Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 58
Mentre si faceano tali negoziati, il re prese una parte delle castella de' figliuoli di Borello; e perchè in persona egli era colà, ed era già tramontata la speranza della pace, il papa comandò ai suoi che assalissero e devastassero il castello di Galluzzo. Portata questa nuova al re, a marcie sforzate sen venne egli con tutta l'armata alla volta di San Germano, e si accampò presso a quella città, entro la quale dimorava il pontefice. Non si tenendo esso papa nè i suoi sicuri in quel luogo, sloggiarono ben presto per cercare un sito di maggior sicurezza. Ma il giovine Ruggieri duca, presi con seco circa mille cavalli, e postosi in un'imboscata, dove doveano passare i Romani, all'improvviso fu loro addosso, e li fece dare alle gambe. Salvossi il principe Roberto con Riccardo fratello del defunto Rainolfo, e coi più de' Romani, de' quali nondimeno molti si negarono nel fiume, ed altri rimasero prigioni. Fra questi ultimi per disavventura si contò anche il buon papa Innocenzo, il quale nello stesso giorno, cioè nel dì 22 di luglio, come si ha da Falcone, fu condotto sotto buona guardia alla presenza del re Ruggieri, che gli fece assegnare un padiglione per gli altri cardinali prigioni. Andò a sacco tutto il tesoro e tutti gli arredi del santo padre, a cui e agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo ricordo di quel versetto del salmo: _Hi in curribus, et hi in equis: nos autem in nomine Dei nostri invocavimus_. Differente nondimeno si vuol confessare il caso presente da quello di san Leone IX papa. Questi andò per combattere, ma pare che Innocenzo II si movesse per cercare la pace, e che per semplice sua scorta camminasse con quegli armati. Fors'anche intervenne qualche iniquità nell'agguato a lui e alla sua gente teso. Che nondimeno seguissero delle ostilità, si raccoglie da Giovanni da Ceccano, di cui son queste parole[1829]: _Mense junii venit papa cum Romanis ad expugnandum regem Siciliae, et incensa sunt a Romanis Falvatera, Insula, et Sanctus Angelus in Tudicis_. Racconta Romoaldo Salernitano[1830], che _rex e vestigio prosequutus domnum papam, ad pedes ejusdem voluit humiliter satis accedere. Sed ipse, utpote vir constans et egregius, eum primo recipere noluit_. Ma andando innanzi e indietro proposizioni di pace, il saggio pontefice col consiglio de' cardinali, per sottrarre ai disagi i molti nobili romani, rimasti anch'essi prigioni, segnò in fine l'accordo con legittimare a Ruggieri il titolo di re, conferitogli dall'antipapa Anacleto, ed investire lui del regno di Sicilia, e il figliuolo di Ruggieri del ducato di Puglia. Nel diploma di tale investitura presso il cardinal Baronio[1831] si legge confermato anche a Ruggieri il principato di Capoa; ma niuno parla del ducato di Napoli e Amalfi. Nella festa di san Jacopo di luglio seguì la suddetta concordia, e quanto la mestizia era stata incredibile fra i popoli cristiani por la prigionia del papa, altrettanto fu la consolazione e l'allegrezza per la pace e liberazione di lui. Presentossi dunque con tutta riverenza il re Ruggieri insieme co' suoi figliuoli, cioè col duca Ruggieri e con Anfuso ossia Alfonso principe di Capoa, ai piedi del pontefice[1832]; e dopo aver chiesto perdono, ed ottenuta l'assoluzione, ricevette l'investitura degli Stati suddetti col gonfalone dalle di lui mani. Accompagnò egli dipoi con tutto onore il papa fino a Benevento, nella quale città entrarono amendue nel dì primo d'agosto, dove il pontefice fece atterrare il castello fabbricato in quella città da _Rossemanno_, già creato arcivescovo da Anacleto, e deposto in questa congiuntura, con sostituirgli _Gregorio_. Furono cagione i prosperosi successi del re Ruggieri che i Napoletani vennero a Benevento anch'essi a mettersi sotto il suo dominio, con accettar per loro duca Ruggieri primogenito d'esso re. Preso poscia congedo dal papa, marciò Ruggieri coll'esercito alla volta di Troia, i cui cittadini non tardarono a rendersi; ma pregatolo che entrasse in città, rispose loro che non vi metterebbe il piede finchè quel traditore (cioè il defunto duca Rainolfo) dimorasse fra loro. Fu costretto con suo gran rammarico quel popolo a far disotterrare il cadavero fetente d'esso Rainolfo, che da alcuni suoi nemici con una fune legata al collo tratto fu per la città, e gittato fuori d'essa nelle fosse: vendetta orribile e detestata da tutti, e infino dal duca Ruggieri, il quale presentatosi al padre, tante preghiere adoperò, che gli fu conceduto di farlo seppellire. Non entrò per questo il re Ruggieri in Troia, ma a dirittura andò a piantar l'assedio por terra e per mare alla città di Bari. Spedì Innocenzo pontefice il vescovo d'Ostia a que' cittadini con esortazioni paterne di cedere amorevolmente alla forza, per sottrarsi al rigore. Ma quel superbo popolo neppur volle lasciarlo entrare in città, nonchè badare ai di lui consigli.
