Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 59

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Continuando nella lor contumacia i cittadini di Tivoli, per testimonianza di Sicardo[1853], assediò il pontefice in quest'anno coi Romani la loro città. Nulla dice dell'esito di quell'impresa lo storico suddetto, lasciando in dubbio se questo sia l'assedio infelice di cui si è parlato nell'anno precedente, oppure un altro. Abbiamo di certo da Ottone Frisingense che furono forzati a capitolare e sottomettersi, ma non so se nel presente oppure nel susseguente anno. Ho io prodotto il giuramento prestato ad esso pontefice da quel popolo, in cui si legge[1854]: _Civitatem tiburtinam, donnicaturas, et regalia, quae romani pontifices ibidem habuerunt, et munitionem Pontis Lucani, Vicovarum, sanctum Polum, castellum Boverani, Cantalupum, Burdellum, Cicilianum, et alia regalia beati Petri, quae habet, adjutor erit ad retinendum, ec. Comitatum quoque et rectoriam ejusdem civitatis tiburtinae in potestatem domni papae Innocentii, et successorum ejus, libere dimittam_, ec. Di gravi disordini produsse un tale aggiustamento, siccome vedremo all'anno seguente. Non poteano digerire i Modenesi che la terra e badia di Nonantola, posta nel loro contado, si fosse data ai Bolognesi. Però nel presente andarono a campo sotto quella terra[1855], malmettendo tutti i suoi contorni. A tale avviso, uscì in campagna l'esercito de' Bolognesi; il che fu cagione che i Modenesi, lasciato l'assedio, marciarono contra di essi. In Valle di Reno, oppure in Valle di Lavino s'affrontarono le due armate, e sconfitta rimase la modenese. Gran quantità di prigioni fu condotta a Bologna. Dopo la Pasqua dell'anno presente il _re Corrado_ tenne una gran dieta in Francoforte[1856], dove si trovarono quasi tutti i principi della Germania, e vennero anche i Sassoni ad umiliarsi a lei, che li ricevette in sua grazia. Allora fu ch'egli confermò il ducato della Sassonia al giovinetto duca _Arrigo_ soprannominato _Leone_ estense-guelfo, e indusse la di lui madre _Geltruda_, figliuola del fu imperador Lottario, a passare alle seconde nozze con _Arrigo_, fratello del _duca Leopoldo_; e a questo Arrigo concedè il ducato della Baviera[1857]: il che fu un seminario di discordie. Imperocchè _Guelfo VI_, duca, zio paterno del suddetto Arrigo Leone, pretendendo indebitamente tolta la Baviera alla sua casa, continuò la guerra contra di questo novello duca, e sugli occhi suoi entrato in quella provincia, le diede un gran guasto. Arrigo il bavaro anche egli per vendicarsi passò a distruggere le ville e fortezze degli aderenti al duca Guelfo; e così andò seguitando per qualche anno la guerra con varie vicende. Stava da lungi osservando questo fuoco il re Ruggieri[1858], e temendo che, cessata tal guerra, il re Corrado potesse calare in Italia armato a' suoi danni, seppe animare il duca Guelfo a continuar la gara, _singulisque annis mille marcas se ob hoc daturum juramento confirmavit_. Anche il re d'Ungheria, per paura di Corrado, invitò alla sua corte esso duca Guelfo VI, _dataque pecunia non modica, ac deinceps omni anno dandam pollicens, ad rebellandum nihilominus instigat_. Con tal vigore, senza mai stancarsi, proseguì di poi esso duca Guelfo ad infestare tanto il re, quanto il duca di Baviera, che Corrado non potè mai trovar tempo ed agio per passare in Italia a prendere la corona.

NOTE:

[1853] Sicardus Cremonens., in Chron.

[1854] Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.

[1855] Cron. di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Annal. veter. Mutinens., tom. 9 Rer Italic.

[1856] Dodech., Append. ad Marian. Scot.

[1857] Abbas Urspergens., in Chron.

