Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 64
Nella mattina del dì seguente, giorno 18 di giugno, solennemente marciò Federigo a San Pietro, accolto dal papa ai gradini della basilica, e dopo aver prestato i soliti giuramenti, cantata che fu la messa, ricevette dalle mani del pontefice la corona imperiale cogli altri ornamenti, e con alte acclamazioni di tutta l'armata. Ma i Romani, che videro fatta la festa senza di loro, come impazziti per la rabbia, dopo aver tenuto consiglio in Campidoglio, diedero all'armi, e circa il mezzogiorno furiosamente uscirono di città, e cominciarono verso San Pietro a far man bassa contra qualunque Tedesco che incontravano. Corsero anche i Tedeschi all'armi, e si diede principio ad una terribil mischia, cedendo ora gli uni ora gli altri; e questa durò fin verso la notte, ma colla peggio de' Romani, de' quali circa mille rimasero sul campo, innumerabili feriti, dugento prigioni: il resto si salvò nella città. Afflittissimo per questa tragedia il papa, tanto si adoperò colle preghiere, che fece rilasciar i prigioni al prefetto di Roma. Nel dì seguente egli e l'imperadore, giacchè mancava loro la sussistenza de' viveri, ritiratisi a Tivoli, quivi diedero riposo all'esercito; e dipoi, venuta la festa di san Pietro, la celebrarono solennemente a Ponte Lucano. _Missam Adriano papa celebrante, imperator coronatur_, dice il Frisingense[2018]: cioè vi assistè Federigo colla corona in capo, il qual passo dichiara l'altro sopraddetto di coronatur in Pavia. L'autore della Vita di Adriano IV[2019] scrive che in tal occasione: _Pontifex et Augustus ad missarum solemnia in die illa pariter coronati processerunt_. Crescendo poscia i caldi e le malattie de' soldati, Federigo, lasciato il papa, come si può credere, assai deluso, dopo avergli lasciato il dominio di Tivoli, salvo _in omnibus jure imperiali_, si rimise in viaggio alla volta della Lombardia. Giunto a Spoleti, nè potendo ottener vettovaglia nè contribuzione da quel popolo che avea anche ritenuto prigione il conte Guido Guerra, il più ricco fra i baroni della Toscana, già inviato da esso Augusto al re di Sicilia, senza volerlo rendere mosse l'oste contra di loro. Uscirono baldanzosi gli Spoletini ed attaccarono la zuffa; ma furono così ben respinti ed incalzati, che con esso loro alle spalle entrarono nella città anche i Tedeschi vittoriosi. Andò la sconsigliata città a sacco, e poi ne fu fatto un miserabil falò: gastigo barbarico e sempre detestabile di questi tempi. Nella Vita di sant'Ubaldo[2020] vescovo di Gubbio è scritto che Federigo passò per quella città, e benchè istigato dai castellani circonvicini a distruggerla, pure per intercession del santo prelato, nessun male le fece. Potrebbe dubitarsi del suo arrivo colà, sapendosi ch'egli nel viaggio arrivò ad Ancona, città allora dipendente dall'imperador de' Greci, dove dai di lui ambasciatori fu visitato e riccamente regalato. Passò poscia il Po a San Benedetto di Polirone, e pervenne nel distretto di Verona. In quella città pubblicò la sentenza contra de' Milanesi, per aver essi distrutte le città di Como e di Lodi[2021], privandoli del diritto della zecca, con trasferirlo alla città di Cremona sua fedele, siccome ancora di tutte l'altre regalie godute in addietro da esso popolo di Milano. Ebbe poscia nel passaggio dell'Adige a dolersi de' Veronesi pel ponte malamente fatto su quel fiume; e alla Chiusa trovò una man di assassini che gli vietavano il passo, richiedendo regali e pagamento per chiunque volesse passare. Fece Federigo salire una brigata de' suoi sull'erto monte, e faticar tanto con rotolar pietre, che avendo snidati da quelle caverne quei malandrini, gli ebbe nelle mani, e di loro fece far la giustizia che meritavano. Così sano e salvo se ne tornò in Germania l'Augusto Federigo, con aver ottenuta la corona, e nulla operato in favore di chi l'avea coronato.
