Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 6
In quest'anno ancora mi sia lecito il riferire quali principi d'Italia tenessero in favore del _re Arrigo_, secretamente nondimeno; credendo io che il solo _Ottone marchese_ di Verona e duca di Carintia si dichiarasse apertamente contra di Ardoino. Trovavasi tuttavia in viaggio, tornando dall'ambasciata di Costantinopoli, _Arnolfo II_ arcivescovo di Milano, allorchè venne a morte Ottone III Augusto, e seguì l'elezione e coronazione d'esso Ardoino. Dovette egli aversi a male che senza di lui, primo fra' principi della Lombardia, e in possesso di coronare i re d'Italia, si fosse dato il regno e conferita la corona al marchese d'Ivrea. Perciò Ardoino, secondochè s'ha da Arnolfo storico[171], _cognito jam dicti praesulis reditu, occurrit in itinere obvius, securitate, quanta valuit, sibi illum applicare procurans_. Gli diede, a mio credere, il prelato delle buone parole, ma internamente seguitò ad essergli contrario. Anzi, se si volesse credere a Landolfo seniore[172], da lì a pochi giorni questo arcivescovo _in Rochalia cum omnibus Italiae primatibus colloquium habuit, ubi quum diverse de regni negotiis tractassent, Arduini spreto dominio, quod malis artibus usurpaverat, Henricum I theutonicum scientia illustrem, armis fortissimum militumque copiis abundantem, et divitiis affluentem elegit_. Ma non presti qui fede il lettore a Landolfo, autore solito a vendere delle fanfaluche. Non è credibile questa dieta tenuta in Roncaglia (io non so come il Sigonio la metta in Lodi), allorchè Ardoino era tuttavia forte, nè avea competitore in Italia. Arnolfo, storico di maggior credito, sotto l'antecedente anno scrive con più apparenza di verità, che insorta la lite del regno fra Arrigo e Ardoino, _in medio principes regni (italici) fraudulenter incedentes, Ardoino palam militabant, Henrico latenter favebant, avaritiae lucra sectantes_. Adelboldo[173], autore contemporaneo, ci viene annoverando quai fossero i fautori del re Arrigo in Italia, che nell'anno precedente l'invitarono in Italia. _In voluntate hujusmodi, dice egli, aliqui manifesti, aliqui erant occulti. Tieboldus namque marchio et archiepiscopus ravennas, et episcopus mutinensis, veronensis, et vercellensis, aperte in regis Henrici fidelitate manebant. Archiepiscopus autem mediolanensis, et episcopi cremonensis, placentinus, papiensis, brixiensis, comensis, quod volebant, manifestabant. Omnes tamen in commune regem Henricum desiderabant, precibus per legatos et literas invitabant_. Fra quei che camminavano con più riguardo, v'era l'arcivescovo di Milano. Veggasi dunque se regga la sparata di Landolfo storico milanese. Quel _Tieboldo_ marchese, siccome già accennai, altro non è che _Teodaldo_ o _Tedaldo_, avolo della contessa Matilda, e figliuolo di quell'Adalberto Azzo conte, oppure marchese, da noi veduto a' tempi di Ottone I Augusto. Di esso Tedaldo parla anche _Benzone_ vescovo d'Alba in quel suo scomunicato panegirico di Arrigo III fra gl'imperadori, con dire[174]: _De Tadone vero, qui propter metum Ardoini pedester legatus marchionis Teodaldi, atque episcopi Leonis (di Vercelli) quid fecit venerabilis clementia magni Henrici serenissimi imperatoris? Certe uni filio ejus dedit Veronae episcopatum; alteri comitatum; patri vero Gardam, et totum Benacum_. Volle il padre Pagi[175] darci informazione di questo principe, con dire ch'egli sposò _Willa_ ossia _Guilla, sorella di Ugo duca e marchese di Toscana_. Certo che una _Willa_ fu moglie di esso Tedaldo; ma un sogno è del padre Pagi, perchè senza pruova alcuna dell'antichità, il darle per fratello il marchese _Ugo_. Soggiugne francamente che _Tedaldo_ succedette al marchese Ugo nel ducato della Toscana: il che hanno creduto alcuni moderni, ed inclinò a crederlo anche l'accuratissimo Francesco Maria Fiorentini[176]. Per provarlo, adduce esso Pagi la fondazione da lui fatta del monistero di Polirone, dove s'intitola: _Ego in Dei nomine Teudaldus marchio, filius quondam Adelberti itemque marchio_. Stima eziandio che _Adalberto_ suo padre sia stato marchese di