Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 69
Era in questi tempi straziato l'infelice popolo milanese dai ministri tedeschi, che tutti aveano nell'ossa il morbo dell'avarizia. Tanta era la parte che il loro vice-governatore Pietro di Cunin esigeva dalle rendite de' poderi[2113], che quasi nulla ne restava ai miseri padroni e ai loro rustici. Oltre di che, da que' poderi che aveano i Milanesi sul Lodigiano e Cremasco, nel Seprio, nella Martesana e in altri luoghi, nulla poteano ricavare. Tutto sel divorano gli uffiziali dell'imperadore. Fabbricarono costoro nel borgo di Noseta una gran torre per far quivi la zecca, e guardarvi il danaro dell'imperatore. Ad un magnifico palagio ancora per servigio d'esso Augusto fu dato principio in Monza; e tutto il dì erano in volta gli strapazzati contadini colle lor carra e buoi per condurre i materiali. Altrettanto si facea per la fabbrica del castello di Landriano, e di un palazzo a Vigiantino. Per queste e per altre doglianze della gente, il vescovo di Liegi richiamò il Cunin, e mandò al governo un Federigo cherico, appellato mastro delle scuole: che così era chiamata una dignità nelle cattedrali. La sperienza mostrò che costui avea l'unghie anche più arrampinate che quelle del precedente ministro. Arrivò poi a Lodi nel dì 29 d'agosto, di ritorno dalla Germania l'imperador _Federigo_ coll'augusta sua consorte _Beatrice_[2114] e con gran comitiva di baroni. Da lì a quattro giorni vi giunse ancora l'antipapa, il quale nel dì 4 di novembre fece la traslazione del corpo di san Bassiano da Lodi vecchio a Lodi nuovo. Lo stesso Ottaviano, ed anche l'imperadore col patriarca d'Aquileia e coll'abbate di Clugnì, ed altri vescovi ed arcivescovi portarono sulle loro spalle la sacra cassa. Nel dì 16 d'esso mese essendosi trasferito a Pavia esso Federigo, allora fu che i Pavesi fecero tante istanze, avvalorate dal rinforzo di una buona somma di danaro, che ottennero di potere smantellar le mura di Tortona, con rappresentare riedificata quella città in obbrobrio dell'imperadore e di Pavia. Corsero dunque all'esecuzion del decreto; nè contenti d'aver diroccato il muro, vi distrussero ancora con fretta incredibile tutte le case, riducendo quella sventurata città in un monte di pietre. Un alto di clemenza esercitò poco appresso l'imperadore coi Milanesi, perchè rimise in libertà i quattrocento loro ostaggi. Passando poi egli da Pavia a Monza nel dì 5 di dicembre, il popolo milanese, confinato in uno dei borghi nuovi, maschi e femmine gli andarono incontro sulla via. Era di notte, e forte piovea. Prostrati a terra in mezzo al fango, gridavano misericordia; e Federigo lasciò ivi _Rinaldo_ arcivescovo eletto di Colonia, acciocchè gli ascoltasse. Questi ordinò che alcuni d'essi nel dì seguente andassero a Monza, dove darebbe loro udienza. Fece anche venir colà dodici di cadaun borgo, e udito che richiedevano la restituzion de' loro poderi più colle lagrime che colla voce, dimandò, cosa offerissero all'imperadore per ricuperarli. Si scusarono essi per la somma loro povertà e per le tante miserie: il che fece montar in collera l'iniquo arcivescovo, e intimar loro di pagare per tutto gennaio prossimo venturo una somma di danaro, e bisognò sborsarla. Nel precedente anno aveano i Pisani inviata un'ambasceria all'imperador Federigo[2115], che ne mostrò molto piacere, e fece di molte carezze ai loro ambasciatori. Nell'anno presente poi investì egli di tutte le regalie quel popolo, che si obbligò di armare sessanta galee in aiuto del medesimo Augusto per la guerra che si andava meditando contro il re di Sicilia. Ma questo lor palese attaccamento a Federigo fu cagione che non si poterono accordare coll'imperador de' Greci _Manuello Comneno_, pretendente ch'essi rinunziassero all'amicizia di Federigo: al che mai non vollero acconsentire. Ma peggio loro avvenne negli Stati del re di Sicilia, perchè considerandoli il re Guglielmo come nemici della sua corona, benchè avesse pace con loro, pure all'improvviso fece prendere quanti Pisani si trovarono nelle sue contrade, ed occupar tutte le loro mercatanzie. Corse un gran pericolo in quest'anno esso re Guglielmo in Palermo[2116]. Folto era il numero de' prigionieri di Stato in quelle carceri. Ebbero costoro maniera di uscire, ed usciti assalirono il palazzo regale con disegno e gran voglia di trucidare il re. Fecero così bene il loro uffizio le guardie, che andò fallito il colpo, e restarono i più d'essi tagliati a pezzi.