Tornossene il papa dopo il dì 2 di settembre a Roma, ricevuto con immenso gaudio dai Romani, i quali tentarono bensì d'indurlo a rompere la pace fatta per forza; ma Innocenzo, siccome principe di veterana prudenza, non volle acconsentire al parer di que' bravi, che poco dianzi aveano lasciato sì bei segni del loro coraggio nella precedente zuffa. Continuò il re Ruggieri per tutto l'agosto e il settembre l'assedio di Bari; le sue petriere e torri di legno distrussero parte delle mura e torri della città e non pochi palagi; crebbe anche a dismisura la fame fra quel popolo, sino ad aver per grazia di poter mangiare carne di cavallo e un tozzo di pane, di maniera che finalmente trattarono della resa, che fu loro accordata con oneste capitolazioni. Tutto pareva tranquillo e quieto, quando presentatosi al re Ruggieri uno de' suoi soldati, dimandò giustizia contra di _Giacinto_ principe di Bari, perchè gli avesse fatto cavare un occhio. Diede nelle smanie il re, e fatto fare il processo da' giudici di Troia, Trani e Bari, con pretendere rotta la capitolazione, fece impiccare il suddetto Giacinto con dieci suoi consiglieri, e cavar gli occhi a dieci altri, e imprigionare inoltre e spogliare dei loro beni varii prudenti cittadini di Bari: se con giustizia e buona fede, Dio lo sa. Con questi barbarici passi camminava il re Ruggieri, che poscia sul fine di ottobre se n'andò a Salerno, ed ivi stando pubblicò varii confischi e bandi contra di chi avea impugnate l'armi contra di lui. Finalmente nel dì 5 di novembre imbarcatosi in una nave ben corredata, passò a Palermo. Fece gran guerra in quest'anno _re Corrado_ ad Arrigo estense-guelfo duca di Sassonia e Baviera, in maniera che questo principe[1833], _ante potentissimus, et cujus autoritas (ut ipse gloriabatur) a mari usque ad mare, idest a Dania usque in Siciliam extendebatur, in tantam in brevi humilitatem venit, ut paene, omnibus fidelibus et amicis suis in Bajoaria a se deficientibus, clam inde egressus, quatuor tantum comitatus sociis in Saxoniam veniret_. Ma in Sassonia, assistito da quei popoli, rendè inutili gli sforzi e disegni di esso re Corrado, siccome ancora quei di _Adalberto_ creato duca di Sassonia. Ma mentre egli con vigore e fortuna attende a difendere e a conservar quegli Stati, e già si dispone a portar la guerra in Baviera per ricuperar quel ducato, eccoti la morte che mette fine alla vita e a tutte le di lui applicazioni terrene. Corse voce di veleno a lui dato. Secondo l'Annalista Sassone[1834], _facto colloquio in Quidelingeburch, Heinricus nobilissimus atque probissimus dux Bavariae atque Saxoniae, veneficio ibidem, ut fertur, infectus, XIII kalendas novembris vitam finivit_. Il suo corpo trovò riposo e sepoltura nel monistero di Luter in Sassonia alla destra dell'imperador Lottario III suo suocero. Questo principe, eguale un tempo ai re per la sua potenza, che godeva anche in Italia, oltre a tanti altri Stati, la sua porzione nell'eredità del sangue estense, a da cui discende la real casa di Brunswich, vien da' moderni storici contraddistinto dagli altri Arrighi estensi-guelfi col titolo di _Superbo_, non per altro se non perchè non s'inchinò a pregare i principi dell'imperio affine di conseguir la corona germanica. Per altro le virtù abbondarono in lui, e lasciò dopo di sè una gloriosa memoria, e un solo piccolo figliuolo maschio, nomato _Arrigo Leone_, che superò anche la gloria del padre; e raccomandato ai Sassoni, fu da essi con somma fedeltà e valore sostenuto contro i tentativi del re e degli altri nemici. Nella Toscana, che era stata ad esso duca Arrigo conceduta in feudo dal suddetto Lottario, da qui innanzi comparisce marchese di quella provincia _Udelrico_, secondo le memorie accennate dal Fiorentini[1835]. Ma che in questi tempi la Toscana si trovasse in uno stato infelice, si raccoglie da una lettera da Pietro abbate di Clugnì scritta al re Ruggieri, dove scrive[1836] che nelle parti _miserabilis et infelicis Tusciae nunc res divinae atque humanae nullo servato ordine confunduntur. Urbes, castra, burgi, villae, stratae publicae, et ipsae Deo consecratae ecclesiae homicidis, sacrilegis, raptoribus exponuntur. Peregrini clerici, monachi, abbates, presbyteri, ipsi supremi ordinis sacerdotes, episcopi, archiepiscopi, primates, vel patriarchae in manus talium traduntur, spoliantur, distrahuntur. Et quid dicam? verberantur, occiduntur_. Così