Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 51

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Per attestato dell'Abbate Urspergense[1637], crebbero quest'anno in Germania le sollevazioni de' popoli, e specialmente della Sassonia, contra dell'_imperadore Arrigo_ scomunicato, per opera di _Adalberto arcivescovo_ di Magonza, dichiarato suo legato dalla Sede apostolica. Ne fremeva Arrigo; ma per non poter di meno, cominciò ad ascoltare consigli di pace. Intimata dunque una gran dieta in Virtzburg circa la festa di san Michele di settembre, quivi si trattò seriamente della rinunzia delle investiture, cagione di tanti scandali; e l'Augusto Arrigo vi condiscese. Restava l'impedimento della scomunica, e ciò fu rimesso al sommo pontefice: al qual fine restarono destinati ambasciatori che andassero a trattarne in corte di Roma. All'anno presente verisimilmente appartiene ciò che scrive dipoi il suddetto Pandolfo Pisano. Cioè fece _Guglielmo duca_ di Puglia correr voce del suo matrimonio colla figliuola del fu Alessio imperador di Costantinopoli, il che non si sa intendere; perchè se sussistono i documenti allegati dal Summonte[1638], questo principe avea già per moglie _Gaitelgrima_ figlia di Sergio principe di Sorrento, e questa sopravvisse a lui. Quel che è certo, Guglielmo si mise in viaggio per qualche suo importante affare alla volta di Costantinopoli, e prima di farlo, raccomandò a papa Callisto la protezion de' suoi Stati. Ruggieri iuniore, conte di Sicilia, in cuore di cui già cominciava a bollire lo spirito de' conquistatori, prese questa occasione per tentare d'impadronirsi (non si sa sotto qual pretesto) della Calabria e della Puglia. Assediata che ebbe in Calabria la rocca di Niceforo, il pontefice gl'inviò _Ugo_, uno de' più cospicui cardinali della Chiesa romana, per farlo desistere da quella violenza. Questi, gittate le parole al vento, se ne tornò a Roma. Allora il papa sdegnato si mosse in persona per trattar di questa briga, e passò in Puglia. Male per lui, perchè a cagione di una pessima influenza, o epidemia, i migliori de' suoi cardinali, e fra gli altri il suddetto Ugo, lasciarono la vita in quelle contrade. Lo stesso pontefice anch'egli v'ebbe a perdere la sua per una simile infermità, di cui seppe ben profittare il conte Ruggieri, perchè portò il papa a far quanto esso bramava. Quantunque poi continuasse ancora in questo anno la guerra in Milano contra di Como, narrata dal Poeta Comasco[1639], pure niuna prodezza si sente de' Milanesi. Solamente si legge che i Comaschi saccheggiarono varie terre del Milanese, come Varese, Binago, Vedano e Trezzo.

NOTE:

[1629] Pandulfas Pisanus, in Vit. Callisti II. Cardin. de Aragonia, in Vit. ejusd. Papae, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Falco Beneventanus, in Chronico.

[1630] Card, de Aragon., in Vit. Callisti II. Willelm. Tyr., lib. 12, cap. 8, Falco Benevent., in Chron.

[1631] Pandulfus Pisan., in Vit. Callisti II.

[1632] Falco Benevent., in Chron.

[1633] Anonym. Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.

[1634] Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 68 et 86.

[1635] Landulpus junior, Hist. Mediolan., cap. 36.

[1636] Romualdus Salernitanus, in Chron.

[1637] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1638] Summonte, Istor. di Napoli, tom. 1.

[1639] Poeta Comensis, tom. 5 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCXXII. Indizione XV.

CALLISTO II papa 4. ARRIGO V re 17, imper. 12.