NOTE:
[2111] Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2112] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2113] Sire Raul, in Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2114] Acerbus Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.
[2115] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2116] Hugo Falcandus, Histor, Sicul.
Anno di CRISTO MCLXIV. Indizione XII.
ALESSANDRO III papa 6. FEDERIGO I re 15, imper. 10.
Continuò _papa Alessandro_ ancora per quest'anno la sua dimora in Francia nella città di Sens, dove ebbe molte faccende per le differenze insorte in questi tempi fra _Arrigo re_ d'Inghilterra e _Tommaso arcivescovo_ di Cantorberì, che fu poi santo martire. Intanto l'ambizioso antipapa Ottaviano, chiamato Vittore III, mentre dimorava in Lucca[2117], fu colto da una mortale infermità, e quivi impenitente passò al tribunale di Dio nel dì 20 d'aprile. Pietro Blesense, che ne parla per esperienza, descrive il di lui fasto e la di lui crudeltà; e pure si fece credere alla buona gente che al suo sepolcro erano succeduti non pochi miracoli: _Pro cujus sanctis meritis dicitur, Deum multa miracula ibi fecisse_: così scrive Acerbo Morena[2118], uno de' suoi parziali: il che sempre più ci dee rendere cauti a distinguere i veri dai finti o dai creduti miracoli. Restavano tuttavia in vita due soli cardinali scismatici, cioè Giovanni da san Martino e Guido da Crema. Costoro fecero un'adunanza di molti ecclesiastici della lor fazione; e giacchè _Arrigo vescovo_ di Liegi ricusò il falso pontificato, fu questo conferito allo stesso Guido da Crema, il quale senza alcuna osservanza degli antichi riti ricevette la consecrazione dallo stesso vescovo di Liegi, con assumere il nome di _Pasquale III_. Speditone tosto l'avviso all'Augusto Federigo, in vece di valersi egli di tal congiuntura per estinguere lo scisma, approvò il fatto, e riconobbe costui per legittimo papa. Intanto le città di Lombardia avvezze per assaissimi anni addietro a vivere lautamente col godimento delle regalie e della libertà, con decoro ed autorità principesca, al vedersi ora ridotte ad una vile schiavitù, troppo mal volentieri s'accomodavano a questo insolito giogo. Si aggiunsero le continue avanie che faceano i ministri imperiali, oppressori dei grandi e de' piccioli, intenti solo a smugnere danaro dagli afflitti popoli. Fece tutto ciò perdere a que' popoli la pazienza, e cominciarono a risorgere gli spiriti generosi in alcune città, determinate di non lasciarsi così obbrobriosamente calpestar da li innanzi[2119]. Queste furono le città della marca di Verona, cioè _Verona, Vicenza, Padova, Trevigi_, ed altre minori, che strinsero una segreta società e lega fra loro. Trovavansi mal soddisfatti anche i Veneziani per aggravii patiti dagli uffiziali dell'imperadore, e però anch'essi entrarono in essa lega; e tutti cominciarono a far testa agli ordini di Federigo e de' suoi ministri. Appena scoppiò questo principio di ribellione, che Federigo, messo insieme l'esercito de' Pavesi, Cremonesi e dell'altre città fedeli, e col poco che gli restava de' suoi Tedeschi, marciò verso Verona. Prese e distrusse alcune castella di quel territorio: quando eccoti uscirgli incontro l'esercito delle città collegate, che animosamente venne ad accamparsi in faccia sua, disposto e preparato a ricevere o dar battaglia. Tra perchè era superiore di forze questa armata, e perchè cominciò Federigo ad accorgersi del poco capitale che potea far de' Lombardi suoi seguaci, ne' quali più non concorreva l'odio, che li