[1858] Godefridus Viterbiensis, in Pantheo.

Anno di CRISTO MCXLIII. Indizione VI.

CELESTINO II papa 1. CORRADO III re di Germania e d'Italia 6.

Ossia che nell'anno precedente, oppure nel presente, il popolo di Tivoli tornasse all'ubbidienza di papa Innocenzo II, certo è che per l'indulgenza usata da lui con essi, il popolo romano diede principio a molte scandalose novità in pregiudizio dell'antichissima signoria ed autorità temporale de' papi. Erano sì fieramente inviperiti i Romani contra dei Tivolesi[1859], che quando si trattò di capitolar con essi, pretesero che il papa non li ricevesse in grazia se non col patto di smantellar le mura della lor città, e di mandare dispersi fuori di essa gli abitanti. A questa irragionevole ed inumana pretensione non potè acconsentire il benignissimo pontefice; perciò i Romani gonfii di superbia rivolsero anche contra del buon pontefice lo sdegno ed odio loro. Fatta dunque una sedizione, e corsi a folla in Campidoglio col pretesto di rinnovar l'antica gloria della città, ristabilirono il senato, che da gran tempo era scaduto, e senza rispetto alcuno al papa loro signore, intimarono di nuovo la guerra a Tivoli. Abbiam più volte veduta menzione del senato romano anche a' tempi di Carlo Magno, e ne' susseguenti secoli; ma senza sapere qual fosse la di lui autorità in quei tempi, nè quando esso fosse dipoi abbattuto dai papi. Non volevano i Romani di questi tempi esser da meno de' lor predecessori. Il male fu, che non guardarono misure, ed assunsero una specie di sovranità. Nulla tralasciò il pontefice di esortazioni e minaccie per fermare i passi a questa specie di ribellione; adoperò anche i regali; ma indarno tutto: sì grande era la foga del popolo, massimamente della nobiltà. Ed ecco germogliar le sementi delle perverse dottrine, lasciate in quella città da Arnaldo da Brescia. È da credere che siffatti sconcerti servissero a conturbare non men l'animo che la sanità di papa _Innocenzo II_. Infatti, caduto egli infermo, passò nel dì 24 di settembre dell'anno presente a miglior vita, lasciando sulla terra un'immortal memoria delle sue rare doti, e massimamente della sua incomparabile prudenza e benignità, e dell'aver anche procurata la riforma del clero, con sustituire dovunque potè ai canonici secolari i regolari. Furono ancora varie chiese da lui fabbricate o risarcite. Rimise, fra le altre cose, il tetto della basilica lateranense, che era caduto, con avergli il _re Ruggieri_ somministrate le grandiose occorrenti travi. Ebbe sepoltura in essa chiesa in un avello di porfido. In luogo suo da lì a tre giorni fu eletto papa _Guido cardinale_ di san Marco, di nazione Toscano, del castello di Felicità (forse città di Castello), che assunse il nome di _Celestino II_, secondo il costume di questi tempi, nei quali si richiedeva il nome de' celebri pontefici che fiorirono ne' primi secoli della Chiesa. Questo pontefice, secondo l'attestato di Romoaldo Salernitano[1860], ricusò di confermare la concordia stabilita fra il suo predecessore e il re Ruggieri, e perciò fra loro insorse mala intelligenza. Circa questi tempi, per testimonianza del Dandolo[1861], nacque lite fra i Veneziani e Padovani a cagione di un taglio nel fiume Brenta, fatto non lungi da Sant'Ilario dai secondi con danno dei primi. Spedì _Pietro Polano_ ambasciatori a Padova per chiederne conto. Fu loro data una risposta assai arrogante. Il perchè i Veneziani colle lor forze uscirono a farsi giustizia, ed azzuffatisi coi Padovani alla Tomba, diedero loro una rotta, e condussero circa trecento di que' nobili presi nella battaglia a Venezia. Poscia iti gli ambasciatori de' Padovani, dopo aver protestato che non per far dispiacere o danno al popolo veneziano era seguito quel taglio, si rimise fra loro l'amicizia e concordia primiera. Abbiamo parimente dall'Anonimo Casinense[1862] che il re Ruggieri portatosi in quest'anno al monistero di Monte Casino, la fece alla turchesca, con levare da quel sacro luogo tutto il tesoro, lasciandovi solamente la croce dell'altar maggiore col ciborio, che doveva essere d'argento, e tre tavole da altare. Restano ignoti i pretesti di questa scelleraggine; se non che anticamente erano troppo suggette all'ingordigia e avarizia de' principi le ricchezze delle chiese. S'impadronirono parimente i figliuoli d'esso re della provincia di Marsi, e, per attestato di Giovanni da Ceccano[1863], anche della terra d'Arce: il che probabilmente fu origine de' dissapori insorti fra lui e papa Celestino.