Finita questa scena, un'altra ne ebbe principio in Puglia. Avrebbe desiderato esso imperadore, allorchè fu in Roma, di portar la guerra in quelle parti; ma l'esercito suo, in cui si vedeano cader malati tanti di loro, troppa ripugnanza ne avea dimostrato. Pertanto i baroni fuorusciti altro far non poterono se non impetrar delle patenti da esso imperadore, come inviati da lui a que' popoli. Ricorsero ancora a papa Adriano, che promise loro ogni aiuto, anzi fu egli il principal promotore di quelle ribellioni, come accennano Romoaldo Salernitano[2022], Guglielmo Tirio[2023] ed altri. Fra i principali che armati congiurarono contra del re _Guglielmo_, vi fu _Roberto_ già principe di Capoa, _Andrea_ conte di Rupecanina, e _Riccardo_ dall'Aquila. Anche _Roberto_ di Bissavilla conte di Loritello, benchè cugino germano del re Guglielmo, entrò in quella congiura, anzi ne fu il capo, dacchè il perfido ammiraglio Maione, favorito del re, l'avea messo in disgrazia di lui[2024]. Mossero pertanto questi baroni una fiera sollevazione in Puglia contra del re Guglielmo. Al principe Roberto riuscì di ricuperare Capoa col suo principato; all'altro Roberto di prendere Suessa, Tiano e la città di Bari, il cui castello fece egli spianare. Il conte Andrea s'impadronì del contado d'Alife. Aveano essi baroni sul principio tenuto trattato con _Manuello imperadore_ di Costantinopoli, per tirarlo in questa guerra: occasione da lui sospirata molti anni addietro[2025]. Vi entrò egli dunque a braccia aperte, e spedì in Puglia Michele Paleologo, quel medesimo che in Ancona fece l'ambasciata all'imperadore Federigo, con gran somma di danaro al conte Roberto e agli altri baroni, acciocchè assoldassero gente e facessero guerra al re Guglielmo. Mandò inoltre una flotta comandata da un Sebasto, la quale s'impossessò di Brindisi, a riserva del castello. Tutte le altre città marittime s'accordarono coi Greci e col suddetto Roberto conte di Loritello. In somma si sostennero in sì fiera tempesta alla divozione del re Guglielmo solamente Napoli, Amalfi, Surrento, Troia, Melfi, e poche altre città e castella forti. Per accalorar maggiormente questa impresa mosse da Roma _papa Adriano_[2026], accompagnato da molte schiere d'armati, e circa la festa di san Michele di settembre arrivò a san Germano, dove Roberto, di nuovo principe di Capoa, e gli altri baroni gli giurarono fedeltà ed omaggio. Di là passò a Benevento, e per tutte quelle parti fu riconosciuta la di lui sovranità. Intanto dugento cavalli milanesi con dugento fanti, appena partito da Piacenza Federigo[2027], entrarono nella distrutta città di Tortona, e vi si afforzarono il meglio che poterono. V'accorsero i Pavesi colla loro armata[2028]; ma o perchè non si attentarono, o perchè il marchese di Monferrato per suoi segreti fini li dissuase, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco. Ciò udito dai Milanesi, che dianzi aveano richiamato da Tortona quel corpo di gente senza essere stati ubbiditi, sentendosi animati a soccorrere una città che per loro amore s'era sacrificata, nacque in loro gran voglia di rifabbricarla, e a questo fine spedirono colà le genti di Porta Ticinese e Vercellina, che si diedero a rimettere in piedi le mura. Successivamente vi mandarono i soldati di due altre porte. Ma eccoti nel dì 25 di maggio l'esercito pavese venire a trovarli. Uscirono in campagna i Milanesi, e si affrontarono co' nemici; ma infine toccò loro la mala fortuna, e il dare alle gambe, con lasciare in preda de' Pavesi tutto il loro equipaggio, oltre a molti uccisi o presi. In questo fatto d'armi coi Milanesi si trovò lo stesso Ottone Morena istorico. Nel dì seguente diedero i Pavesi un fiero assalto alla città, e v'entrarono anche due bandiere d'essi, ma furono respinti con bravura. Essendo poi tornati a Pavia i nemici, attesero i Milanesi a rifar le mura e le fosse di Tortona, tutte alle loro spese. E questo passava in Italia. Dacchè fu in Germania l'Augusto Federigo[2029], alla metà d'ottobre tenne una gran dieta in Ratisbona, dove diede il possesso della Baviera ad _Arrigo Leone_ estense-guelfo duca di Sassonia, e ammise all'udienza _Tebaldo vescovo_ di Verona, inviato dalla sua città a scusarsi ed umiliarsi. Nè vi andò indarno. _In gratiam_, dice Ottone da Frisinga, _recepta est Verona. Nam et magnam pecuniam dedit ac militiam, quam habere posset, contra Mediolanenses ducere sacramento firmavit_.
