Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 52

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Fu l'anno presente l'ultimo della vita di _Arrigo_ fra i re _quinto_ e _quarto_ fra gli imperadori[1669]. Concordano in questo fatto troppi storici: laonde non è da ascoltare chi parla di sua morte o nel precedente o nel susseguente anno. Accadde questa nel dì 23, oppure nel 22 del mese di maggio, senza ch'egli lasciasse prole dopo di sè. Trattossi dunque nella dieta de' principi dell'elezion del successore, e fra i candidati si contavano[1670] _Lottario duca_ di Sassonia, _Federigo duca_ di Suevia, _Leopoldo marchese_ d'Austria e _Carlo conte_ di Fiandra. Concorsero i voti della maggior parte in _Lottario_, terzo fra i re d'Italia, e poi secondo fra gl'imperadori, il quale contro sua voglia eletto nel dì 30 d'agosto, fu coronato re di Germania nel dì 13 di settembre. Erano passate fra questo principe e l'ultimo Arrigo Augusto molte dissensioni e guerre, per le quali Lottario, uomo per altro valorosissimo, era stato una volta assai umiliato, e però conservava egli un mal talento contra tutti i di lui parenti. Tali erano fra gli altri il suddetto _Federigo_ duca di Suevia, e _Corrado_ suo fratello, che l'Urspergense chiama duca di Franconia, perchè figliuoli di Agnese sorella del suddetto Arrigo V ed eredi del medesimo Augusto. Avea lo stesso Federigo condotte seco alla dieta circa trenta migliaia di combattenti, sperando o col terrore o col favore di poter conseguir la corona. Escluso, rivolse l'armi contra del nuovo re; ma per interposizione dei vescovi si quietò per allora, e gli fece poi più guerra ne' seguenti anni per mezzo ancora del suddetto Corrado suo fratello, dopo averlo, coll'aiuto di alcuni principi suoi parziali, creato re di Germania, siccome vedremo andando innanzi. Non so io dire se in questo, oppure nel seguente anno, come vuole il signor Sassi, desse fine a' suoi giorni _Olrico arcivescovo_ di Milano. Ben so che a lui succedette _Anselmo da Pusterla_[1671]. E perciocchè, oltre ad uno strumento recato dal Puricelli[1672], da cui apparisce che questo Anselmo anche nell'anno 1123 s'intitolava _arcivescovo di Milano_, s'ha la medesima notizia chiaramente confermata dall'anonimo contemporaneo poeta della guerra di Como[1673]: come ciò possa essere l'hanno cercato eruditi scrittori. Continuo io a credere, siccome conghietturai nella prefazione al suddetto anonimo poeta, che vivente il suddetto Olrico, prima dell'anno 1123 fosse eletto suo coadiutore il medesimo Anselmo, e che in questi tempi colla coadiutoria andasse unito anche il titolo di arcivescovo: del che ho recato un altro esempio di questo secolo nella chiesa milanese. Essendo poi mancato di vita Olrico o nel presente o nel seguente anno, allora Anselmo restò solo ed attuale arcivescovo di Milano.

Non pochi fatti di guerra succederono ancora in questo anno fra i Milanesi e Comaschi con varietà di fortuna. Tornarono i primi all'assedio di Como, ma ne furono valorosamente respinti. Varie battaglie ancora si fecero nel lago Lario, ossia di Como, e senza mai perdersi d'animo tennero forte i Comaschi contro la potenza de' nemici. Ma essendo passato a miglior vita _Guido_ loro vescovo, cominciarono da lì innanzi ad andare i loro affari di male in peggio. Tornò nell'anno presente a Venezia[1674] la vittoriosa flotta del doge di Venezia _Domenico Michele_. Prima nondimeno essendo seguita rottura coll'imperador di Costantinopoli _Giovanni Comneno,_ gli fecero guerra col prendere e dare a sacco le isole di Samo, Mitilene ed Andro. Venuti parimente in Dalmazia, ricuperarono dalle mani degli Ungheri le città di Spalatro e di Traù. Cacciarono anche dalla marittima terra di Belgrado, diversa da quella che sta al Danubio, gli Ungheri; e quindi ricevuti con grande onore dal popolo di Zara, dove si fece la distribuzion della preda, felicemente e con trionfo si restituirono alla lieta lor patria. Nella state dell'anno presente i Genovesi con dieci galee scorsero il mare di Corsica e Sardegna sino a Porto Pisano[1675], con prender molti Pisani, merci e legni de' medesimi. Trovata ancora una lor cocca, che portava quattrocento uomini e un ricco carico, la perseguitarono per quattro giorni. Per fortuna di mare fu d'uopo lasciarla; ma questa andò poi a rompersi all'imboccatura dell'Arno. Presero dipoi e saccheggiarono Piombino nel mese di settembre, conducendo prigioni a Genova tutti quegli abitanti grandi e piccioli.

