Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 44

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Dappoichè il giovane _Arrigo V_ re ebbe tirato nel suo partito _Guelfo V_ ed _Arrigo il Nero_ duca di Baviera, e i Sassoni ed altri principi, sentendosi assai forte, cominciò la guerra contra dell'_imperadore Arrigo_ suo padre[1410]. Belle erano le sue proteste, cioè di non aver altra intenzione, se non d'indurre il padre a riconciliarsi colla Chiesa; ma sotto questo pretesto egli era dietro a promuovere gl'interessi proprii colla depressione di chi gli avea dato e vita e regno. _Corrado_ suo fratello abbiam veduto che occupò il regno d'Italia; niuno nondimeno scrive ch'egli portasse l'armi contra del padre. Ma non così operò Arrigo V. Dopo varii fatti, ch'io tralascio, marciò egli colla sua armata sino al fiume Regen, che sbocca nel Danubio vicino a Ratisbona. Dall'altra parte d'esso fiume s'accampò coll'esercito suo l'Augusto Arrigo suo padre, ed erano per venire ad un fatto d'armi. Non si potè qui trattenere Ottone vescovo di Frisinga, storico gravissimo, dal prorompere in sensate esclamazioni contra di un figliuolo tale, la cui risoluzione non si può certo leggere senza orrore, perchè presa contro le leggi della natura, ed anche della religion cristiana: perciocchè fuor di dubbio è che la santa religione di Cristo non approvò mai nè approva cotale inumanità. Ebbe maniera il giovane Arrigo di tirar dalla sua con promesse e lusinghe il duca di Boemia ed altri signori, dimodochè il vecchio Arrigo IV fu forzato a fuggirsene segretamente. Seguì poscia un abboccamento in Elbinga il dì 15 di dicembre fra amendue, e fu determinato di tenere una dieta universale del regno a Magonza per la festa del santo Natale. Ciò che ne risultasse, lo accennerò all'anno venturo. Intorno a questi fatti si truova non lieve discrepanza fra gli antichi scrittori, parlandone cadauno secondo le proprie passioni e fazioni. All'anno presente, oppure allo antecedente appartiene un curioso placito, a noi conservato da Gregorio monaco, autore della Cronica di Farfa[1411]. Disputossi in Roma intorno ad un castello occupato ai monaci da alcuni nobili romani. Allegarono questi ultimi in lor favore il privilegio di Costantino Magno, per cui appariva che quel grande imperadore avea donato alla Chiesa romana tutta l'Italia e tutti i regni d'Occidente. Prese all'incontro l'avvocato dei monaci a mostrare che era falso, o non si doveva intendere così quel privilegio, facendo costare che anche dopo Costantino gli Augusti aveano signoreggiato in Roma e in tutta l'Italia. Però anche tanti secoli prima di Lorenzo Valla la donazion costantiniana si vede impugnata, con essere poi giunta in questi ultimi tempi ad essere anche negli stessi sette Colli riguardata qual solenne impostura de' secoli ignoranti oppur maliziosi. Secondo le memorie recate dal Fiorentini[1412], continuò ancora in quest'anno la guerra fra i Pisani e i Lucchesi, e i primi per due volte restarono sconfitti. Come queste guerre succedessero fra i popoli della Toscana, non si sa ben intendere, perchè era pur quella provincia sotto il dominio della _contessa Matilda_, e strano sembra ch'ella o permettesse tali sconcerti, o non avesse forza o maniera di calmar sifatte sanguinose gare.

NOTE:

[1403] Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschalis II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[1404] Pagius, Crit. ad Annal. Baron.

[1405] Eadmerus, in Vit. S. Anselmi lib. 4.

[1406] Landulfus de S. Paulo, Hist. Mediolanens., tom. 5 Rer. Ital.

[1407] Landulfus, de S. Paulo, Hist. Mediol., tom. 5 Rer. Ital.

[1408] Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 2.

[1409] Antiquit. Italic., Dissert. XVII.

[1410] Abbas Urspergensis. Otto Frisingensis, cap. 8. Annalista Saxo.