rendè sì fieri contra di Milano, e si scorgeva in essi piuttosto del compatimento e dell'inclinazione per chi avea preso l'armi per la sua libertà: restò esso Augusto assai confuso. Giudicò dunque miglior partito il ritirarsi, benchè non senza rabbia e vergogna, che di azzardare ad un troppo dubbioso fatto d'armi la sua dignità e riputazione. Da lì innanzi ebbe sempre in sospetto tutte le città d'Italia, perchè conosciute troppo vogliose e gelose della libertà; e però, giacchè non sapea farsi amare da esse, cercò da indi in poi di farsi temere. Aveva egli dalla sua di certo solamente i marchesi, conti ed altri nobili vassalli, perchè questi abbisognavano del di lui braccio e patrocinio per non essere divorati dalle città. Mise pertanto in tutte le rocche e fortezze presidii e governatori tedeschi, de' quali unicamente si fidava, senza valersi più d'Italiani.
Accade in quest'anno[2120] che _Barasone_ giudice di Turri, ossia di Logodoro in Sardegna, e _Pietro_ giudice di Cagliari, uniti co' Pisani, per vendicarsi di varie ingiurie ricevute da Barasone giudice di Arborea, oggidì Oristagno, gli fecero guerra, con bruciargli il paese e menar via gran copia di prigioni. Allora questo giudice d'Arborea si raccomandò ai Genovesi, perchè l'aiutassero ad impetrare dall'imperador Federigo il titolo di re di tutta la Sardegna. E non già del solo suo giudicato; perciocchè, siccome ho io altrove dimostrato[2121], la Sardegna era divisa in quattro giudicati, e que' giudici ben cento anni prima si truovavano intitolati re, perchè niun superiore riconoscevano. Promise costui di gran cose ai Genovesi, dai quali perciò fu condotto a Pavia e presentato a Federigo. Condiscese ben volentieri l'imperadore alla dimanda, non tanto per acquistar diritto sopra la Sardegna, quanto per godersi quattro mila marche d'argento, che gli furono esibite per questa grazia. Gli Annali di Pisa dicono che l'offerta fu di trenta mila lire di soldi imperiali. Forse le quattro mila marche davano questa somma. Ma si opposero forte gli ambasciatori pisani alle istanze del giudice e alla risoluzion dell'imperadore, pretendendo che la Sardegna fosse di lor giurisdizione. Altrettanto ancora pretendevano i Genovesi. Federigo che non volle perdere l'oro promesso, senza curarsi delle lor brighe, nel dì 5 d'agosto, nella chiesa di san Siro di Pavia, solennemente coronò e dichiarò re della Sardegna esso _Barasone_. Il bello fu, che quando Federigo si credea di mettere le mani sopra il danaro accordato, si trovò che il re novello non aveva un soldo, e lavorava solo di promesse. Era Federigo in procinto di condurlo seco prigione in Germania, finchè avesse soddisfatto; ma costui tanto si adoperò coi Genovesi, che fecero sigurtà per lui, ed essi effettivamente dopo alquanti giorni sborsarono la somma, con prenderla ad usura da varii cittadini. Non trovandosi poi maniera ch'egli soddisfacesse ai Genovesi, fu detenuto prigione in Genova; e i Pisani cogli altri giudici della Sardegna mossero di nuovo guerra ad Arborea, e distrussero quasi tutto il paese, di modo che la vanità di Barasone andò a terminare in un re da teatro. Fecero di più i Pisani. Passò Federigo nell'anno presente in Germania ad oggetto di metter insieme una buona armata, per maggiormente assodare il piede in Italia. Colà spedirono i Pisani Uguccione, uno dei lor consoli, per cui maneggio Federigo investì col gonfalone la città di Pisa di tutta l'isola di Sardegna; nè andò molto che i Pisani la renderono interamente tributaria alla loro repubblica. L'onnipotenza dell'oro