Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 47
Dacchè fu posto in libertà papa _Pasquale II_, e sentì tante doglianze del sacro suo senato per la concession delle investiture, mai non negò, anzi sempre riconobbe d'aver dato l'assenso a cosa illecita, ed operato ciò che non dovea. Solamente scusava il fatto coll'intenzione avuta di sottrarre ai pericoli della vita tante persone, e a maggior danno il popolo di Roma e lo stato della Chiesa. Ora in questo anno fu per così scabrosa materia raunato un insigne concilio[1512] di cento venticinque vescovi a dì 18 di marzo nella basilica lateranense. Tutti i prelati esclamarono contro delle investiture ecclesiastiche date da mano laica, come usurpazione dei diritti della Chiesa e seminario di simonie. Il punto difficile era, come il pontefice potesse venire contra del proprio solenne giuramento. Si trovò il ripiego da _Gerardo_ vescovo d'Engulemme, cioè che si ritrattasse bensì e condannasse il privilegio accordato dal papa ad Arrigo, e chiamato _pravilegium_, e non _privilegium_; ma che non si scomunicasse la persona d'esso imperadore. Così fu fatto. Tenuto ancora fu in quest'anno nel mese di settembre un concilio in Vienna del Delfinato, e quivi non solamente seguì la condanna delle suddette investiture, ma eziandio fulminarono que' vescovi scomunica contra dell'Augusto Arrigo, chiamato da essi tiranno. Abbiamo da Landolfo da san Paolo[1513], che nel primo dì dell'anno presente il clero della metropolitana di Milano, nonostante che sapesse favorevole a _Grossolano_ arcivescovo il romano pontefice, pure il dichiararono decaduto da quella sedia, e in luogo suo elessero arcivescovo _Giordano da Clivi_, uomo per altro ignorante e di non molta levatura. Chiamarono dipoi tre suffraganei di quella metropoli per ordinarlo, cioè _Landolfo_ vescovo d'Asti, _Arialdo_ vescovo di Genova e _Mamardo_, ossia Mainardo, vescovo di Torino. Vennero questi, ma quel d'Asti accortosi che non erano concorsi gli altri suffraganei, e bollire non poca mormorazione nel popolo, tentò di fuggire. Gli veniva fatto, se le genti di Giordano non l'avessero ritenuto per forza, con anche ferire un suo diacono, e bastonare i di lui famigli. Infine Giordano fu da essi consecrato. Portossi poco appresso a Roma Mamardo vescovo di Torino, ed ottenne dal papa il pallio per questo novello arcivescovo, senza che s'intenda come esso pontefice abbandonasse Grossolano, già approvato per legittimo arcivescovo. Ma perchè Mamardo aveva ordine di non dare il pallio a Giordano, s'egli prima non faceva giuramento, non si sa se di fedeltà al romano pontefice, o di non prendere l'investiture dall'imperadore, o di qualche altra obbligazione, e Giordano ricusò di farlo; per sei mesi ne stette senza. Ho detto che per l'esaltazione di Giordano incorse gran mormorazione fra il popolo di Milano. Aggiugne Landolfo, che vi fu ancora delle contese e battaglie, nelle quali ebbero parte _Azzo_ vescovo d'Acqui e _Arderico_ vescovo di Lodi. Infatti fra le lettere raccolte da Ulderico da Bamberga presso l'Eccardo[1514], una se ne legge scritta in tal occasione dal medesimo Azzo vescovo all'imperadore Arrigo, in cui l'avvisa doversi tenere in Roma un sinodo (cioè il lateranense suddetto) _in qua asseritur, domnum papam P._ (Paschalem) _deponi et alterum debere eligi, qui omne consilium pacis, quod cum domno P. firmastis dissolvat, pro eo quod domnus P. non audet vos propter factas inter vos et ipsum securitates excommunicare_. Ecco quali nuove corressero allora. Appresso aggiugne che i Milanesi aveano eletto un altro arcivescovo (cioè Giordano), e fattolo consecrar da alcuni suffraganei. _Quod ego videns contra imperii vestri honorem fieri, omnino interdixi; et licet ab ipsis multum rogatus, hujusmodi consecrationi interesse, nec assensum praebere volui, immo dedi operam erigendi magnum parietem populi contra populum sub occasione alterius archiepiscopi, quem pars illorum intendit deponere, viri scilicet literatissimi, et ingenio astutissimi, et eloquentissimi, curiae vestrae valde necessarii, cujus partem propter honorem vestrum in tantum auxi, quod medietas populi contra medietatem populi contendit_. Parla qui di Grossolano, a cui procura la protezion dell'imperadore, con insieme consigliarlo di venir presto in Italia, e che a ciò non occorreva un grande esercito. _Vestra est enim adhuc Langobardia, dum terror, quem ei incussistis, in corde ejus vivit_. Forse perchè Grossolano fu in Roma creduto parziale dell'imperadore, o protetto da lui, restò abbandonato, e si lasciò correre l'elezion di Giordano.
