Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 45

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Tale era allora la forma di queste nascenti repubbliche; e dico repubbliche, perchè nello stesso tempo altre città di Lombardia si misero in libertà, e presero forma di repubblica, come Pavia, Lodi, Cremona, Verona, Genova ed altre. Allorchè s'incontra nelle città d'allora il nome di _consoli_, subito s'intende che queste erano divenute città libere, le quali nondimeno protestavano di riconoscere per supremo lor padrone l'imperadore ossia il re d'Italia. Nelle Memorie antiche di Pisa e Lucca scorgiamo che circa questi tempi anche quelle città cominciarono a governarsi coi consoli, e s'è veduto che faceano guerra fra loro: il che indica la loro libertà, e l'acquistata o usurpata parte del dominio. Come poi succedessero ad essa altri marchesi di Toscana (cosa che in Lombardia più non si usava), non è sì facile ad intendere. Forse l'autorità dei conti, che più non s'incontra neppure nel governo delle città principali della Toscana, era passato nella comunità di quelle città, restando salva solamente l'autorità marchionale. Probabile è ancora che la contessa Matilda ne' tempi tempestosi delle guerre passate fosse obbligata a cedere per accordo alle città potenti di quella provincia parte delle sue regalie, e tutte quelle de' conti già governatori delle città. Abbiam già veduto che Lucca e Siena s'erano ribellate a lei, e tennero per un tempo il partito di Arrigo IV. Ma appena queste città libere si sentirono colle mani slegate e colla balìa di maneggiar l'armi, che lo spirito dell'ambizione, cioè la sete di accrescere il proprio Stato colla depression de' vicini, ristretto in addietro ne' principi del secolo, occupò ancora il cuore dei repubblichisti. Ed appunto in quest'anno i Milanesi, parte mossi da questo appetito innato negli uomini, ma più vigoroso ne' più potenti, e parte attizzati da antichi odii e gare, dichiararono la guerra alla confinante città di Lodi[1436], e la strinsero con forte assedio. Nè mancava in Lodi stessa chi segretamente teneva la parte di essi Milanesi. Oltre a varii nobili, furono sospettati di dubbiosa fede in que' frangenti _Arderico_ vescovo della medesima città, e Gaiardo suo fratello. Se vogliamo anche prestar fede a Galvano dalla Fiamma[1437], il popolo di Pavia mosse guerra contro di quel di Tortona. Conoscendosi i Tortonesi inferiori di forza a quella potente città, ricorsero per aiuto a' Milanesi, coi quali contrassero lega: il che fu cagione che anche i Pavesi si collegassero co' Lodigiani e Cremonesi. Entrati poi nel Tortonese essi Pavesi, diedero una rotta a quel popolo, misero a sacco il loro territorio, riportarono anche de' vantaggi contra de' Milanesi, e in fine impadronitisi di Tortona, la diedero alle fiamme. Prese tali notizie Galvano dalla Cronica di Sicardo vescovo di Cremona[1438], il quale nondimeno altro non iscrive, se non che incendiarono i borghi di Tortona. Errò parimente Galvano in credere che tuttavia continuasse Corrado figliuolo di Arrigo IV ad essere re d'Italia. Giunto intanto a Roma papa _Pasquale II_[1439], trovò sconcertati non poco i suoi affari. Stefano Corso, di cui s'è parlato di sopra, avea ribellata tutta la Marittima, e s'era ben fortificato in Ponte Celle e in Montalto, terre della Chiesa romana. Spedì colà il papa il suo esercito, che ripigliò la prima d'esse terre; ma non potendo, a cagion del verno, fermarsi sotto l'altra, dopo di aver saccheggiato il territorio, si ritirò ai quartieri. Abbiamo da Romoaldo Salernitano[1440] che nell'anno presente _Ruggieri duca_ di Puglia assediò la città di Luceria, oggidì Nocera, e la rimise sotto il suo dominio. Finalmente l'Anonimo Barense scrive[1441] che _Boamondo principe_ d'Antiochia tornato in Italia co' crociati franzesi, e fatta adunanza d'altri Italiani nel suo principato di Taranto, con dugento navi, trenta galee, cinque mila cavalli e quaranta mila fanti, dal porto di Brindisi passò di là dall'Adriatico alla Vallona, e la prese. Se una tal flotta di navi fosse bastante a condur tanti uomini e cavalli, lascerò io considerarlo agl'intendenti. Forse passarono in più veleggiate. Assediò dipoi la città di Durazzo; ma ritrovandola ben provveduta di presidio e di viveri, non gli riuscì di mettervi il piede. Il motivo di far questa guerra ad un imperadore cristiano, in vece di portarla in Oriente contra de' Turchi ed altri infedeli, fu perchè esso imperadore _Alessio Comneno_ facea segretamente la guerra a chiunque dei crociati voleva passare per le sue terre in Oriente, dimodochè era egli tenuto per nemico più pericoloso che gli stessi Turchi. Di questo fatto parlano anche Fulcherio nella Storia sacra[1442], e il suddetto Sicardo vescovo di Cremona nella sua Cronica.