NOTE:

[1859] Otto Frisingens., in Chron., lib. 7, cap. 27.

[1860] Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.

[1861] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1862] Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.

[1863] Johann. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr.

Anno di CRISTO MCXLIV. Indizione VII.

LUCIO II papa 1. CORRADO III re di Germania e d'Italia 7.

Terminò in quest'anno il suo breve pontificato papa _Celestino II_, non essendo egli giunto a governar la Chiesa di Dio a cinque mesi e mezzo. Nel dì 9 di marzo diede egli fine a' suoi giorni. Venne poscia eletto pontefice nel dì 12 dello stesso mese _Gherardo_ de' Caccianemici, Bolognese di patria, già canonico regolare, e poi cardinale di santa Croce[1864]. Da papa Innocenzo II per la sua abilità era stato costituito cancelliere della santa romana Chiesa. Prese il nome di _Lucio II_. Scrive Romoaldo Salernitano[1865] che il _re Ruggieri_ fece gran festa per l'esaltazione di questo papa, per esser egli suo compadre e molto amico, sperando perciò di averlo in tutto favorevole. Nè tardò egli a spedire i suoi ambasciatori a prestargli ubbidienza, e a pregarlo di voler venire fino ai confini, cioè a Ceperano, per un comune abboccamento. Andò il papa, e il re venuto per mare a Gaeta, si portò poscia ad incontrarlo a Ceperano. Gran dibattimento seguì fra loro intorno la pace, ed inclinava il papa alla concordia; ma ripugnando i cardinali, si sciolse il congresso senza conclusione alcuna. Ruggieri, bollendo per la collera, se ne tornò in Sicilia; ma pria di muoversi, ordinò a _Ruggieri duca_ di Puglia suo figliuolo di farne risentimento. Fu ubbidito. Entrò questi con un copioso esercito nella Campania romana, ossia in Terra di Lavoro, e diede il sacco a tutte quelle contrade sino a Ferento (ma forse sarà ivi scritto Ferentino); dopo di che se ne tornò in Puglia. Così toccò, come d'ordinario succede, agli infelici popoli il far penitenza de' falli altrui. Abbiamo dall'Anonimo Casinense che il re Ruggieri venne a Monte Casino, e quivi si abboccò col papa, e che se ne partì in discordia, con poscia prendere parte della Campania con Terracina. Assediò anche Veroli. _Deinde quodam pacto facto, quod ceperat, reddidit_. Sembra dunque che seguisse dipoi fra loro qualche aggiustamento. Morì in quest'anno _Anfuso_ ossia _Alfonso principe_ di Capoa e Napoli, figliuolo secondogenito di Ruggieri re di Sicilia. A lui fu sustituito in que' principati _Guglielmo_, terzogenito del re medesimo. In questi giorni avanzandosi l'ardire de' Romani, oltre all'erezion del senato, fu anche eletto capo d'esso senato, ossia patrizio, _Giordano_ figliuolo di Pier Leone, fratello, a mio credere, del defunto antipapa Anacleto: il che ci fa intendere, essere senza fondamento ciò che alcuni hanno scritto, che la famiglia di Pier Leone fu sterminata in Roma. Una parte del popolo minore teneva coi senatori, e poco mancava ad una patente ribellione. Abbiamo da Otton Frisingense[1866] (giacchè convien mendicare dagli scrittori stranieri le cose nostre) che in questi tempi la pazza discordia sguazzava per le città d'Italia. Aspirava cadauna di esse alla superiorità, e pareva a ciascuna troppo ristretto il suo dominio, nè restava maniera d'allargarlo, se non con pelare o soggiogare i vicini. Durava tuttavia la gara fra i Veneziani e Ravennati, che vicendevolmente si danneggiavano per terra e per mare. I Veronesi uniti coi Vicentini facevano guerra ai Padovani collegati coi Trivisani; e probabilmente quest'anno fu quello in cui misero a ferro e fuoco le castella e le campagne di Trivigi. Maggiore era l'incendio in Toscana per la guerra che da gran tempo andava ripullulando fra i Pisani e Lucchesi, la quale involse in quell'incendio anche le città circonvicine. Non v'era città libera che in sì fatte turbolenze non facesse delle leghe con altre città, per ottenerne aiuto. E queste facilmente v'entravano, por non veder crescere di troppo una città confinante colla depressione dell'altre.

