Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 62
Nel dì 9 di giugno dell'anno presente era _papa Eugenio_ in Spagna, come costa da una sua bolla data in favore di _Richilda badessa_ dell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, da me data alla luce[1954]. E fin qui era durata la discordia de' Romani con esso pontefice, il quale per lo più a motivo di maggior quiete e sicurezza era dimorato fuori di Roma. San Bernardo scrivendo in questi tempi al medesimo papa il quarto libro _de Consideratione_, parve che predicesse il fine di questa briga[1955]: _Quid tam notum saeculis_, dice egli, _quam protervia et fastus Romanorum? Gens insueta paci, tumultui assueta; gens immitis et intractabilis usque adhuc, subdi nescia, nisi quum non valet resistere. En plaga: tibi incumbit cura haec, dissimulare non licet. Ridens me forsitan, fore incurabilem persuasus. Noli diffidere_. In fatti per attestato dell'Anonimo Casinense[1956], il cui anno 1151 si dee intendere per l'anno presente, papa Eugenio, stabilito un accordo coi Romani, rientrò pacificamente in Roma nel dì 11 d'ottobre. Anche Roberto del Monte[1957] in quest'anno scrive: _Eugenius papa cum Romanis pace facta urbem ingreditur, ibique cum eis hoc anno primitus commoratur_. Giovanni da Ceccano[1958] aggiugne, ch'egli entrò in Roma nel dì 6 di settembre. Lo stesso abbiamo da Romoaldo Salernitano[1959], il quale attesta che Eugenio fu con sommo onore ricevuto dai senatori e da tutto il popolo romano. Poscia con tante limosine e benefizii si guadagnò il cuore d'esso popolo, che quasi comandava a bacchetta nella maggior parte della città: _Et nisi esset mors aemula quae illum cito de medio rapuit, senatores noviter procreatos populi adminiculo usurpata dignitate privasset_. Era nell'anno addietro cominciata una gran guerra fra i re dell'Africa. Seppe bene profittarne il _re Ruggieri_[1960]. Inviò egli colà nel presente anno, se pur non fu nel susseguente, la sua armata navale, a cui venne fatto d'insignorirsi della città d'Ippona, oggidì Bona, e di altre terre in quella costa di Barberia. Ch'egli ancora prendesse Tunisi, lo attesta Roberto del Monte, secondo l'edizione del padre Dachery nello Spicilegio. Ma è da dolersi perchè la storia non ci abbia dato un più distinto ragguaglio di tali imprese. Certo è, che avendo poco prima i Mori Naassamoniti, abitanti verso Fez e Marocco, strangolato il re loro, s'impadronirono delle due Mauritanie: e poscia stendendo le conquiste verso Oriente, distrussero il regno de' Zeridi colla presa della città di Bugia, minacciando con ciò la Sicilia, Puglia e Calabria. Ma fece vedere a costoro il re Ruggieri che non gli metteano paura le loro bravate. Abbiamo dagli Annali Piacentini[1961], che in questo anno il popolo di Piacenza prese a' Parmigiani il castello di Medesana, e lo distrusse: e perciocchè dovette seguir qualche accordo fra loro, in cui ebbero i Cremonesi gran mano, affinchè Parma restituisse i prigioni di Piacenza, in segno di gratitudine i Piacentini cedettero ad essi Cremonesi Castelnuovo di Bocca d'Adda. Un fiero incendio devastò tutto Borgo S. Donnino, a riserva della chiesa maggiore. Maggiori avventure furono quelle della Germania nell'anno presente. Già si preparava il _re Corrado_ per venire in Italia a prendere la corona imperiale[1962], risoluto insieme di far guerra al re Ruggieri in vigor della lega e del concerto fatto coll'imperador de' Greci suo cognato. S'era egli trasferito a Bamberga con pensiero di tenere ivi una gran dieta, quando venne a battere alle sue porte l'inesorabil morte. Mancò egli di vita nel dì 15 di febbraio dell'anno corrente. Scrive Ottone da Frisinga, essere corsa allora voce, ch'egli fosse stato aiutato ad uscire del mondo da alcuni medici del re Ruggieri, che, fingendo d'aver paura di quel re, s'erano rifugiati in Germania. Erano allora veramente in gran credito i