[1411] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 637.

[1412] Fiorentini, Memor. di Matild. lib. 2.

Anno di CRISTO MCVI. Indizione XIV.

PASQUALE II papa 8. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 1.

Un'insigne raunanza di vescovi, abbati, principi, baroni e popoli del regno germanico s'era fatta in Magonza[1413] nel Natale dell'anno precedente, per trattare di concordia fra i due Arrighi padre e figliuolo, e fra gli scismatici e la Chiesa romana. Dovea, dico, intervenirvi il vecchio Arrigo, ma dal figliuolo era trattenuto come prigioniere in un castello. Fece egli istanza per la libertà; ma i principi temendo che il popolo, avvezzo a favorir più lui che il figliuolo, non tumultuasse, ed anche perchè _Riccardo_ vescovo di Albano e _Gebeardo_ vescovo di Costanza, legati apostolici, giunti a quella dieta, aveano confermata la scomunica contra di esso imperadore, non permisero ch'egli venisse a Magonza. Gli andarono essi incontro ad Ingheleim, e tanto gli dissero colle buone e colle brusche, che l'indussero a rinunziare al figliuolo la croce, la lancia, lo scettro e gli altri ornamenti imperiali, ma non già la spada e la corona. Non manca chi scrive essergli state tolte per forza queste divise della sua dignità; scrivono altri che spontaneamente le rassegnò. Si riconobbe Arrigo colpevole dello scisma, e de' mali avvenuti per tal cagione, e pentito ne dimandò l'assoluzione al legato apostolico, il quale giudicò di non aver facoltà bastante per rimetterlo in grazia della Chiesa. Gittossi anche a' piedi del figliuolo[1414], ricordandogli il diritto della natura; ma questi neppure voltò gli occhi verso di lui. Portate a Magonza le insegne regali, fu confermato re il giovane _Arrigo V_, e spedita una solenne ambasceria di alcuni vescovi e baroni a Roma per comporre tutte le vecchie differenze, ed invitare in Germania il romano pontefice. Ma questi ambasciatori, nel passare pel Trentino, furono assaliti da un certo Adalberto conte[1415], svaligiati e cacciati in prigione, a riserva di _Gebeardo vescovo_ di Costanza, che tenne altro cammino, e fatto scortare dalla _contessa Matilda_, felicemente arrivò a Roma. Di questa iniquità avvisato _Guelfo V_ duca di Baviera, corse colle sue genti, e sforzate le chiuse, obbligò essi malandrini a rimettere in libertà que' prelati e signori. Intanto il deposto imperadore Arrigo si ritirò a Colonia e a Liegi, dove fu con qualche onore accolto, e di là scrisse lettere compassionevoli a tutti i re cristiani, lagnandosi de' trattamenti a lui fatti dal barbaro figliuolo, e della violenza usatagli per detronizzarlo. Una specialmente se ne vede al re di Francia, che non si può leggere senza ribrezzo. Trovati anche non pochi favorevoli al suo partito, e specialmente _Arrigo duca_ di Lorena, ripigliò il pensiero di far guerra. Ma prevalendo le forze del figliuolo, e trovandosi egli ridotto in istato miserabile, pel crepacuore infermatosi in Liegi, quivi terminò i suoi giorni nel dì 7 d'agosto per comparire al tribunale di Dio a rendere conto di tanti suoi vizii, di sì lunga vessazione data alla Chiesa, e del tanto sangue cristiano sparso pe' suoi capricci e per la ostinazion nello scisma. A lui eziandio si dee attribuire una gran mutazione seguita per sua cagione non meno in Italia che in Germania. Certo è che il regno della Borgogna, unito dall'imperador Corrado I alla corona germanica, patì molte mutazioni duranti le soprarriferite turbolenze. E da questo parimente procedette l'essersi buona parte delle città di Lombardia messa in libertà con formar delle repubbliche, senza più voler ministri del re ossia dell'imperadore al loro governo: del che parleremo andando innanzi. Era stato portato a Ravenna il cadavero dell'antipapa Guiberto, e quivi seppellito. Dovette dipoi Ravenna rimettersi in grazia della Chiesa romana; e però in quest'anno andò ordine colà da _papa Pasquale_ che fosse disotterrato il suo corpo, e gittate l'ossa nel fiume[1416]. Non mancavano persone vane, oppur ben affette alla di lui memoria, che spacciavano come vedute al suo sepolcro delle risplendenti facelle in tempo di notte: il che aggiunto ad esser egli morto scomunicato, diede impulso alla suddetta risoluzione. Aggiungo, affinchè si conosca meglio la cabala e malignità, ed anche la ignoranza di questi tempi, che furono divolgati varii miracoli, come succeduti al sepolcro di questo sovvertitore della Chiesa di Dio. Fra le lettere a noi conservate da Udalrico di Bamberga, e pubblicate dall'Eccardo[1417], una se ne legge, scritta dal vescovo di Poitiers all'imperadore Arrigo, dove tratta _de plurimis miraculis, quae divina clementia per merita felicis memoriae domni nostri Clementis papae ad ejus sepulcrum est operata, a Johanne castellano episcopo transmissa_. Ma probabilmente sarà venuta non da uno di quei vescovi, ma da qualche impostore quella serie di miracoli, per dar pascolo alla gente corriva. Fu anche data sepoltura in Liegi al corpo del morto imperadore Arrigo, ma da lì a poco per decreto de' vescovi cattolici tolto fu di chiesa, e deposto in luogo non sacro.