circa questi tempi quell'abbate. Le guerre fra i Genovesi, Lucchesi e Pisani doveano aver prodotto sì esecrandi disordini. In quest'anno[1837] essi Genovesi ottennero dal re Corrado la facoltà di battere moneta. Però essi dipoi fin quasi ai nostri giorni usarono di mettere il nome di questo re nelle loro monete. Durava tuttavia la rabbia de' Cremonesi contra de' Milanesi a cagion dell'occupazione di Crema. Si venne perciò nell'anno presente ad un fatto d'armi fra loro, che riuscì infelicissimo ai primi. Però scrisse il loro vescovo Sicardo[1838]: _Anno Domini 1139 magna pars Cremonensium a Mediolanensibus apud Cremam capta, carceralibus vinculis est mancipata_.
NOTE:
[1827] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1828] Falco Benevent., in Chron.
[1829] Johan. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr. Ughell.
[1830] Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1831] Baron., Annal. Ecclesiast.
[1832] Falco Beneventanus, in Chron.
[1833] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 23.
[1834] Annalista Saxo, apud Eccardum.
[1835] Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.
[1836] Petrus Cluniacens., lib. 5, Epist. XXXIV.
[1837] Caffari, Annal. Genuens. lib. 1.
[1838] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXL. Indizione III.
INNOCENZO II papa 11. CORRADO III re di Germania e d'Italia 3.
In questi tempi cominciò _Arnolfo_ ossia _Arnaldo da Brescia_ a far gran rumore nella Chiesa di Dio. Costui portatosi in Francia, e messosi sotto la scuola di _Pietro Abailardo_, seminator di nuove e pericolose dottrine, dopo aver profittato nella malizia, se ne ritornò in Italia, e, presa la veste monastica, si diede in Roma a spacciar le sue false merci[1839]. Grande adulator de' laici, e bel parlatore, prese a tutta prima a censurare spietatamente i costumi corrotti allora in buona parte del clero secolare e regolare; e, secondo l'arte degli altri eresiarchi, passò oltre a condannar generalmente le soverchie ricchezze de' monaci e degli altri ecclesiastici, e massimamente i loro dominii temporali, sostenendo che ciò non si poteva accordar col Vangelo, e che i loro beni erano del principe, e doveano tornare ai laici. Veniva con piacere accolta questa adulatrice e falsa dottrina dalle persone affatto mondane, e prese anche in Roma stessa buone radici. Perciò fu egli scomunicato nell'anno addietro nel concilio lateranense: perlochè, temendo della pelle, si ricoverò circa questi tempi in Francia. Di là cacciato, andò in Germania, spargendo dappertutto il suo veleno. _San Bernardo_ il teneva d'occhio, e scrisse varie lettere per farlo conoscere a chi buonamente gli dava ricetto. Abbiamo da Falcone Beneventano[1840] che nell'anno presente il _re Ruggieri_ inviò _Anfuso principe_ di Capoa suo figliuolo con possente esercito di cavalli e fanti a conquistare la provincia di Pescara, che abbracciava allora quasi tutto l'Abruzzo ulteriore. Non poca fatica e tempo costò al principe suddetto il ridurre all'ubbidienza sua le castella di quella contrada: laonde ebbe ordine dal padre anche _Ruggieri duca_ di Puglia di portarsi colà con un grosso corpo di fanteria e mille cavalli. Perchè tali conquiste si facevano ai confini degli Stati della Chiesa romana, se ne ingelosì e turbò non poco _papa Innocenzo II_, il quale perciò spedì due cardinali ai principi fratelli, facendo lor sapere di non toccare i confini romani. Risposero essi che il loro disegno era, non già d'occupare l'altrui, ma di ricuperare le terre spettanti ai lor principati. Informato di ciò il re Ruggieri, che non volea liti col romano pontefice, verso la metà di luglio sbarcò a Salerno, venne nelle vicinanze di Benevento, e quivi trattò col _cardinal Giovanni_ governatore di quella città, confermando la risoluzione sua di mantenersi fedele al papa. Andò poi a Capoa e a San Germano; e perchè intese che papa Innocenzo era disgustato de' suoi figliuoli, li richiamò da Pescara. Avrebbe egli voluto abboccarsi con esso pontefice, ma questi con varie scuse se ne sottrasse, di modo che Ruggieri, per troncare il corso alle gelosie, licenziò l'esercito. Nulladimeno abbiamo da Giovanni da Ceccano[1841] che i di lui figliuoli nel mese di luglio presero Sora ed altri luoghi fino a Ceperano. Andò Ruggieri a Monte Casino, e levato a que' monaci Monte Corvo, con pretenderlo suo, diede loro in cambio la rocca di Bantra.