medici della scuola di Salerno, e consultati da varie parti. Nè già è inverisimile che l'accorto Ruggieri avesse tentato per questa esecrabil via di liberarsi da un dichiarato nemico, la cui possanza quella sola era che dava a lui una fondata apprensione. Tuttavia in simili casi i sospetti e le dicerie del popolo sono a buon mercato. Allorchè Corrado vide in pericolo la sua vita, trattò coi principi di chi gli dovesse succedere. Gli restava bensì un figliuolo per nome _Federigo_, ma di età picciola, nè atta al governo. Però saggiamente consigliò che eleggessero _Federigo_, appellato poscia _Barbarossa_ a cagion del colore della sua barba, figliuolo di _Federigo_ il _Guercio_ duca di Suevia suo fratello; al quale consegnò le insigne reali, e vivamente raccomandò il tenero suo figliuolo. Fu data sepoltura al di lui corpo in Bamberga, vicino alla tomba del santo imperadore Arrigo. Tenutasi poi la gran dieta del regno nel dì 4 di marzo in Francoforte, quivi restò a comuni voti eletto re ed imperadore futuro il suddetto Federigo. Degno è di osservazione, che a tale elezione ebbero parte tutti i principi della Germania, per attestato di Ottone vescovo di Frisinga, che uno fu di que' principi; il che fa conoscere quanto sia mal appoggiata l'opinione di chi pensa tanto prima istituito il collegio de' sette elettori; del che ho parlalo anche io altrove[1963]. Nè a quella dieta mancarono principi e baroni italiani. _Non sine quibusdam ex Italia baronibus_, scrive il suddetto Frisingense. E Amando[1964] segretario del medesimo Federigo racconta, che _multi illustres heroes ex Lombardia, Tuscia, Januensi, et aliis Italiae dominiis_, etc. _convenerunt in urbe francofurtensi_, etc., per eleggere il nuovo re. Più importante ancora è un'altra osservazione fatta dal medesimo Frisingense[1965], zio dello stesso Federigo, cioè che il motivo principale per cui convennero i voti di tutti i principi nella persona di Federigo, fu quello di pacificare ed unire insieme le due potenti e famose famiglie di Germania, cioè la _ghibellina_ e la _guelfa_. Della prima era erede e capo lo stesso _Federigo Barbarossa_; dell'altra il _duca Guelfo VI_, e _Arrigo Leone duca_ di Sassonia, suo nipote.
Era nato Federigo, siccome ho detto, da Federigo duca di Suevia, e da _Giuditta_ figliuola d'_Arrigo il Nero_ estense-guelfo, padre del suddetto Guelfo VI duca: per conseguente veniva ad esser Guelfo zio materno del re Federigo, e il duca di Sassonia Arrigo Leone suo cugino. Unendosi dunque in un solo principe il sangue d'amendue le sopraddette insigni famiglie, si credette che cesserebbe da lì innanzi la nemicizia ed animosità mantenuta fra loro tanti anni addietro. Ecco le parole del Frisingense: _Duae in romano orbe apud Galliae Germaniaeve fines famosae familiae hactenus fuere: una Henricorum de Guibelinga, alia Guelforum de Altdorfio: altera imperatores, altera magnos duces producere solita. Istae, ut inter viros magnos, gloriaeque avidos assolet fieri, frequenter se se invicem aemulantes, reipublicae quietem multotiens perturbarunt. Nutu vero Dei, ut creditur, paci populi sui in posterum providentis, sub Henrico V factum est, ut Fridericus dux, pater hujus_ (di Federigo Barbarossa), _qui de altera, idest de regum familia descenderat, de altera, Henrici scilicet Noricorum ducis filiam in uxorem acciperet, ex eaque Fridericum, qui in praesentiarum est et regnat, generaret. Principes ergo non solum industriam, ac saepe dicti juvenis virtutem, sed etiam hoc, quod utriusque sanguinis consors, tamquam angularis lapis, utrorumque horum parietum dissidentiam unire posset, considerantes, caput regni eum constituere adjudicaverunt: plurimum reipublicae profuturum praecogitantes, si tam gravis et diutina inter maximos imperii viros, ob privatum emolumentum simultas, hac demum occasione, Deo cooperante, sopiretur_. Ho voluto rapportar intero questo