NOTE:
[2001] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[2002] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.
[2003] Card. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.
[2004] Otto Frisingens., de Gest. Frider. I.
[2005] Saxius, in Notis ad Ottonem Morenam.
[2006] Annal. Astens., tom. 11 Rer. Ital.
[2007] Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.
[2008] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2009] Otto Frisingensis, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.
[2010] Anecdot. Latin., tom. 2.
[2011] Sigonius, de Regno Ital., lib. 12.
[2012] Saxius, in Notis ad Sigonium.
[2013] Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.
[2014] Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.
[2015] Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.
[2016] Antiquit. Ital., Dissert. IV. pag. 117.
[2017] Otto Frisingensis, lib. 2, cap. 22.
[2018] Otto Frisingens., lib. 2, cap. 24.
[2019] Cardinal. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.
[2020] Vit. S. Ubaldi, in Actis Sanct., ad diem 16 maii.
[2021] Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 591.
[2022] Romualdus Salern., in Chron.
[2023] Guillelmus Tyrius, lib. 18, cap. 2. Cardin. de Aragon., in Vit. Adrian. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Anonym. Casinens., in Chron.
[2024] Hugo Falcandus, in Chron.
[2025] Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[2026] Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.
[2027] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2028] Otto Morena, Hist. Landens., tom. 6 Rer. Italic.
[2029] Otto Frisingens., de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 29.
Anno di CRISTO MCLVI. Indizione IV.
ADRIANO IV papa 3. FEDERIGO I re 5, imperad. 2.
Nella primavera di quest'anno l'_imperador Federigo_ celebrò in Wirtzburg le sue nozze con _Beatrice_ figliuola di _Rinaldo conte_ di Borgogna[2030], che gli portò in dote molti Stati. Vennero in questi tempi gli ambasciatori del greco Augusto _Manuello Comneno_, ma non furono ammessi. Curioso è il motivo che ci vien qui narrato da Ottone Frisingense, per cui svanì tutta la precedente amicizia e confidenza che passava tra i due imperii occidentale ed orientale. Sia verità o bugia, fu rappresentato a Federigo che i Greci, allorchè egli passò da Ancona, aveano destramente colta una lettera sigillata col sigillo d'esso imperador Federigo (quasichè niuna di queste lettere si conservasse nella corte di Costantinopoli), e s'erano serviti di quel sigillo applicato ad altra carta, fingendo che Federigo avesse conceduta al greco Augusto la Campania e la Puglia, per tirar dalla sua i popoli di quelle contrade. Con questa frode e con gran profusione d'oro guadagnati non pochi baroni della Puglia, s'erano fatti padroni di un gran tratto di paese, e specialmente di Bari capital della provincia, dove era morto Michele Paleologo, condottiere di quella impresa. Corse anche voce in Germania che _Guglielmo re_ di Sicilia fosse o mancato di vita o impazzito. E infatti abbiamo da Ugone Falcando[2031] che Guglielmo nell'anno addietro, per artifizio del suo disleale favorito ed ammiraglio Maione, se ne stette come chiuso nelle stanze del suo palazzo in Palermo, senza dar udienza a chi che sia, fuorchè ad esso Maione e ad _Ugone arcivescovo_ di quella città. Ora, benchè Federigo odiasse non poco il re Guglielmo, pure più rabbia in lui cagionava il vedere che i Greci, potenza maggiore e capace di far maggiori progressi in Italia, avessero usurpata la Puglia; e però, chiamandoli traditori, già si disponeva a tornare in Italia per muovere guerra contra di loro. Ma dacchè intese che Guglielmo era vivo e sano di mente, e che altra faccia aveano presa gli affari di Puglia, siccome dirò fra poco, smontò da quel disegno, e solamente rivolse i suoi pensieri contra de' Milanesi, che erano in sua disgrazia, con fare i preparamenti necessarii per tale impresa.
