aderenti ai Tedeschi, e renitenti a pagar gli eccessivi tributi loro imposti[2149]. Sul fine dunque di maggio essi Romani con tutto il loro sforzo, ancorchè si opponesse a tal risoluzione il prudentissimo papa Alessandro III, andarono a dare il guasto a tutto il territorio tuscolano, con tagliar le biade, gli alberi e le viti: dopo di che assediarono quella città. Rainone padrone di Tuscolo, non avendo forze da poter resistere, per necessità ricorse all'aiuto dell'imperadore, che assediava Ancona. Ordinò egli tosto a Rinaldo eletto arcivescovo di Colonia, esistente in que' contorni, che con alquante schiere d'armati s'affrettasse al soccorso di Tuscolo. Così fece egli. Ma, se vogliam credere a Ottone da San Biagio[2150], restò Rinaldo rinserrato ed assediato dai Romani in quella città. Ne fu bensì avvisato Federigo, e perchè parve ch'egli non se ne mettesse gran pensiero, Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, con Roberto conte di Bassavilla e con altri baroni, prese l'assunto di marciare in aiuto di lui con poco più di mille cavalieri tedeschi e borgognoni, ma i più bravi dell'armata[2151]. Allora i Romani si misero in punto di dar battaglia, confidando nella superiorità delle forze, giacchè si tiene che nel campo loro si contassero tra cavalieri e fanti ben tre mila persone armate. Romoaldo Salernitano scrive[2152] che i Romani, sedotti dalla lor prosunzione e superbia, vollero venire alle mani, ma senza ordine e cautela alcuna. Si azzuffarono dunque nel dì 30 di maggio coi nemici. Sulle prime poco mancò che i Tedeschi, sopraffatti dal troppo numero degli avversarii, non piegassero; ma uscito di Tuscolo l'arcivescovo Rinaldo coi suoi, e dando alle spalle ai Romani, così vigorosamente li caricò, che la lor cavalleria prese la fuga, lasciando alla discrezion de' Tedeschi la fanteria. Non erano i Romani d'allora come gli antichi loro antenati; però da lì innanzi non fu più battaglia, ma solamente una fuga e un macello di que' miseri. Ingrandiscono qui alcuni a dismisura la perdita de' Romani, facendola Ottone da San Biagio ascendere a quindici mila tra morti e prigioni. Lo scrittor della vita di papa Alessandro apre più la bocca, con dire che appena si salvò la terza parte di sì copiosa armata, e che dalla battaglia d'Annibale a Canne in qua non era più succeduta strage sì grande del popolo romano. Sicardo copiò anch'egli questo bell'epifonema. E l'autore della Cronica reicherspergense arrivò a dire che di quaranta mila Romani _paucissimi evaserunt, qui non occisi, aut captivati fuerint_. Più ancora ne disse Gotifredo monaco nei suoi Annali. Giovanni da Ceccano nella sua cronica di Fossanuova ne fa morti sei mila, e molte altre migliaia di rimasti prigioni. Ma perchè suol più spesso avvenire che la fama e la millanteria de' vincitori faccia in casi tali di troppe frange al vero, meglio sarà l'attenersi qui alla relazione di Acerbo Morena, autor di questi tempi, che dice d'averlo inteso da Romani disappassionati; cioè esservi restati morti più di due mila d'essi Romani, e più di tre mila fatti prigioni, che legati furono condotti alle carceri di Viterbo. L'Anonimo Casinense scrive di mille e cinquecento uccisi, e di mille e settecento prigioni. Meno ancora dice il continuatore degli Annali genovesi di Caffaro.