Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 63

Chapter 633,674 wordsPublic domain

Leggesi da una bolla di papa _Anastasio IV_, da me data alla luce[1988], in favore della badia della Pomposa, che si dice data _Laterani XIV kalendas aprilis, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII, pontificatus vero domni Anastasii papae quarti primo_. Quando per avventura non fosse qui adoperato l'anno fiorentino e veneto, si dee scrivere _anno MCLIV_. Un'altra bolla, spedita _VIII kalendas maii_, vien riferita da Campi[1989]. Continuò questo pontefice la sua vita fino al dì 2 di dicembre dell'anno presente, in cui Dio il chiamò a sè. Succedette a lui nella cattedra pontificia _Niccolò_, nato in Inghilterra nel castello di Santo Albano già canonico regolare in san Rufo d'Arles, poi _vescovo di Albano_, che, spedito in Norvegia, confermò nella fede di Gesù Cristo quella barbara nazione, eletto nel dì 3 d'esso dicembre, benchè renitente, da' voti concordi di tutto il sacro collegio[1990]. Assunse egli il nome di _Adriano IV_, personaggio di esemplarissima vita, di sublime intendimento e fermezza d'animo, tardo alla collera, veloce al perdono, e gran limosiniere. Sotto il pontificato di Eugenio III e d'Anastasio IV era sempre dimorato in Roma l'eretico Arnaldo da Brescia, protetto e sostenuto da alcuni perversi potenti, e massimamente dai senatori contro il divieto de' papi. Non cessava costui di seminare il suo veleno, e benchè scomunicato e, bandito dal novello papa Adriano, non solo si rideva delle censure, ma pubblicamente inveiva contra di lui. Avvenne che il cardinale di santa Podenzana, nell'andare a palazzo, fu insultato da uno di quegli eretici e ferito a morte. Adriano per tali eccessi sottopose all'interdetto tutta Roma, e quivi cessarono i divini uffizii: gastigo non mai per l'addietro provato da quell'augusta città[1991]. All'avviso dell'assunzione di papa Adriano, non tardò il _re_ di Sicilia _Guglielmo_ ad inviargli ambasciatori per attestargli il suo ossequio, e insieme per trattar di pace. Ma ritrovarono ben lontano da questa il nuovo pontefice, che colla venuta del re Federigo sperava di meglio acconciare gl'interessi della Chiesa romana ne' principati di Puglia e di Capoa. Intanto i Milanesi, informati de' mali uffizii fatti contra di loro dal popolo di Pavia, con incitare lo sdegno del re Federigo ai lor danni[1992], marciarono coll'esercito per farne vendetta. Galvano Fiamma scrive[1993], che _expulsis Laudensibus et Cremonensibus, super Papiam equitaverunt de mense augusti, eosque in admirabilem servitutem redegerunt_. Ma questo autore, fecondo di favole nel raccontar le avventure di questi tempi, troppo dice con quelle parole. Non altro gli autori contemporanei scrivono, se non che ne seguì un gran guasto[1994]. Coi Milanesi andarono in oste i Comaschi, Lodigiani e Cremaschi, nè v'era memoria di un sì grande esercito come fu questo. Nel dì 11 d'agosto a Lardiraga sopra il fiume Olona vennero alle mani coi Pavesi; e nella battaglia, che durò dubbiosa fino al tramontar del sole, furono molti gli uccisi, molti i prigioni dall'una parte e dall'altra. Ma nel giorno seguente i Milanesi, che s'erano accampati, furono per un accidente presi da un sì panico terrore, che se ne tornarono alle lor case, lasciando indietro un ricco bottino d'armi, tende ed arnesi.