Ora è da sapere che, per attestato del suddetto Ugone Falcando, molte trame furono fatte dal menzionato Maione contra di non pochi baroni della Sicilia, i quali giunsero a ribellarsi con gran confusione di cose in Palermo e in altri luoghi. Servirono tali sconcerti a svegliare l'addormentato _Guglielmo_, che non arrivò già per questo a conoscere qual mostro egli tenesse appresso nella persona di Maione. Risaputo bensì finalmente il grave sfasciamento de' suoi affari in Puglia, si applicò tosto al riparo. Il suo primo tentativo fu quello di rimettersi, se potea, in grazia di _papa Adriano_[2032], e tanto più perchè si venne a sapere che l'imperador greco facea proposizioni ingorde di danaro al medesimo pontefice per ottener tre città marittime, con promettere ancora di dargli tali forze di gente e d'oro da poter cacciare Guglielmo dalla Sicilia. Venuto dunque a Salerno, inviò al papa il vescovo eletto di Catania ed altri della sua corte, con plenipotenza di far pace colla Chiesa romana, offerendole il danaro esibito dai Greci, tre terre per li danni dati, omaggio ed ubbidienza, e la libertà delle chiese. Non prestò fede a tutta prima il pontefice Adriano a queste proposizioni, e per chiarirsene inviò a Salerno _Ubaldo cardinale_ di santa Prassede. Accertossi egli tutto essere vero; e il papa, trovandovi del vantaggio, inclinava forte alla concordia, se non che gli si oppose la maggior parte de' cardinali che macinavano nella lor mente delle inusate grandezze, in maniera che disturbarono tutto il negoziato. Ebbero bene a pentirsi della lor ingordigia, e a provare che chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia verrà esaltato. Il re Guglielmo, messo insieme un poderoso esercito per mare e per terra[2033], andò alla volta di Brindisi, occupato da' Greci, da dove si ritirò _Roberto conte_ di Loritello, con venire a Benevento. Si teneva tuttavia il castello pel re. Assediata quella città, i Greci co' Pugliesi uscirono in campo aperto, e diedero battaglia. Durò un pezzo dubbioso il combattimento; ma in fine la vittoria si dichiarò in favore di Guglielmo. Molta nobiltà de' Greci fu ivi presa ed inviata nelle carceri di Palermo; gran bottino di danaro e di navi fu fatto, e riacquistata la città nel dì 28 di maggio. A non pochi ancora de' baroni pugliesi ribelli toccò la disgrazia di cader nelle mani del re. Tolta fu ad alcuni la vita, ad altri la vista. Ciò fatto, marciò alla volta di Bari col vittorioso esercito. Uscirono i cittadini ad incontrarlo senz'armi e in abito di penitenza, chiedendo misericordia. Altro non ottennero al re, troppo sdegnato per lo smantellamento della sua cittadella, se non spazio di due giorni per uscir della città con quanto poteano asportare. Dopo di che spianate prima le mura, fu quella dianzi sì superba, sì popolata e ricca città ridotta in un mucchio di pietre, e diviso il suo popolo in varie ville. Un sì lagrimevole spettacolo fece che non tardarono le altre città della Puglia perdute a rimettersi in grazia e sotto il dominio del re Guglielmo, il quale continuò il viaggio sino a Benevento, dove i più de' baroni suoi ribelli s'erano rifugiati.