NOTE:

[1669] Abbas Urspergens., in Chron. Otto Frisingensis, in Chron. Robertus de Monte et alii.

[1670] Otto Frisingens., lib. 7, cap. 17. Dodechin., in Chron.

[1671] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 37.

[1672] Puricell., Monument. Basil. Ambrosian.

[1673] Anonymus Comensis, in Poem., tom. 5 Rer. Ital.

[1674] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital. Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[1675] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCXXVI. Indizione IV.

ONORIO II papa 3. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 2.

Un insigne accrescimento di potenza si fece in questi tempi, per attestato di Dodechino[1676], alla linea germanica degli estensi duchi di Baviera. Cioè in questo, oppure nell'anno precedente, mancò di vita _Arrigo il Nero_ duca di Baviera, il quale s'era ritirato nel monistero di Weingart[1677], con lasciare gli Stati ad _Arrigo IV_ e _Guelfo VI_ suoi figliuoli. Restarono di lui ancora _Corrado_, che, sprezzato il mondo, morì poi in concetto di santità, e quattro figliuole: fra le quali _Giuditta_, maritata con _Federigo _ duca di Suevia, fu madre del famoso imperadore _Federigo I_ soprannominato Barbarossa. Ora il suddetto Arrigo IV, che poi venne da alcuni moderni scrittori appellato il _Superbo_ per distinguerlo dagli altri di questo nome, fu considerato dal _re Lottario_ per quel principe che meritasse più degli altri la confidenza ed amore suo, stante la sua potenza, e insieme l'antica nimistà che passava tra la casa de' Guelfi, il cui sangue e la cui eredità era passata in lui, e la casa ghibellina, da cui discesero i tre ultimi Arrighi imperatori, con lasciar eredi anche delle loro gare i due fratelli Federico duca di Suevia e Corrado. Perciò Lottario, affine di maggiormente accrescere la possanza di Arrigo IV duca di Baviera, gli conferì in quest'anno anche il ducato della Sassonia: con che egli potea paragonarsi ai re, se non nel titolo, certamente nell'ampiezza del dominio, perchè allora i nobilissimi ducati della Baviera e Sassonia erano di maggior estensione che oggidì. Un altro riflesso ebbe in ciò il re Lottario, perchè già meditava di dare in moglie ad esso Arrigo l'unica sua figliuola _Geltruda_. Anzi non mancano scrittori[1678] che credono contemporanee tali nozze, celebrate nell'anno susseguente, coll'investitura del ducato della Sassonia: e forse questo può sembrar più probabile. L'anno presente verisimilmente quel fu in cui _Anselmo_ da Pusterla, novello arcivescovo di Milano, contro la volontà del suo clero e popolo si portò a Roma per trattare del pallio che il papa ricusava di inviargli a Milano[1679]. A questa sua risoluzione si opponevano i Milanesi, pretendendo una novità pregiudiziale alla dignità del loro arcivescovo il dover andare a prendere in Roma quel pallio che i precedenti pontefici per li loro legati aveano inviato in addietro a Milano. Colà giunto Anselmo, ebbe un bell'allegare privilegii e consuetudini favorevoli al suo diritto. Papa _Onorio II_ stette saldo in volere che ricevesse il pallio o dalle sue mani, o sull'altare di san Pietro. Anselmo, chiesto parere a _Roberto vescovo_ d'Alba, che il dissuase dal sottoporsi a questo aggravio e discredito, se ne tornò senza pallio a Milano. Ma non fu ammesso nel palazzo archiepiscopale, se non dopo avere Uberto da Marignano suo cancelliere e il vescovo d'Alba giurato ch'egli non avea acconsentito a pregiudizio alcuno della chiesa milanese. In quest'anno ancora, per attestato di Caffaro[1680], i Genovesi colla lor flotta arrivarono alla bocca d'Arno. Sbarcati, furono alle mani colla fanteria e cavalleria de' Pisani. Passati poscia a Vado, distrussero quasi tutto quel castello, e di nuovo per battaglia s'impadronirono del castello di Piombino, che già si cominciava a rifabbricare. Portatisi di poi in Corsica, presero il castello di san Giovanni, con far prigioni trecento Pisani. Parimente in quest'anno[1681] tornò l'esercito de' Milanesi contra della città di Como, con bloccarla ed occupare le colline d'intorno e la valle di san Martino. Erano coi Milanesi anche i Lodigiani e Cremaschi, coll'aiuto dei quali si renderono padroni della valle di Lugano. Sempre più perciò peggioravano gli affari del popolo comasco.