quella fu che fece dimenticar sì presto a Federigo di aver già dichiarato _principe della Sardegna_ il duca Guelfo suo zio, e poco prima _re d'essa isola_ il vanissimo Barasone. Dagli Annali genovesi si sa che i Pisani sborsarono tredicimila lire per ottenere quel privilegio. Diede fine in quest'anno alla sua vita nel dì 20 di luglio _Pietro Lombardo_, Novarese di patria, già vescovo di Parigi, celebre personaggio, e conosciuto da tutti col nome di mastro delle sentenze. Abbiamo ancora dagli Annali di Bologna[2122] e di Modena[2123] che Bozzo, luogotenente dell'imperadore in Lombardia, fu ucciso nel contado di Bologna, verisimilmente a cagion delle sue angarie. Nè si dee tacere, che, avendo in quest'anno l'Augusto Federigo richiesto aiuto da' Ferraresi _pro motione et guerra Venetorumn, Paduanorum, Vicentinorum et Veronensium, quae cornua rebellionis et superbiae contra nos et imperium erexerunt_, concedette o confermò loro tutte le regalie con altri privilegii, siccome apparisce dal diploma da me pubblicato[2124], e dato _apud sanctum Salvatorem juxta Papiam, VIIII kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MCLXIV, Indictione XII_. Con altro diploma confermò al popolo di Mantova parimente tutti i suoi privilegii. Ma, ossia per errore, come io credo, ossia perchè fu usato l'anno pisano, quel diploma si dice bensì dato _Papiae apud sanctum Salvatorem VI kalendas junii, anno millesimo centesimo sexagesimo quinto, Indictione XII_; ma è certo ch'esso appartiene all'anno presente.
NOTE:
[2117] Cardin. de Aragon., in Vit, Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2118] Acerbo Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.
[2119] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III. Acerbus Morena, in Histor. Laudens. Sire Raul., tom. 6 Rer. Ital.
[2120] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital. Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital. Acerb. Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.
[2121] Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.
[2122] Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[2123] Annales veteres Mutinens., tom 9 Rer. Ital.
[2124] Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.
Anno di CRISTO MCLXV. Indizione XIII.
ALESSANDRO III papa 7. FEDERIGO I re 14, imper. 11.
Essendo in questi tempi mancato di di vita _Giulio vescovo_ di Palestrina[2125], lasciato da _papa Alessandro_ per suo vicario in Roma, fu sostituito in suo luogo _Giovanni cardinale_ de' santi Giovanni e Paolo, il quale, a forza di danaro e di esortazioni, indusse il popolo romano a giurar la solita fedeltà ad esso pontefice, e regolò ancora a suo volere il senato. Avendo egli inoltre tolta di mano agli scismatici la basilica vaticana e la contea della Sabina, giudicando che fosse oramai tempo di richiamare il papa dalle contrade della Francia, gli spedì a questo fine messi e lettere di molta premura. Per consiglio dunque non solamente de' vescovi e cardinali, ma anche dei re di Francia e d'Inghilterra, si preparò egli al suo ritorno. Partitosi dopo Pasqua dalla città di Sens, e passando per Parigi, dopo la festa di san Pietro arrivò a Mompellieri; e dappoichè furono all'ordine i legni che doveano condurlo, fra l'ottava dell'Assunzion della Vergine s'imbarcò, con alcuni cardinali, in una nave di Narbona, e il rimanente de' cardinali con _Oberto arcivescovo_ di Milano, il quale fu poi creato cardinale di santa Sabina, in un altro più grosso legno che era de' cavalieri ospitalieri, oggidì appellati di Malta. Aveano