Dopo essere stato circa il mese di febbraio a Benevento il pontefice Pasquale II[1418], si mise in viaggio alla volta della Lombardia, ed intimò un concilio da tenersi nella nobil terra di Guastalla verso il fine d'ottobre. Un gran concorso di vescovi, abbati e cherici, massimamente di Germania e d'Italia, e l'ambasceria del novello re di Germania _Arrigo V_ rendè celebre quella sacra assemblea, a cui diede principio nel dì 22 del suddetto mese[1419]. Fra gli altri decreti, per umiliare la Chiesa di Ravenna, furono sottratte dalla suggezione di quell'arcivescovo la chiese di _Bologna, Modena, Reggio, Parma_ e _Piacenza_, e non già di _Mantova_, come ha il testo del cardinal Baronio, in vece di _Modena_. Furono ivi riprovate di nuovo le investiture date da' principi secolari agli ecclesiastici; formati varii decreti intorno al riconciliare alla Chiesa gli scomunicati; e deposti alcuni vescovi simoniaci, oppure ordinati nello scisma. Colà si presentarono i legati de' Parmigiani, che già aveano rinunciato allo scisma, con chiedere per lor vescovo quel medesimo cardinale _Bernardo_, che due anni prima essi aveano così maltrattato. Aggiunsero preghiere, acciocchè il papa volesse portarsi a consecrare la lor cattedrale; al che egli acconsentì; ed ito colà con gran solennità, consolò quel popolo, e diede loro per vescovo il cardinale suddetto. Anche il popolo di Modena, concorde con Dodone vescovo zelantissimo di questa città, avea nell'anno precedente cominciata una nuova cattedrale, giacchè la vecchia minacciava rovina. Non era per anche terminata questa gran fabbrica, in cui fu impiegata una prodigiosa quantità di marmi[1420], quando l'impaziente popolo desiderò che si trasferisse colà il corpo del santo lor vescovo e protettore Geminiano. A tal funzione e festa, che seguì nel dì 30 d'aprile, intervennero tutti i vescovi circonvicini ed immenso popolo, accorso da varie città, colla stessa _contessa Matilda._ Nata poi disputa se si dovesse o no aprire l'arca del santo, fu rimessa la decisione alla medesima contessa, la quale consigliò che s'aspettasse la venuta in Lombardia del sommo pontefice, già disposto a far questo viaggio nell'anno presente. Infatti arrivò egli a Modena nel dì 8 di ottobre, predicò al popolo, diede indulgenze, fece aprir l'arca di san Geminiano; e trovato intero il sacro suo corpo, e mostrato al popolo, svegliò una mirabil divozione negl'innumerabili spettatori. Dopo avere papa Pasquale II consecrato l'altare nuovo del santo, accompagnato dalla contessa Matilda, e da una gran frotta di cardinali, vescovi, abbati e cherici, s'inviò alla volta di Guastalla, dove, siccome abbiam detto, tenne un riguardevol concilio. Da Parma passò dipoi il papa a Verona con disegno di continuare il viaggio verso la Germania, dove era inviato[1421]. Ma insorto in quella città un tumulto contra di lui, ed avvertito egli che il nuovo re Arrigo V, siccome giunto a non aver più bisogno del papa, parea poco disposto a rinunziare le investiture degli ecclesiastici, giudicò meglio di passare per la Savoia in Francia, dove in effetto celebrò il santo Natale nel monistero di Clugnì. Finì di vivere in quest'anno, senza lasciar dopo di sè figliuoli maschi, _Riccardo II_ principe di Capoa, ed ebbe per suo successore _Roberto I_ suo fratello minore. Truovasi poi la contessa Matilda sul principio di quest'anno in Quistello[1422], oggidì villa del Mantovano di qua dal Po, dove fece giustizia a Giovanni abbate di san Salvatore di Pavia, che si querelò per le violenze usate dagli uomini di Revere, sudditi d'essa contessa, alla terra di Melara, sottoposta a quel monistero. Era già uscito dalle mani de' Turchi _Boamondo principe_ d'Antiochia, dopo aver comperata la libertà con promesse di una gran somma di danaro. Non sapendo egli dove trovar tanto oro, venne in Italia[1423], e passò in Francia nel marzo dell'anno presente, dove non solamente collo scorrere per varie città di quelle contrade commosse moltissimi a prendere la croce per accompagnarlo nel suo ritorno in Oriente, ma anche prese in moglie _Costanza_ figliuola di Filippo re di Francia, e conchiuse le nozze di _Cecilia_ figliuola naturale di esso re con _Tancredi_ suo cugino, ch'egli avea lasciato governatore di Antiochia.