Nel felicissimo presente anno ebbe finalmente fine la troppo lagrimevol discordia fra il sacerdozio e l'imperio per cagion delle investiture. Furono nel precedente anno spediti dalla dieta germanica per ambasciatori a Roma[1640] il vescovo di Spira e l'abbate di Fulda, affin di disporre questo importantissimo affare. Allora _papa Callisto_, veggendo le cose in buona disposizione, insieme coi suddetti inviò in Germania _Lamberto vescovo_ d'Ostia, _Sassone cardinale_ di santo Stefano in Monte Celio, e _Gregorio cardinale_ diacono di sant'Angelo, per legati apostolici, a darvi l'ultima mano. Tennesi dunque in Vormazia nell'anno presente una numerosissima dieta, dove l'Augusto Arrigo, sentendosi toccato il cuore da Dio, rinunziò in fine alla pretension delle investiture colla consegna dell'anello e del pastorale, giacchè con tale introduzione s'era introdotto nella Chiesa l'esecrabile abuso di vendere i vescovati e le badie. Cioè lasciò Arrigo V in libertà al clero e popolo di cadauna città l'elezione e consecrazione de' loro vescovi, e ai monaci quella de' loro abbati. Promise egli ancora di restituire alla Chiesa romana e a tutte le altre gli stati e i beni ch'egli per avventura o suo padre avessero usurpato, e diede una vera pace a papa Callisto II e alla santa Chiesa romana, e a chiunque era stato del suo partito. All'incontro papa Callisto accordò all'imperadore che le elezioni de' vescovi ed abbati del regno teutonico si facessero in presenza dell'imperadore o de' suoi messi, liberamente, e senza simonia o violenza; e, nascendo discordia, fosse questa rimessa al metropolitano coi vescovi provinciali. L'eletto poi dovea ricevere dall'imperadore l'investitura collo scettro degli Stati e delle regalie spettanti alla sua chiesa, eccettuate le appartenenti alla Chiesa romana. Nell'altre parti dell'imperio, consecrato che fosse l'eletto, nel termine di sei mesi egli prenderebbe l'investitura delle regalie. Nel dì 8 di settembre tenuta fu quella dieta in Vormazia, e il papa nel dì 25 d'esso mese spedì l'approvazione sua. Tutti si partirono colmi di letizia; e l'imperadore spedì poco appresso a Roma i suoi ambasciatori con regali, per confermare la sincerità del pentimento e della concordia sua. Ed ecco il sospirato fine di una sì lunga e deplorabil tragedia: tanto vi volle a sradicare un abuso che insensibilmente avea preso piede nella Chiesa di Dio contro tutti i riti dell'antichità, ne' quali sempre erano state libere le elezioni de' sacri pastori, con gravissimi fulmini emanati contra della simonia. È in uso tuttavia per la Germania l'accordo suddetto, e appartiene ai capitoli l'elezione dei loro vescovi. Che se taluno chiedesse, perchè dopo tante fatiche, sconcerti e guerre, per rimettere anche in Italia questa libertà delle elezioni già fatte dal clero e popolo, di essa non rimanga vestigio fra noi: rimetterò io volentieri al padre Tomasino e ad altri eruditi scrittori il dargli risposta, volendo io continuare l'intrapreso viaggio della presente storia.

Abbiamo da Falcone Beneventano[1641], che ribellatosi _Giordano_ conte d'Ariano a _Guglielmo duca_ di Puglia, questi non si sentendo con assai forze per domarlo, ricorse a _Ruggieri_ iuniore, conte di Sicilia. Per ottenere aiuto, bisognò comperarlo. _Medietatem suam palermitanae civitatis et Messanae, et totius Calabriae dux ille eidem comiti concessit, ut ei auxilium largiretur_. Avendo noi veduto di sopra all'anno 1088 che al conte Ruggieri seniore di lui padre era stata interamente ceduta la _Calabria_ dal duca Ruggieri figliuolo di Roberto Guiscardo, e padre di esso Guglielmo, non saprei dire chi di quegli autori abbia fallato. Col soccorso dunque di gente e danaro datogli dal conte fece il duca Guglielmo guerra al conte di Ariano. Ebbe anche soccorso da _Crescenzio cardinale_, governatore di Benevento; laonde colla presa d'alcune castella ridusse il ribello Giordano a venir colla corda al collo a chiedere misericordia. Finì per allora questa guerra; ma convenne ripigliarla da lì a pochi mesi, con varie avventure che io tralascio. Continuò, o si accese di nuovo la gara e guerra tra i Pisani e Genovesi. Racconta Caffaro[1642] che essi Genovesi fecero prigioni ben mille Pisani, e presero due loro galee. Durando poi tuttavia la guerra fra i Milanesi e Comaschi, riuscì ai primi di levar Lugano dalla suggezione ai secondi, i quali non lasciarono per questo di sostener il dominio loro in quel lago. Ma il Sigonio, fondato sopra altri autori, non ammette la presa di Lugano.