Toscana. Ma è da dire che la storia della Toscana per questi tempi è involta in molte tenebre. Per conto di Adalberto, tale è l'error del Pagi, che non occorre confutarlo. Abbiam già veduto a cui finora sia stato appoggiato il governo della Toscana. Che poi _Tedaldo_ suo figliuolo succedesse ad Ugo marchese, nulla serve a provarlo il titolo di _marchese_. Altri v'erano in que' tempi di questo titolo decorati, e fra gli altri anche gli antenati della casa d'Este, senza che si possa dire che governassero la Toscana. Nè perchè si truovi in Toscana un marchese, ci è lecito il tosto inferirne che egli fosse ancora marchese di Toscana. Altrimenti con più ragione si avrebbe ad asserire marchese di quella contrada[177] _Adalberto marchese, figliuolo di Oberto marchese e nipote di Oberto marchese_, uno degli antenati della suddetta casa d'Este, che poco più di due mesi dopo la morte di Ugo, potente marchese di Toscana, fa una vendita di beni[178] _anno ab Incarnatione millesimo secundo, et tertio idus martii, Indictione XV, infra Burgo de Luca prope portam sancti Fridiani_. Ma io non mi sono arrischiato per questo solo documento a crederlo e chiamarlo marchese di Toscana. Tornando dunque al marchese _Tedaldo_ suddetto, altro io non so dire, se non che egli era _conte di Reggio e di Modena_, come altrove ho provato. Di lui scrisse ancora Donizone Monaco[179] nella vita della contessa Matilda sua nipote, che il papa l'investì di Ferrara.
_Regibus exsistit carus, notissimus illis,_ _Romanus papa quem sincere peramabat,_ _Et sibi concessit, quod ei Ferrarea servit._
Inclino parimente a credere ch'egli governasse Mantova, perchè nel seguente anno truovo _Bonifazio_ suo figliuolo con titolo di _marchese_ in quella città. Ed ancorchè non sappia io ben dire se il soprammentovato monistero di Polirone fosse allora situato nel contado di Mantova, oppure di Reggio; pure di qui ancora scorgiamo che la potenza di _Tedaldo_ marchese si stendeva per queste parti, senza che resti memoria alcuna comprovante ch'egli fosse marchese di Toscana. Perchè Arrigo re di Germania niun possesso e dominio godeva per anche in Italia, potrebbe sembrare alquanto strano un suo diploma riferito dall'Ughelli[180], dato _II kalendas martii, anno Incarnationis Domini MIII, Indictione I, anno vero domni Henrici regis primo. Actum Noviomagi_, in cui esso re Arrigo, _interventu nostri fidelis Teodaldi marchionis_ (così abbiamo veduto che era appellato dai Tedeschi il suddetto _Tedaldo_), concede a _Sigefredo_ vescovo di Parma la pingue badia di Nonantola sul modenese: parendo poco verisimile che Tedaldo marchese e il vescovo si portassero a Nimega, senza timore d'incontrar la disgrazia del regnante Ardoino. Ma questo broglio e l'aggraffamento di questa insigne badia sarà seguito per lettere e raccomandazioni segrete. E il buon re Arrigo non avea allora scrupolo a guadagnarsi de' partigiani in Italia, facendo il liberale coi beni ancora della chiesa. _Quatenus (Sigefredus) firmatus in fide acriter deserviret nobis_, lo dice chiaramente lo stesso Arrigo. Nè vo' lasciare di dire avere Lupo Protospata[181] scritto sotto quest'anno: _Sarraceni obsederunt montem Scaviosum mense martii, sed nihil profecerunt_.
NOTE:
[166] Annalista Saxo, ad ann. 1001.
[167] Menchenius, Scriptor. Rer. German., tom. 1.
[168] Ditmarus, Chronic. sub finem lib. 6.
[169] Pez, Thesaur. Anecdotor., P. II, tom. 3.
[170] Pagius, Crit. ad Annales Baron.
[171] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 19.
[172] Landulf. Senior, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 14.
[173] Abelboldus, in Vita S. Henrici.
[174] Benzo, Panegyr. lib. 1, cap. 16. tom. 1 Rer. German. Menchen.
[175] Pagius, in Crit. Baron. ad ann. 1002.
[176] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[177] Antichità Estensi, P. I, cap. 21.
[178] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 3.
[179] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 3.
[180] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Parmens.
[181] Lupus Protospata, in Chron.
Anno di CRISTO MIV. Indizione II.
