Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 55
Tenne in quest'anno nel dì 30 di maggio papa _Innocenzo II_ un concilio[1767] generale nella città di Pisa, eletta da lui per suo domicilio, finchè Dio provvedesse allo scisma di Anacleto. Sono periti gli atti di quell'insigne sacra adunanza, a cui concorsero i vescovi ed abbati, non solamente dell'Italia, ma anche della Francia e Germania. Fra gli altri v'intervenne _san Bernardo_ abbate di Chiaravalle, gran luminare allora della Chiesa di Dio. Sappiamo che in esso concilio fu confermata la scomunica contro il suddetto antipapa e contro tutti i suoi aderenti e protettori[1768]. Furono ivi deposti _Pietro_ vescovo di Tortona, _Uberto_ vescovo di Lucca, e i vescovi di Bergamo, Boiano ed Arezzo, forse perchè fautori dell'antipapa Anacleto. Osservò il cardinal Baronio[1769], che nel ritornare da questo concilio varii vescovi ed abbati franzesi, furono essi presi ed incarcerati nella Lunigiana e in Pontremoli. Ne parla Pietro abbate di Clugnì in una lettera a papa Innocenzo[1770]; ma senza specificare chi fosse l'autore di tale iniquità, cioè se i partigiani dell'antipapa, oppure alcun padrone di quelle terre. Dalle memorie accennate dal Fiorentini[1771] abbiamo che nel 26 di novembre dell'anno 1131 si trovava nel distretto di Volterra_ Ramprettus divino munere Thusciae praeses et marchio_. Questo suo diploma l'ho io divolgato altrove[1772]. Leggesi poi negli Annali pisani, all'anno 1135 pisano, cioè nel 1134 nostro volgare, che[1773] _III kalendas junii Pisis est celebratum concilium per papam Innocentium, et alios praelatos. In quo concilio Ingilbertus de marchia Tusciae investitus est. Qui postea defensus a Pisanis, et a Lucensibus ubique offensus, et victus apud Ficecchium in campo, Pisas cum lacrymis fugiens, a Pisanis vindicatus est_. Chi desse l'investitura della Toscana a questo _Ingelberto_, non apparisce. Potrebbe credersi che il papa colle pretensioni dell'eredità della contessa Matilda, la desse. Ma questi non potea conferire ad altrui le provincie dell'imperio escluse dall'eredità d'essa Matilda. E se egli le avesse pretese come allodio, già abbiamo veduto che ne aveva investito Arrigo duca di Baviera. All'anno 1137 si scorgerà che l'imperadore mandò soccorso allo stesso Ingelberto; e però dovea questi essere suo vassallo per la Toscana. Ma non volendo i Lucchesi che loro comandasse, quindi nacque la guerra contra di questo marchese. Non è facile a me il determinare se in questo, oppure nel precedente anno fosse dai Milanesi rigettato e deposto _Anselmo_ arcivescovo di Milano, dianzi scomunicato, per aver coronato re d'Italia Corrado. Ne era anche provenuto gran danno alla chiesa di Milano, come attesta san Bernardo in una sua lettera ai Milanesi[1774]; perchè papa Innocenzo II l'avea spogliata della dignità di metropoli ecclesiastica, e a lei sottratti i suoi suffraganei, e fra gli altri costituito arcivescovo il già vescovo di Genova sottoposto a Milano. Nega il padre Pagi questo fatto; ma paiono assai chiare le parole di san Bernardo al popolo milanese, dove dice: _Quid contulit tibi vetus tua rebellio? Agnosce potius, in qua potestate, gloria, et honore suffraganeorum tuorum tamdiu privata exstitisti_, con quel che segue. Non era forestiera in questi tempi una tal pena, e l'abbiam anche veduta usata contro la chiesa di Ravenna. Racconta Landolfo da San Paolo[1775] che i Milanesi, clero e popolo, si sollevarono contra d'esso Anselmo, oramai pentiti d'aver favorito l'antipapa Anacleto e lo spurio re Corrado. Però si arrogarono l'autorità di dichiararlo decaduto, in guisa che egli fu costretto a ritirarsi nelle castella della chiesa milanese. Fu poi confermata, ossia