Durante questa guerra calò per la valle di Trento in Italia il _re Federigo_ nel mese di ottobre, coll'accompagnamento conveniente al suo grado, cioè con un fioritissimo esercito. Seco fra gli altri era _Arrigo IV_ guelfo estense, soprannominato il lione, duca di Sassonia e Baviera, il qual, per attestato di Ottone Morena, _in Lombardiam cum ipso rege fere non cum minori copia equitum, quam ipse rex, venerat_. S'attendò il re presso il lago di Garda, per ivi aspettar tutta la sua gente, e nel dì seguente giunse ad accamparsi nei prati di Roncaglia sul Piacentino. Era il costume, che venendo in Italia il re, ossia l'imperadore, andava a posar colà, e vi si dava la revista di tutti i vassalli, cioè feudatarii, sì di quei di Germania che degl'Italiani, obbligati cadauno a concorrere colà per riconoscere il sovrano. Chi mancava senza licenza del re perdeva i suoi feudi. Li perderono appunto in tal congiuntura i vescovi di Brema e di Alberstad, ma solamente lor vita durante, perchè si toglievano alle persone, e non alle chiese. Non si dee qui tralasciare il ritratto che fece allora dell'Italia _Ottone vescovo_ di Frisinga[1995], zio dello stesso Federigo. Confessa che i popoli nulla più riteneano de' barbarici costumi degli antichi Longobardi, e ne' loro costumi e linguaggio compariva molto della pulizia e leggiadria de' vecchi Romani. Talmente si piccavano della libertà, che non voleano esser governati da un solo, eleggendo piuttosto i consoli, scelti dai tre ordini, cioè dai capitani, valvassori e plebe, affinchè niuno d'essi ordini soperchiasse l'altro. Uso era ancora di mutar ogni anno questi consoli. E per maggiormente popolar le città, costrignevano tutti i nobili e signorotti abitanti nelle loro diocesi, ancorchè feudatarii liberi dal lor dominio, di suggettarsi alle città, e di venire ad abitarvi. Ammettevano ancora alla milizia e ai pubblici ufizi gli artigiani più meccanici e vili: il che strano pareva al suddetto Ottone, perchè in Germania non si praticava così, confessando nulladimeno che in tal maniera le città d'Italia in ricchezze e potenza avanzavano tutte l'altre fuori d'Italia. Ma un sì felice stato veniva accompagnato anche dalla superbia e dal pessimo costume di portar poco rispetto al re, vedendolo mal volentieri venire in Italia, e spesso non ubbidendolo, se i di lui comandamenti non erano assistiti dalla forza di un buon esercito. Ma sopra gli altri si facea distinguere l'alterigia del popolo di Milano, che teneva il primato fra queste città, sì per la sua forza e per la copia di uomini bellicosi, come ancora per aver sottoposte al suo dominio le città di Como e di Lodi. Fermossi il re Federigo per cinque o sei giorni in Roncaglia, dove comparvero i consoli di quasi tutte le città a dir le loro ragioni, e tutti a giurargli fedeltà. V'intervenne _Guglielmo marchese_ di Monferrato, signor nobile e grande, e quasi l'unico che si fosse salvato dall'imperio delle città, il quale portò querele contra de' popoli d'Asti e del Cairo. Altrettanto fece degli Astigiani il loro vescovo. Ma più lamentevoli furono le doglianze dei Comaschi e Lodigiani contra de' Milanesi, benchè presenti fossero i consoli stessi di Milano, cioè Oberto dall'Orto e Gherardo Negro. Colà ancora vennero i legati di Genova a venerare il sovrano, a cui presentarono lioni, struzzoli, pappagalli ed altri preziosi regali di Levante. Racconta Caffaro ne' suoi Annali (era egli uno degli ambasciatori) che Federigo[1996] fece loro molto onore e confidenza degli affari del regno, con promesse di onorar sopra l'altre città quella di Genova. Meditava già questo principe di far guerra a _Guglielmo re_ di Sicilia; e però tante carezze dovette fare ai Genovesi, per valersi della lor flotta in quella occorrenza. Non mancarono, come ho detto, i Milanesi d'inviare due de' loro consoli a Roncaglia[1997], per attestare la lor fedeltà a Federigo, con cui ancora s'accordarono di pagargli quattro mila marche d'argento, e di restituire i prigioni ai Pavesi. Ma durò ben poco questo sereno. Volendo Federigo marciare alla volta del Piemonte, prese per condottieri i consoli di Milano, che il menarono per luoghi disabitati, dove non si trovarono tappe, nè mercato per comperarne. I due storici Ottoni credono ciò fatto per frode de' Milanesi, e che di qui avesse principio lo scoppio dell'ira di Federigo contro d'essi. Ma Sire Raul pretende che Federigo cercasse col fuscellino i pretesti di prenderla contro il popolo di Milano, perchè pensò la di lui politica che se metteva al basso i Milanesi, gli altri popoli tutti avrebbono chinata la testa. Dovette essere un accidente quel cammino per paese desertato dalle guerre precedenti. E che non venisse da cabala de' Milanesi, lo fecero essi conoscere, perchè saputa l'ira di Federigo, andarono tosto a dirupar la casa di Gherardo Negro, l'uno di que' consoli, per cui balordaggine si può credere che succedesse quell'inconveniente.