Tal paura mise il suo avvicinamento _a Roberto principe_ di Capoa, dimorante in essa città di Benevento, che non credendosi sicuro, prese la fuga. Ma nel passare il Garigliano, tesogli un agguato da _Riccardo_ dell'Aquila conte di Fondi, fu preso e poi consegnato a Guglielmo. Con questo tradimento Riccardo rientrò in grazia del re; e Roberto inviato prigione a Palermo, ed abbacinato, finì poco appresso nelle miserie la sua vita. S'interpose il pontefice Adriano, che si trovava in Benevento anche egli, per salvare Roberto conte di Loritello, Andrea conte di Rupecanina, ed altri baroni che erano presso di lui chiusi in quella città; ed il re si contentò di non molestarli, purchè uscissero fuori del regno: grazia di cui non tardarono a prevalersi. E allora fu che esso pontefice, chiarito delle umane vicende, e pensando al suo stato, mandò egli stesso a ricercar quella pace, per cui pochi mesi prima era stato supplicato. Inviò dunque i cardinali _Ubaldo_ di santa Prassede, _Giulio_ di san Marcello e _Rolando_ di san Marco al re Guglielmo, per avvertirlo da parte di san Pietro di non offendere Benevento, di soddisfare per li danni dati, e di conservare i suoi diritti alla Chiesa romana. Furono essi benignamente accolti dal re, intavolarono il trattato della pace, e dopo molti dibattimenti fu essa conchiusa. Mediatore fra gli altri ne fu _Romoaldo arcivescovo_ di Salerno, quel medesimo che ci ha lasciata la sua Storia, da me data alla luce. Rapporta il cardinal Baronio[2034] il diploma del _re Guglielmo_, che contiene le condizioni dell'accordo, e con esso s'ha a confrontare ciò che ne scrivono alcuni moderni. Si obbligò il papa di concedere al re l'investitura del regno di Sicilia, del ducato di Puglia, del principato di Capoa, Napoli, Salerno e Melfi, siccome ancora della Marca e dell'altro paese ch'egli dovea avere di qua da Marsi. E il re si obbligò a prestargli omaggio contro ogni persona, e il giurargli fedeltà, con pagare ogni anno il censo di seicento schifati per la Puglia e Calabria, e cinquecento per la Marca: cose tutte eseguite dipoi nella chiesa di san Marciano fuori di Benevento, dove alla presenza di molta nobiltà e popolo diede Guglielmo il giuramento a' piedi del papa, e ricevette l'investitura. Sotto il nome di _Marca_ è da vedere che paese fosse allora disegnato. Forse quella di Chieti, non osando io spiegar ciò della marca di Camerino, che è la stessa con quella d'Ancona e di Fermo. Confermò papa Adriano IV con sua bolla, riferita parimente dal cardinal Baronio, la concordia suddetta; concordia nondimeno che dispiacque ad alcuni de' cardinali, e molto più all'imperador Federigo, che si vedea precluso con ciò l'adito alla meditata guerra di Puglia. Di grandi regali in oro, argento e drappi di seta lasciò il re Guglielmo al papa, ai cardinali e a tutta la corte pontificia[2035], e poi se ne andò. Da Benevento venne il papa alla volta di Roma, con passare per Monte Casino e per le montagne di Marsi. E perciocchè la città d'Orvieto, per lunghissimo tempo sottratta alla giurisdizione della Chiesa romana, era tornata alla sua ubbidienza, volle il buon pontefice consolar quei popoli colla sua presenza. Con singolar onore quivi ricevuto, alla venuta poi del verno passò alla volta dell'ameno e popolato castello di Viterbo, e di là a Roma, dove pacificamente alloggiò nel palazzo lateranense. Nell'anno presente i Milanesi, ricevuto qualche rinforzo di gente da Brescia, continuarono la guerra contro ai Pavesi[2036]. Presero loro varii luoghi, e fra gli altri il forte castello di Ceredano, non avendo osato i Pavesi e Novaresi, benchè usciti in campagna con tutto il loro sforzo, di venire ad alcun fatto d'armi, nè di tentar di soccorrere quella terra, che poi fu spianata. Andarono ancora i Milanesi nella valle di Lugano, e suggettarono circa venti di quelle castella. Seguì ancora un conflitto fra essi e i Pavesi, in cui ebbero la peggio gli ultimi. Studiaronsi in questi tempi i Piacentini[2037] di fortificar la loro città con buone mura, torri e fosse, ben prevedendo i malanni che sovrastavano alla Lombardia per la ribellion de' Milanesi. Intanto diede fine a' suoi giorni _Domenico Morosini_ doge di Venezia[2038], in cui luogo fu sostituito _Vitale Michele II_, il quale non tardò a far pace coi Pisani. Nell'anno presente ancora, se è da prestar fede alla Cronica di Jacopo Malvezzi[2039], i Bresciani, per cagion delle castella di Volpino e Ceretello, mossero guerra ai Bergamaschi. Vennero alle mani coll'esercito d'essi nel mese di marzo vicino a Palusco, e insigne vittoria ne riportarono col far prigioni due mila e cinquecento Bergamaschi, e prendere il loro principal gonfalone, che, portato nella chiesa de' santi Faustino e Giovita, ogni anno nella gran solennità si spiegava. All'incontro fecero i Genovesi pace e concordia con Guglielmo re di Sicilia[2040], e lor ne venne molto vantaggio ed onore.