autenticata nel concilio di Pisa la deposizione d'Anselmo dal pontefice Innocenzo. Ma prima d'esso concilio aveano i Milanesi invitato alla loro città _san Bernardo_, la cui santità ed autorità facea in questi tempi gran rumore dappertutto, acciocchè colla sua presenza e destrezza mettesse fine allo scisma della loro città, e li riconciliasse con papa Innocenzo II e coll'imperadore Lottario. Se ne scusò il santo abbate allora, perchè chiamato a Pisa. Ma appena terminato quel concilio, il pontefice l'inviò colà con _Guido_, non già arcivescovo di Pisa, ma bensì cardinale di nascita Pisano, col vescovo d'Albano _Matteo_, personaggio di rare virtù, e con _Goffredo_ vescovo di Sciartres[1776]. La divozione con cui il popolo di Milano venne all'incontro di quel celebre abbate, fu incredibile. Il riceverono come angelo di Dio, baciandogli i piedi, e pelandogli il mantello, con dispiacere nondimeno della sua profonda umiltà. Colla mediazione di questi legati apostolici e di san Bernardo abiurò tutto quel popolo non meno l'antipapa che il re Corrado, sottomettendosi al vero papa e all'Augusto Lottario. E perciocchè era vacante per le addotte cagioni la chiesa ambrosiana, universale fu il desiderio di quel popolo per ottenere in loro arcivescovo il santo abbate di Chiaravalle, per la cui intercessione succederono allora molte miracolose guarigioni in Milano. Corsero in folla alla chiesa di san Lorenzo, nella cui canonica era egli alloggiato, richiedendolo per loro pastore; ma il buon santo, che teneva sotto i piedi tutte le grandezze umane, nel dì seguente colla fuga deluse tutte le loro speranze. Altrettanto avea fatto a Genova. Allora fu che alcuni suoi discepoli restati in Milano si accinsero colla raccolta delle limosine a fondare il monistero de' Cisterciensi di Chiaravalle fuori di Milano. Andò poscia san Bernardo a Pavia, e quindi a Cremona, per troncare il corso alla guerra, che quei popoli tuttavia manteneano contra di Milano. Pare che i Pavesi si quetassero alle vigorose insinuazioni di lui, ma non già i Cremonesi, tuttochè vedessero ritornata all'ubbidienza de' varii suoi superiori la città di Milano, come si raccoglie da una lettera d'esso san Bernardo a papa Innocenzo[1777].
Tornò sul principio di quest'anno _Roberto II_ principe di Capoa a Pisa, per sollecitare i soccorsi a lui promessi[1778], e sul fine di febbraio comparve in Capoa, menando seco due de' consoli pisani, e circa mille soldati levati da quella città. _Sergio duca_ di Napoli e _Rainolfo conte_ di Alife approvarono il trattato da lui fatto in Pisa[1779], e somministrarono il danaro occorrente per accelerar la venuta della flotta pisana. Intanto eccoti arrivare a Salerno il re Ruggieri con circa sessanta galee, ch'egli immediatamente spedì contra di Napoli. Ma ritrovarono quel popolo che non dormiva, ed accorse valorosamente alla difesa. Però, dopo aver dato il sacco ad alcune castella di que' contorni, se ne ritornarono a Salerno. Quivi raunata una poderosa armata di Siciliani e Pugliesi, e spintala addosso al castello di Prata, tuttochè fosse luogo forte, quasi in un momento se ne impadronì, e lo diede alle fiamme. Nello stesso primo giorno sottomise Altacoda, la Grotta e Summonte: il che sparse il terrore fra i Beneventani, Capoani e Napoletani suoi avversarii. Inoltratosi poi verso il principato di Capoa, prese Palma e Sarno. Intanto il conte Rainolfo animò tutti i suoi aderenti, ed uscì in campagna collo esercito suo per fermare i progressi di Ruggieri. Ma questi, dopo aver munite le rive del fiume Sarno di cavalieri e d'arcieri, per impedire al conte il passaggio, andò a mettere l'assedio a Nocera, città forte del principato di Capoa. V'era