Comunque sia, Federigo incominciò le ostilità contro Milano. Arrivato a Landriano, fece restituire a Pavia i suoi prigioni; ma i milanesi prigioni fece legarli alle code de' cavalli, alcuni de' quali si sottrassero poi colla fuga, ed altri si riscattarono con danaro. Arrivò alla terra di Rosate, dove erano di presidio cinquecento cavalli milanesi; e volendovi entrar per forza i Tedeschi affamati, venne ordine da Milano a quella guarnigione e a tutti gli abitanti di uscirne. Entrativi poscia i Tedeschi, dopo il sacco bruciarono tutta la terra. Passò il Ticino su quel di Novara, e bruciò i ponti che vi aveano fatto fabbricare i Milanesi. Mentre era in Biagrasso, comparvero i deputati di Milano per pagare le quattro mila marche accordate; ma Federigo le rifiutò e strapazzò i messi, con trattare il lor popolo da gente di mala fede ed ingannatrice. Aggiunse di più, che non isperassero da lui accordo alcuno, finchè non avessero rimesse in libertà le città di Como e di Lodi. E per conto di Lodi, aveva egli già inviato un suo cappellano colà per farsi giurare fedeltà. Risposero que' cittadini di non poter farlo senza il beneplacito di Milano, a cui erano sudditi. Spedirono poscia colà a chiederne licenza, e questa non fu negata dai Milanesi. Continuò il suo viaggio Federigo con distruggere da' fondamenti tre terre di giurisdizion di Milano, cioè Galliate, che era dell'arcivescovo, Trecate e Mumma. Sire Raul scrive: _Castra et villas de Monti, et Trecate_. Trovasi nondimeno presso di lui _turris de Mommo_. In que' contorni celebrò Federigo la festa del Natale con grande allegria, mentre gl'innocenti abitatori di quelle terre piagneano, detestando la di lui crudeltà. Era col re Federigo calato in Italia anche il _duca Guelfo_, e sappiamo dalla Cronica di Weingart[1998] che vennero a trovarlo _legati de omnibus civitatibus Tusciae, necnon ex omnibus civitatibus Spoleti, munera condigna offerentes, et subjectionem voluntariam promittentes_. Prese egli anche possesso di tutte le castella e beni della fu contessa Matilda, nè apparisce che il pontefice ne facesse alcuna querela[1999]. Vennero in quest'anno i Mori mossamuti al castello di Pozzuolo, e gli diedero il sacco; ma ne pagarono la pena, perchè accorsa la flotta del _re Guglielmo_, ne prese molti, e sterminò il resto colle spade. Chiuderò le presenti notizie con una spettante alla casa d'Este. Per l'eredità del comune stipite, cioè del marchese _Alberto Azzo II_, erano state fin qui liti ed anche guerra[2000], di cui fa menzione la Cronica di Weingart, fra gli Estensi di Germania duchi di Baviera e Sassonia, e gli Estensi d'Italia marchesi. Per terminar sì fatte differenze, _Arrigo il Leone_ duca di Sassonia, venuto in quest'anno col re Federigo in Italia, trovandosi sul Veronese nella villa di Povegliano nel dì 27 di ottobre, concedette a titolo di feudo tutte le sue ragioni sopra Este, Soresino, Arquada e Merendola ai marchesi _Bonifazio, Folco II, Alberto_ ed _Obizzo_, dall'ultimo de' quali discende la serenissima casa d'Este, che già ne erano in possesso, facendo lor fine di tutte le offese fatte da essi e dai lor maggiori alla linea de' duchi. Con questa concordia i marchesi tennero da lì innanzi pacificamente quegli Stati. Di Rovigo e d'altri Stati, ch'essi parimente godeano, non si vede parola in questo accordo. Il medesimo accordo fecero dipoi i marchesi con _Guelfo duca_ di Spoleti e marchese della Toscana nell'anno 1160.