passo, perchè esso è la chiave dell'origine delle famose fazioni ghibellina e guelfa, che recarono ne' secoli susseguenti tanti travagli e guai all'Italia. A questo lume svaniscono varie favole intorno a tale origine, spacciate dai poco informati storici, essendo certo che per le nimistà passate in Germania fra i re ghibellini e la linea dei duchi estense-guelfa di Germania (le quali poi si rinnovarono, siccome vedremo a suo tempo) presero piede in Italia queste maledette fazioni. Adunque il nuovo re Federigo portatosi ad Aquisgrana, nel dì 9 di marzo fu ivi solennemente coronato, e diede principio al suo governo con ispedire i suoi legati a papa _Eugenio III_ e a tutta l'Italia, per notificare ad ognuno la sua elezione, che fu accettata e lodata da tutti. Una delle principali applicazioni ch'egli ebbe in questi principii, fu quella di terminare amichevolmente la lite mossa da _Arrigo Leone_ estense-guelfo duca di Sassonia, che pretendeva il ducato della Baviera, siccome figliuolo ed erede del _duca Arrigo_ il Superbo, contra del _re Arrigo_ figliuolo di san Leopoldo, che ne era in possesso per concessione del fu re Corrado III. Ad amendue fu assegnato il termine per addurre le loro ragioni nel mese d'ottobre in Erbipoli, ossia in Wirtzburg. Presentaronsi ancora a' piedi del novello re con assai lagrime _Roberto_ già _principe_ di Capoa, _Andrea conte_ di Rupecanina, ed altri signori della Puglia, spogliati dal re Ruggieri de' loro Stati, chiedendo giustizia ed aiuto. La determinazione di Federigo fu, che pazientassero finchè egli calasse in Italia per venire a prendere la corona imperiale: spedizione che restò fissata per l'anno 1154, e che, siccome vedremo, diede principio ad infiniti sconcerti e guerre nella misera Italia. Rapporta il cardinal Baronio[1966] la concordia stabilita in questo anno fra papa Eugenio e il re Federigo per mezzo de' lor deputati. Federigo si obbliga di non far pace nè tregua col popolo romano, nè con Ruggieri re di Sicilia, senza il consentimento di esso Eugenio e de' pontefici suoi successori, e di conservare e difendere tutte le regalie di san Pietro; e all'incontro il papa promette di coronarlo imperadore, e di aiutarlo secondo la giustizia. Ho riferito anch'io un diploma d'esso re Federigo in conferma de' privilegii de' canonici di Vercelli[1967], spedito in _Wirtzburg XV kalendas novembris anno Domini MCLII, Indictione XV_. In quest'anno scrive il Sigonio[1968] che ebbe principio la guerra fra i Parmigiani e Reggiani. Vennero i primi saccheggiando fino al fiume Secchia. Accorsero i Reggiani, ma rimasero sconfitti colla prigionia di molti, che nel dì dell'Assunzion della Vergine furono poi rilasciati in camiciuola con un bastone in mano e uno scopazzone. Passarono appresso i vittoriosi Parmigiani nel settembre fino a Borgo San Donnino, e, presolo, ne fecero un dono alle fiamme. Di questi fatti non veggo parola nei vecchi autori. Ma il Sigonio forse li prese da qualche Cronica manoscritta esistente allora, e smarrita oggidì.
NOTE:
[1954] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
[1955] San Bernard., lib. 4, cap. 2 de Consideratione.
[1956] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.
[1957] Robertus de Monte, Append. ad Sigebert.
[1958] Johann. de Ceccano, Chron. Fossae Novae.
[1959] Romualdus Salern., in Chron.
[1960] Anonymus Casinensis. Robertus de Monte.
[1961] Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.
[1962] Otto Frisingensis, de Gestis Friderici I, lib. 1, cap. 63. Dodechinus, in Append.
[1963] Antiquit. Ital., Dissert. III.
[1964] Amand., de prim. Act. Frider.
[1965] Otto Frisingensis, de Gestis Frider., lib. 2, cap. 2.
[1966] Baron., Annal. Ecclesiast., ad hunc annum.
[1967] Antiquit. Ital., Dissert. LXII.
[1968] Sigon., de Regno Ital., lib. 12.
Anno di CRISTO MCLIII. Indizione I.
ANASTASIO IV papa 1. FEDERIGO I re di Germania e d'Italia 2.
