Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 48

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Per attestato di Falcone Beneventano[1537], si portò in quest'anno papa _Pasquale II_ alla città di Troia in Puglia, e quivi nel dì 24 d'agosto tenne un concilio coll'intervento di quasi tutti gli arcivescovi, vescovi e baroni di quelle contrade. Vi fu accettata da tutti la tregua di Dio. Andato poscia a Benevento, dedicò la chiesa di san Vincenzo del Volturno, e finalmente nel dì 30 di settembre se ne tornò a Roma. L'anno fu questo in cui la celebre _contessa Matilda_ terminò il corso di sua vita[1538]. Trovandosi ella in Bondeno de' Roncori della diocesi di Reggio, l'assalì una fastidiosa infermità sul principio di quest'anno, in occasione di una visita fattale da _Ponzio_, superbo abbate di Clugnì, che tornava da Roma. Continuò il suo malore per alcuni mesi ancora: nel qual tempo ella esercitò più che mai la sua pia liberalità verso i monisteri di Polirone[1539] e di Canossa, e verso i canonici regolari di san Cesario sul Modenese. Era assistita da _Bonsignore_ vescovo di Reggio. Passò in fine a miglior vita questa principessa, gloriosa per tante azioni di pietà, di valore e di prudenza, nel dì 24 di luglio, cioè nella vigilia di san Jacopo, di cui era divotissima, e il corpo suo seppellito nella chiesa del monistero di san Benedetto di Polirone, quivi riposò, finchè nell'anno 1655 per cura ed ordine di papa Urbano VIII trasportato a Roma, fu magnificamente collocato nella basilica vaticana in memoria dell'insigne sua beneficenza verso la Chiesa romana. Aveva ella negli anni addietro, siccome dicemmo, lasciata erede di tutti i suoi beni essa Chiesa: eredità nondimeno che fu seminario di nuove lite fra i romani pontefici e gl'imperadori; e per assaissimi anni poi la troviamo tra essi disputata, finchè il tempo, medico di molte malattie politiche, diede fine a quella contesa. Nè tardò a volare in Germania la nuova della morte di questa insigne principessa, di cui scrive l'Urspergense[1540]: _Qua foemina sicut nemo nostris in temporibus ditior ac famosior, ita nemo virtutibus et religione sub laica professione reperitur insignior_. Arrigo imperadore fu da' suoi ministri mosso, ed anche dai parziali d'Italia con lettere invitato a venire a prendere il possesso di tutti i di lei beni. Per quali titoli, non si vede ben chiaro. Finch'egli pretendesse i regali e feudali, come fu la marca della Toscana, Mantova ed altre città, se ne intende il perchè. Ma egli pretese ancora gli allodiali e patrimoniali, e ne entrò anche in possesso, per quanto si vedrà. Probabilmente non dovette in tal congiuntura tacere la linea degli Estensi di Germania, cioè di _Guelfo V_ ed _Arrigo il Nero_ duchi di Baviera, perchè, secondo i patti del matrimonio d'esso Guelfo colla medesima contessa, al primo doveano pervenire tutti i di lei beni. Certo è che sotto l'imperador Federigo I, come si dirà a suo luogo, fu loro fatta giustizia in questo particolare. Ora l'imperadore Arrigo, a cui stava forte a cuore il cogliere questa pingue eredità, si dispose a calare, subito che gli affari gliel permetteano, in Italia. Continuò ed ebbe fine in quest'anno la guerra de' Pisani contra delle isole Baleari[1541]. Riuscì loro dopo lunghe fatiche e combattimenti, e colla strage di moltissime migliaia di Saraceni, di prendere la città di Maiorica, e di distruggerla, per togliere quel nido ai corsari africani. Pieni poi delle spoglie di quegl'infedeli, e colmi di gloria se ne tornarono alla lor patria. Se anche l'isola e città di Minorica restasse da loro soggiogata e disfatta, nol so io dire di certo. Gli Annali Pisani dicono di sì. Ben so io che Evizza non è Minorica, come si figurò il Tronci[1542] ne' suoi Annali di Pisa. Di sopra all'anno 1097 osservammo che _Folco_ marchese, figliuolo di Azzo II marchese, fu quegli che propagò la linea italiana dei marchesi d'Este. Leggonsi tre atti a lui e all'anno presente spettanti[1543]. Il primo è un placito da lui tenuto nella grossa terra di _Montagnana_ (appellata _populosa_ da Rolandino) nel dì 31 di maggio, in cui veggiamo proferita dal medesimo principe una sentenza in favore del nobilissimo monistero delle monache di san Zacheria di Venezia per beni posti nell'altra insigne terra di _Monselice_: dal che comprendiamo ch'esso marchese Folco dominava nell'una e nell'altra d'esse terre. Il secondo strumento, stipulato in _Montagnana_ nel dì 10 di giugno di quest'anno, contiene una donazione fatta da esso marchese Folco al monistero di Polirone _pro ordinatione testamenti Garsendae genitricis meae_, cioè di Garsenda principessa del Maine sua madre, di cui più volte si è parlato di sopra. Un'altra donazione, da lui fatta al monistero della Trinità di Verona nel dì 2 di ottobre dell'anno presente, fu stipulata _in Caminata constructa ante ecclesiam beatissimae sanctae Teclae virginis sita in villa, quae est ante castrum Esti_. Lo stesso marchese s'intitola _habitator in loco, qui dicitur Esti_. Non usavano per anche questi principi il titolo di _marchesi d'Este_, ma erano padroni d'Este, o, per dir meglio, compadroni; perchè vedremo che anche l'altra linea estense dei duchi di Baviera riteneva una terza parte del dominio di quella nobil terra e di Rovigo, e dell'altre sottoposte allora ad essi marchesi. Nell'anno presente _Ordelafo Faledro_ doge di Venezia[1544] con grossa armata navale ricuperò la città di Zara, che pochi anni prima gli era stata tolta da _Calomanno_ re d'Ungheria.