Io non so se nell'antecedente o nel presente anno fosse scritta da papa Pasquale un'altra lettera allo stesso imperadore Arrigo, in cui gli notifica di non aver potuto finora riaver varii Stati spettanti alla Chiesa romana[1515]. _Licet quidam,_ dice egli, _jussioni vestrae, in his quae beato Petro restitui praecepistis, adhuc noluerunt obedire, incolae videlicet Civitatis Castellanae, Castri Corcolli, Montisalti, Montisacuti et Narnienses: Nos tamen ea, et Comitatus Perusinum, Eugubbinum, Tudertinum, Urbevetum, Balneum Regis, Castellum Felicitatis, Ducatum Spoletanum, Marchiam Ferraniam, et alias beati Petri possessiones per mandati vestri praeceptionem confidimus obtinere._ Notisi che il ducato di Spoleti è chiaramente detto di ragione della Chiesa romana. Nomina il papa anche _Marchiam Ferraniam_, ma si dee scrivere _Firmanam_, allora occupata da Guarnieri, non osando io leggere _Marchiam Ferrariam_, perchè Ferrara in questi tempi era in potere della contessa Matilda, che la riconosceva dalla Sedia apostolica. _Alessio_ imperadore d'Oriente, per quanto si ha da Pietro Diacono[1516], avuta notizia dell'indegno trattamento fatto dall'imperadore Arrigo al romano pontefice, spedì ambasciatori a Roma per condolersi con lui, e congratularsi coi Romani dell'opposizione fatta ad esso Arrigo. E sperando egli di profittare di così bella occasione, propose che volessero eleggere imperadore _Giovanni_ Comneno suo figliuolo. Può anche essere che corressero dei regali. Acconsentirono i Romani al trattato, ed elette circa seicento persone, le spedirono a Costantinopoli per condurre in Italia il progettato Augusto. Non è punto credibile che tanta gente fosse spedita colà. E perciocchè non apparisce altro dell'esecuzion di questo disegno, bisogna immaginare ch'esso poco stesse ad andarsene in fascio, perchè non s'arrischiarono i Romani di condurre a fine un negozialo di tanta importanza, che potea tirar loro addosso lo sdegno e le forze di tutta la Germania. Nel dì 13 d'aprile di quest'anno, la contessa Matilda, dimorando nel castello di Massa del distretto di Modena, fece una donazione al suo diletto monistero di san Benedetto di Polirone[1517]. E nel dì 8 di maggio trovandosi al Bondeno de' Roncori, fece donazione della corte Vilzacara col castello, broglio e borgo di san Cesario alla chiesa di san Cesario del contado di Modena. In quest'anno ancora, secondo i conti del Campi[1518] e d'altri storici piacentini, per opera specialmente della suddetta zelantissima contessa furono cacciate le monache dall'insigne monistero di san Sisto di Piacenza, perchè la lor dissolutezza era giunta ad esser incorreggibile. In vece di esse presero i monaci benedettini il governo di quel sacro luogo, cavati dall'allora esemplarissimo monistero di Polirone.
NOTE:
[1512] Labbe, Concil., tom. 10. Baron., in Annal. Ecclesiast.
[1513] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 21.
[1514] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, p. 266.
[1515] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, p. 274.
[1516] Petrus Diacon., Chron. Casinens., lib. 4, cap. 46.
[1517] Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.
[1518] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
Anno di CRISTO MCXIII. Indizione VI.
PASQUALE II papa 15. ARRIGO V re 8, imperad. 5.