Tenne poscia il re un parlamento in Ariano, dove proibì con rigorose pene lo spendere nel regno suo le romesine, cioè, a mio credere, la moneta battuta in Roma; e ne sustituì dell'altra battuta da lui di lega molto inferiore, a cui diede il nome di ducato; e danari di rame, tre de' quali valeano una romesina: il che recò un incredibil danno a tutto il suo dominio, e fece universalmente desiderare la di lui morte. E perciocchè avea comandato anche ai Beneventani di ricever quella moneta, se ne alterò forte il papa, e loro ordinò di non ubbidirlo. Appresso andò il re a Napoli per la prima volta. Fu con immenso onore incontrato da quella nobiltà e popolo fuori di porta Capuana, e alla porta ricevuto dal clero con bella processione. L'addestrarono varii nobili fino alla chiesa maggiore, dove l'aspettava l'_arcivescovo Marino_. Non mancò di far carezze e regali a quella nobiltà, di visitar tutta la città, e in una notte fece misurare il circuito della medesima, il quale si trovò allora di due mila e trecento settantatrè passi. Nel dì seguente dimandò ai Napoletani, quanto fosse il giro della lor città, e non sapendolo dire alcuno, lo disse egli con ammirazione di tutti. Sul principio poscia di ottobre se ne tornò in Sicilia, lasciando in Puglia il duca Ruggieri, e in Capoa il principe Anfuso. Ci vien meno qui la narrativa di Falcone Beneventano con grave danno della storia di que' paesi. Intenti i Genovesi, al pari d'altre città libere di Italia, ad ingrandire la lor signoria[1842], nell'anno presente con grande esercito per mare e per terra andarono addosso alla città di Ventimiglia, e costrinsero tanto essa come tutte le castella di quel contado a sottomettersi al loro dominio. Ma non sussiste già ciò che sotto questo anno è scritto negli Annali Pisani[1843], cioè che quel popolo ebbe guerra con Ruggieri re di Sicilia, e tenne in suo potere Napoli per sette anni: favola troppo grossolana. Fu bensì in questi tempi, per attestato del Dandolo[1844], rottura fra il popolo di Fano dall'un canto, e quei di Ravenna, Pesaro e Sinigaglia dall'altro. Non potendo i Fanesi resistere soli a tanti nemici, fecero i loro consoli ricorso ai Veneziani, con promettere fedeltà e censo a _Pietro Polano_ doge, e concedere loro varii privilegii ed esenzioni nella loro città: dal che mossi i Veneziani, con una possente flotta andarono contro ai nemici di quel popolo, e li fecero desistere dalle offese. Intanto non mancava neppure in Germania la guerra. Il duca _Guelfo VI_, dacchè cessò di vivere _Arrigo IV_, duca di Baviera e Sassonia suo fratello, mosse le pretensioni sue sopra la Baviera, siccome ducato paterno ed avito, e susseguentemente la guerra a _Leopoldo_, che n'era stato investito dal re Corrado[1845]. Mentre questi faceva l'assedio di Falea, eccoti all'improvviso comparire il duca Guelfo colle sue schiere, che gli diede una rotta e l'astrinse alla fuga nel dì 3 d'agosto. Ma avendo voluto lo stesso Guelfo dar battaglia anche al re Corrado, che assediava Winsperg, rimase sbaragliato, e dovette fuggire. Questo ho voluto riferire, perchè si tratta d'un principe della linea germanica de' principi estensi, il quale non lasciò dormire per questo esso re Corrado, con successivamente continuar la guerra contra di lui. Confermò in quest'anno esso re ai Piacentini il privilegio di battere moneta, come costa dal suo diploma riferito da Umberto Locati[1846].