Di sopra abbiam veduto che in questi tempi _ Guarnieri_ governava la marca d'Ancona. Si vede nella Cronica farfense[1424] un ricorso a lui fatto probabilmente nell'anno presente dai monaci di Farfa contra di alcuni occupatori de' beni di quell'insigne monistero; siccome ancora la lettera da esso Guarnieri scritta in loro favore, comandando _auctoritate domni imperatoris praesentis serenissimi Henrici_, che fosse rispettato quel sacro luogo. Di qui, torno a dirlo, si ricava che Guarnieri reggea quella marca a nome dell'imperadore, benchè la Chiesa romana la pretendesse come Stato di sua ragione. E perciocchè egli s'intitola ed è intitolato _Guarnerius Dei gratia dux et marchio_, se ne può inferire che non la sola marca d'Ancona, ma anche il ducato di Spoleti fossero a lui sottoposti. Dicemmo di sopra, essere stato questo Guarnieri quegli che promosse al pontificato romano, cioè creò antipapa _Maginolfo_ col nome di Silvestro III. Ciò succedette nell'anno presente, prima che il papa venisse in Lombardia, per attestato dell'Urspergense[1425], di cui sono le seguenti parole: _Wernherus quidam ex ordine ministerialium regis, qui marchae, quae in partibus Aquinae_ (dee dire Anconae) _praeerat, quasi haeresim eamdem resuscitaturus, collectis undecumque per Italiam copiis, corruptis quoque multa pecunia Romanis nonnullis, dum domnus apostolicus beneventanis immoratur finibus, quemdam pseudo abbatem de Farfara_ (vuol dire _Farfa_, ma senza che si sappia che in questi tempi vi fosse un tale abbate in quel monistero. Forse ne fu monaco) _proh nefas! Cathedrae sancti Petri imposuit, et ipsum papam Caesaris sub vocabulo Sylvestri appellari voluit. Qui tamen post paululum turpiter, ut merebatur, a Catholicis eliminatus, vesaniae suae praemium male conquisiti, pejusque dispersi aeris retulit_. Nella Cronica di Fossanova[1426] si mette questo fatto sotto l'anno precedente. _Marchion_ (dice quell'autore in vece di marchio, cioè Guarnieri) _venit Romam consentientibus quibusdam Romanis, et elegit Adinulfum_ (tale probabilmente fu il suo nome) _in Lapam_ (cioè _in papam_) _Silvestrum ad sanctam Mariam Rotundam infra octava sancti Martini; sed sine effectu reversus est_. Udalrico da Bamberga fra le lettere da lui raccolte, e date alla luce dall'Eccardo[1427], ne porta una scritta in quest'anno da papa _Pasquale II_ a tutti i fedeli della Francia coll'avviso, che mentre esso pontefice stava nel portico di san Pietro fuori di Roma in occasione della dedicazione della basilica vaticana, _venit quidam Wernerius, regni teutonici famulus, in romanae urbis vicina_; e che questi s'era unito con varii ribelli della Chiesa romana, abitanti fuori ed entro di Roma. _Talibus sociis presbyter quidam romanae urbis advena se conjunxit, de quo vel ubi, vel hactenus ordinatus sit, ignoramus. Hanc personam egregiam, nigromanticis, ut dicitur, praestigiis plenam, quum fideles nostri, occasione treguae Dei ab armis omnino desisterent, in lateranensem ecclesiam induxerunt, et congregatis Wibertinae fecis reliquiis, et episcopi nomen perniciosissime indiderunt_. Soggiugne: _Quum vero intra urbem die altero rediissemus, monstrum illud turpiter ex urbe profugiens, quo transierit ignoramus_. Adunque costui non era abbate di Farfa. Abbiamo ancora dal Dandolo[1428] che in quest'anno in poco più di due mesi accaddero in Venezia due furiosissimi incendii che distrussero molte contrade di quella nobil città, perchè di materia combustibile era fabbricata la maggior parte di quelle case. Si aggiunse, che la città di Malamocco fu affatto ingoiata dal mare, laonde il suo vescovato venne dipoi trasportato a Chioggia.