NOTE:

[1640] Abbas Urspergensis, in Chron. Pandulfus Pisanus, in Vita Callisti II.

[1641] Falco Beneventan., in Chron.

[1642] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCXXIII. Indizione I.

CALLISTO II papa 5. ARRIGO V re 18, imperad. 13.

Secondochè scrisse il Sigonio, e fondatamente provarono i padri Cossart e Pagi, nel dì 18, ovvero 19 di marzo dell'anno presente, e non già del precedente, come pensarono il Panvinio e il cardinal Baronio, fu celebrato il primo general concilio lateranense[1643], coll'intervento di trecento vescovi e di assaissimi abbati. Pandolfo Pisano[1644] scrive che vi furono novecento novanta sette tra vescovi ed abbati: numero che eccede la credenza. Quivi furono fatti varii decreti intorno alla disciplina ecclesiastica; confermato l'accordo seguito fra l'_imperadore Arrigo_ e la santa Sede; data oppure rinnovata l'assoluzion delle censure al medesimo Augusto; riprovate le ordinazioni fatte dall'antipapa Burdino, con altri canoni che si leggono nella Raccolta dei concilii. In questo concilio ancora, per quanto s'ha da Landolfo da san Paolo[1645], che v'era presente, si rinnovò la lite della precedenza tra _Olrico arcivescovo_ di Milano e _Gualtieri arcivescovo_ di Ravenna. Scrive quest'autore, che i due predecessori di Olrico, _Grossolano_ e _Giordano_, ebbero nei concilii romani la lor sedia alla destra del sommo pontefice, e però anche Olrico con fermezza sostenne il suo punto. Veggendo che gli era contrastato il posto nella prima sessione, non volle comparire nè al concilio nè al palazzo del papa. _Sed in quarta feria, dum synodus celebrata fuit, Olricus idem mediolanensis archiepiscopus ad dexteram apostolici Callisti nullo mediante sedit_. Per cagione di questi ed altri esempli credono gli scrittori milanesi apocrifa la bolla di papa Clemente II dell'anno 1087, riferita da Girolamo Rossi[1646], in cui stabilisce la precedenza dell'arcivescovo di Ravenna a quel di Milano. Furono finalmente in esso concilio[1647] fatte gravissime doglianze dai vescovi contra dei monaci, perchè già aveano occupate le chiese, le decime, le oblazioni, e ridotti i vescovi quasi al solo pastorale. Ma ebbero un bel dire. Il mondo restò qual era. Così in altri tempi altre querele sono insorte contro i frati mendicanti, ma un bel dire hanno avuto vescovi e parrochi. Crebbero in questi tempi[1648] le ruberie, le sedizioni e le iniquità in Germania, al contrario della città di Roma, in cui il valoroso papa _Callisto II_ pose la pace col mettere freno a tutti i prepotenti. _Tale_, scrive Falcone[1649], _tantumque pacis firmamentum infra romanam urbem temporibus praedicti Apostolici advenisse comperimus, quod nemo civium, vel alienigena arma, sicut consueverat, ferre ausus est_. Aggiunge il medesimo storico che in quest'anno ancora esso pontefice si portò a Benevento, dove accusato _Roffredo arcivescovo_ di quella città d'avere simoniacamente conseguita quella chiesa, si tenne giudizio per questo. Ma egli col giuramento suo, e di due vescovi e tre preti, si giustificò, e fece ammutir gli accusatori. Ho io prodotta[1650] una bolla del suddetto papa in favore dei canonici di Cremona, data _Laterani II nonas martii_. Un'altra parimente scritta _Laterani IV kalendas martii_ dell'anno presente ne ottennero i canonici regolari di san Cesario sul Modenese, per cui fu dichiarato che