dentro Ruggieri da Surriento con buona guarnigione, animoso guerriero, e risoluto di ben difenderla; ma per tradimento d'alcuni gli convenne depor l'armi e rendersi. Passò di là il re Ruggieri contra le terre del conte Rainolfo, e ne conquistò alcune: il che veduto dal conte, per consiglio de' suoi, mandò a trattar di pace. Ruggieri diede allora luogo alla collera contra del cognato, e purchè egli si sottomettesse, accettò la proposizione di restituirgli la moglie e il figliuolo. Presentossi dunque il conte al re, e inginocchiatosi volle baciargli i piedi. Nol consentì Ruggieri, e baciatolo in volto, pacificossi con lui, e ne ricevette il giuramento di fedeltà. Trattò in tale occasione Rainolfo anche della pace con Roberto principe di Capoa; e il re s'indusse a concederla, purchè Roberto prima della metà del mese d'agosto si riconoscesse suo vassallo, e cedesse le terre perdute. Era in questo mentre ito a Pisa Roberto, per implorare il promesso soccorso da papa Innocenzo e dai Pisani. Passato quel termine, il re, veggendo non essere accettata l'esibita pace, s'impossessò di Castello a Mare, e di altre terre d'Ugo conte di Boiano. Andò al monistero di Telesa[1780], dove fu ben accolto da Alessandro abbate, scrittore poi dei fatti del re medesimo; e di là s'inviò alla volta della nobilissima città di Capoa. Niuna difesa volle far quel popolo, con attendere solo a placarlo; e però uscito in processione, con grande onore l'accolse, e con inni e lodi il condusse alla chiesa maggiore e gli giurò fedeltà. Si accigneva appresso il re Ruggieri, dopo essersi impadronito di Aversa e del resto del principato capoano, a passar contra di Napoli; ma Sergio duca di quell'inclita città, giudicando meglio di non aspettar la tempesta, venne in persona a rendersi, cioè a sottoporsi come vassallo alla di lui sovranità. Altrettanto fecero quei della casa di Borello. Presentossi anche Ruggieri sotto Benevento, con obbligar quel popolo a prestargli giuramento di fedeltà, salvo nondimeno l'omaggio dovuto al papa. Però non fu pigro l'antipapa Anacleto a volar colà, e a ripigliarne il possesso, con far poscia demolir le case d'alcuni di que' cittadini che non erano in sua grazia. Così in breve tempo ridusse il re Ruggieri sotto il suo dominio quel vasto e fioritissimo paese. Dopo di che pieno di gloria se ne tornò a Salerno, e di là in Sicilia. Roberto principe di Capoa restò in Pisa presso papa Innocenzo, aspettando amendue con pazienza migliori venti dal settentrione, cioè dall'_imperadore Lottario_. Scrive Landolfo da san Paolo[1781] che in quest'anno il principe _Corrado_, cioè lo stesso che dai Milanesi avea conseguita la corona del regno d'Italia, _altiori consilio potitus, imperatoris Lotharii vexillifer est factus_, cioè si era riconciliato coll'imperadore. Ma raccontando altri scrittori, che questa pace solamente seguì nell'anno prossimo venturo, o Landolfo anticipò il tempo, oppure s'incominciò in quest'anno il trattato della concordia, e poi si compiè nel seguente. Fino a questi tempi menò i suoi giorni _Folco marchese_ d'Este, figliuolo del celebre marchese _Azzo II_, e progenitore della linea de' marchesi di Este, che fiorisce tuttavia nei duchi di Modena. Ciò apparisce da uno strumento di cession di beni da lui fatta al monistero di san Salvatore della Fratta[1782]. Quanto di vita gli restasse dipoi, non so dire. Ben so, ch'egli giunto al fine dei suoi giorni, lasciò dopo sè quattro figliuoli, cioè _Bonifazio_, _Folco II_, _Alberto_ ed _Obizo_, e fors'anche il quinto, chiamato _Azzo_. Portarono tutti il titolo di _marchesi_, siccome costa dai loro strumenti, e signoreggiarono in Este, Rovigo e nelle altre antiche terre della casa di Este.