NOTE:
[1839] Ligurin., de Gest. Friderici Primi, lib. 3.
[1840] Falco Beneventanus, in Chron.
[1841] Johan. de Ceccano, tom. 1, Ital. Sacr.
[1842] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.
[1843] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1844] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1845] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 25. Abbas Urspergensis, in Chron.
[1846] Locatus, de Orig. Placent., Chron. Placent., tom. 16 Rerum Italicarum.
Anno di CRISTO MCXLI. Indizione IV.
INNOCENZO II papa 12. CORRADO III re di Germania e d'Italia 4.
In questi tempi resta quasi affatto al buio la storia d'Italia, per mancanza di scrittori, o, per meglio dire, delle antiche croniche perite. Scrive il cardinal Baronio[1847] che le città d'Italia ostinatamente faceano guerra l'una contro l'altra: _Lucenses adversus Pisanos in Tuscia, in Longobardia Patavini adversus Veronenses, Mediolanenses implacabili odio Comenses perdere conabantur_. Abbiam veduto già quanti anni prima fosse cessata la guerra fra i Milanesi e Comaschi, col totale abbassamento degli ultimi. La guerra de' Pisani e Lucchesi si ravvivò molto più tardi, siccome vedremo. Crede il cardinale suddetto che a questo anno appartenga quella del popolo romano contra del popolo di Tivoli, narrata da Ottone Frisingense[1848]. Ma, per attestato di Sicardo, succedè essa[1849] nell'anno seguente. Non si sa il perchè la città di Tivoli da gran tempo si manteneva disubbidiente e ribelle al pontefice: forse per gare e discordie insorte a cagion de' confini e d'ingiurie e danni fra quel popolo e i Romani. Non potendo Innocenzo II colle buone ridurli alla conoscenza del loro dovere, avea fulminato molto prima d'ora la scomunica contra d'essi. _Jam per multum temporis Tyburtinos excommunicaverat, ac aliis modis presserat_; sono parole del suddetto Frisingense. Però non aspettò il papa a quest'anno a scomunicarli, come pretese il Sigonio. Ora i Romani indussero il buon Innocenzo a mettere l'assedio a Tivoli, e v'andarono con grande sforzo, già persuasi di divorar quel popolo. Ma i Romani d'allora erano ben diversi da quelli del tempo antico. Poco dianzi voleano muover guerra di nuovo al re Ruggieri, se il papa più saggio di loro avesse acconsentito. Neppur tennero saldo contra il solo popolo di Tivoli. Uscito questo animosamente della città, ed attaccata la mischia cogli assedianti, li caricò sì forte, che gli astrinse a voltar vergognosamente le spalle, e a lasciare indietro un ricco bottino. Per questo accidente sinistro implacabili divennero i Romani contra di quel popolo. Da gran tempo ancora bolliva discordia fra i Veronesi e Padovani[1850]; e perciocchè i primi aveano divertito dal suo alveo il fiume Adige con pregiudizio degli altri, si venne circa questi medesimi tempi ad una sanguinosa battaglia fra loro. Si dichiarò la fortuna in favore de' Veronesi. Sul campo restò gran copia di Padovani, moltissimi furono i prigioni, ma costò questa vittoria assai caro agli stessi vincitori. Abbiamo dall'Anonimo Casinense[1851], che in quest'anno ancora il re Ruggieri venne in Puglia, e si portò al monistero di Monte Casino; e giacchè Dio avea restituita la pace in tutti i suoi dominii, attese a farvi esercitar la giustizia, e a levarne le prepotenze e gli abusi. Vien ciò asserito da Romoaldo Salernitano colle seguenti parole[1852]: _Rex autem Rogerius in regno suo perfectae pacis tranquillitate potitus, pro conservanda pace camerarios et justiciarios per totam terram instituit; malas consuetudines de medio abstulit_.
NOTE:
[1847] Baronius, in Annal. Ecclesiast. ad hunc annum.
[1848] Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 27.
[1849] Sicard. Cremonens., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1850] Otto Frisingensis, in Chron.
[1851] Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.
[1852] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCXLII. Indizione V.
INNOCENZO II papa 13. CORRADO III re di Germania e d'Italia 5.