NOTE:

[1537] Falco Benevent., tom. 5 Rer. Ital.

[1538] Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 20.

[1539] Bacchini, Istor. di Polirone.

[1540] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1541] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[1542] Tronci, Annal. Pisani.

[1543] Antichità Estensi, P. I, cap. 32.

[1544] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCXVI. Indizione IX.

PASQUALE II papa 18. ARRIGO V re 11, imperad. 6.

Nel dì 6 di marzo di quest'anno tenne _papa Pasquale_ un concilio nella basilica lateranense[1545], in cui di nuovo riprovò e condannò il privilegio delle investiture da lui contra sua voglia accordato all'imperadore Arrigo. Ma ebbe in tal occasione bisogno della sua pazienza; perchè _Brunone vescovo_ di Segna, tenuto dopo la morte per santo, ebbe ardire di trattar da eretico lo stesso papa, per avere accordato quell'indulto. Gli convenne ancora sofferire che que' vescovi riguardassero come scomunicato esso imperadore senza che egli nondimeno volesse lasciar uscire decreto contra della di lui persona. Fu anche agitata in quel concilio la lite dell'arcivescovato di Milano, pendente fra _Grossolano_ e _Giordano_, amendue presenti al suddetto concilio. Perchè il primo era passato dalla chiesa di Savona a quella di Milano, e si trovava che tal traslazione, siccome cagion di tumulti e guerre, tornava in danno dell'anime e dei corpi; perciò fu essa riprovata e giudicato in favor di Giordano. Dianzi era stato assoluto Grossolano dalle accuse di simonia, e tenuto fu in Roma per legittimo arcivescovo. Gran concetto si avea della di lui dottrina, avendolo lo stesso papa adoperato per confutare lo scisma de' Greci. Come egli ora cadesse, non se ne sa la vera cagione, perchè il passare da una chiesa all'altra da gran tempo era in uso, nè più si badava agli antichi canoni che lo proibivano. Forse la caduta sua è da attribuire all'essere stato conosciuto uomo intrigante, capriccioso e predominato dall'ambizione, e però poco prudente e molto inquieto. Landolfo da san Paolo[1546], storico contemporaneo, parla di questo concilio, e della deposizion di Grossolano, con aggiugnere che egli non volle tornare a Savona, ma per un anno e quattro mesi seguitò a dimorare in Roma in san Sabba, monistero de' Greci, dove terminò i suoi giorni nell'anno seguente. Tornò a Milano il vittorioso arcivescovo Giordano, e un dì raunato il clero e popolo, salito con _Giovanni da Crema_ cardinale romano sul pulpito della metropolitana, pubblicamente scomunicò l'imperadore Arrigo, a cagion, senza dubbio, dell'aver fatto prigione il papa, ed estorto il privilegio delle investiture. Con questo segreto patto dovea egli aver conseguita la vittoria suddetta. Non volea già il pontefice fulminar le censure contra di esso Augusto, ma non ostava che gli altri le fulminassero, e il sacro collegio lo esigeva. Abbiamo dall'Abbate Urspergense che il suddetto imperadore verso il fine di febbraio[1547] _in Italiam se una cum regina, totaque domo sua contulit, ac circa Padum negotiis insistens regni, legatos ad Apostolicum pro componendis caussis, quae iterum regnum et sacerdotium disturbare coeperunt, suppliciter destinavit. Ponzio abbate_ di Clugnì, come parente del papa, fu principalmente adoperato in questo maneggio. Portossi in tal