NOTE:
[1767] Labbe, Concil., tom. 10.
[1768] Cardinal. de Aragon., in Vit. Innocentii II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[1769] Baron., Annal. Ecclesiast.
[1770] Petrus Cluniacens., lib. 3, Epist. 27.
[1771] Fiorent., Memor. di Matil., lib. 2, pag. 347.
[1772] Antiq. Italic., Dissert. XVII.
[1773] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1774] Bernardus, Epist. 131.
[1775] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 41.
[1776] In Vit. S. Bernardi, lib. 2, cap. 2.
[1777] Bernardus, Epist. 314.
[1778] Falco Beneventanus, in Chron.
[1779] Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 54.
[1780] Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 65.
[1781] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 42.
[1782] Antichità Estensi, P. I, cap. 32.
Anno di CRISTO MCXXXV. Indizione XIII.
INNOCENZO II papa 6. LOTTARIO III re 11, imper. 3.
Quanto le conquiste e vittorie rendeano più orgoglioso il _re Ruggieri_, altrettanto affliggevano il buon pontefice _Innocenzo II_, dimorante in Pisa, che sempre più mirava allontanarsi la speranza di rientrare in possesso della città di Roma. Seco ancora si trovava _Roberto principe_ di Capoa dopo la perdita del suo principato[1783]. Però frequenti lettere esso papa andava scrivendo all'imperador Lottario, per muoverlo a soccorrere la Chiesa di Dio, e a reprimere il re Ruggieri nemico dell'imperio. Assicurò in quest'anno l'Augusto suddetto i suoi propri interessi in Germania col dare la pace a varii suoi nemici e ribelli. I più potenti ed ostinati erano finora stati _Federigo duca_ di Suevia e _Corrado_ suo fratello. Fin l'anno precedente _Arrigo duca_ di Baviera e Sassonia, genero dell'imperadore, dopo aver sostenuta con vigore negli anni addietro la guerra contro i due suddetti fratelli, avea tolta loro la città d'Ulma: colpo che sbalordì forte il duca Federigo, di modo che, mentre la imperadrice Richenza si trovava nella badia di Fulda, egli co' piedi nudi comparve alla di lei presenza, per implorar la grazia dell'Augusto suo consorte. Fu accettata la di lui umiliazione, e l'imperadrice dopo averlo fatto assolvere dalla scomunica per mezzo del legato apostolico che si trovava presso di lei[1784], trattò dipoi una piena concordia, a cui ebbe parte anche _san Bernardo_, che in questi tempi, mercè della sua santità ed eloquenza, era il mediatore di tutti i grandi affari. In quest'anno adunque nel dì 17 di marzo tenne l'Augusto Lottario una solenne dieta di quasi tutti i principi della Germania in Bamberga. Colà arrivò anche il duca Federigo, e gittandosi ai piedi dell'imperadore, umilmente il supplicò della sua grazia, che non gli fu negata, con impegnarsi di accompagnare l'imperadore nella spedizion d'Italia, già risoluta per l'anno seguente. Oltre ai legati del papa, che il sollecitavano a venire, mandò ancora _Giovanni_ Comneno imperador de' Greci i suoi al medesimo Lottario con ricchi presenti, per confermar la pace ed amicizia fra l'uno e l'altro imperio, ed anche per muoverlo contra del re Ruggieri, il cui ingrandimento recava già non lieve gelosia ai Greci stessi. Diede udienza Lottario a questi ambasciatori nella festa dell'Assunzione della Vergine in Mersburg, e li rimandò ben regalati e contenti. Poscia dopo la festa di san Michele di settembre, trovandosi esso imperadore in Mulausen, colà venne _Corrado_ fratello del suddetto duca Federigo, tutto umiliato, ed avendo ottenuta l'assoluzion della scomunica da _Corrado arcivescovo_ di Maddeburgo, fu ammesso all'udienza