Meritava bene il piissimo ed ottimo pontefice _Eugenio III_ di vivere più lungamente. Egli s'era già cattivato colle sue liberalità e dolci maniere il popolo di Roma, di modo che già si trovava in istato di abolire il senato, onde era venuta tanta turbazione a lui e ai tre suoi predecessori. Avea fabbricato un palazzo presso san Pietro e un altro a Segna[1969]; avea ricuperata Terracina, Sezza, Normia e la rocca di Fumone, alienate un pezzo fa dal dominio di San Pietro. Le sue rare virtù il facevano venerabile ed ubbidito dappertutto. Ma Iddio il volle chiamare a sè con immenso dolore di tutto quel clero e popolo. Succedette la morte sua nel dì 7 di luglio del presente anno, mentre egli dimorava in Tivoli, e fu il suo sepolcro nella basilica vaticana onorato da Dio con varie miracolose guarigioni. Da lì a due giorni fu promosso al pontificato Romano _Corrado vescovo_ di Sabina, romano di nazione, che prese il nome di _Anastasio IV_. In quest'anno ancora l'immortal servo del Signore _san Bernardo_, fondatore di tanti monisteri, andò a ricevere in cielo il frutto delle insigni sue virtù e gloriose fatiche. Tanto angustiarono in questi tempi i potenti Bolognesi uniti co' Faentini la città d'Imola, troppo inferiore di forze[1970], che, dopo una rotta data a quel popolo, il costrinsero ad una svantaggiosa pace, e a dipendere da lì innanzi dai loro cenni. Scrive ancora il Sigonio[1971] che i Piacentini uniti ai Cremonesi nel dì 26 di giugno vennero alle mani coll'esercito de' Parmigiani a Casalecchio, e restarono sconfitti, e, per la maggior parte presi, furono condotti nelle carceri di Parma. Onde si abbia egli tratte queste notizie nol so io dire. Negli antichi Annali di quella città non ne truovo vestigio. Erano già passati quarantadue anni che la città di Lodi stava sotto il giogo de' Milanesi, trattata non con quella piacevolezza che si cattiva il cuor de' sudditi, ma bensì con quell'asprezza che li fa gemere e sospirar tutto dì mutazion di governo. Accadde che due Lodigiani (siccome abbiamo da Ottone Morena[1972], storico diligente di questi tempi, e nativo di quella città), l'uno appellato Albernando Alamano, e maestro Omobuono, per proprii affari essendo iti alla città di Costanza, vi si trovarono nel tempo stesso che il nuovo re Federigo tenne ivi un parlamento. Osservato che molti sì ricchi che poveri ricorrevano ad esso per giustizia, e la ottenevano, saltò loro in pensiero di fare un passo forte, senza averne commissione e facoltà alcuna dalla loro città. Cioè prese in ispalla oppure in mano due grosse croci di legno (che tale era allora l'uso in Italia di chi aggravato portava le sue querele al trono de' principi), andarono a gittarsi a' piedi di Federigo nel dì 4 di marzo dell'anno presente, chiedendo con assai lagrime misericordia e giustizia contra de' Milanesi, come tiranni della lor patria Lodi, ed esponendo ad uno ad uno tutti gli aspri trattamenti che avea patito e tuttavia pativa questa infelice città.