i monaci di Nonantola niuna giurisdizione aveano sopra la corte di Vilzacara, cioè sopra una parte o sopra il tutto del moderno san Cesario nel distretto di Modena. Si fecero in questo anno ancora varii fatti di guerra nel lago di Lugano tra i Milanesi e Comaschi, descritti dall'anonimo Poeta di Como[1651]. Raunarono molte navi i Milanesi a Porlezza loro castello, e di là passarono all'assedio del castello di san Michele, ma senza potersene impadronire. Ebbero per tradimento Lavena, ma perderono le lor navi prese dai nemici. Abbiamo poi dal Dandolo[1652] che circa questi tempi _Domenico Michele_ doge di Venezia mandò i suoi legati a Costantinopoli, per impetrare la bolla d'oro da _Giovanni_ Comneno imperador de' Greci; ma quell'Augusto, allontanatosi dal rito de' suoi antecessori, non la volle concedere. Nacque perciò guerra fra i Greci e Veneziani. Alle istanze poi di _Baldovino_ re di Gerusalemme, esso doge mise insieme un grosso stuolo di dugento legni, tra galee, barche da trasporto ed altre navi, e passò in Oriente[1653]. Trovata presso Joppe la flotta di Babilonia, composta di sessanta galee e d'altri legni, la mise in rotta. Di questa loro vittoria fa menzione anche Fulcherio Carnotense[1654] che si trovava allora in Terra Santa. Durando tuttavia la discordia fra i Genovesi e Pisani, a cagion dei vescovati della Corsica, suggettati all'arcivescovo di Pisa[1655], il pontefice Callisto II, a cui dispiacea troppo questa rottura fra due popoli che avrebbono potuto impiegar meglio le loro forze in Oriente contra degli infedeli, chiamò gli ambasciatori di questi due popoli al sopra mentovato concilio lateranense. Ne seguì un gran contraddittorio. Fu rimessa la decision dell'affare a dodici arcivescovi e a dodici vescovi, che dibatterono la pendenza, ma non vollero proferir la sentenza. _Gualtieri arcivescovo_ di Ravenna d'accordo cogli altri consigliò il papa di levar quelle chiese di sotto all'arcivescovo di Pisa. Ciò udito dall'arcivescovo di Pisa, cotanto si sdegnò, che gittò a' piedi del pontefice la mitra e l'anello con dirgli che non sarebbe più nè suo arcivescovo, nè vescovo. _Azzo_ dovrebbe essere stato questo arcivescovo, di cui oltre a quest'anno non parla l'Ughelli[1656]. Allora il papa con un piede spinse via la mitra e l'anello, e disse all'arcivescovo: _Fratello, hai mal fatto, e te n'avrai a pentire_. Nel giorno seguente poi nel pieno concilio ordinò a _Gregorio cardinal_ diacono di sant'Angelo, che fu poi papa Innocenzo II, di leggere il decreto, che da lì innanzi i vescovi della Corsica cessassero d'essere sottoposti alla chiesa pisana. A tutto questo fu presente lo stesso Caffaro istorico, il quale conferma la tenuta del concilio lateranense nell'anno presente. Però, in vece di calmar la dissensione fra i Genovesi e Pisani, questa sentenza maggiormente l'accese.

NOTE:

[1643] Labbe, Concilior., tom. 10.

[1644] Pandulfus Pisanus, in Vita Callisti II.

[1645] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 36.

[1646] Rubeus, Histor. Ravenn.

[1647] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4.

[1648] Urspergensis, in Chronico.

[1649] Falco Benevent., in Chron.

[1650] Antiquit. Italic., Dissert. LXII.

[1651] Anonymus Poeta Comens., tom. 5 Rer. Ital.

[1652] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1653] Bernardus Thesaur., cap. 117 et seq.