dell'imperadore, a' cui piedi espresse il suo pentimento per la già usurpata corona d'Italia, ed implorò il perdono di tutti i suoi falli, che l'ottimo Augusto buona volontà gli concedette. Nella festa poi del Natale chiamò Lottario alla città di Spira tutti i principi, e con essi concertò la spedizion d'Italia, tanto sospirata dal romano pontefice. Altre novità succederono in quest'anno in Italia. Dopo il suo ritorno in Sicilia gravemente infermatosi il re Ruggieri, fece temer di sua vita[1785]. Non s'era egli per anche ben riavuto dal male, che la regina _Alberia_ sua moglie fu sorpresa da più gagliarda malattia, che la portò all'altra vita; principessa per la sua religione e per le sue tante limosine di memoria benedetta fra i Siciliani. Tal malinconia ed afflizione per questa perdita assalì il re consorte, che serratosi in camera, come inconsolabile, per più giorni non si lasciò vedere se non da' suoi più intimi familiari. Come suol accadere in simili casi, cominciò a prendere piede, e a volar dappertutto la fama che Ruggieri più non fosse vivo, e che per politica si occultasse la morte sua.
Pertanto pervenuta questa voce a Pisa, _Roberto principe_ di Capoa affrettò il soccorso promesso a lui da' Pisani, e con circa otto mila combattenti e con venti navi di quel popolo[1786] si portò nell'aprile di quest'anno a Napoli, dove sì egli che il _duca Sergio_ alzarono bandiera contra del creduto defunto Ruggieri. Altrettanto fece ancora il _conte Rainolfo_, figurandosi anch'egli di poter così operare a mano salva, perchè persuaso della morte del sovrano a cui aveva giurata fedeltà. Allora fu che il popolo di Aversa, tuttochè non mancasse chi asseriva molto ben vivo il re, ribellatosi, richiamò l'antico suo principe Roberto. Volevano i Pisani marciare di là addosso a Capoa, sperandone la conquista; ma furono ritenuti da chi sapea esservi un buon presidio, comandato da Guarino, consiglier di Ruggieri, uomo accorto, il quale mandò legata a Salerno la gente più sospetta di quella città, ed uscì ancora in campagna contra dei nemici, portandosi al fiume Chiano. Il non veder comparire alcuno dalla Sicilia, accresceva ogni dì più la credenza della morte del re: quand'ecco arrivare esso re a Salerno nel dì 5 di giugno, e dar subito gli ordini per unir tutte le sue forze. La prima sua impresa fu contro la città di Aversa, da cui essendo fuggita buona parte di que' cittadini per paura a Napoli, non credendosi ivi sicuro il _conte Rainolfo_, anche egli tenne la medesima via. Restò la dianzi opulenta città alla discrezion di Ruggieri, che, dopo averla abbandonata al sacco, la fece dare alle fiamme. Devastò poscia tutti i contorni di Napoli; e Guarino suo cancelliere inviato contro le terre del suddetto conte, s'impadronì dell'amena città di Alife e di sant'Angelo. Perchè Caiazzo e Sant'Agata fecero resistenza, passò lo stesso Ruggieri all'assedio di esse, e le costrinse alla resa. Di là tornò ad infestar Napoli; ma conoscendo troppo difficile la conquista di quella forte città, se ne ritirò, comandando solamente che si rifabbricasse Cucolo ed Aversa, per ristrignere ed infestare coi loro presidii i Napoletani. Alle calde istanze di Roberto principe di Capoa, e, come si può credere, anche di papa Innocenzo, spedirono i Pisani in questo anno altre venti navi con gente guerriera a Napoli per opporsi agli attentati del re Ruggieri. Trovavasi allora la città di Amalfi senza milizia, perchè impegnati gli abili all'armi dal re parte per mare e parte in terra contra de' suoi