Erano in lega i Lucchesi coi Sanesi, i Fiorentini coi Pisani. L'oste de' Fiorentini, insieme con _Ulrico_ ossia _Ulderico_ marchese di Toscana, corse fino alle porte di Siena, e ne bruciò i borghi. Trovandosi in tali strettezze i Sanesi, ricorsero per aiuto ai Lucchesi, i quali sì per sovvenire a quella città collegata, come ancora per sostenere il _conte Guido Guerra_, che era malmenato dagli stessi Fiorentini, si dichiararono contro a Firenze. All'incontro i Pisani, a richiesta de' Fiorentini, uscirono in campagna. Un fiero guasto fu dato da essi e da' Fiorentini alle castella e ville del suddetto conte Guido. I Sanesi, che erano venuti per saccheggiare il contado di Firenze, colti in un'imboscata, quasi tutti vi rimasero prigioni. Più rabbiosa riuscì la guerra fra i Pisani e Lucchesi. Moltissimi dall'una e dall'altra parte vi lasciarono la vita; ma innumerabili furono riserbati alle miserie di una lunghissima prigionia. Lo storico suddetto, cioè Ottone vescovo di Frisinga, attesta di averli veduti da lì a qualche anno così squallidi e macilenti nelle pubbliche carceri, che cavavano le lagrime da chiunque passava per di là: segno che non vi doveva essere cartello di cambio fra loro, o che ebbero la peggio i Lucchesi, nè restò ad essi maniera di redimere i suoi. Dagli Annali pisani[1867] abbiamo che la guerra fra questi due popoli fu per cagione delle due castella di Aginolfo e di Vurno, e d'altre terre che l'una città all'altra avea occupato. Misero i Pisani a fuoco quasi tutto il territorio di Lucca, presero il castello dell'isola di Palude con trecento cittadini lucchesi, e seguitò poi la guerra anche degli anni parecchi. Per testimonianza ancora del Dandolo[1868], crebbe in questi tempi la nemicizia fra i Veneziani e Pisani, e dovunque s'incontrarono per mare, l'una nazione all'altra fece quanti danni ed oltraggi potè. Ma si interpose _papa Lucio_, e pare che li pacificasse insieme. Erano anche in rotta i Modenesi co' Bolognesi[1869], perchè nell'anno addietro il castello di Savignano per tradimento s'era dato agli ultimi. Se noi avessimo le storie di molte altre città d'Italia, forse ne troveremmo la maggior parte involte in altre guerre per questi tempi. Il _re Corrado_ per conto dell'Italia era come non vi fosse; e però senza verun freno ogni città possente insolentiva contra dell'altre. Ricavasi ancora da una lettera di _Pietro abbate_ di Clugnì[1870], che venendo egli nell'anno seguente (per la via probabilmente di Pontremoli) a Roma per visitar papa Eugenio III, fu nel viaggio svaligiato da un marchese _Obizzo_ (forse Malaspina); ma ricorso egli ai Piacentini, questi colla forza obbligarono quel marchese e tutti i suoi sgherri a dargli soddisfazione, con restituirgli tutto fino a un soldo. E così van le cose del mondo. Pareva un gran dono la libertà ricuperata dai popoli italiani, e pur questa servì a renderli più infelici. Per attestato del Malvezzi[1871], la città di Brescia in questi medesimi tempi patì un furiosissimo incendio, per cui fu fatto un verso:

_Plangitur immodicis succensa Brixia flammis_.

NOTE:

[1864] Cardin. de Aragon., in Vit. Lucii II.

[1865] Romuald. Salern., in Chron.

[1866] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 29.

[1867] Annal. Pisani, tom. 5 Rer. Ital.

[1868] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1869] Annales veteres Mutinens., tom. 9 Rer. Ital.

[1870] Petrus Cluniacens., lib. 6, Epist. 45.

[1871] Malveccius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCXLV. Indizione VIII.

EUGENIO III papa 1. CORRADO III re di Germania e d'Italia 8.

Ebbe fine in quest'anno la vita e il breve pontificato di _Lucio II_. Se vogliamo prestar fede all'autore conservato a noi dal cardinale d'Aragona[1872], egli come uomo prudente e coraggioso, dopo aver ben prese le sue misure coi fautori della maestà pontificia, messa insieme una mano d'armati, forzò i nobili romani, che contra il divieto del suo predecessore Innocenzo II aveano istituito il senato, ad uscire del Campidoglio, e ad abiurare la novità da loro fatta. Non la racconta così questa faccenda Gotifredo da Viterbo[1873], storico del presente secolo. Secondo lui, questo papa ascese bensì accompagnato da alquante soldatesche nel Campidoglio, risoluto di cacciar di là vituperosamente i senatori; ma il senato e popolo romano avendo dato all'armi, ripulsarono in un momento il papa con tutti i suoi aderenti. Anzi fu sì esorbitante il tumulto loro, che esso pontefice percosso da più sassate, finchè sopravvisse (il che fu poco), non potè più sedere nella cattedra sua. Ch'egli fosse colpito da un sasso, lo afferma ancora un altro scrittore, accennato dal cardinal Baronio[1874]: laonde dopo pochi giorni infermatosi, dovette soccombere all'imperio della morte. Mancò egli di vita nel dì 25 di febbraio, dopo aver quasi rifabbricata di pianta e arricchita di molto la chiesa di santa Croce in Gerusalemme, di cui era stato titolare. Servì la di lui morte a rendere più che mai orgogliosa quella fazione di nobili romani che s'era rivoltata contra dei sommi pontefici, e che stabilì più fortemente l'unione ed autorità del senato romano in Campidoglio. In mezzo a questi tumulti non trovandosi in piena libertà il sacro collegio dei cardinali, si raunò nella chiesa di san Cesario, e quivi di comune consenso elesse papa nel dì 27 febbraio _Bernardo_ Pisano, abbate cisterciense di santo Anastasio, discepolo negli anni addietro di san Bernardo, uomo di molta bontà di vita. Era questi tenuto per uomo piuttosto semplice, ma per ispezial grazia del cielo riuscì dipoi un eloquente e valoroso pontefice. Prese il nome di _Eugenio III_[1875], e condotto alla basilica lateranense, fu quivi intronizzato. Si disponeva egli a ricevere nella seguente domenica la consecrazione in san Pietro, secondo l'antica consuetudine; ma inteso che i senatori meditavano d'opporsi e d'impugnare la di lui elezione, qualora ricusasse di confermar coll'autorità apostolica la rinnovazione da lor fatta del senato, in tempo di notte, accompagnato da pochi cardinali, segretamente uscì di Roma, e si ritirò alla rocca di Monticelli. Congregati poscia nel dì seguente gli altri cardinali, che per timore dell'infuriato popolo s'erano qua e là dispersi, se ne andò al celebre monisterio di Farfa nella Sabina, e quivi nel dì 4 di marzo, giorno di domenica, fu