congiuntura esso Arrigo a visitar la maravigliosa città di Venezia. Ciò chiaramente apparisce da un suo proclama, da me dato alla luce[1548], con cui egli _IV idus marcii in regno Veneciarum_ (si noti questa espressione gloriosa per la repubblica veneta) _in palatio ducis, anno ab Incarnatione Domini MCXVI, Indictione VIIII_, diede varii ordini in favor delle monache di san Zacheria di Venezia, essendovi presenti _Ordelaffus Dei gratia Venetiae dux, et Henricus Welphonis ducis frater_, con alcuni vescovi e nobili. Vien confermata la stessa verità dall'accuratissimo Andrea Dandolo, che così scrive[1549]: _Mense marcii MCXVI Henricus V imperator Venetias accedens, in ducali palatio hospitatus est, liminaque beati Marci, et alia sanctorum loca cum devotione maxima visitat, et urbis situm, aedificiorumque decorem, et regiminis aequitatem multipliciter commendavit. Curiam etiam suorum principum tenens, pluribus monasteriis immunitatum privilegia de suis possessionibus italici regni concessit, in quibus ducalem provinciam regnum appellat_. Per un documento da me pubblicato[1550] si conosce che il medesimo Augusto nel dì 12 di maggio si trovava in Governolo sul Mantovano, dove come persona privata fece donazione di beni al monistero di Polirone, e alla chiesa di Gonzaga _pro mercede et remedio animae meae et comitissae Mathildis_. Segno è questo che Arrigo s'era messo in possesso della vasta eredità della contessa Matilda. A quell'atto intervenne anche _Guarnieri giudice_, che noi diciamo ora _dottor di legge_. In un placito tenuto a dì 6 del suddetto mese di maggio[1551] da esso Augusto nel medesimo luogo di Governolo, e in un altro[1552] spettante a' canonici regolari di Melara, si vede nominato _Warnerius bononiensis_. Con tali documenti ho io confermato[1553] quanto scrive l'Abbate Urspergense all'anno 1126; cioè[1554]: _Eisdem temporibus dominus Wernerius libros legum, qui dudum neglecti fuerant, nec quisquam in eis studuerat, ad petitionem Mathildis comitissae renovavit_, ec. Credette il Sigonio che s'ingannasse l'Urspergense nell'attribuir questa gloria alla contessa Matilda, che era già defunta. Ma l'Urspergense, che aveva all'anno 1115 riferita la morte d'essa contessa, ben sapea ch'essa nell'anno 1126 non era in vita. Però volle dire che Guarnieri fioriva in questi tempi, ma che molto prima, ad istanza di Matilda, aveva intrapreso di spiegare i Digesti e l'altre leggi di Giustiniano trascurate ne' secoli addietro, e certamente conosciute prima che i Pisani portassero (se è pur vero) da Amalfi le Pandette appellate pisane, ed oggidì fiorentine. Ora certo è, confessandolo anche gli stessi dotti bolognesi, che questo _Warnieri_, ossia _Guarnieri_, chiamato da altri _Irnerio_, il primo fu che aprisse in Bologna scuola di giurisprudenza romana; e di qui ebbe il suo primo principio, siccome ho altrove osservato[1555], lo studio di Bologna, consistente a tutta prima in un solo lettor di leggi, ma di mano in mano accresciuto di lettori dell'altre scienze ed arti: per la qual diligenza si formò un'università, che portò poi il vanto di primaria fra tutte le italiane: giacchè oggidì si sa anche in Bologna essere un'impostura del secolo susseguente il diploma di Teodosio minore, da cui si dice fondata fin dall'anno di Cristo 431 l'università bolognese.