GIOVANNI XVIII papa 2. ARDOINO re d'Italia 3. ARRIGO II re di Germania 3, d'Italia 1.
Fin qui era durato il regno di Ardoino in Italia senza essere turbato, per quanto si sappia, da guerre interne, ma colla fede vacillante di molti principi che inclinavano al re Arrigo, o erano da lui mossi colla speranza di maggiori vantaggi. Ho io pubblicato[182] un placito tenuto da Adelelmo _qui et Azo, missus domni Arduini regis_ in Cremona, _anno regni domni Arduini regis tercio. Quinto kalendas marcii, Indictione II_, cioè nel febbraio nell'anno presente. Ma non andò molto che arrivò in Italia chi gli rovesciò il suo trono. Arrigo II, re di Germania, tra perchè gli stava a cuore l'Italia, e perchè da' suoi parziali gli veniva dipinta per assai facile la conquista di questo regno, sbrigato che fu da alcune guerre civili, e creato che ebbe duca di Baviera _Arrigo_ fratello dell'Augusta Cunegonda, s'incamminò con un possente esercito a questa volta, e nel dì delle palme arrivò a Trento. Se crediamo all'Annalista sassone[183], già erano iti a trovarlo fino in Germania il vescovo di Verona, _et alii quidam italici primores regni cum regiis muneribus_. Secondochè scrive Ditmaro,[184], la venuta d'esso Arrigo in Italia accadde nell'anno seguente 1005, _consummata millenarii linea numeri et in quinto cardinalis ordinis loco_. Però il cardinal Baronio[185], e dopo di lui il padre Pagi[186], rifiutando gli Annali d'Ildeseim[187] che la mettono nell'anno presente, scrive: _Henrici expeditionem italicam in annum sequentem MV, differt Ditmarus libro sexto, eique standum existimo_. Ma il padre Pagi non colpì nel segno. Il testo di Ditmaro quivi è scorretto, e in vece di _quinto_ vi si ha da scrivere _quarto_. L'Annalista sassone e il Cronografo sassone[188], copiatori di esso Ditmaro, chiaramente scrivono che nell'anno presente il re Arrigo calò in Italia. Così ha Ermanno Contratto[189] con altri. E questa verità vien chiaramente confermata da Adelboldo[190], scrittore contemporaneo, e dai documenti che accennerò. Arrivato dunque a Trento il re germanico coll'esercito suo, trovò prese e ben fortificate da Ardoino le Chiuse dell'Adige, in maniera che gli era impossibile lo sforzare quel passo. Per consiglio de' suoi, rivolse le sue speranze al popolo della Carintia, il quale portossi ad occupare un'altra Chiusa verso la Brenta, non so se sul Vicentino o sul Trivisano, che non era custodita con tanta gelosia. Presa questa, Arrigo col fiore della sua armata per monti scoscesi e dirupi tanto fece, che da quella parte scese al piano d'Italia in vicinanza d'esso fiume Brenta. Quivi riposò le stanche soldatesche, e celebrò la santa Pasqua, che venne in quest'anno nel dì 17 d'aprile. Degno di considerazione è uno strumento dato alla luce dal padre Bacchini[191], in cui _Bonifacio Marchio filius domni Teudaldi itemque Marchio, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum_, fa un donativo di terre al monistero di Polirone. Tali sono le note di quella carta: _Henricus gratia Dei rex, anno regni ejus, Deo propitio, hic in Italia primo, mense martius, Indictione secunda. Actum in civitate Mantuae._ Credette esso padre Bacchini spettante all'anno seguente 1005 questa donazione, non so se così persuaso dal padre Pagi, che ad esso anno mette la venuta del re Arrigo in Italia. Ma è fuor di dubbio che appartiene all'anno presente, dimostrandolo l'_indizione seconda_, corrente in quest'anno. Sicchè vegniamo ad intendere che _Bonifazio_ marchese, padre della contessa Matilda, vivente ancora il marchese _Tedaldo_ suo padre, portò il titolo di _marchese_, e signoreggiava in Mantova. Di esso Bonifacio appunto scrive Donizone:
_Cui juravere, patre tunc vivente fideles_ _Servi prudentes proceres, comites pariterque._
Intendiamo inoltre che esso marchese Bonifazio, appena udita la mossa del re Arrigo verso l'Italia, senza neppure aspettare ch'egli valicasse i monti, il riconobbe per re d'Italia, e cominciò a contare l'_anno primo del suo regno_. Si dovea egli fidar molto della fortezza di Mantova, siccome suo padre della rocca di Canossa. Nella terza festa di Pasqua passò il re Arrigo la Brenta, ed accampossi per ispiare gli andamenti d'esso Ardoino. Ma da lì a poco gli giunse il lieto avviso che l'armata d'esso Ardoino s'era sciolta, e chi l'una via e chi l'altra avea preso. Arnolfo milanese[192] così racconta il fatto: _Ex adverso Ardoinus fidens viribus, nec minus armis instructus, non tantum defendere, quantum super eum_ (Heinricum) _paratus insurgere, occurrit illi Veronae. Sed deceptus perfidia principum, majori militum parte destituitur. Quumque cessisset invitus, regnum Heinricus ingreditur._ Non avea saputo Ardoino cattivarsi l'amore de' principi; abbondava anche di vizii, oltre al sapersi che il pescare nel torbido è mestiere non ignorato dai grandi; nè mancava allora in Italia chi credea di poter vantaggiare gl'interessi suoi sotto i re tedeschi e lontani. In somma il re Arrigo, esentato da ogni contrasto, fu ben tosto ricevuto in Verona con sommo applauso, e quivi se gli presentò _Tedaldo_ marchese col suddetto _Bonifazio_ marchese suo figliuolo, e cogli altri parziali che s'erano cavata la maschera[193]. Con pari lietissimo incontro fu accolto in Brescia da que' cittadini e dal loro vescovo, per quanto pare, appellato _Adalberone_ da Ditmaro, sebbene l'Ughelli mette allora vescovo di quella città _Landolfo_. _Ibi_, soggiugne Adelboldo, _archiepiscopus ravennas cum suis et sibi finitimis ei obviam venit, et manus nondum dominio adulterino pollutas, seniori diu exspectato reddit_: parole significanti che _Federico_ arcivescovo di Ravenna co' popoli dell'esarcato non avea voluto riconoscere per re in addietro Ardoino, e che egli giurò fedeltà ad Arrigo, come a suo signore. Dal che resta sempre più avverato che in que' tempi l'esarcato di Ravenna era parte del regno d'Italia, e non ne godevano i papi alcun temporale dominio. Ma poco più dovette sopravvivere esso arcivescovo di Ravenna, siccome apparirà da quanto diremo all'anno 1014. Andossene dipoi Arrigo a Bergamo, e colà venuto l'arcivescovo di Milano _Arnolfo II_, prestò ad esso re il giuramento di fedeltà. Giunto finalmente a Pavia, fu eletto ed acclamato re d'Italia dalla maggior parte dei principi, e coronato nella chiesa di san Michele. Nella prima delle Cronichette dei re d'Italia, da me date alla luce[194], si legge: _In die dominico, qui fuit die.... mensis madii inter basilicam sancti Michaelis, quae dicitur Majore; fuit electus Henricus, et coronatus in secundo die, qui fuit die Lunae. XII die mensis madi._ Nell'altra Cronichetta abbiamo: _Deinde venit Anricus rex. Fuit coronatus in regem in Papia tertio die ante festivitatem sancte Xiri, quae fuit in mense madio._ Nel dì 17 di maggio in Pavia si celebra la traslazione di san Siro. Tre giorni prima, cioè nel dì 14 d'esso mese, correndo allora la domenica, dovette seguir l'elezione del re Arrigo, e la sua coronazione nel lunedì seguente, giorno 15 d'esso mese. Però in vece di _die Lunae XII die mensis madii_, vo io credendo s'abbia a leggere _XV_.