nemici. Animaronsi perciò i Pisani ad assalire una mattina quella città, e l'assalirla e il prenderla fu lo stesso. Andò tutta a sacco quella ricchissima città; innumerabile e prezioso fu il bottino che vi fecero e ne asportarono alle lor navi i Pisani. In questa congiuntura, vecchia tradizione fra i Pisani è stata che i lor maggiori, trovato in Amalfi l'antichissimo e rinomato codice delle Pandette pisane, lo portassero colle altre spoglie a Pisa, da dove poi per le disgrazie di quella repubblica passò a Firenze. V'ha uno scrittore del secolo quartodecimo, da me dato alla luce, che lo accenna. Se possa l'asserzion sua bastare, s'è disputato fra due valenti letterati in questi ultimi tempi: intorno a che nulla io oserei di decidere. Ben so che nell'anno presente 1135, chiamato da' Pisani secondo il loro stile 1136, toccò ad Amalfi la disavventura suddetta. Poscia i Pisani fecero lo stesso giuoco[1787] alla Scala, a Revello e ad altri piccioli luoghi. Ma saputosi dal re Ruggieri il guasto dato dall'armi pisane, da Aversa accorse colà colla sua armata, e trovati i Pisani all'assedio della Fratta, diede loro una considerabile spelazzata con ucciderne o farne prigioni circa mille e cinquecento. Fra i prigioni si contarono due de' consoli pisani, e il terzo vi lasciò la vita. Se ne tornarono i restanti alla lor patria colle navi cariche di spoglie, e con esso loro andò ancora il principe Roberto. Ruggieri, dopo essere tornato ai danni dei Napoletani, e fatto tagliar loro gli alberi portanti le viti, andò a Benevento, dove colla bandiera investì del principato di Capoa _Anfuso_ suo terzogenito (nome che è lo stesso che _Alfonso_), e dichiarò conte di Matera Adamo suo genero. Disposti poi gli affari della Puglia, e creati nel dì del santo Natale cavalieri _Ruggieri duca_ suo primogenito, e _Tancredi principe_ di Bari suo secondogenito, se ne andò dipoi in Sicilia. Per quanto crede il signor Sassi[1788], nel dì 29 di luglio dell'anno presente eletto fu arcivescovo di Milano _Robaldo_ ossia _Roboaldo_ vescovo d'Alba, il quale fu detto che accettasse l'elezione con patto di ritener il primiero suo vescovato[1789]. E circa questi tempi uscirono i Milanesi in campagna contra de' Cremonesi, ma con poca fortuna, perchè furono fatti prigioni cento trenta de' loro soldati a cavallo. Apparisce ancora da una lettera di san Bernardo[1790] che anche i Piacentini ebbero nelle lor prigioni altri Milanesi. Accadde circa questi tempi che il deposto arcivescovo _Anselmo_, colla speranza di aver soccorso dall'antipapa Anacleto, si mosse per Po alla volta di Roma. Nelle vicinanze di Ferrara fu preso da Goizo de Martinengo, e inviato prigione a Roma nel mese d'agosto. Quivi l'infelice consegnato a Pietro Latrone ministro del papa, nello stesso mese finì i suoi giorni, senza sapersi se di morte naturale. Come poi si arrischiasse il papa a trasmettere un prigione di tanta conseguenza a Roma, dove comandava l'antipapa, non si può intendere, se non supponendo che anche il partito d'esso pontefice ritenesse tuttavia assai vigore e delle fortezze in quella città.
NOTE:
[1783] Annalista Saxo.
[1784] Abbas Urspergensis, in Chron.
[1785] Alexander Telesinus, lib. 3, cap. 1.
[1786] Falco Beneventanus, in Chron.
[1787] Alexander Telesinus, lib. 3, cap. 20.
[1788] Saxius, in Notis ad Hist. Landulfi junior.
[1789] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 42.
[1790] S. Bernard., Epist. 131.
Anno di CRISTO MCXXXVI. Indizione XIV.
INNOCENZO II papa 7. LOTTARIO III re 12, imper. 4.