Fra le rare doti che si univano in Federigo, principe di grande accortezza e mente, di petto forte e di valore impareggiabile, non era l'ultima l'amore della giustizia, ma inflessibile e congiunto, siccome vedremo, con tal severità, che andava al barbarico. Appena ebbe intese tali doglianze, che ordinò tosto al suo cancelliere di scrivere lettera vigorosa ai consoli e al popolo di Milano in favore e sollievo della città di Lodi, e deputò a portarla un uomo di sua corte appellato Sicherio. Tornati i due buoni Lodigiani a Lodi, notificarono ai consoli e al consiglio della Credenza di quella città quanto aveano operato. Siccome altrove ho io dimostrato, il consiglio della Credenza, nelle città libere d'Italia, non era composto della sola plebe, come ha creduto taluno. V'entravano anche i nobili, qualora aveano parte nel governo. Altro in somma non era che il consiglio segreto, a cui chi interveniva, prestava giuramento di non rivelar quello che ivi si trattava. In gran pena furono que' cittadini per tal novità, temendo, e con ragione, il risentimento e furore de' Milanesi; però in vece di ringraziamenti caricarono di villanie que' due semplici cittadini, e serrarono loro in petto queste novelle. Venne Sicherio a Lodi, credendosi di portar via grosso regalo; ma i consoli di Lodi, riprovando l'operato de' due lor cittadini, non altro fecero che scongiurarlo di tornarsene indietro senza presentar la lettera del re ai Milanesi. Ma egli arditamente ito a Milano, sfoderò gli ordini del re, ricevuti con sì mal garbo da que' consoli e dal loro consiglio, che dopo aver gittata in terra e pestata coi piedi la lettera, si avventarono addosso a Sicherio, ch'ebbe fatica a salvarsi; però se ne tornò egli assai brutto in Germania, ed espose al re e a' suoi baroni il grave affronto fattogli e il pericolo da lui corso. Sommo fu lo sdegno di Federigo e dei suoi principi, e se la legò al dito, per farne vendetta a suo tempo. Crebbe indicibilmente lo spavento ne' Lodigiani. Di dì in dì si aspettavano l'ultimo esterminio, minacciato loro da' Milanesi; e per isperanza di schivarlo, segretamente inviarono al re Federigo una chiave tutta d'oro per mezzo di _Guglielmo marchese_ di Monferrato, raccomandandosi caldamente alla di lui protezione. Tornati in sè i Milanesi, per placare la collera del re, anch'essi gli mandarono una coppa d'oro piena di danaro, che non fu punto accettata da Federigo. Nello stesso tempo comparvero alla corte gli ambasciatori di Cremona e di Pavia con ricchi regali, e insieme con ordine d'esporre in segreto colloquio al re la superbia de' Milanesi, siccome quelli che erano dietro ad ingoiar tutti i loro vicini, e di far premure in favore dell'oppressa città di Lodi; e fu ben eseguita la commessione. Niega il padre Pagi la spedizione di questi ambasciatori, e la niega a torto. Ottone Morena ce ne assicura. Nè sussiste, come vuol esso Pagi, che i popoli di Puglia inviassero ambascerie a Federigo. Le doglianze furono fatte, come ho detto, da que' baroni cacciati dal re Ruggieri, che si trovavano in Germania.
O nel fine di quest'anno, o sul principio del seguente, non volendo il re Federigo che restasse un seminario di guerra in Germania, col lasciare indecisa la lite insorta fra _Arrigo Leone_ duca di Sassonia ed _Arrigo_ duca di Baviera, a cagion della stessa Baviera[1973], finalmente diede la sentenza, con aggiudicar quel ducato insigne al suddetto Arrigo Leone, goduto da' suoi maggiori per tanti anni addietro. Si venne poi nell'anno 1156 ad una transazione, per cui restò in dominio dell'altro Arrigo, col titolo di duca, la provincia dell'Austria, oggidì arciducato, che era in addietro parte della Baviera. Oltre a ciò, aveva esso Federigo data già, oppur diede allora al _duca Guelfo_, zio paterno dello stesso duca Arrigo Leone, e materno d'esso re Federigo[1974], l'investitura della _marca di Toscana_, del _ducato di Spoleti_, del _principato di Sardegna_, e de' _beni allodiali della fu celebre contessa Matilda_. Che _Volderico_, dianzi marchese di Toscana, cessasse di godere di quella dignità, si raccoglie da una sua magnifica donazione fatta alla chiesa d'Aquileia nell'anno 1170, che io ho dato alla luce nelle Antichità italiane[1975]. Sicchè possedendo la linea degli Estensi di Germania tali Stati in Italia, e in Germania i vasti e nobilissimi ducati della Sassonia e Baviera con Luneburgo e Brunsvich, anche oggidì esistenti sotto il loro dominio; e signoreggiando l'altra linea de' marchesi estensi una fioritissima porzione di Stati, massimamente nella marca trivisana: la potenza del sangue estense arrivò al sommo in questo tempi. Confermò papa _Anastasio IV_ nell'anno presente i privilegii a _Pacifico abbate_ del monistero di Brescello, fondato da Azzo conte o marchese bisavolo della suddetta Matilda, con bolla data[1976] _Laterani V idus decembris, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII, pontificatus vero domni Anastasii quarti papae anno primo_.