NOTE:

[1429] Sugerius, apud Du-Chesne, Script. Rer. Franc.

[1430] Pagius, ad Annales Baron.

[1431] Bacchini, di Polirone, Ist., nell'Append.

[1432] Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.

[1433] Donizo, in Vit. Mathild.

[1434] Antichità Estensi, P. I, cap. 39.

[1435] Landulphus Senior, Hist. Mediolan., cap. 15.

[1436] Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 16.

[1437] Galv. Flamma, Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.

[1438] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[1439] Pandulfus Pisan., in Vit. Paschal. II, Part. I, tom. 3 Rer. Ital.

[1440] Romualdus Salernitan., Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[1441] Anonymus Barens. apud Peregrinium.

[1442] Fulch., Hist. Hierosolym., lib. 2.

Anno di CRISTO MCVIII. Indizione I.

PASQUALE II papa 10. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 3.

Non ostante che la presenza del pontefice _Pasquale_, ritornato a Roma, dovesse restituire la calma a quella tumultuante città, pure, per attestato di Pandolfo Pisano[1443], tutto dì accadevano omicidii, latrocinii e sedizioni. I ribelli di fuori influivano a tenere inquieta la medesima città. Il papa, per non poter di meno, andava pazientando; nè questo il ritenne dall'intraprendere il viaggio di Benevento. Lasciata dunque al vescovo lavicano la cura dello spirituale di Roma, a Pietro di Leone ed a Leon Frangipane quella del politico, e il comando dell'armi a Gualfredo suo nipote, si portò a Benevento, dove nel mese d'ottobre tenne un concilio, i cui atti sono periti[1444]. Visitò in tal occasione il monistero di san Vincenzo del Vulturno, ed era già in viaggio per tornarsene a Roma, quando gli giunse nuova, essere quella città sconvolta per varie sedizioni; formarsene dell'altre verso Anagni, Palestrina e Tuscolo; essersi ribellata la Sabina, e che _Tolomeo_, nobil romano, di cui dianzi il pontefice assaissimo si fidava, avea voltata casacca, e s'era unito con _Pietro dalla Colonna, abbate di Farfa_ (ma si dee scrivere: e coll'abbate di Farfa, perchè Farfa allora avea per abbate _Beraldo_), di maniera che non era sicuro il passo per tornare a Roma. Il buon papa, senza punto sbigottirsi, chiamò in aiuto _Riccardo_ dall'Aquila duca di Gaeta, il quale co' suoi uomini lo scortò fino alla città d'Alba, dove fu ricevuto con somma divozione. Di là passato a Roma, attese a ricuperare i beni della Chiesa romana. Continuava _Boamondo principe_ di Taranto e di Antiochia le ostilità contra dell'imperadore _Alessio_[1445]. Questi non sapendo come levarsi di dosso questo feroce campione, per attestato del Dandolo[1446], chiamò in suo aiuto i Veneziani, i quali con una poderosissima flotta l'assisterono. Ma appigliatosi dipoi a miglior consiglio, trattò di pace, e in fatti la conchiuse, con promettere e giurare sopra le sacre reliquie di far buon trattamento e difesa a chiunque passasse per li suoi Stati alla volta di Terra Santa. Dopo di che Boamondo si quetò, e ritornossene colla sua armata ad Otranto[1447], lasciando in pace le terre del greco Augusto. In questi tempi, se pur sussiste la cronologia di Romoaldo Salernitano[1448], mancò di vita _Guido_ fratello di Ruggieri duca di Puglia, di cui non veggo menzione in altri autori. Morì parimente nell'agosto un figliuolo d'esso duca, appellato _Guiscardo_. Trovavasi nell'aprile di quest'anno la _contessa Matilda_ in Governolo sul Mantovano, e quivi con pubblico strumento rimise _Dodone vescovo_ di Modena[1449] in possesso di Rocca Santa Maria, posta nelle montagne del Modenese. Non so io dire se all'anno presente oppure all'antecedente appartenga una sua donazione fatta al monistero di san Benedetto di Polirone, e rapportata dal padre Bacchini[1450]. Lo strumento fu scritto _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCVIII, sexto-decimo die mensis octobris, Indictione prima_. Potrebbe essere anno pisano, convenendo più all'ottobre dell'anno antecedente l'_indizione prima_. Se vogliamo prestar fede a Galvano dalla Fiamma[1451], seguitando la discordia fra i Pavesi e Milanesi, accadde che in quest'anno il vescovo di Pavia con tutto il suo popolo armato marciò alla volta di Milano. Gli vennero incontro i Milanesi in campagna aperta, ed attaccarono battaglia con tal vigore, che, rotto l'esercito pavese, vi restò prigioniero il vescovo colla maggior parte de' suoi, condotti poscia nelle carceri di Milano. Furono di poi rimessi in libertà, ma con obbrobriosa maniera: perchè condotti tutti nella piazza, fu attaccato alla parte deretana d'essi un fascio di paglia, e datogli fuoco, furono così cacciati fuori della città. Torno nondimeno a dire che non ci possiamo assicurar della verità di questi fatti sull'asserzione del solo Galvano, autore non assai esatto, e troppo parziale in favore de' Milanesi. Egli mette in questo tempo arcivescovo di Milano _Giordano_, che pure solamente nell'anno 1112 ottenne quella sedia.