Ma queste allegrezze restarono funestate da un terribilissimo accidente. Nello stesso giorno della coronazione del re, verso la sera, insorse lite fra i Pavesi e i Tedeschi che erano in Pavia. Gli storici tedeschi, da' quali soli vien con qualche particolarità esposto il fatto, attribuiscono l'origine della discordia all'ubbriachezza de' cittadini (il lettore più facilmente la immaginerà dei Tedeschi), e a qualche fazionario (il che può essere) di Ardoino che incitò il popolo all'armi. Presero i Pavesi le mura, e crescendo la loro furia, s'inviarono al palazzo dove era Arrigo. _Eriberto_ arcivescovo di Colonia, per placare il rumore, s'affacciò ad una finestra; ma i sassi e le saette il fecero ritirare ben tosto. Intanto s'attrupparono quanti Tedeschi si trovavano nella città, e cominciò la mischia, che durò tutta la notte fino al giorno chiaro, in cui accorsi gli altri soldati ch'erano fuori della città, ridussero a mal punto i cittadini. Ma perciocchè dalle case venivano pietre, legni e verrettoni, i Tedeschi si avvisarono di attaccar fuoco in varii siti della città; e questo crebbe a tal segno, che tutta quella nobil città restò preda delle fiamme insieme col palazzo regale. Restarono vittime delle spade o del fuoco non pochi dei Pavesi; e ciò che non consumò il fuoco, andò miseramente a sacco. Ritirossi il re Arrigo fuori della città nel monistero di san Pietro in _Coelo aureo_, fece cessare, ma molto tardi, la guerra; e intanto, come scrive Arnolfo[195], _quum non ad votum sibi obtemperasset, uno totam Papiam concremavit incendio_. I saggi imperadori tedeschi, per evitare simili tragedie, amavano di aver fuori delle città i loro palagi. Ugo flaviniacense[196] scrive che Arrigo obbligò i Pavesi a rifare il palazzo regale. Noi non possiam ben sapere il netto di questi fatti, perchè non gli abbiamo se non da storici tedeschi, i quali ce ne danno notizia, e li dipingono come lor torna meglio. Ma si può ben credere che una sì barbarica vendetta non fece gran credito al re Arrigo, e meno alla gente sua, e sparse l'orrore per tutta l'Italia. Perciò stimò bene esso re di non fermarsi molto in un paese, dove lasciava segni tanto vivi di bestial furore per colpa de' suoi. Pare nondimeno ch'egli tuttavia dimorasse in Pavia nel dì 25 del mese di maggio, avendo io pubblicato un suo diploma[197] in favore di Guinizone abbate di san Salvatore di Monte Amiata, dato _VIII kalendas junii, anno dominicae Incarnationis millesimo quarto, Indictione II, anno vero domni Henrici regis II. Actum Papiae._ Non parrà a taluno molto credibile che il re Arrigo si fermasse tanto in una città interamente bruciata, e in mezzo a cittadini che l'odiavano a morte. Quel che è certo, da Pavia se ne andò a Pontelungo, dove ricevette molti deputati di città e luoghi che vennero a sottomettersi. Poscia visitò Milano. _Inde Chromo perveniens Pentecostem sanctam pia animi devotione celebravit._ Che luogo sia questo, nol so. _Grommo_ è chiamato dall'Annalista sassone[198]. Parmi di aver veduto _Gromello_ nelle vecchie carte, ma mi è ignoto il suo sito, e per conseguente non posso discernere se convenga a questo racconto. Diede un egli amplissimo privilegio a _Sigefredo_ vescovo di Parma[199], _II kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MIIII, Indictione II, anno vero domni Henrici regis II. Actum in Rodo._ Abbiam qui l'epoca del regno di Germania, ma dovrebbe essere l'_anno III_. Il luogo poi è _Rhò_, terra del contado di Milano. Un altro diploma dal Tatti[200] e dall'Ughelli si dice dato ad Everardo vescovo di Como nello stesso giorno, cioè _II idus junii, anno vero dominicae Incarnationis MIIII, Indictione II, anno vero domni Henrici secundi regis tertio. Actum in Lacunavara._ Si osservi il nome di _Henricus_ (si soleva scrivere _Heinricus_) e il titolo _Francorum pariterque Longobardorum rex_, ch'è cosa rara. Aggiugne Adelboldo[201], che nel partirsi Arrigo da Crommo, _Tusci ei occurrunt, et manus per ordinem singuli reddunt_. Se la Toscana avesse riconosciuto per re Ardoino, nol so dire. Certo di qui impariamo che quei popoli si diedero al re Arrigo; e non vedendosi parola del loro marchese, nasce sospetto che in questi tempi niuno essa ne avesse. Pare eziandio che vada per terra l'opinion di coloro che tennero _Tedaldo_, avolo della contessa Matilda, per marchese di Toscana. Se tal fosse stato, non si tardi quella provincia avrebbe accettato per re Arrigo, sapendosi che Tedaldo era de' suoi più parziali. Sbrigato così dagli affari d'Italia il regnante Arrigo, s'inviò alla volta dell'Alemagna, e celebrò in Argentina la festa di san Giovanni Batista. Quindi attese alla guerra contra di Boleslao usurpatore della Boemia. Che il Sigonio non abbia conosciuto la venuta in quest'anno di Arrigo in Italia, e gli altri atti suddetti, non è da maravigliarsene. Mancavano a lui molti lumi che noi ora abbiamo. Piuttosto si può chiedere, come abbondando di questi lumi Burcardo Struvio[202], scrivesse che Arrigo fu coronato re d'Italia in Pavia nell'anno 1005. Ma anch'egli senza altro esame dovette tener dietro al Pagi.