[1654] Fulcher. Carnotens., Histor., lib. 3.

[1655] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.

[1656] Ughell., Ital. Sacr., in Archiep. Pisan.

Anno di CRISTO MCXXIV. Indizione II.

ONORIO II papa 1. ARRIGO V re 13, imperad. 14.

Non oltre l'anno presente menò sua vita _Callisto II_, pontefice d'immortal memoria. Scrive Pandolfo Pisano[1657] ch'egli fece atterrar le torri di Cencio di Donna Bona, che erano una sentina d'iniquità, con ordine di non rifabbricarle mai più. Parla della sua pia liberalità verso le chiese di Roma, e massimamente verso la basilica vaticana, con altre sue gloriose azioni. Meritava ben più lunga vita un pontefice di sì rare qualità. Ma Iddio il volle per sè. Caduto infermo nel mese di dicembre dell'anno presente, prese i santi sacramenti, e fra le lagrime e i gemiti di tutti gli astanti cessò di vivere sopra la terra. Molto si stende il padre Pagi[1658] per accertare il giorno preciso di sua morte, pretendendo ch'egli mancasse di vita nel dì 13 del suddetto mese, e fosse seppellito nel giorno seguente. Resta nulladimeno, a mio credere, tuttavia alquanto dubbioso questo punto. Pandolfo Pisano, che era allora in corte di Roma, gli dice data sepoltura nella basilica lateranense _in festivitate sanctae Luciae_. E Falcone Beneventano[1659], anch'esso autore di questi tempi, racconta che egli terminò i suoi giorni _duodecimo die stante mensis decembris_. Probabilmente egli scrisse intrante. Comunque sia, dopo sette giorni di sede vacante fu eletto _Lamberto vescovo_ d'Ostia, nato nel territorio di Bologna, e persona letterata, che prese il nome di _Onorio II_. Tuttavia l'elezione sua non passò senza discordia e tumulto. I laici principali di Roma erano allora Leone della nobilissima casa de' Frangipani, e Pier Leone ossia Pietro di Leone, cioè figliuolo di un Leone ricchissimo Giudeo che s'era fatto cristiano, come s'ha dalla Cronica mauriniacense[1660], da san Bernardo e da altri. S'accordarono questi[1661] di trattare amichevolmente insieme, con segreto pensiero nondimeno di deludere l'un l'altro nel dare un successore al defunto pontefice. Fece il Frangipane una sera avvertir tutti i cappellani de' cardinali, che nella seguente mattina portassero seco il piviale rosso sotto il mantello, con intenzione di far dichiarare papa il suddetto Lamberto ostiense. Ma, non so come, essendosi nel giorno appresso raunati i vescovi nella chiesa di san Pancrazio presso al Laterano, quivi restò eletto papa _Tebaldo Boccadipecora_, cardinale di santa Atanasia, col nome di _Celestino_, consentendovi anche lo stesso vescovo Lamberto; e messogli addosso il piviale rosso, intonarono il _Te Deum_. Non erano alla metà, che Roberto Frangipane, forse fratello di Leone, con alcuni suoi parziali e con alcuni della corte proclamarono papa il suddetto _Lamberto vescovo_ d'Ostia, e il fecero vedere al popolo, il quale è da credere che anch'esso l'acclamò. Gran disputa dovette succedere; ma in fine prevalendo la potenza de' Frangipani, e cedendo con gloriosa umiltà ai suoi diritti il cardinale Tebaldo, restò papa l'ambizioso Lamberto, cioè _Onorio II_. Aggiugne poi l'autore della Vita di questo pontefice, a noi conservata dal cardinale d'Aragona[1662], che scorgendo Onorio dubbiosa e poco canonica l'esaltazione sua, dopo sette giorni depose il pontificato, e con una nuova universale elezione abilitato e confermato sanò gli antecedenti difetti. _Sed quia electio ipsius Honorii minus canonicae processerat, post septem dies in conspectu fratrum sponte mitram et mantum refutavit atque deposuit. Fratres vero tam episcopi, quam presbyteri et diaconi cardinales, videntes