NOTE:

[1676] Dodechinus, in Chron.

[1677] Chron. Monaster. Weingart.

[1678] Helmoldus, Chron. Slav., lib. 1, cap. 55.

[1679] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap 38.

[1680] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.

[1681] Anonymus Poeta Comensis, tom. 5 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCXXVII. Indizione V.

ONORIO II papa 4. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 3.

Diede fine in quest'anno alla sua vita in Salerno, capitale allora dei duchi di Puglia, nel dì 20 di luglio[1682] _Guglielmo duca_ di Puglia, compiuto di poco l'anno trentesimo di sua vita. Non aveva egli ricavata prole alcuna da sua moglie, figliuola del principe di Capoa, la quale vinta dal dolore, tagliatisi i suoi bei capegli, fra le lagrime e gli urli andò a gittarli sopra il petto del defunto consorte. Concorse ancora tutto il popolo di Salerno a deplorar la morte di questo buon principe, il cui cadavero con reale magnificenza fu seppellito in quella metropolitana. Appena arrivò questa nuova a _Ruggieri conte_ di Sicilia, che non perdè tempo a passar con sette galee presso a Salerno, e di là si studiò d'indurre quel popolo a prenderlo per loro signore, allegando la stretta parentela e la promessa fattagli dallo stesso duca Guglielmo di dichiararlo suo erede in mancanza di figliuoli. Hanno anche scritto alcuni che veramente Guglielmo col suo testamento gli mantenne la parola; ma di ciò non resta alcun buon fondamento. Se creder vogliamo a Falcone Beneventano, per dieci giorni si fermò il conte Ruggieri in nave, cercando pur di trarre alle sue voglie i Salernitani, che trovò molto alieni del darsi a lui, forse perchè riputavano erede più legittimo e prossimo ab intestato _Boamondo II_ principe d'Antiochia, nipote di Roberto Guiscardo, oppure per altri motivi. Ma finalmente chiamati a parlamento quei cittadini col loro arcivescovo _Romoaldo_, diverso dallo storico, con sì belle parole e promesse di buon trattamento loro parlò, che fatto dipoi generale consiglio, l'accettarono per loro signore. Alessandro, chiamato da altri abbate Celesino, ma che senza dubbio si dee appellar Telesino, perchè abbate di Telesa, scrittore di questi tempi, aggiugne una particolarità cioè:[1683] che i Salernitani, parlando con Sarolo ossia Saroto, messo del conte, esagerarono gli aggravii loro fatti dal duca Guglielmo e da' suoi antecessori, e che, temendo altrettanto dal conte Ruggieri, non gli si voleano sottomettere. E perchè Sarolo rispose loro con qualche villania, se gli avventarono addosso e il privarono di vita. Non ostante sì grave offesa, stette fermo il conte; e dissimulando il suo sdegno, seguitò a trattare, finchè indusse quel popolo a riceverlo per principe, a condizione nondimeno che restasse in lor mano la guardia della torre maggiore, ossia della rocca. Ruggieri, uomo che ben sapea il suo conto, accordò loro tutto, purchè si mettesse in possesso di Salerno. Altrettanto fece con _Rainolfo_ conte di Alife, a cui concedette esorbitanti dimande, per averlo dalla sua nella già incominciata conquista della Puglia. L'esempio di Salerno si tirò dietro gli Amalfitani, che, nel darsi al conte Ruggieri, ottennero anch'essi di ritenere in lor potere le fortezze di quella città. Aggiugne Falcone che il conte Ruggieri ridusse dipoi alla sua ubbidienza anche le città di Troia e di Melfi, ed altre parti della Puglia, e se gli suggellarono alcuni baroni di quelle contrade. Ma giunto a Roma l'avviso di questi progressi del conte Ruggieri, se ne alterò forte papa _Onorio II_ con tutta la sua corte, tra perchè dovea pretendere devoluto il feudo della Puglia alla santa Sede, e perchè non gli dovea piacere l'ingrandimento d'un principe signore della Sicilia, il quale, se diveniva padrone anche della Puglia e Calabria, avrebbe potuto dar la legge a Roma stessa. Però cominciò a far pratiche per impedire gli avanzamenti del conte Ruggieri.