Benchè patisca qualche difficoltà un altro documento da me prodotto[1556], appartenente ad essa città di Bologna; pure vo io credendo sussistente notizia che quel popolo nel dì 7 di maggio del presente anno, mentre l'imperadore Arrigo dimorava in Governolo, ottenesse da lui la remission delle offese, e una conferma de' privilegii e delle consuetudini di quella città, la quale in questi tempi non men della Romagna riconosceva per suo sovrano l'imperadore ossia il re d'Italia. Dopo aver tenuto il concilio lateranense, papa _Pasquale II_ nello stesso mese di marzo ebbe non poche inquietudini e travagli: se pure questo avvenimento non si dee riferire all'anno precedente[1557]. Mancò di vita il prefetto di Roma. Pietro di Leone faceva una gran figura allora in essa città, e da Benzone vescovo scismatico d'Alba vien chiamato _Giudeo_, perchè Ebreo fatto Cristiano. Orderico Vitale[1558] all'anno 1119 scrive che un figliuolo d'esso Pietro fu sprezzato da tutti _propter odium patris ipsius, quem iniquissimum foeneratorem noverunt_. Ora costui attese a far succedere in quella illustre carica un suo figliuolo coll'appoggio del papa. Ciò saputosi dai Romani, non perderono tempo ad eleggere prefetto un figliuolo del prefetto defunto, tuttochè di età non per anche atta ad un tal ministero, perchè fanciullo. Indi il presentarono al papa, acciocchè il confermasse: cosa che egli ricusò di fare, e si dee ben avvertire per conoscere intorno a questo l'autorità del sommo pontefice. Quindi si venne alle minaccie, e poscia alla guerra ne' giorni della settimana santa e di Pasqua fra le genti armate del papa ed esso popolo romano. Tolomeo, uno de' principali Romani, e zio del giovinetto prefetto, benchè sulle prime prendesse la protezion del papa, e ne ottenesse perciò la Riccia, pure non istette molto a rivoltarsi contra di lui. E perchè dalle soldatesche pontificie fu fatto prigione esso nipote di Tolomeo fuori di Roma, lo stesso Tolomeo con un corpo d'armati andò a liberarlo dalle loro mani. Un tal fatto tirò dietro la ribellion di molte terre in quei contorni e della Marittima, e di quasi tutta Roma. Il buon papa, a cui non piaceva il comperarsi la quiete collo spargimento del sangue, amò meglio di ritirarsi fuor di Roma a Sezza. Durante questo contrasto, i Romani scaricarono il lor furore contro le case di Pietro Leone e de' suoi aderenti. Andò poscia a poco a poco calando questo fuoco, in guisa che, secondo Falcone Beneventano, il papa rientrò in Roma e nel palazzo del Laterano. I Romani ribelli a poco a poco tornarono alla di lui divozione ed ubbidienza.

NOTE:

[1545] Abbas Urspergensis, in Chron. Labbe, Concilior., tom. 10.

[1546] Landulfus junior, Hist. Med., cap. 29.

[1547] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1548] Antichità Estensi, P. I, cap. 29.

[1549] Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1550] Antiquit. Ital., Dissert. XI.

[1551] Antiquit. Ital., Dissert. XLIII.

[1552] Ibidem, Dissert. XXXI.

[1553] Ibidem, Dissert. XLIV.

[1554] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1555] Antiquit. Italic., Dissert. XLIV.

[1556] Antiq. Ital., Dissert. XI.

[1557] Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II. Falco Beneventanus, in Chron.

[1558] Orderic. Vital., Hist. Eccles., lib. 12.

Anno di CRISTO MCXVII. Indizione X.

PASQUALE II papa 19. ARRIGO V re 12, imperad. 7.