ipsius humilitatem, et prospicientes in posterum, ne in romanam Ecclesiam aliquam inducerent novitatem, quod perperam factum fuerat, in melius reformarunt; et eumdem Honorium denuo advocantes, ad ejus vestigia prociderunt, et tanquam pastori suo et universali papae consuetam sibi obedientiam exhibuere_. L'abbate Urspergense[1663] scrive che una parte dei Romani desiderò d'avere per papa _Gualtieri arcivescovo_ di Ravenna, _omni religionis testimonio satis commendatum_. Più che mai continuò in quest'anno la guerra fra i Genovesi e Pisani. Secondo la testimonianza di Caffaro[1664], venivano dalla Sardegna ventidue navi cariche di molto avere, scortate da nove galee pisane. Contra d'esse a vele gonfie navigarono sette galee genovesi, alla vista delle quali intimoriti i Pisani, si rifugiarono nel porto di Vado, e abbandonarono esse navi. I Genovesi con grande allegrezza condussero a Genova que' legni col loro valsente. Per attestato di Fulcherio Carnotense[1665] e del Dandolo[1666], si segnalarono in quest'anno ancora in Oriente l'armi de' Veneziani, comandate da _Domenico Michele_ loro doge. Cioè cogli altri crociati formarono l'assedio della ricchissima e riguardevol città di Tiro, e tanto la strinsero e battagliarono, che in fine que' cittadini turchi e saraceni furono costretti a capitolar la resa. Due parti d'essa città toccarono a _Baldovino re_ di Gerusalemme, _tertia hereditario jure Veneticis tam in urbe, quam in portu_: sono parole d'esso Fulcherio. Scrive il Dandolo che fu convenuto con quel re, _ut in omni civitate, quam caperent, Veneti unam rugam_ (vocabolo franzese latinizzato, significante _contrada_) _francam habeant, ecclesiam, balneum, clibanum, mensuras etiam bladi, vini, et olei; quae omnia libera sint, sicut propria regis. Et insuper annuatim CCC bysantia in festo apostolorum Petri et Pauli de funda Tyri habere debent_. Molto più scrive Bernardo Tesoriere[1667], con dire che si doveano pagare ogni anno _quatuor millia byzantiorum Saracenorum_ ai Veneziani; e che prendendo Ascalona e Tiro, _tertiam partem cum suis pertinentiis regaliter et libere obtinebunt_. Tali conquiste mirabilmente servirono alla mercatura e ad altri vantaggi de' Veneziani. Intesosi dipoi che l'imperador di Costantinopoli era dietro a recar danno alle terre d'essi Veneziani, venne la lor flotta a Rodi, e negandole quel popolo rinfreschi di viveri, presero quella città e le diedero il sacco con asportarne di molte ricchezze. Poscia se ne andò quella flotta a Scio, e impadronitasene, quivi passò il verno. Seguitando intanto la guerra fra i Milanesi e Comaschi[1668], l'anno presente ancora vide molti fatti d'armi, favorevoli ora all'una, ora l'altra parte. Assediarono i Comaschi l'isola loro nemica, ma non poterono ridurla alla loro ubbidienza. Impresero poscia i Milanesi l'assedio di Como, ma cotal bravura ritrovarono in quel popolo, che loro convenne tornarsene a casa colle bandiere nel sacco.

NOTE:

[1657] Pandulfus Pisanus, in Vita Callisti II.

[1658] Pagius, ad Annal. Baron.

[1659] Falco Beneventanus, in Chron.

[1660] Chron. Mauriniac.

[1661] Pandulfus Pisanus, in Vita Honorii II.

[1662] Cardinal, de Aragonia, in Vita Honorii II.

[1663] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1664] Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.

[1665] Fulcher. Carnotens., lib. 3.

[1666] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1667] Bernard. Thesaurar., cap. 118, tom. 7 Rer. Italic.

[1668] Anonymus Poeta Comens., tom. 5 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MCXXV. Indizione III.

ONORIO II papa 2. LOTTARIO III re di Germania e d'Italia 1.