Passò esso papa a tal fine a Benevento, indi alla città di Troia, che gli prestò ubbidienza. Gli avea già il conte Ruggieri spediti ambasciatori con ricchi regali, per impetrar l'investitura del ducato di Puglia e Calabria; e tuttochè esibisse di rilasciare al papa la città di Troia e Montefosco, niun partito si volle ascoltare, essendo insperanzito il pontefice di metter sotto l'immediato suo dominio tutto quel ducato, oppure disegnando d'investirne il giovane Boamondo II principe d'Antiochia, a cui con più ragione appartenevano quegli Stati. Ora veggendo il conte Ruggieri sì mal disposto verso di lui l'animo del papa, comandò a' suoi uffiziali di cominciar le ostilità contro la città di Benevento: il che fu cagione ancora ch'esso papa Onorio si trasferisse colà. Quivi egli fulminò la scomunica contra d'esso conte, e di chiunque gli prestasse aiuto: il che servì a Rainolfo conte d'Alife per abbandonar Ruggieri, e seguitar la parte del romano pontefice. Dimorava tuttavia in Salerno il conte Ruggieri, e di là spedì altri ambasciatori a Benevento, pregando il papa di concedergli il ducato; ma furono ancor questi rimandati con sole dure risposte. Il perchè Ruggieri perduta la pazienza, e conoscendo volerci altro che preghiere e parole per piegare l'animo indurito del pontefice, se ne tornò in Sicilia, risoluto di cercar colla forza ciò che non poteva ottener colle maniere amichevoli di pace; e senza licenza del papa assunse il titolo di duca. Intanto i Milanesi, più che mai ansanti di sottomettere la città di Como[1684], fecero venir da Genova e da Pisa buona copia d'artefici, atti a fabbricar navi, castelli di legno, grosse baliste ed altri ordigni di guerra. Ottennero gagliardi soccorsi da Pavia, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Albenga, Piacenza, Parma, Mantova, Ferrara, Bologna, Modena e Vicenza, siccome ancora dal conte di Biandrate, dalla Garfagnana e da altre parti. Dal che vegniamo a conoscere che tutte le suddette città si governavano a repubblica, nè più erano governate dai ministri imperiali. Con questo possente esercito si portarono i Milanesi all'assedio di Como, che fu con vigore sostenuto da' cittadini, finchè ebbero forze. Ma in fine, veggendo vicina la rovina loro, presero la risoluzione d'imbarcar una notte tutte le loro donne e figliuoli col meglio delle sostanze; e fatto nello stesso tempo un grande strepito nella città, e una sortita sopra i nemici, affinchè non inquietassero le preparate navi, anch'essi dipoi imbarcatisi sul lago, navigarono al castello di Vico, con animo di quivi vendere caro la lor libertà e la vita. Entrati la seguente mattina i Milanesi nella città, si avvidero della fuga degli abitatori. Di là passarono al suddetto castello di Vico; ma trovandolo inespugnabile, e necessario gran tempo e spesa per vincere la costanza de' Comaschi, diedero finalmente orecchio alle proposizioni di pace. Fu questa infatti stabilita, conservati i beni ai cittadini, ma condannata la città a perdere le mura ed ogni altra fortezza, e a prestare ubbidienza e tributo da lì innanzi a Milano. Pretesero il Puricelli e il padre Pagi che l'eccidio di Como seguisse nell'anno susseguente 1128, e il signor Sassi[1685] riferisce altri autori del medesimo parere. Ma essendo concordi gli storici milanesi e comaschi e Galvano Fiamma[1686] in riferir questo fatto all'anno presente, non credo che s'abbia da dipartire dalla loro opinione. E massimamente perchè nell'antico Calendario milanese, da me pubblicato[1687], è notato _anno Domini MCXXVII capta est civitas Comensium_. Forse i primi autori parlano della pace probabilmente conchiusa nell'anno seguente, e gli altri della presa della città accaduta nel presente. Ed ecco come, liberate le città lombarde dal giogo straniero, cominciarono a volgere l'armi l'una contra l'altra; male che mireremo andar crescendo per la matta ambizione da cui chi più può, più degli altri ancora si lascia sovvertire. Celebrò il re Lottario la festa di Pentecoste in Merseburg[1688], _ubi decentissimo multorum principum habito conventu unicam et dilectam filiam suam Gertrudem glorioso Bavariae duci Henrico, ducis Heinrici, et Vulfidae, magni ducis natae, filio, cum multa honorificentia in matrimonii honore sociavit_. L'Urspergense narra[1689] che in Augusta ne furono celebrate le nozze con rara magnificenza. Io ne fo menzione, perchè fatto spettante alla linea estense di Germania.