solennemente consecrato. Andossene dipoi a Viterbo, dove celebrò la santa Pasqua, e fermossi in quella città per otto mesi. Tornò in questo tempo a Roma l'eresiarca Arnaldo da Brescia, e spargendo con piena libertà il veleno della sua dottrina[1876], aggiunse nuovi sproni alla nobiltà romana per privare della loro autorità i sommi pontefici. Andava costui predicando che si dovea rifabbricare il Campidoglio, rimettere in Roma non solo il senato, ma anche l'ordine equestre, come fu al tempo degli antichi Romani; nè dovere il papa impacciarsi nel governo temporale, ma contentarsi dello spirituale. Tal piede presero questi velenosi insegnamenti, figurandosi coloro di voler vedere di nuovo Roma padrona del mondo, che l'inferocito popolo si diede ad atterrare i magnifici palazzi e le torri non solamente di que' nobili che abborrivano questa sacrilega novità, ma anche de' cardinali, alcuni de' quali inoltre riportarono delle ferite dalla matta plebe che non conosce nei suoi trasporti misura. Abolirono inoltre i Romani[1877] la dignità del prefetto di Roma; obbligarono tutti i nobili cittadini a giurar suggezione al loro patrizio _Giordano_, figliuolo di Pier Leone, ed incastellarono, cioè ridussero in fortezza la basilica vaticana, con far poscia delle avanie, e dar anche delle ferite ai pellegrini che per divozione colà concorrevano. Il pontefice Eugenio, dopo aver colla pazienza e colle buone tentato invano di frenar la disubbidienza de' Romani, venne alle brusche, con fulminare la scomunica contra di Giordano dichiarato patrizio. Adoperò ancora gli altri rimedii efficaci della forza temporale per metterli in dovere, avendo congiunte le sue armi con quelle del popolo di Tivoli. Non finì dunque l'anno che furono astretti i Romani ad una concordia, per cui si contentò il papa che sussistesse il senato, come era in uso in tanti secoli addietro, ma con obbligare i Romani ad abolire il patrizio, a rimettere la dignità del prefetto di Roma, e a prestare l'ubbidienza dovuta ai pontefici, padroni legittimi di Roma. Ciò fatto, da Viterbo se ne tornò a Roma verso il Natale del Signore con immenso giubilo di quel popolo e clero[1878], che gli fece un solenne incontro, cantando il _Benedictus, qui venit in nomine Domini_: il che può farci maraviglia, per quel che s'è prima veduto. Andato egli al palazzo lateranense, celebrò dipoi con magnifica solennità e quiete di tutti la festa del Natale. Applicossi parimente in quest'anno il buon pontefice a rimettere la pace fra i Pisani e i Lucchesi: al qual fine fece venire in Italia _Pietro abbate_ di Clugnì, personaggio di gran credito, siccome costa da una lettera di esso abbate citata all'anno precedente. Ma qual effetto producesse un tal negozio, resta a noi ignoto.

NOTE:

[1872] Cardin. de Aragon., in Vit. Lucii II, P. I, tom. 3 Rer. Italic.

[1873] Godefr. Viterbiensis, in Pantheo.

[1874] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[1875] Cardin. de Aragon., in Vit. Eugenii III.

[1876] Otto Frisingensis, de Gestis Friderici, lib. 2, cap. 20. Guntherus, in Ligur., lib. 3.

[1877] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 31.

[1878] Card. de Aragon., in Vit. Eugenii III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCXLVI. Indizione IX.

EUGENIO III papa 2. CORRADO III re di Germania e d'Italia 9.