Funestissimo riuscì quest'anno all'Italia e Germania[1559]. Era tutta sossopra la Germania per le guerre civili che la laceravano, sostenendo alcuni principi il partito dell'imperadore, ed altri usando l'armi, e tutto dì fabbricando congiure contra di lui. Vi si fece anche sentire un terribil tremuoto, di cui simile non restava memoria. Ma questo vieppiù micidiale si provò in Italia. Per attestato dell'Annalista Sassone[1560], _Verona civitas Italiae nobilissima aedificiis concussis, multis quoque mortalibus obrutis corruit. Similiter in Parma, et Venetia, aliisque urbibus, oppidis, et castellis non pauca hominum millia interierunt_. In Cremona, per attestato di Sicardo[1561], cadde, fra gli altri edifizii, la cattedrale. Cominciò questo flagello sul principio dell'anno, e per quaranta giorni si andarono sentendo varie altre funestissime scosse _per universam fere Italiam_, come lasciò scritto Pietro Diacono[1562]. Landolfo da san Paolo[1563] anch'egli parla di questo spaventevole tremuoto, _qui regnum Longobardorum penitus commovit et quassavit, et me nimirum_ (ovvero _nimium_) _vigilare fecit_. Vidersi ancora nuvoli di color di fuoco e sangue vicini alla terra, e corse anche voce d'altri molti prodigii, prodotti forse piuttosto dall'apprensione, che realmente accaduti, i quali però sparsero il terrore dappertutto. Nel qual tempo _Giordano arcivescovo_ di Milano tenne un concilio, al quale intervennero i suoi suffraganei coi consoli e magistrati di quella città. Ora il rumore di tante calamità e dei divolgati strani prodigii s'accrebbe non poco in quei creduli tempi, con fama ancora di sangue piovuto dal cielo; e servirono tutti questi successi a far più che mai desiderare all'Augusto Arrigo la pace colla Chiesa. Però spedì varii ambasciatori a trattarne col papa, ma senza frutto. Perciocchè confessava bensì il pontefice di non averlo scomunicato, ma che la scomunica fulminata contra di lui dai concilii, vescovi e cardinali, principali membri della Chiesa, non si potea levare se non coll'assenso e consiglio d'essi. Arrigo, mal soddisfatto di tali risposte, credette meglio di passare a Roma stessa per trattar più da vicino i suoi affari col sommo pontefice. E tanto più l'animava a questo viaggio la buona corrispondenza che passava fra lui e la nobiltà romana. Allorchè egli intese nell'anno precedente la discordia insorta fra esso papa e i Romani a cagion di Pietro di Leone, per attestato di Pietro Diacono[1564], _xenia imperialia urbis praefecto et Romanis transmisit, adventum suum illis praenuntians affuturum_. Infatti, venuta la primavera, l'Augusto Arrigo coll'esercito suo si portò a Roma. Scrive Pandolfo Pisano[1565], che i suoi aderenti e consiglieri furono l'abbate di Farfa, già due o tre volte condannato ad avere la testa recisa dal busto a cagione de' sacrilegii e delle sedizioni sue contra del papa, e Giovanni e Tolomeo nobili romani. Fece egli guerra ad alcune terre e castella fedeli al pontefice: cose bensì di poco momento, ma che nondimeno mossero il popolo e la plebe di Roma ad accoglierlo con plauso e con una specie di trionfo, ma senza che gli venisse incontro niuno de' cardinali, vescovi e clero romano. Poscia cercò di far pace col papa, il quale, al primo sentore della venuta di lui, subito uscì fuori di Roma, e andossene a Monte Casino[1566], ed indi per Capoa a Benevento. Erano i maneggi d'esso pontefice di formare una lega del principe di Capua, del duca di Puglia, e degli altri baroni normanni, per opporsi al vicino Arrigo. Poca disposizione dovette egli trovare in quei principi. Intanto Arrigo, parte con regali, parte con promesse, si guadagnò gli animi de' consoli, senatori e magnati romani. Diede per moglie Berta sua figliuola a Tolomeo console, figliuolo di un altro Tolomeo già console; il quale, se si vuol riposare sull'attestato di Pietro Diacono suo parente, _ex Octavia stirpe progenitus erat_. Si sarebbe trovato quello storico in uno non lieve imbroglio, se avesse preso a recar pruove di questa gloriosa genealogia. Ma neppure in quei barbari tempi vi era scarsezza di adulatori, e di chi adulava sè stesso. Confermò Arrigo al medesimo Tolomeo tutti i beni e stati a lui provenuti da Gregorio suo avolo.