NOTE:

[1682] Falco Beneventanus, in Chron.

[1683] Alexander Telesinus, de Gest. Rogerii lib. 1, cap. 5.

[1684] Anonymus Poeta Comensis, tom. 5 Rer. Italic.

[1685] Saxius, in Not. ad Landulfum junior., cap. 37.

[1686] Gualvan. Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Ital.

[1687] Rer. Italic. Par. II, tom. 2.

[1688] Annalista Saxo.

[1689] Urspergens., in Chronic.

Anno di CRISTO MCXXVIII. Indizione VI.

ONORIO II papa 5. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 4.

Nel dì 19 di dicembre dell'anno precedente era mancato di vita _Giordano II_ principe di Capoa[1690], a cui succedette _Roberto II_ suo figliuolo. Per questa cagione, cioè per sostenere i diritti della sua sovranità, si portò _papa Onorio_ nel dì 30 di dicembre a Capoa, quivi accolto con varie finezze da Roberto. Invitati poscia i vescovi ed abbati sul principio di quest'anno con gran pompa ed allegria alla presenza del sommo pontefice, Roberto fu unto principe e prese l'investitura da esso papa. In tal congiuntura papa Onorio nella copiosa assemblea de' prelati e baroni espose le sue doglianze contra di Ruggieri conte di Sicilia per la guerra mossa ai Beneventani, e per l'usurpazione di vari luoghi della Puglia, invitando tutti alla difesa di quegli Stati, siccome dipendenti dalla Chiesa romana, e dando indulgenza plenaria a chiunque morisse in quella spedizione: ripiego strano, che tuttavia comincia a diventare alla moda, con far servire la religione agl'interessi temporali. _Roberto_ principe di Capoa, _Rainolfo_ conte d'Alife, _Grimoaldo_ principe, o, per dir meglio, signore di Bari, _Tancredi_ di Conversano conte di Brindisi, _Ruggieri_ conte d'Oria, ed altri conti e baroni, tutti con promesse magnifiche assunsero la difesa dei diritti pontificii, e si prepararono a sostener la guerra contra del conte Ruggieri. Confermò di nuovo il papa tanto ivi, quanto dipoi in Troia, la scomunica contra d'esso Ruggieri, ed inviò il principe di Capoa col conte Rainolfo all'assedio del castello della Pillosa nel dì 29 di gennaio, e con esso loro più di due mila Beneventani. Ma ossia che l'osso fosse duro, oppure, come fu allora creduto, che quei comandanti non operassero con buona fede, nulla di rilevante fu fatto per impadronirsene; del che concepì tale sdegno il pontefice, dimorante allora in Monte Sarchio, che se ne tornò nel distretto del ducato romano[1691]. Intanto venuta la primavera, il valoroso conte Ruggieri con un poderoso esercito di Siciliani passò lo Stretto; prese e spianò le terre d'Unfredo; se gli renderono Taranto ed Otranto, città di _Boamondo_ iuniore principe d'Antiochia, il quale miseramente poi nell'anno 1130 restò ucciso in Oriente dai