NOTE:

[1443] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschalis II, Part. II, tom. 3 Rer. Ital.

[1444] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 33.

[1445] Fulcher., Hist. Hierosolym., lib. 2. Guillelmus Tyr., Hist., lib. 11, cap. 6.

[1446] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1447] Anonymus Barensis, apud Peregrinium.

[1448] Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[1449] Sillingard., Catalog. Episcopor. Mutinens.

[1450] Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.

[1451] Gualvan. Flamm., Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCIX. Indizione II.

PASQUALE II papa 11. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 4.

Forse a quest'anno si dee riferire ciò che narra Pandolfo Pisano[1452] nella Vita di _papa Pasquale_: cioè ch'egli ricuperò molti beni della Chiesa romana, e fra questi la città di Tivoli, il quale acquisto nondimeno costò la vita ad assaissime persone. Ciò fatto, salì nel Campidoglio, e commosse il popolo romano contra di Stefano Corso, occupatore di Montalto e d'altri patrimonii di san Pietro. Assediò dipoi e prese a forza d'armi essa terra di Montalto, le cui torri furono spianate; e tal terrore mise in cuore di que' tirannetti, che tutti restituirono senza l'uso d'altra forza il mal tolto, e diedero ostaggi con promessa di non vendicarsi, e di non usurpare in avvenire i beni di san Pietro e dell'altre chiese. Per gloria dell'Italia non si dee tacere che nel dì 21 d'aprile dell'anno presente fu chiamato a miglior vita pieno di meriti santo _Anselmo_ arcivescovo di Cantorberì e primate dell'Inghilterra, Italiano di nascita[1453]. Mancò in lui un gran lume della Chiesa di Dio, ed uno de' più illustri dotti vescovi di quell'età, ai cui libri di molto è tenuta la teologia scolastica, perchè principalmente da lui fu introdotta, e cominciò da lì innanzi ad essere coltivata con grande applicazione nelle scuole di Parigi e della Francia. Dimorò in questo anno la _contessa Matilda_ in Lombardia, verisimilmente attendendo a premunirsi e a ben provvedere le sue fortezze, perchè già si presentiva che avesse da calare in Italia il re _Arrigo V_. Egli era giovane, gli bolliva il sangue nelle vene, e non era ignoto ch'egli, al pari del padre, stava forte nella pretension delle investiture ecclesiastiche. Dai documenti rapportati dal padre Bacchini[1454] noi comprendiamo ch'essa si trovò ora in _Gonzaga_, ora al _Ponte del Duca_ sui confini del Modenese e del Ferrarese, con far delle donazioni al monistero di san Benedetto di Polirone. Ho anch'io pubblicato uno strumento, scritto _anno dominicae Nativitatis MCIX, Paschale in apostolatu anno X, regnante Henrico quinto quodam Henrici imperatoris