Impariamo da Falcone Beneventano[1519] che essendosi nell'anno precedente fabbricate varie congiure in Benevento per levare quella città di sotto il dominio pontificio, avvertitone _papa Pasquale_ da que' cittadini ch'erano costanti nella fedeltà, si portò colà nel dì 2 di dicembre per rimediare ai disordini. Fermossi in quella città nel tempo del verno, e correndo il mese di febbraio, celebrò ivi un concilio. Poscia, dopo avere scoperti gli autori di quelle trame, e datigli in mano della giustizia, lasciato in quella città per governatore e contestabile Landolfo della Greca, uom di gran coraggio e prudenza, se ne tornò a Roma. Trovavasi affatto sprovveduto di danari _Baldovino re_ di Gerusalemme, e però gli mancava il miglior nerbo per resistere a tanti nemici infedeli che all'intorno gli facevano guerra[1520]. Ebbe sentore che _Adelaide_ contessa di Sicilia, vedova del defunto _conte Ruggieri_, e madre del piccolo _Ruggieri_, succeduto a _Simone_ suo fratello nel dominio di quella isola, era principessa a proposito per sovvenire alle di lui indigenze; perchè fama correva ch'essa nel tempo della tutela del figliuolo avesse accumulato grossissime somme d'oro. Però spedì ambasciatori in Sicilia per trattare d'averla in moglie. Poco vi volle a far gustare questa proposizione all'ambiziosa principessa; ma affinchè il figliuolo Ruggieri e i suoi cortigiani non attraversassero a lei il conseguimento della corona, fu proposto e conchiuso, che nascendo figliuoli da Baldovino e Adelaide, succedessero nel regno di Gerusalemme. Ma venendo egli a mancar senza prole, quel regno si devolvesse al figliastro Ruggieri. Portò seco Adelaide una prodigiosa quantità di viveri, d'armi, di cavalli, e, quel che più si sospirava, di denaro; e giunta a Tolemaide, fu con grande solennità sposata. Ma non passarono due anni che Adelaide si trovò delusa e tradita dal re consorte. Egli avea tuttavia vivente un'altra moglie, presa prima di essere re[1521]. Sotto varii pretesti ripudiatala, senza che v'intervenisse alcun giudizio della Chiesa, l'avea forzata ad entrare nel monistero di sant'Anna di Gerusalemme. Fece poi cattivo fine questa donna, per attestato di Bernardo tesoriere, perchè ottenuta licenza di andarsene a visitare i parenti in Costantinopoli, quivi s'abbandonò ad una vita disonesta. Ora gravemente un dì infermatosi Baldovino, e rimordendolo la coscienza dell'ingiuria fatta alla legittima moglie, per consiglio de' baroni, fece voto, se guariva, di ripigliarla. Indi rivelò tutto ad Adelaide, con intimarle il divorzio. S'ella, trovandosi così barbaramente ingannata, prorompesse in pianti ed in amare invettive contra del re e degli ambasciatori predetti, è facile l'immaginarlo. Non tardò molto essa per lo dispetto a tornarsene in Sicilia, ma priva di que' tesori che portò a Gerusalemme, ed accorata per questo tradimento si crede che terminasse la sua vita nell'anno 1118. Una sì nera azione recò non poco nocumento alla riputazione del re Baldovino e agli affari di Terra Santa. Fra gli altri il conte Ruggieri figliuolo di essa Adelaide con tutta la corte de' Siciliani, al vedersi così burlato, concepì tale sdegno contra di Baldovino e de i re di Gerusalemme, che, per attestato di Guglielmo Tirio[1522], solo fra' principi cristiani mai non diede loro soccorso alcuno, nè curò lo stato miserabile, in cui a poco a poco si ridussero le cose dei Cristiani in Palestina e in Soria. La città di Cremona, siccome scrisse Siccardo[1523], da lì a cent'anni vescovo della medesima, patì in questo anno un fierissimo incendio nel dì di san Lorenzo. Abbiamo strumenti di donazioni fatte al monistero di Polirone dalla _contessa Matilda_, mentre essa dimorava in Pigognaga e nel Bondeno, vicino al Po[1524]. Era ito in Terra Santa _Grossolano_ arcivescovo, di Milano. Tornato in Italia, e inteso come Giordano avea occupata la sua chiesa, eletto già e consecrato arcivescovo determinò di venire a Milano: il che fu cagione che esso Giordano informato di questo prendesse il pallio colle condizioni proposte dal papa[1525]. Venuto poi Grossolano a Milano, coll'aiuto de' suoi parziali s'impadronì delle torri di Porta Romana. Allora prese l'armi la fazion di Giordano, e andò per iscacciarlo. Succederono fra le due parti dei combattimenti, ne' quali restarono non pochi feriti e morti, non solamente della plebe, ma anche della nobiltà. S'interposero pacieri, e proposero di rimettere la decision di tale discordia al concilio davanti al papa. E perchè la borsa di Grossolano restò in breve esausta, gli convenne sloggiare, con fama nondimeno che ricavasse buona somma di danaro da Giordano per ritirarsi. Venne egli perciò a Piacenza, e di là a Roma, per trattar della sua causa nel tribunal pontificio. Diede fine alla sua vita nel dì 6 di gennaio dell'anno presente nel monistero di Pontidio sul Bergamasco Liprando prete, quel medesimo che col giudizio del fuoco avea negli anni addietro fatta guerra ad esso Grossolano, come ad arcivescovo simoniaco[1526]. Morì in concetto di santità (il che era facile allora), e fu detto ch'erano succeduti miracoli alla sua tomba.