NOTE:
[1969] Cardinal. de Arag., in Vit. Eugenii III.
[1970] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[1971] Sigon., de Regno Ital., lib. 12.
[1972] Otto Morena, Hist., tom. 6 Rer. Ital.
[1973] Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. II.
[1974] Chron. Weingart apud Lebnitium Scriptor Brunsvich.
[1975] Antiquit. Ital., tom. 3, pag. 1221.
[1976] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
Anno di CRISTO MCLIV. Indizione II.
ADRIANO IV papa 1. FEDERIGO I re di Germania e d'Italia 3.
Fu questo l'ultimo anno della vita di _Ruggieri_, primo re di Sicilia, rapito dalla morte, secondo Romoaldo Salernitano[1977], nel dì 26 di febbraio in età di cinquantotto anni: principe glorioso per tante imprese, di statura alta, corpulento, con faccia leonina, saggio, provvido, accorto, più inclinato a raccogliere che a spendere il danaro, fiero in pubblico, benigno in privato, verso chi era fedele liberale in premiarli, aspro sino ad essere crudele contra chi gli mancava di fede. Era più temuto che amato dai suoi sudditi; e più ancora dei sudditi aveano paura di lui, perchè lo avean provato, i Greci e Saraceni. Altre sue lodi si possono raccogliere da Ugo Falcando nel principio della sua Storia[1978]. A lui si dee principalmente la fondazione dei due bei regni di Sicilia e di Napoli. Veramente è corso anche a me qualche sospetto che nel precedente anno potesse egli essere mancato di vita. Nel testo di Romoaldo la di lui morte è riferita all'anno 1152, nell'indizione I. Certamente l'anno è fallato, perchè la prima indizione correva solamente nel febbraio del 1153; al che non badò il cardinal Baronio[1979]. Ma, per quel che dirò, e l'anno e l'indizione sono ivi scorretti. Oltre a ciò, nella lettera di Corrado Domenicano[1980] intorno alle cose di Sicilia, e nella Cronica di Roberto del Monte[1981], Ruggieri si fa morto nell'anno 1153. Quel che è più, Ottone Frisingense, scrittore contemporaneo, ed informato degli affari d'allora, scrive che il _re Federigo_ nel mese di settembre spedì ambasciatori a _Manuello imperador_ de' Greci, non solamente per trattare del suo maritaggio, ma ancora[1982] _pro Guilielmo Siculo, qui patri suo Rogerio noviter defuncto successerat, utriusque imperii invasore debellando_. Tale spedizione, secondo il contesto di quella narrativa, appartiene all'anno 1153. Eppure con più fondamento si dee riferire all'anno presente la morte di Ruggieri, siccome portò opinione Camillo Pellegrino[1983], uno de' più accurati critici dell'Italia, opinione confermata dipoi dal padre Pagi[1984], perchè in essa convengono l'Anonimo Casinense e Ridolfo da Diceto; e il Pellegrino, attesta ciò ricavarsi dagli strumenti e diplomi d'allora. Aggiungo io che nella Cronichetta del monistero della Cava, da me data alla luce[1985], si legge _anno 1154, Indictione II, obiit Rogerius rex, et Guilielmus filius ejus substituitur_. Altrettanto ha Bernardo di Guidone nella Vita di Atanasio IV[1986]. Quel poi che può decidere tal controversia, si è uno strumento, rapportato da Rocco Pirro[1987], e scritto _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCLIV, regnante domino nostro Willelmo, Dei gratia sanctissimo et gloriosissimo rege Siciliae, Apuliae et Capuae, principatus anno I, mense vero II post obitum beatissimi Rogerii patris sui, mense aprili, Indictione II_. Dopo il qual documento non dovrebbe più restar controversia intorno a questo punto. Al re Ruggieri succedette _Guglielmo I_ suo figliuolo, già dichiarato re, ma non erede delle virtù del padre, che diede principio con qualche lode e plauso al suo governo, ma nel progresso di male in peggio andando, si acquistò co' suoi difetti e vizii il soprannome di _Cattivo_. Si fece egli coronare in Palermo nella Pasqua dell'anno presente, e non approvando egli i saggi ministri lasciati a lui da suo padre, parte ne licenziò, e parte ne bandì o cacciò in prigione.