filio, anno tertio, Indictione secunda_, da cui apparisce che la medesima contessa[1455], soggiornando sul Modenese in san Cesario, rilasciò molte terre a _Landolfo vescovo_ di Ferrara. E in un altro atto[1456] esentò dalle albergarie Giberto da Gonzaga. Menzionati si truovano in questi tempi i nobili di Gonzaga, da' quali si può credere che discendesse quella casa che nel 1328 cominciò a signoreggiare in Mantova. Aveano i Genovesi prestato non poco aiuto negli anni addietro alla guerra sacra d'Oriente[1457]. Con una flotta di settanta legni assisterono essi con tal vigore nell'anno presente _Baldovino re_ di Gerusalemme, che in mano sua pervenne la città di Tripoli. Altri mettono prima di quest'anno una tale conquista. Da varie carte prodotte dal Guichenon[1458] vegniamo in cognizione che in questi tempi fioriva _Amedeo_ conte di Morienna, progenitore della real casa di Savoia. Egli è appellato _Amedeus filius Uberti comitis_, e talvolta intitolato _morianensis comes et marchio_. Ma per mancanza d'antichi storici restano molto allo scuro le azioni di questo principe e de' suoi predecessori. Secondo il Sigonio[1459], in quest'anno succedette la guerra tra i Cremonesi e Bresciani. Io ne parlerò all'anno seguente. Vuole ancora il Campi[1460] che nel presente anno essi Bresciani uniti coi Milanesi s'impadronissero della città di Lodi. Accorsi con grandi forze i Cremonesi collegati de' Lodigiani, gli obbligarono ad abbandonarla. Ma ad assicurarci di tali fatti non basta l'autorità de' moderni scrittori. È solamente fuor di dubbio, asserendolo Landolfo da san Paolo[1461], che i Milanesi seguitarono a far guerra a Lodi, e che in aiuto di questa città furono i Pavesi e i Cremonesi. Aggiugne esso Landolfo che circa questi tempi tornato da Roma _Grossolano_ arcivescovo di Milano, perchè non ricevuto dal popolo, andò a piantarsi in Arona, terra e fortezza della sua chiesa sopra il lago Maggiore. Ma fu consigliato di levarsene e di far piuttosto il viaggio di Terra Santa; ed egli l'intraprese con lasciare suo vicario in Milano _Arderico_ vescovo di Lodi.

NOTE:

[1452] Pandulfus Pisanus, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[1453] Eadmer., in Vita S. Anselmi.

[1454] Bacchini, Istor. di Polirone nell'Append.

[1455] Antiquit. Italic., Dissert. XLI.

[1456] Ibidem, Dissert. XIX.

[1457] Fulcher., Hist. Hierosol., lib. 2. Guillelm. Tyr., lib. 11, cap. 9.

[1458] Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 3.

[1459] Sigon., de Regno Ital., lib. 10.

[1460] Campi, Istor. di Piacenza, lib. 1.

[1461] Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 17.

Anno di CRISTO MCX. Indizione III.

PASQUALE II papa 12. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 5.