NOTE:
[1519] Falco Beneventan., Chron., tom. 5 Rer. Ital.
[1520] Guillelmus Tyr., lib. 11, cap. 21. Ordericus Vital., Hist. Eccles. Bernardus Thesaur., cap. 100, tom. 7 Rer. Ital.
[1521] Idem Bernardus, cap. 92.
[1522] Guillelmus Tyr., Hist. Hierosolym.
[1523] Sicard., in Chron. tom. 7 Rer. Ital.
[1524] Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.
[1525] Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 26.
[1526] Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 24.
Anno di CRISTO MCXIV. Indizione VII.
PASQUALE II papa 16. ARRIGO V re 9, imperad. 4.
Avea, come dissi poc'anzi, lasciato _papa Pasquale_ per suo contestabile e governatore di Benevento Landolfo della Greca[1527]. Contra di lui per invidia _Roberto principe_ di Capoa, ed altri baroni normanni fecero una congiura, e nell'agosto precedente si portarono con poderosa armata all'assedio di quella città. Con poca fortuna nondimeno, perchè il valoroso Landolfo, fatta co' Beneventani una sortita, li mise in fuga, e poco mancò che non prendesse tutto il loro bagaglio. Durò nondimeno la guerra col guasto delle campagne di Benevento; e crebbero poscia i malanni, perchè lo stesso arcivescovo di quella città _Landolfo_ si dichiarò contra del medesimo contestabile, e trasse dalla sua la maggior parte del popolo, di maniera che in fine astrinsero esso contestabile a deporre la carica. Per questa e per altre cagioni papa Pasquale II nell'ottobre tenne un concilio in Ceperano ai confini del ducato romano, o della Puglia, dove concorsero _Guglielmo duca_ di Puglia e _Roberto principe_ di Capoa con circa mille cavalli. Quivi il papa diede l'investitura della Puglia, Calabria e Sicilia al duca Guglielmo. Falcone così scrive, e da ciò si può ricavare che i duchi della Puglia ritenessero diritto d'alto dominio sopra la Sicilia, sovranità nondimeno sottoposta ad un maggiore sovrano, cioè al romano pontefice. Quivi ancora essendo forte il papa in collera contra dell'arcivescovo Landolfo, istituì il giudizio intorno alle accuse dategli, e il depose. Ma egli col tempo, e, se vogliam credere a Romoaldo Salernitano[1528], coll'uso di molti regali, fu restituito nella sua dignità. Di questi regali non parla Falcone. Da Romoaldo è riferito il suddetto concilio all'anno seguente; ma Falcone, storico contemporaneo, merita maggior fede. Glorioso riuscì quest'anno alle armi cristiane per la guerra felicemente fatta ai Mori padroni dell'isole Baleari. L'onore specialmente ne è attribuito ai Pisani. I Mori, dissi, abitanti in quelle isole, cioè in Evizza, Maiorica e Minorica, colle lor piraterie tenevano inquieta e danneggiata tutta la costa di Italia[1529]. Risoluti i Pisani di far quella impresa, ebbero ricorso al buon papa Pasquale per ottenerne la sua approvazione e benedizione. Poscia disposto un terribile armamento per mare, con tutte le lor forze, accompagnati da _Bosone_ cardinale legato della santa Sede e da _Pietro_ loro arcivescovo, marciarono alla volta di que' Barbari. Questa guerra è diffusamente narrata in un poema da Lorenzo Veronese, o da Verna[1530], diacono del medesimo arcivescovo, ed autore di vista. Fu esso poema pubblicato dall'Ughelli, e da me ristampato altrove. Riuscì a questa armata nell'anno presente di conquistar l'isola d'Evizza, e di prendere nel dì di san Lorenzo la città d'essa isola, posta in sito vantaggioso. Ne distrussero i Pisani le mura e il cassaro, cioè la rocca, e seco condussero prigione il governatore saraceno. Passarono poi l'armi vittoriose all'isola di Maiorica, e vi fecero lo sbarco nella festa di san Bartolommeo, con intraprendere l'assedio di quella città. In aiuto de' Pisani concorsero _Raimondo_ conte di Barcellona ed altri conti di Catalogna, di Provenza e Linguadoca.