NOTE:
[2030] Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 30.
[2031] Hugo Falcandus, in Chron.
[2032] Cardin. de Aragon., in Vita Adriani IV.
[2033] Romualdus Salernit., in Chron. Anonym. Casinens., in Chron. Johann. de Ceccano.
[2034] Baron., Annales, ad hunc annum.
[2035] Cardin. de Aragon., in Vita Eugenii IV.
[2036] Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[2037] Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[2038] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2039] Malveccius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[2040] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCLVII. Indizione V.
ADRIANO IV papa 4. FEDERIGO I re 6, imperad. 3.
Dappoichè _papa Adriano_ avea fatte coll'Augusto _Federigo_ tante doglianze di _Guglielmo re_ di Sicilia, ed era restato con lui in concerto di fargli guerra; cosa che Federigo non avea potuto eseguire dopo aver presa la corona imperiale a cagion delle malattie entrate nell'esercito suo; restò forte esacerbato esso imperadore all'udire nell'anno precedente la pace data dal papa a Guglielmo con accordargli il titolo di re, senza participazione alcuna ed assenso suo. Adirato perciò fin da allora, cominciò a far conoscere il suo mal talento contro d'esso Adriano col difficultare agli ecclesiastici del regno germanico di passare alla corte pontificia per ottener benefizii o per altri affari. Mosso da questa non picciola novità Adriano spedì nell'anno presente due cardinali, cioè _Rolando_ cancelliere e _Bernardo_ del titolo di san Clemente, alla corte cesarea[2041]. Correva il mese d'ottobre, e Federigo Augusto s'era portato a Besanzone per farsi riconoscere padrone del regno della Borgogna, siccome in fatti ottenne, avendo in persona o per lettere prestata a lui ubbidienza gli arcivescovi di _Lione, Vienna, Arles_, i vescovi di _Valenza_, d'_Avignone_ e d'altre città. Era concorsa a Besanzone gran foresteria per veder l'imperadore, e per affari. V'erano Romani, Pugliesi, Veneziani, Lombardi, Franzesi, Inglesi e Spagnuoli. Furono ricevuti onorevolmente i legati apostolici, i quali presentarono a Federigo una lettera del papa, conceputa con gravi risentimenti, perch'esso imperadore non avesse finora gastigato quegli scellerati di Germania che aveano preso e messo in prigione _Esquilo arcivescovo_ di Lunden in Isvezia (e non già di Londra, come immaginò il Baronio) nel ritorno di Roma, con ricordargli appresso la prontezza con cui esso pontefice gli avea conferita l'imperial corona; del che non era pentito, nè si pentirebbe, quando anche _majora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset_. Letta la lettera, e spiegata a chi non sapeva il latino, si alzò un gran bisbiglio nell'assemblea a cagione de' termini forti in essa adoperati, ma principalmente per quella parola di _beneficia_, che fu presa in senso rigoroso, quasichè adoperata nel senso de' legisti, presso i quali significa _feudo_, volesse il pontefice far sapere che l'imperadore dalle mani del papa riceveva in feudo l'imperio. Diede motivo a tale interpretazione l'aver veduto in Roma una pittura, rappresentante nel palazzo lateranense l'_imperador Lottario_ ai piedi del papa, con questi due versi sotto:
REX VENIT ANTE FORES, IVRANS PRIVS VRBIS HONORES, POST HOMO FIT PAPAE, SVMIT QVO DANTE CORONAM.