NOTE:

[1977] Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.

[1978] Hugo Falcandus, in Histor.

[1979] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[1980] Conradi Epist., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1981] Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.

[1982] Otto Frisingens., de Gestis Frider. I, lib. 2, cap. II.

[1983] Peregrinius, in Notis ad Anonym. Casin.

[1984] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.

[1985] Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.

[1986] Bernardus Guidonis, in Vit. Anastasii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[1987] Pirrus, Sicil. Sacr., in Episcop. Syracus.

[1988] Antiquit. Italic., Dissert. LXV.

[1989] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 2.

[1990] Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.

[1991] Romualdus Salernit., in Chron.

[1992] Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.

[1993] Gualvanus Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Italic.

[1994] Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.

[1995] Otto Frisingensis, de Gest. Frideric. I, lib. 2, cap. 13.

[1996] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.

[1997] Otto Morena, Hist. Laud. Otto Frising., de Gest. Frider.

[1998] Chron. Weingart., apud Leibnitium, tom. 1 Scriptorum Brunsvic.

[1999] Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.

[2000] Antichità Estensi, p. I, cap. 39.

Anno di CRISTO MCLV. Indizione III.

ADRIANO IV papa 2. FEDERIGO I re 4, imperad. 1.

Verso la quaresima venne _Guglielmo re_ di Sicilia a Salerno: il che pervenuto a notizia di _papa Adriano_, gli spedì _Arrigo cardinale_ de' santi Nereo ed Achilleo per affari che noi non sappiamo[2001]. Perchè nella lettera a lui scritta non gli diede il papa il titolo di re, ma quello solamente di signor della Sicilia, se l'ebbe tanto a male, che rimandò il legato senza voler trattare con lui: cosa che turbò forte la corte romana. Nè contento di ciò, prima di tornarsene in Sicilia, diede ordine ad Asclintino o Anscotino suo cancelliere, dichiarato governator della Puglia, di muovere guerra allo Stato ecclesiastico. Portossi costui all'assedio di Benevento, e ne devastò i contorni. Trovaronsi ben animati alla difesa que' cittadini, anzi avendo presa diffidenza di _Pietro_ loro _arcivescovo_, l'uccisero. Fu questo assedio un suono di tromba che eccitò alla ribellione molti de' baroni di Puglia, o perchè gente facile alla rivolta, o perchè sotto mano commossi dalla corte di Roma. Alcuni d'essi accorsero alla difesa di Benevento, altri abbandonarono l'armata del re: il che fece sciogliere quell'assedio. Entrò poscia[2002] il cancelliere nella Campania romana; diede alle fiamme Ceperano, Babuco, Todi e i luoghi vicini; e, nel tornare indietro, fece smantellar le mura d'Aquino, di Pontecorvo e d'altre terre, e cacciò via tutti i monaci, a riserva di dodici. Per queste ostilità papa Adriano fulminò la scomunica contra del re Guglielmo[2003]: il che maggiormente servì ad accrescere la ribellion de' baroni di Puglia. Per le istanze del clero i Romani fecero istanza che si levasse l'interdetto da Roma, promettendo di cacciarne Arnaldo da Brescia. Tornò dunque il papa