Nell'anno presente ancora l'imperadore _Arrigo V_ celebrò in Magonza le sue nozze con una figliuola d'Arrigo re d'Inghilterra appellata _Matilda_[1531]. In quella solennità si presentò davanti ad esso Augusto coi piè nudi _Lottario duca_ di Sassonia, che fu poi imperadore, per chiedere perdono dell'essersi dianzi ribellato. Così scrive Ottone Frisingense[1532]: il che come sussista non so; perchè nell'anno seguente altre storie cel rappresentano coll'armi in mano contra del medesimo Augusto. Erasi, come vedemmo, nell'anno 1090 ribellata la città di Mantova alla _contessa Matilda_, nè a lei fin qui era venuto fatto di poterla ricuperare[1533]. Questa contentezza fu a lei riserbata per l'anno corrente. Cadde essa gravemente inferma, mentre dimorava a Monte Baranzone sulle montagne di Modena, nel qual luogo si vede una donazione da lei fatta a san Benedetto di Polirone nel dì 14 di giugno[1534]. La fama, solita ad ingrandir le cose, in breve la diede per morta. Allora il popolo di Mantova, siccome libero dal timore d'essa, fece uno sforzo, e mise l'assedio a Ripalta castello della medesima contessa, e tanto lo strinse, che i difensori stanchi capitolarono la resa, ma condizionata, se fosse viva la lor padrona Matilda. _Manfredi_ vescovo di Mantova intanto arrivò alla sua città, e divolgò che Matilda era tuttavia vivente. Gli ebbe a costar la vita un sì dispiacevol avviso per l'infuriato popolo che la desiderava morta. Nè molto stettero i Mantovani che diedero al fuoco l'infelice castello di Ripalta. Questa disgrazia fu per tutto il tempo della malattia di Matilda a lei tenuta nascosa dai suoi. Ma dacchè si fu riavuta, intesone il tenore, pensò a farne vendetta. Raunò quanti combattenti potè, formò eziandio una flotta di navi, e con questo armamento passò all'assedio di Mantova. Sulle prime se ne rise quella forte città; ma scorgendo la risoluta contessa di trarre a fin quell'impresa, que' cittadini s'appigliarono a' consigli di pace; e spediti ambasciatori alla stessa, mentre era in Bondeno, trattarono di rendersi ad onesti patti. Seguì infatti la resa di quella città sul fine di ottobre con gloria grande di Matilda, a cui, dopo aver messa al dovere ne' tempi addietro anche la marca, creduta da me quella di Toscana, nulla restò più delle perdute antiche sue giurisdizioni che non ritornasse alle sue mani. Nel dì 8 di novembre di quest'anno la medesima contessa, essendo nel monistero di san Benedetto di Polirone[1535], esentò dalle albergarie de' soldati tutti i beni di que' monaci. Ho anch'io dato alla luce un laudo proferito alla di lei presenza per lite di persone private[1536], mentre la medesima soggiornava nella rocca di Carpineta nel dì 22 d'aprile dell'anno presente.
NOTE:
[1527] Falco Beneventan., in Chron.
[1528] Romualdus Salernitan., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[1529] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[1530] Laurent. Veronens., lib. 1 Poem., tom. 6 Rer. Ital.
[1531] Abbas Urspergensis, in Chron. Simeon Hunelmensis.
[1532] Otto Frising., in Chron.
[1533] Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 19.
[1534] Bacchini, Istor. di Polirone.
[1535] Bacchini, Istor. di Polirone.
[1536] Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.
Anno di CRISTO MCXV. Indizione VIII.
PASQUALE II papa 17. ARRIGO V re 10, imperad. 5.