Saltò poscia in testa ad esso Augusto di farsi coronare di nuovo nella basilica vaticana, e in una magnifica congregazion de' Romani fece di grandi sparate, con esporre la sua ardente inclinazione alla pace; ma gli fu risposto a tuono dagli ecclesiastici, che rovesciarono sopra di lui la colpa delle discordie e dei disordini, senza che in lui apparisse ombra di pentimento. In somma, giacchè in Roma non v'era, nè vi voleva essere papa Pasquale, nel dì di Pasqua fecesi coronare in san Pietro da _Burdino_, altrimenti appellato _Maurizio_ arcivescovo di Braga, che due anni prima, uscito di Spagna, con grande sfarzo era venuto a Roma a cagion di alcune differenze coll'arcivescovo di Toledo. Costui era allora sì caro a papa Pasquale, che, in occasion della venuta a Roma dell'imperadore Arrigo, lo spedì a lui per trattare della sospirata concordia. Ma lo ambizioso prelato lasciossi talmente guadagnare dalle carezze e promesse d'Arrigo, che s'indusse a dargli la corona: azione procurata con tutto studio dall'imperadore, acciocchè apparisse, che se non la potea avere dal papa, la riceveva almen dalle mani di chi facea la figura di legato apostolico. Ma ciò appena s'intese alla corte pontificia, residente allora in Benevento, che il papa, intimato un concilio nel mese di aprile[1567], scomunicò esso Burdino, anzi il depose, come costa da alcune antiche memorie. Venuta poi la state, e temendo l'Augusto Arrigo l'aria e i caldi di Roma, se no tornò in Lombardia a soggiornare in luoghi di miglior aria e fresco. Verisimilmente Arrigo il Nero duca di Baviera, della linea estense di Germania, dovette in queste congiunture far la sua corte ad esso imperadore[1568]. Noi il troviamo non solamente in Italia, ma anche nella nobil terra d'Este, dove nel dì 4 d'ottobre del presente anno tenne un placito, ed accordò la sua protezione al monistero di santa Maria delle Carceri, coll'imporre la pena di due mila mancosi d'oro ai contravvenienti. Dal che siam condotti a conoscere che anche la linea estense dei duchi di Baviera riteneva almeno la sua parte nel dominio d'Este, e nell'eredità del marchese Azzo II. Dalla Cronica del monistero di Weingart[1569] siamo avvertiti che fra la sua linea e quella de' marchesi estensi durò un pezzo discordia e guerra a cagion di tale eredità. Forse il duca Arrigo, prevalendosi in quest'anno del buon tempo, mentre l'imperadore colla sua armata si trovava in quelle parti, si mise in possesso d'Este. Come poi si componessero queste liti, lo vedremo all'anno 1154. Infestarono nell'anno presente gli Ungheri la Dalmazia, siccome vogliosi di ritorre ai Veneziani la città di Zara[1570]. Con una poderosa flotta di navi, carica di cavalleria e fanteria, passò a quella volta _Ordelafo Faledro_ doge di Venezia. Attaccò battaglia con que' Barbari, ma ebbe la disgrazia di lasciarvi la vita. Fu riportato a Venezia il di lui cadavero, ed eletto doge in sua vece _Domenico Michele_, benchè vecchio, pieno nondimeno di spiriti guerrieri, di prudenza e di religione. Da un documento, ch'io ho dato alla luce[1571], si raccoglie che in questi tempi _Guarnieri_ era tuttavia duca di Spoleti e marchese di Camerino. Da lui o da un altro dello stesso nome prese poi quella che oggidì si appella marca d'Ancona, la denominazione di _Marca di Guarnieri_, come ho provato altrove[1572]. Apparisce da un altro documento[1573] che in questi medesimi tempi era marchese di Toscana _Rabodo_, messo a quel governo dall'imperadore.

NOTE:

[1559] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1560] Annalista Saxo, apud Eccardum.

[1561] Sicard., in Chron.

[1562] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 62.

[1563] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 36.

[1564] Petrus Diaconus, Chron. lib. 4, cap. 60.

[1565] Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II.

[1566] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 60.

[1567] Falco Beneventan., in Chron.

[1568] Antichità Estensi P. I, cap. 29.

[1569] Chron. Weingart., tom. 1 Scriptor. Brunswic. Leibnitii.

[1570] Dandul. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1571] Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 173.

[1572] Antichità Estensi, P. I.

[1573] Antiquit. Italic., Dissert. VI, pag. 315.

Anno di CRISTO MCXVIII. Indizione XI.

GELASIO II papa 1. ARRIGO V re 15, imperad. 8.