in Roma, e andò ad abitare al palazzo lateranense. Sul principio di quest'anno marciò il _re Federigo_ coll'esercito suo a Vercelli e a Torino[2004], senza che resti memoria di quanto egli ivi operasse. Passato il Po verso quelle parti, venne alla volta della grossa terra del Cairo e della città d'Asti. Sempre era seco _Guglielmo marchese_ del Monferrato, con inculcar le sue doglianze contra que' popoli per torti a lui fatti. E perciocchè questi non aveano ubbidito ai precetti lor fatti dal re, furono posti al bando come ribelli. Arrivato Federigo al Cairo, trovollo voto di abitatori, ma pieno di vettovaglie. Dopo varii giorni di posata in quel luogo, fece atterrarne le torri, che non erano poche, e tutta la terra diede in preda al fuoco. Eransi anche ritirati gli Astigiani coi lor nobili ad un forte loro castello, creduto _Novi_ dall'Osio, e _Anone_ dal signor Sassi[2005]. Diede Federigo quella città al marchese di Monferrato, che ne fece smantellar molte torri e una parte delle mura. Aggiungono gli Annali di Asti[2006] che quasi tutta quella città fu consegnata alle fiamme. Non cessavano intanto i Pavesi d'incitar Federigo contro la città di Tortona[2007], allegando varii aggravi ricevuti da que' cittadini. Era nondimeno il reato principale de' Tortonesi l'aver eglino lega coi Milanesi, dai quali ancora animati alla difesa ed anche sovvenuti, benchè Federigo li citasse a comparire, non vennero. Egli dunque intraprese l'assedio di quella città nei primi giorni di quaresima, nel dì 13 di febbraio dell'anno presente. Seco era _Arrigo_ estense-guelfo duca di Baviera e Sassonia, che aveva condotto in sua parte un grosso nerbo di cavalleria; e a quella impresa concorsero ancora colla lor gente i Pavesi e Guglielmo marchese di Monferrato. Elegantemente si vede descritto da Ottone vescovo di Frisinga questo lungo assedio sostenuto con vigore da quel popolo, a cui si era unito anche in tale congiuntura _Obizzo Malaspina_ marchese, potente signore in quelle parti e in Lunigiana. I mangani e le petriere, gli archi, le balestre e le mine furono in un continuo esercizio; ma con tutto lo sforzo dei nemici non sarebbe caduta quella forte città, se la penuria dell'acqua e del pane non l'avesse finalmente astretta a capitolare. Federigo, ansioso di non perdere più tempo, perchè gli premeva forte il viaggio di Roma affine di ricevere la corona imperiale, accordò a tutti gli abitanti l'uscita libera con quanto poteano portar seco. Entrò egli dipoi coll'esercito nell'abbandonata città circa il dì 4 d'aprile (Sire Raul[2008] scrive nel dì 18 di quel mese), la quale, dopo un sacco generale, tutta fu data in preda alle fiamme. Se vogliam credere ad esso Sire Raul, avea promesso Federigo di lasciarla intatta nel suo stato; ma non fu mantenuta la parola, perchè prima i Pavesi aveano sborsata gran somma di danaro con patto della distruzion della medesima, se cadeva nelle mani del re. _Bruno abbate_ di Chiaravalle di Bagnolo, che avea trattata la resa con quella promessa, veggendosi burlato, fama fu che pel dolore da lì a tre giorni mancasse di vita. Lasciarono i Pavesi un corpo di lor gente, che altro per otto giorni non fece che rovinar dai fondamenti le case non affatto atterrate dal fuoco.