NOTE:

[1413] Abbas Urspergensis, in Chron. Otto Frisingensis, Hist., lib. 7, cap. 11.

[1414] Anonymus, in Vit. Henrici IV.

[1415] Abbas Urspergens. Annalista Saxo.

[1416] Abbas Urspergensis, in Chron. Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.

[1417] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, pag. 194.

[1418] Falco Benevent., in Chronico.

[1419] Labbe, Concilior., tom. 10.

[1420] Transl. S. Geminiani, tom. 6 Rer. Ital.

[1421] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1422] Antiquit. Italic., Dissert. LXV.

[1423] Suger., in Vit. Ludovic., cap. 6, apud Du-Chesne.

[1424] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1425] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1426] Chron. Fossae Novae, apud Ughell.

[1427] Eccard., Scriptor. med. aevi, tom. 2, p. 258.

[1428] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCVII. Indizione XV.

PASQUALE II papa 9. ARRIGO V re di Germania e d'Italia 2.

Varii viaggi ed azioni di _papa Pasquale_ in Francia in quest'anno si possono leggere nella Vita di Lodovico il Grosso scritta da Sugerio abbate[1429]. Anche il padre Pagi[1430] ne fa menzione. Io tutto tralascio, bastandomi di accennare che il re _Arrigo V_ spedì una solenne ambasciata in Francia per trattare con esso papa dell'affare delle investiture, perciocchè egli, al pari del padre, volea sostenerle contro i decreti di Roma. Il capo degli ambasciatori era _Guelfo V_ duca di Baviera, uomo corpolento, e che usava un tuono alto di voce. Parevano essi andati più per intimidire il papa, che per trattare amichevolmente di concordia. E niuna concordia infatti ne seguì, ma solamente delle minaccie. Che il pontefice ritornasse in questo medesimo anno in Italia, si raccoglie da una sua bolla[1431] data _Mutinae kalendis septembris, Indictione I Incarnationis dominicae anno MCVII, pontificatus autem domni Paschalis II papae nono_. Era in Fiesole nel dì 18 di settembre. In quest'anno la _contessa Matilda_ nel dì 10 di febbraio trovandosi nel contado di Volterra, tenne un placito, in cui fece un decreto in favore de' canonici di Volterra. Apparisce ancora da due memorie prodotte dal Fiorentini[1432] che la medesima contessa nel mese di giugno mise l'assedio alla terra di Prato in Toscana, che s'era ribellata a lei, oppure a' Fiorentini. Arrivato in Toscana il suddetto papa Pasquale, ricevette dalla medesima contessa un trattamento convenevole alla dignità dell'uno, e alla somma venerazion dell'altra verso i vicarii di Gesù Cristo. Fecene menzione anche Donizone, ma senza dire ch'ella seco andasse a Roma, come alcuno ha supposto, in quei versi[1433]:

_Illic post annum rediit retro pastor amandus._ _Ejus ad obsequium Mathildis mox reperitur_ _Promta, loquens secum. Romam rediit cito praesul._