Turchi. S'inoltrò il vittorioso Ruggieri, e stretta con vigoroso assedio la città di Brindisi, talmente la battagliò, che la costrinse alla resa. Colla stessa felicità s'impadronì della città di Oria e di molte altre castella. A questi dispiacevoli avvisi tornò papa Onorio II a Benevento, seco conducendo circa trecento soldati a cavallo romani; e ordinato a Roberto principe di Capoa, a Rainolfo conte e agli altri baroni di prendere l'armi, andò con grandi forze per opporsi alle vittoriose schiere del conte Ruggieri. Ma questi unita la sua gente, venne a postarsi al fiume Bradano, e quivi si accampò. Dall'altra parte anche l'esercito pontificio mise le tende, senza osare nè l'una nè l'altra parte di guadare il fiume per cercare il nemico. Alessandro abbate Telesino scrive, essersi trattenuto Ruggieri per riverenza al sommo pontefice. All'incontro Falcone[1692], favorevole ad esso pontefice, scrive che Ruggieri, _sentiens Apostolicum cum exercitu valido militum et peditum, et baronibus suis adversus se venientem, in montana secessit, devitans Apostolici virtutem, ne aliquo modo aliquid ei sinistrum contingeret; et sic per quadraginta dies Apostolicus ille ardenti sole mensis julii fatigatus comitem illum obsedit_. Tanta inazione, e l'essersi cominciato a scarseggiar di viveri e di paghe nel campo pontificio, cagione fu che disertavano a furia i soldati, e lo stesso principe di Capoa, siccome persona di delicata complessione, non potendo reggere alla sferza del caldo estivo e agli altri disagi, spiantò il suo padiglione per andarsene. Falcone, l'autor della Vita di questo papa[1693], ed altri scrittori incolpano d'infedeltà que' baroni, quasichè cercassero senza ragione motivi di ritirarsi. Comunque sia, il saggio papa, veggendosi esposto a pericolo di disonore e di perdite gravi, segretamente mandò Cencio Frangipane ad offerire al conte Ruggieri l'investitura del ducato, promettendo di dargliela in Benevento. Altro che questo non cercava Ruggieri, e però furono d'accordo. Andossene il papa a Benevento; gli tenne dietro Ruggieri con un buon corpo di sua gente, e andò a postarsi nel monte di san Felice fuori di Benevento. Pretendeva il pontefice che Ruggieri entrasse nella città a ricever quivi l'investitura; ma Ruggieri, principe cauto ed accorto, persiste sempre in dire che fuori e non entro di Benevento avrebbe ricevuto le grazie pontificie. Convenne pertanto che il papa uscisse, e fatto l'abboccamento al ponte maggiore presso il fiume, nell'ottava dell'Assunzion della Vergine, quivi papa Onorio II investì il conte Ruggieri del ducato di Puglia e Calabria nella stessa forma che s'era praticata con Roberto Guiscardo e col suo figliuolo e nipote.