Ho io pubblicata una donazione[203] che _Bonifacius gloriosus marchio_ (non so se sia il padre della contessa Matilda) fece al monistero di san Salvatore _anno Deo propitius, pontificatus domni Johannis summi pontificis, ec. secundo, sicque regnante domno Heinrico piissimo rege in Italia anno tertio, die XXIII mensis septembris, Indictione septima. Fontana Tanoni._ Gli anni del papa e del re indicano l'anno presente. Ma l'indizione è scorretta, e dovrebbe essere o _secunda_ o _tertia_. Se sapessi dove fosse il luogo di _Fontana Tanoni_, saprei anche dire perchè entrino qui gli anni del romano pontefice. Negli Annali pisani[204] si legge sotto questo anno: _Fecerunt bellum Pisani cum Lucensibus in Aqualonga, et vicerunt illos_. Questo è il primo fatto d'armi e la prima guerra d'una città italiana contra dell'altra, che ci somministri la storia d'Italia. Fin qui le città di questo regno erano state governate ognuna dal suo conte. I conti delle varie provincie erano subordinati a qualche marchese o duca, cioè al governatore della provincia. E i duchi e marchesi all'imperadore ossia al re di Italia. Così ognuno vivea in pace, e nascendo discordie fra l'un popolo e l'altro, o i duchi e marchesi, oppure gli uffiziali e messi imperiali tosto le sopivano. Abbiam solamente veduta fin qui una discordia civile in Milano. Se è vera la guerra suddetta, già cominciamo a scorgere che le città d'Italia alzano la testa, e si attribuiscono ovvero si usurpano il diritto regale di far guerra. Vedremo andar crescendo questa musica, la quale si tirò dietro col tempo una gran mutazione di cose in Italia. Ancor questo potrebbe parere indizio che allora la Toscana fosse senza un capo, cioè senza un marchese, la cui autorità tenesse a freno o troncasse somiglianti discordie. Nota appunto il Sigonio[205] sotto il presente anno che _Pisa_, _Genova_ e _Firenze_ cominciarono a far figura e ad acquistarsi gran nome; perciocchè, coll'esempio de' Veneziani, si diedero alla mercatura ed all'armi, e fecero flotte navali. Delle due prime città possiamo accordarci con lui; ma per conto di _Firenze_, cominciò ella più tardi a salir in potenza e ricchezza, e a segnalarsi nell'armi. Per altro conviene andar ritenuto in credere tutto ciò che narrano i suddetti Annali, e, dopo di essi, il Tronci[206], di tante prodezze dei Pisani coi lor vicini in questi tempi. Altri d'essi Annali raccontano all'anno 1002 la suddetta sconfitta de' Lucchesi ad Acqualunga. Poscia all'anno presente narrano che _Lucani cum magno exercitu Lombardorum venerunt usque ad Pappianam, et Pisani eos fugaverunt usque ad Ripam Fractam_. Non è sì facilmente da credere una tale armata de' Lucchesi, perchè non per anche i popoli d'Italia aveano scosso il giogo, nè soleano far tanto i bravi l'un contra l'altro. Secondochè osservò il cardinal Baronio, in quest'anno la peste infierì non poco in Roma. Confermò ancora il re Arrigo tutti i suoi beni e privilegii alla chiesa di Cremona con un diploma dato[207] _VII idus octubris, Indictione II, anno ab Incarnatione Domini MIIII, anno vero domni Henrici secundi regis II. Datum in Agidburgo._ A _Giovanni Petrella_ duca di Amalfi succedette in questo anno _Sergio_ suo figliuolo, il quale avendo dichiarato suo collega nel governo _Giovanni_ suo figliuolo, dopo tredici anni fu scacciato dal popolo, mal soddisfatto di lui[208]. Nell'anno poscia 1019 lo stesso _Giovanni_ juniore fu di nuovo proclamato duca, e regnò tredici anni.
NOTE:
[182] Antiq. Ital., Dissert. XXXI, pag. 965.
[183] Annalista Saxo apud Eccardum.
[184] Ditmarus, Chron., lib. 6.
[185] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[186] Pagius, in Critic. Baronii.
[187] Annales Hildesheim.
[188] Chronographus Saxo apud Leibnitium.
[189] Hermannus Contractus, in Chron.
[190] Adelboldus in Vita S. Henrici.