appena date le vele ai venti, che eccoti comparir la flotta de' Pisani, i quali stavano in agguato. A tal vista la nave, dove era il papa, voltò la prora, e se ne tornò in fretta a Magalona. Circondarono i Pisani quella in cui venivano i più dei cardinali, e non avendo essi trovato fra loro il pontefice, senza far male alcuno, la lasciarono andare al suo viaggio. Il Neobrigense scrive[2126] che questa nave bravamente si difese, e con poco lor gusto fece retrocedere i Pisani. Comunque sia, tornò il papa ad imbarcarsi in un legno più picciolo, ed ancorchè fosse travagliato da alcune tempeste nel cammino, pure felicemente arrivò a Messina[2127]. A questo avviso il _re Guglielmo_, che era in Palermo, inviò tosto a complimentarlo i suoi ambasciatori con molti regali, e destinò l'arcivescovo di Reggio e di Calabria ed altri baroni, che l'accompagnarono fino a Roma: al qual fine somministrò una forte galea pel papa, e quattro altre per gli cardinali e pel resto della corte pontificia. Pertanto nel mese di novembre mosse papa Alessandro III da Messina, e venne a Salerno, dove fu con grande onore accolto da _Romoaldo arcivescovo_ e da tutto il popolo. Nella festa di santa Cecilia giunse all'imboccatura del Tevere sano e salvo, e riposò per quella notte in Ostia. Nel seguente giorno corsero a venerarlo i senatori romani con gran folla di cherici e laici, e gli prestarono la dovuta ubbidienza. Dopo di che coi rami di ulivo il condussero fino alla porta Lateranense. Quivi era il clero vestito de' sacri ammanti, quivi i Giudei colla sacra Bibbia nelle braccia, e i giudici e le milizie colle loro insegne. Con questa processione e fra gli alti viva del popolo passò il papa alla basilica, ed indi al palazzo del Laterano, con tanta allegria della città, che non v'era memoria d'altra sì lieta giornata in quel popolo.
Giunto in Germania l'_imperador Federigo_ vi trovò accesa la guerra[2128]. Imperocchè avendo _Ugo conte_ palatino di Toingen fatto impiccare due uomini del duca _Guelfo juniore_, al quale il duca _Guelfo seniore_ avea rinunziato gli Stati della Suevia, per attendere a quei dell'Italia, esso giovane Guelfo, non potendo averne soddisfazione, mise a ferro e fuoco il di lui paese. Ricorse il palatino per aiuto a _Federigo duca_ di Rotemburg, cugino dell'imperadore; e siccome fra la casa di lui, erede della guibellinga, che noi ora diciam ghibellina, e la casa estense-guelfa del duca Guelfo era antica la gara e la nemicizia; così Federigo prese volentieri ad assisterlo. Il giovane Guelfo anch'egli ebbe dalla sua _Bertoldo duca_ di Zeringhen ed altri principi. Nei primi giorni di settembre vennero alle mani i due eserciti, e Guelfo ne andò rotto, con lasciarvi prigioni novecento de' suoi cavalieri. A questa nuova il vecchio _duca Guelfo_, ardente di collera corse dall'Italia in Germania, assediò ed espugnò varie castella, e vittorioso andò a riposarsi nelle sue terre. Ma il palatino colle forze del duca Federigo avendo congiunto l'armata de' Boemi, gente allora fierissima, rinforzò la guerra, che costò immensi danni e guasti a quelle contrade, essendo venuti i Boemi per la Baviera e Suevia sino al lago di Ginevra, commettendo infiniti disordini. S'interpose l'Augusto Federigo, fece rilasciare i prigioni, e dare nella dieta d'Ulma al duca Guelfo soddisfazione: con che si smorzò quell'incendio. Tenne ancora Federigo in quest'anno[2129] una dieta in Erbipoli, ossia in Wirtzburg, dove circa quaranta vescovi tedeschi giurarono di ubbidire al falso pontefice Pasquale, ossia Guido da