Nel dì 17 di aprile, giorno di domenica, Federigo invitato da' Pavesi alla lor città, quivi, per attestato di Ottone Frisingense[2009], _in ecclesia sancti Michælis, ubi antiquum regum longobardorum palatium fuit, cum multo civium tripudio coronatur_. Galvano Flamma, Buonincontro Morigia, ed altri scrittori milanesi lasciarono scritto che Federigo fu coronato in santo Ambrosio di Milano, oppure in Monza, chi dice nell'anno 1154, e chi nel presente 1155. Senza esaminar meglio questa loro opinione, anche io la riferii nel mio trattato _de corona ferrea_[2010] stampato nell'anno 1698. Ora conosco essere una frottola di questi storici. La nimicizia insorta fra lui e i Milanesi non gli permise di visitar Milano o Monza, e molto meno di ricevere la corona del ferro dalle mani di _Uberto arcivescovo_. Anzi, siccome osservò il Sigonio[2011], e dopo lui il signor Sassi[2012], neppur si dee credere che seguisse la coronazione ed unzione di lui in Pavia. Il _coronatur_ del Frisingense unicamente vuol dire ch'egli nella basilica di san Michele si fece vedere colla corona in capo e lo scettro in mano. Venne Federigo a Piacenza, città, che dopo avere nel dì 26 d'aprile ricevuto il soccorso della cavalleria e fanteria di due porte di Milano, s'era ben preparata alla difesa. Questo apparato e la fretta di Federigo esentarono da ulteriori molestie quella città. Celebrò Federigo vicino a Bologna la festa della Pentecoste, e il Ghirardacci[2013] rapporta un suo diploma dato _III idus maii juxta Rhenum_, in cui ordina ai Bolognesi di rifare il castello di Medicina, da essi distrutto. Di là passò in Toscana, dove comandò ai Pisani d'armare la lor flotta contra di Guglielmo re di Sicilia, e diede l'arcivescovato di Ravenna ad _Anselmo vescovo_ di Avelberg, stato suo ambasciatore a Costantinopoli, con investirlo, secondo il solito, dell'esarcato di Ravenna. Camminava a gran giornate egli e l'esercito suo verso Roma, e questa sua fretta diede non poca apprensione a _papa Adriano_[2014], che per anche non sapeva con qual animo venisse questo principe, e principe a cui costava poco l'eccidio della città. Per consiglio di Pietro prefetto di Roma e di Ottone Frangipane, gli mandò incontro, per concertar prima le cose, tre cardinali, che trovarono Federigo in San Quirico. Fra le altre domande che questi gli fecero, vi fu quella di avere in mano Arnaldo da Brescia, che i visconti o conti di Campania aveano tolto alle genti del papa, e il teneano in un lor castello, onorandolo qual profeta. Non tardò Federigo a spedir gente, che prese uno di quei visconti, il quale, per liberarsi, consegnò quell'eretico ai cardinali. Messo costui nelle forze del prefetto di Roma[2015], fu impiccato e bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere, acciocchè la stolida plebe non venerasse il corpo di questo infame. Andarono innanzi e indietro ambasciatori, prima che seguisse l'accordo fra il papa e l'imperadore; ma finalmente Federigo promise e giurò di conservar tutti gli onori e stati al pontefice e ai cardinali; e il pontefice, di coronarlo. Giunto Federigo nel territorio di Sutri, si attendò coll'esercito nel Campo grasso. Colà venne da Nepi papa Adriano, incontrato prima da molti principi tedeschi; e quando fu per ismontare al padiglione reale, aspettò indarno che Federigo gli venisse a tenere la staffa. Fu cagione questo accidente che i cardinali spaventati se ne fuggissero a Città Castellana, lasciando con pochi familiari il pontefice, che smontato si mise sul faldistorio preparato. Allora comparve Federigo, e baciatigli i piedi, s'accostava per ricevere il bacio di pace; ma il papa intrepidamente gli rispose, che non avendo esso re usata quella riverenza che i di lui predecessori aveano praticata coi romani pontefici, non volea baciarlo. Era papa Adriano di animo grande e forte in sostenere i suoi diritti. Non la cedeva a lui Federigo, e pretendea di non essere tenuto a questo. Durò il dibattimento di questo punto per tutto il dì seguente. Ma fatto conoscere a Federigo che tale era il cerimoniale e costume con varii esempli, egli si arrendè; e passato a Nepi, dove era la tenda del papa, che gli veniva incontro, sceso da cavallo, andò a tenere la staffa ad esso pontefice, che poi lo ammise al bacio di pace; e di là insieme s'inviarono alla volta di Roma. Di questo litigio ho io rapportato altrove[2016] un documento. Aveano anche i Romani prima spediti a Federigo i loro ambasciatori[2017] per rallegrarsi del suo arrivo, offerirgli la lor suggezione, chiedere la confermazion del senato e di molti pretesi privilegii, e inoltre cinque mila lire per la coronazione; e soprattutto che tornasse il governo temporale di Roma, come era ne' secoli vecchi, con esclusione de' papi. All'alterigia e baldanza con cui parlarono i Romani, non potè stare a segno la sofferenza di Federigo. Rispose loro di maravigliarsi che fossero venuti con pensiero di dar legge a chi siccome principe e sovrano di Roma doveva egli imporle ad essi. Esaltò la potenza e il diritto degl'imperadori franchi e tedeschi, e rigettò le lor proposizioni. Participato poi l'affare al papa, fu consigliato a non fidarsi di quel popolo, e di spedire il più presto possibile ad impossessarsi di San Pietro e della città leonina: parere che tosto fu e con felicità eseguito.