Nell'anno presente ancora pare che venisse in Italia _Arrigo il Nero_, duca di Baviera e fratello del _duca Guelfo_[1434]. Certamente è scritta come succeduta in quest'anno una donazione da lui fatta al monistero di santa Maria delle Carceri d'Este. Ma essendo discorde dall'anno suddetto l'_indizione settima_, non si può ben accertare il tempo. Quel che è sicuro, quivi esso principe è intitolato _Henricus dux, filius quondam Guelfonis ducis, qui professus sum ex natione mea lege vivere Lombardorum_, siccome per tanti altri documenti si scorge che costumarono di professare i principi estensi, dai quali egli discendeva. Fu stipulato quello strumento _apud sanctam Theclam de Este_: il che fa intendere che la linea estense dei duchi di Baviera riteneva la sua porzion di dominio nella nobil terra d'Este. In questi tempi scrive Landolfo da san Paolo ch'egli era in Milano[1435] _consulum epistolarum dictator_. La menzione dei consoli già introdotti nel governo di quella città mi obbliga qui di dire, essere ciò una pruova chiara che i Milanesi s'erano già sgravati de' ministri imperiali o regii, ed aveano presa la forma di repubblica e la libertà, con governarsi da sè stessi, solamente riconoscendo la sovranità di chi era imperadore, oppure re d'Italia. S'è veduto di sopra che quel popolo tanti anni prima avea fatta guerra coi Pavesi, e poi s'era esercitato nelle interne fazioni e guerre civili, senza più mostrar ubbidienza e dipendenza dal re, ossia da alcun suo ministro. L'essersi poi sconvolta la Lombardia tutta per cagione d'Arrigo IV, aumentò l'animo di quel popolo a mettersi pienamente a libertà. Cercando essi in qual maniera si avesse a regolar la loro nuova repubblica, poco ci volle a mettersi davanti agli occhi il metodo tenuto dai Romani antichi nel governo di Roma. Perciò crearono due consoli che fossero capi principali della comunità, ed elessero altri ministri della giustizia, della guerra, della economia. Credo io che sui principii l'arcivescovo avesse gran parte nelle loro risoluzioni, e molto d'autorità per regolar le faccende. Formarono il _consiglio generale_, composto di nobili e di popolo, che ascendeva talvolta a più centinaia di persone, capi di famiglie. Eravi eziandio un consiglio particolare e segreto, ristretto a pochi scelti dal generale, il quale veniva appellato il _consiglio di credenza_; col qual nome si denotava chi giurava di custodire il segreto de' pubblici affari. Questo consiglio particolare aveva in mano l'ordinario governo politico; ma la risoluzion delle cose importanti, come il far guerra o pace, spedire ambasciatori, far leghe, eleggere i consoli ed altri ministri, era riserbato al consiglio generale.