Crema. Nell'anno presente ancora, come s'ha dalla Cronica di Fossanuova[2130], _Cristiano_, eletto, o, per dir meglio, intruso arcivescovo di Magonza, col conte Gotolino e con alcune soldatesche passò nella Campania romana, e fece giurar fedeltà da tutti que' popoli all'antipapa Pasquale, condotto da lui sino a Viterbo, e all'imperadore. Perchè Anagni ricusò di ubbidire, diede il guasto alle sue campagne, ed incendiò Cisterna. Ma non sì tosto furono costoro tornati in Toscana, che Giliberto conte di Gravina e Riccardo da Gaia coll'esercito del re di Sicilia entrarono in essa Campania, ed uniti coi Romani ricuperarono Veroli, Alatri, Ceccano ed altre terre. Si ruppe ancora in quest'anno la tregua fra i Pisani e Genovesi[2131], e cominciò l'un popolo all'altro a far quel male che potea, con prendersi le navi. Riuscì a' Pisani, dopo aver bruciato Capo Corso, di giugnere, nel dì 21 d'agosto, allo improvviso addosso alla città d'Albenga, e di prenderla, con darle poscia il sacco e consegnarla alle fiamme. Passarono essi dipoi alla fiera di Sant'Egidio in Provenza con galee trentuna. Ma i Genovesi, ansiosi di vendicarsi, con maggior numero di galee andarono a cercar colà i nemici, e fidandosi che _Raimondo_ conte di santo Egidio non proteggerebbe i Pisani, attaccarono una battaglia, che fu separata dalla notte. Gli Annali Pisani[2132] dicono, esserne uscita vittoriosa la lor nazione; ma per una fiera tempesta nel ritorno perderono dodici delle lor galee con tutta la gente.
Crebbero in quest'anno i guai delle città di Lombardia. Avea l'Augusto Federigo lasciati dappertutto i suoi uffiziali che raccogliessero i dazii e tributi spettanti al fisco imperiale. Per testimonianza di Acerbo Morena[2133] tuttochè parzialissimo dell'imperadore, questi cani ne esigevano sette volte più del dovere: _Plus de septem, quam imperatori de jure deberetur, ab omnibus injuste excutiebant._ Il Morena va specificando gli smoderati tributi ed aggravi, che l'avidità loro inventò. Ai Milanesi non si lasciava che un terzo delle loro entrate. Sopra ogni casa, sopra ogni mulino, sopra la pescagione imposero dazii: la caccia tutta per essi: tolto ai nobili, padroni delle castella, il distretto ossia la giurisdizione, benchè goduta per trecento anni addietro. Altre estorsioni di grano, di fieno, legna, polli e d'altri naturali tuttodì si faceano da essi uffiziali, per attestato di Sire Raul[2134]. In somma tutto operavano costoro per ridurre all'ultima disperazione i Lombardi; il che nondimeno si credeva contro l'intenzion di esso imperadore. Teneva intanto il timore di peggio molti di questi popoli in dovere; ma in lor cuore si rallegravano al vedere nella marca di Verona già alzata bandiera per la difesa della libertà, e all'udire che i Veronesi e Padovani aveano tolto di mano ai Tedeschi le due fortissime rocche di Rivoli ed Appendice, e spianatele da' fondamenti.
NOTE:
[2125] Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[2126] Neubrig., lib. 2, cap. 17 Hist.
[2127] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2128] Otto de S. Blasio, in Chron. Abbas Urspergens. in Chron.
[2129] Chron. Reicherspergense ad hunc annum.
[2130] Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.
[2131] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Italic.
[2132] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[2133] Acerbus Morena, Hist. Laudens., tom. 6, Rer. Ital.
[2134] Sire Raul, tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLXVI. Indizione XIV.
ALESSANDRO III papa 8. FEDERIGO I re 15, imper. 12.