Aveva nell'anno addietro il re _Arrigo V_, per testimonianza dell'Annalista d'Ildeseim[1462], inviati a Roma _Federigo_ arcivescovo di Colonia, _Brunone_ arcivescovo di Treveri ed altri principi suoi ambasciatori a trattare con papa _Pasquale II_ della sua venuta in Italia per ricevere la corona imperiale. Le risposte del papa furono, ch'egli il riceverebbe come padre con tutto amore, purchè il re dal suo canto si mostrasse cattolico, figliuolo e difensor della Chiesa, e amator della giustizia. Non erano i legati suddetti probabilmente partiti peranche da Roma, quando il pontefice nel dì 7 di marzo del presente anno tenne un gran concilio nella basilica lateranense, in cui furono rinnovati i decreti contro le investiture pretese dai re. Furono gli ambasciatori suddetti, nel ripassare per Lombardia, a visitar la _contessa Matilda_, che li regalò da pari sua[1463]. Intanto il re Arrigo, solennizzando in Ratisbona la festa dell'Epifania[1464], pubblicò alla presenza de' principi germanici la risoluzione sua di calare in Italia affine di prendere dalle mani del sommo pontefice la corona dell'imperio, e di dar buon sesto al regno dell'Italia, dimostrandosi specialmente pronto a far tutto ciò che gli suggeriva il papa per la difesa della Chiesa. Fu da tutti lodato il di lui pensiero; e quantunque una gran cometa apparisse in questi tempi, la cui vista il volgo suol d'ordinario ricevere come preditrice di malanni, pure con allegria si attese per sei mesi a pagar le contribuzioni e a preparar l'armata che dovea scortare il re in questo viaggio. Provvide inoltre il re d'uomini scienziati, ed atti all'amministrazion della giustizia e a sostenere i diritti regali; e fra questi si contò un certo David di nazione Scoto, che scrisse dipoi con limpido stile tutta questa spedizione. L'Abbate Urspergense ebbe sotto gli occhi la di lui Storia, ma questa non è giunta fino a' dì nostri. Adunque circa il mese d'agosto si mosse il re Arrigo alla volta dell'Italia. Con parte del suo potente esercito tenne egli la via della Savoia, e felicemente arrivò ad Ivrea. Nel di 12 d'ottobre egli era in Vercelli, dove confermò a Giovanni abbate del monistero ambrosiano di Milano tutti i suoi privilegii con diploma[1465] dato _IV idus octobris Indictione III, regnante Henrico quinto rege Romanorum anno IV, ordinationis ejus X_. Pervenuto a Novara, trovando quel popolo resistente a tutto ciò ch'egli pretendeva, diede alle fiamme quell'infelice città, e fece diroccar le sue mura, per mettere con questo spettacolo di crudeltà sui principii terrore a tutti gli altri popoli. Lo stesso trattamento fece alle castella e terre che non furono ben puntuali agli ordini suoi. Scrive il Sigonio[1466] che Arrigo passò a Milano, dove dalle mani di _Crisolao_, ossia _Grossolano_ arcivescovo fu coronato colla corona ferrea. Si fondò egli qui su quanto scrive Galvano dalla Fiamma[1467] circa l'anno 1335. Egli veramente narra, che venuto Arrigo a Milano, prese ivi la corona del regno d'Italia da Giordano arcivescovo, il quale l'accompagnò fino a Roma. Tutte queste nulladimeno son favole. Niuno degli antichi parla di questa coronazione, ed espressamente la niega Donizone storico de' tempi presenti, con iscrivere che tutte le città della Lombardia mandarono ad Arrigo vasi d'oro e d'argento e danari; e che la sola città di Milano nol volle riconoscere per padrone, nè pagargli contribuzione alcuna[1468]:

_Aurea vasa sibi, nec non argentea misit_ _Plurima cum multis urbs omnis denique nummis._ _Nobilis urbs sola Mediolanum populosa_ _Non servivit ei, nummum neque contulit aeris._

Ecco dunque che non può stare la coronazione suddetta. Nè allora _Grossolano_ soggiornava in Milano, perchè ito in Terra Santa, nè _Giordano_ per anche era stato eletto arcivescovo di Milano. Passato il Po, venne il re Arrigo a Piacenza, dove fu accolto da quei cittadini con allegrezza ed onorato di superbi regali. L'altra parte dell'esercito suo, che era calata in Italia per la valle di Trento, arrivò _apud Viruncalia_, secondo il concerto, e quivi si unì coll'altra armata e collo stesso re. È scorretto qui il testo dell'Urspergense[1469], e dee dire _apud Runchalia_, cioè ne' prati di Roncaglia sul Piacentino, dove alla venuta dei re ed imperadori si solea celebrar la dieta generale del regno d'Italia, concorrendovi tutti i principi, baroni, vassalli e ministri delle città. Si dee credere che veramente anche in quella occasione si celebrasse la dieta generale del regno: perchè Arrigo per tre settimane si fermò in quelle parti. Ottone Frisingense scrive[1470] ch'egli diede la mostra al suo esercito presso il Po, e che vi si trovarono trenta mila soldati a cavallo scelti, senza gl'Italiani, concorsi a servirlo. Venne dipoi a Parma. Sprezzava Arrigo tutte le città italiane.

Ma sola _Matilda contessa_ gli dava dell'apprensione, perchè ben consapevole egli era di quanto ella aveva operato contra dell'Augusto Arrigo IV suo padre. Ed ebbe ben la contessa la prudenza di non volersi portare alla corte, nè mettersi a rischio di qualche sgarbo o violenza. Molti principi e baroni oltramontani si portarono a visitarla[1471], per conoscere in lei una persona superiore al suo sesso, e di tanto credito per tutta l'Europa. Trattossi dunque fra essa e il re _per internuntios_ di pace e concordia. Prestò ella ad Arrigo tutti gli ossequii dovuti al sovrano; ed Arrigo a lei confermò tutti gli Stati e diritti ad essa competenti. _Mathildam comitissam per internuntios sibi subjectam gratia sua et propriis justitiis donavit_: sono parole dell'Urspergense. E Donizone scrive che la contessa, per trattare di questo accomodamento, dalla fortezza di Canossa passò a quella di Bibianello, oggidì Bianello, ed aver ella promesso fedeltà al re contro a tutti, fuorchè contro al romano pontefice. Indi sul principio di dicembre il re Arrigo per la strada di monte Bardone, ossia di Pontremoli, si mosse coll'esercito alla volta della Toscana; e perchè caddero immense pioggie in quel tempo, molta gente e cavalli perirono nel passaggio dell'Apennino. Gli fece resistenza la suddetta terra di Pontremoli, terra forte per la sua situazione e per le altissime sue torri, probabilmente spettante allora ai principi estensi[1472], e non già alla contessa Matilda. Per forza se ne impadronì e la devastò. Giunse finalmente a Firenze. Quivi con ammirabil pompa solennizzò la festa del santo Natale. Tutte le città della Toscana non tardarono a mandargli ambasciatori, regali e contribuzioni. Con che cuore, nol so. Pandolfo Pisano, scrittore di questi tempi, chiama esso Arrigo[1473] _exterminatorem terrae_, e mandato dall'ira di Dio in Italia; con aggiugnere che egli _civitates multas et castra in itinere dolo, pacem ostendendo, subvertit, ecclesias destruere non cessavit; religiosos ac catholicos viros capere, quos invenire poterat, nullo modo desistebat; quos vero habere non poterat, a propriis sedibus pellere non cessabat_. Tale era quel principe di cui si servirono i Tedeschi e gl'Italiani per atterrare Arrigo di lui padre, e che peggiore del padre si diede poi a conoscere, siccome maggiormente andremo vedendo. Sembra a me più probabile, per non dir certo, che nell'anno presente, prima che arrivasse in Italia il re Arrigo, succedesse la guerra fra i Cremonesi e Bresciani. La racconta appunto sotto quest'anno Galvano dalla Fiamma, con dire[1474] che riuscì a' Cremonesi di dare una rotta al popolo di Brescia. Ma venuti i Milanesi in soccorso de' Bresciani, sì fattamente incalzarono i Cremonesi vincitori, che li misero in fuga, e per più miglia seguitandoli, fecero d'essi non poca strage, massimamente allorchè furono ridotti al fiume Oglio. La verità di questo fatto è confermata da Sicardo vescovo di Cremona, di cui sono queste parole[1475]: _Anno Domni MCX fuit bellum inter Mediolanenses et Cremonenses apud Brixianorium, Cremonensibus perniciosum_. E molto più da Landolfo da san Paolo[1476], che scrive essersi rallegrati i Milanesi della ordinazione di cinque loro nobili canonici della cattedrale, fatta nel mese di giugno; e che _etiam majori gaudio gavisi sunt, quia in ipso mense susceperunt triumphum de Cremonensibus victis et superatis apud Brixianorii campum_. Questo nome di _Brixianorium_ temo io che desse occasione a Galvano dalla Fiamma di credere che i Bresciani avessero parte nel suddetto avvenimento. I due autori suddetti non parlano se non di guerra fra i Milanesi e i Cremonesi. In questo stesso anno papa Pasquale II, saggiamente temendo qualche violenza dal re Arrigo, disposto a calare in Italia, andò nel mese di giugno verso Monte Casino[1477]; e chiamati a sè _Ruggieri duca_ di Puglia e _Roberto principe_ di Capua, con tutti i conti della Puglia, stabilì un trattato con loro, che ognun d'essi prenderebbe l'armi in difesa del pontefice, se venisse il bisogno. Tornato a Roma, fece giurare a tutti i baroni romani di fare altrettanto.

NOTE:

[1462] Annal. Hildesheim, apud Leibnit.

[1463] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 18.

[1464] Abbas Ursperg., in Chron.

[1465] Puricell., Monument. Basil. Ambrosian.

[1466] Sigon., de Regno Ital., lib. 10.

[1467] Galvaneus Flamma, Manipul. Flor., cap. 160.